lunedì 27 agosto 2012

Da "La vita e il libro" di Giuseppe Antonio Borgese

Ecco tre giovani poeti crepuscolari - Marino Moretti, Fausto Maria Martini, Carlo Chiaves - che sono indubbiamente tra i migliori rappresentanti di una scuola poetica ogni giorno più numerosa: quella dei lirici che s’annoiano e non hanno che un’emozione da cantare: la torbida e minacciosa malinconia di non aver nulla da dire e da fare.
Vi sono, fra i tre, differenze notevoli di contenuto e di stile; ma son di quelle differenze che fra una trentina d'anni dilegueranno sotto quella patina unitaria che il tempo sovrappone alle opere di un'epoca medesima, quando quest'epoca non abbia messo fuori una personalità così vigorosa da superare l'imperativo dell'ambiente. Noi, vicini, sappiamo facilmente discernere che Moretti è il più languido e delicato e Martini il più canoro ed impreciso, mentre Chiaves, come individuo, è il più forte e raccolto e quello che più consciamente adopera l'ironia. Ma i lontani vedranno più facilmente, nei tre poeti nostri e negli altri molti loro coetanei, un'identica maniera di sentire la vita e di trattar l'arte. Arcadia? scetticismo? decadenza? futurismo? novecentismo, come io stesso altra volta chiamai questo poetare sfiancato e invertebrato, senza capo né coda, cullato passivamente da un ritmo monotono e da una rima narcotica, salvo che, invaso da un'improvvisa fede nella sua missione vaticinatrice, non si metta rotolare con una valanga di epiteti amplificativi e di enumerazioni enfatiche? Sono tutte formule che implicano una condanna; e l'importante non è né esaltare né condannare, ma capire.

(Da "La vita e il libro: seconda serie con un epilogo" di Giuseppe Antonio Borgese, Fratelli Bocca Editore, Roma-Milano 1911, pp. 150-151)

domenica 26 agosto 2012

Poeti dimenticati: Ugo Fleres

Ugo Fleres (Messina 1857 - Roma 1939) fu poeta critico e pubblicista di grande fama. Trasferitosi in gioventù a Roma, si fece conoscere coi suoi articoli pubblicati durante i primi anni del "Capitan Fracassa", per poi collaborare anche ad altre testate illustri come il "Fanfulla" e il "Don Chisciotte". Tra i suoi scritti furono apprezzati in particolar modo gli articoli "pupazzettati". Pubblicò su giornali e riviste le sue prime poesie con lo pseudonimo di Uriel per poi esordire ufficialmente come poeta con la raccolta di Versi (1882), edita dal Sommaruga, che fu lodata, tra gli altri, anche dal Carducci. La sua poesia rientra nell'ambito del bizantinismo e possiede quella schiettezza tipica di coloro i quali avversavano il dannunzianesimo (a quell'epoca trionfante), in nome di una lirica sincera.
 
 

Opere poetiche

"Versi", Sommaruga, Roma 1882.
"Sacellum", Giannotta, Catania 1889.
 
 
 
Presenze in antologie
"Dai nostri poeti viventi", 3° edizione, a cura di Eugenia Levi, Lumachi, Firenze 1903 (pp. 162-164).
"I poeti minori dell'Ottocento", a cura di Ettore Janni, Rizzoli, Milano 1955-1958 (vol. IV, pp. 265-273).
"Poeti minori del secondo Ottocento italiano", a cura di Angelo Romanò, Guanda, Bologna 1955 (pp. 329-331).
"Poeti minori dell'Ottocento italiano", a cura di Ferruccio Ulivi, Vallardi, Milano 1963 (pp. 709-712).
 

 
 
Testi
ZITTO...

Perché sorridermi
piano pianino,
cuore? sei proprio
un birichino!

Ho tante smanie
sotto il cappello,
leggo - e dimentico,
scrivo - e cancello:

perché sorridermi
piano pianino,
cuore? sei proprio
un birichino!

Sì, tutte l'ansie,
tutte le cure -
lische dell'anima
minute e dure -

tormi non possono
questo sorriso,
nota fuggevole
di paradiso.

Talor dimentico
perché nel cuore
vaghi quest'alito
di buon umore, -

e cerco, e mormora
una vocina
dentro: «Ricòrdati,
ieri mattina...

