mercoledì 7 marzo 2012

[Sole di primavera, io non sapevo]

Sole di primavera, io non sapevo
che sì bello tu fossi e grande e nuovo,
né tal dolcezza se le mani muovo
nel tuo lume dorato e di te bevo.

Veder cose, udir voci è tal sollievo
che di chiudere ancor gli occhi mi provo
per il piacer di riaprirli; e trovo
la perduta mia voce e un grido levo.

E anche gli alberi, i monti, l'erbe... Un volto
di meraviglia oggi la terra, fisso
nella celeste fiamma onde si pasce.

E anch'io... Guardo il sol giovane che nasce;
guardo fin alla cecità l'abisso
donde egli sorge, il rombo d'oro ascolto.
 

Questo sonetto è del poeta ticinese Francesco Chiesa (1871-1973), oggi ormai dimenticato, ma che fu invece molto apprezzato agli inizi del Novecento, così come altri poeti etichettati poi come tradizionalisti o (ancor peggio) passatisti: Giovanni Bertacchi, Giovanni Cena, Francesco Gaeta, Ada Negri Francesco Pastonchi ecc.
Appartiene alla raccolta "L'artefice malcontento" (1950), una sorta di antologia curata dallo Chiesa e che ripercorre gran parte dell'excursus poetico del poeta svizzero: da "I viali d'oro" del 1911, fino ai "Versi inediti" mai pubblicati in precedenza. "Sole di primavera, io non sapevo" fu pubblicato per la prima volta nel volume "La stellata sera" (1933) e possiede tutte le peculiarità della poesia di Francesco Chiesa, spessissimo attratto dai paesaggi naturali e dalle emozioni che nascono dalla visione di questi. Qui c'è la descrizione di una meraviglia inaspettata, provata dal poeta nell'osservare il sole primaverile e l'effetto dei suoi raggi sul paesaggio che lo circonda: emerge uno stupore nuovo, come se chi osservi lo spettacolo naturale rappresentato dal ritorno della primavera e di conseguenza la rinascita della vita dopo il gelo invernale (il cui artefice principale è proprio il sole) lo faccia con gli occhi di un bambino, rimanendo sorpreso e spiazzato da tale meravigliosa visione. È una poesia che racconta sentimenti semplici ed ha una struttura tradizionale: quella del classico sonetto; il tutto avveniva in anni in cui la poesia italiana stava vivendo un periodo di profondo rinnovamento, iniziato già da qualche decennio col futurismo e proseguito con l'ermetismo: proprio quest'ultimo movimento dettava legge nel 1933, l'anno in cui uscì la raccolta citata di Francesco Chiesa, assai distante dalla poetica di Quasimodo e di Montale.

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