Zitto, silenzio, -
è il mio segreto:
fu un guardo, un attimo...
zitto - ripeto...

(Da "Versi")

I capelli nella poesia italiana decadente e simbolista

I capelli sono in genere il simbolo della forza (si pensi alla leggenda di Sansone) o comunque hanno a che vedere con la potenza e con l'energia vitale; se sono di donne possono spesso riferirsi alla bellezza e alla seduzione. È sottinteso che la perdita o il taglio dei capelli simboleggia un evento nefasto e comunque negativo. In riferimento alla mitologia poi non è raro rintracciare il personaggio di Medusa, mostro mitologico che possedeva, in luogo dei capelli, luridi e spaventosi serpenti; non a caso Arturo Graf intitolò "Medusa" la sua raccolta poetica più cospicua e famosa.
 

 
 
Poesie sull'argomento
Diego Angeli: "In un giardino di sera" in "L'Oratorio d'Amore" (1904).
Giuseppe Casalinuovo: "Capello bianco" in "Dall'ombra" (1907).
Sergio Corazzini: "Capelli perduti" in «Marforio», marzo 1903.
Ettore Cozzani: "La chioma incantata" in "Poemetti notturni" (1920).
Guido Da Verona: "Le trecce nere" in "Il libro del mio sogno errante" (1919).
Federico De Maria: "Ballata dei capelli" in "Voci" (1903).
Federico De Maria: "Capelli" in "La Leggenda della Vita" (1909).
Domenico Gnoli: "La tua chioma" in "Poesie edite ed inedite" (1907).
Corrado Govoni: "Ad una dalle chiome rosse" e "La chioma" in "Poesie elettriche" (1911).
Guido Gozzano: "Il sogno cattivo" in "La via del rifugio" (1907).
Tito Marrone: "Le chiome" in «Le Parvenze», marzo 1900.
Angiolo Orvieto: "Chiome d'oro" in "La Sposa Mistica. Il Velo di Maya" (1898).
Romolo Quaglino: "Cadon le trecce brune su le spalle" in "I Modi. Anime e simboli" (1896).
 
 

 
 
Testi
CADON LE TRECCE BRUNE SU LE SPALLE
di Romolo Quaglino

Cadon le trecce brune su le spalle,
con un lene sussurro di velluto,
delicate com'ali di farfalle,
morbide come serico tessuto.

Cadon le trecce bionde come gialle
fiumane ardenti giù per il dirùto
di forre alpine e gemono le falle
a la roccia un sospiro ed un saluto.

Ne l'iridi d'un bel nero corvino,
ne l'occhio ove risplende lo smeraldo,
tra le labbra procaci di rubino

freme l'incanto d'un invito baldo,
come un peäna squilla un argentino
riso d'ebbrezza, lugubre e spavaldo.

(Da "I Modi. Anime e Simboli")

martedì 21 agosto 2012

"Le fiale" di Corrado Govoni

"Le fiale" è il titolo della prima opera poetica di Corrado Govoni che sancisce perciò il suo esordio letterario in giovanissima età, infatti il libro uscì nel 1903, poco prima di "Armonia in grigio et in silenzio", altra raccolta di poesie che rese famoso lo scrittore emiliano. Fu una pubblicazione difficile e controversa, quella di "Le fiale", visto che una sezione del libro, intitolata "Vas luxuriae", che comprendeva una serie di sonetti molto licenziosi, venne sacrificata da Govoni su consiglio dell'editore e sostituita da un'altra sezione: "Giallo crisantemo e violetto pasquale", molto più innocua della precedente. Certo non si può affermare che le poesie di questa opera govoniana posseggano requisiti di originalità, ma certo i cento sonetti de "Le fiale" rappresentano una piacevole sorpresa per la inattesa scoperta di un poeta molto bravo e precoce, capace di trasporre in lingua italiana le tendenze più in voga della lirica europea di quel preciso periodo; ecco a tal proposito cosa dice l'illustre critico Giuseppe Farinelli nel volume "Vent'anni o poco più" (Edizioni Otto/Novecento, Milano 1998):

«[...] Amore spirituale, erotico, libidinoso, trasgressivamente parodico o quasi dono liturgico di sé, altari, calici, cuori, anime, ostie, gigli, rose, rosai e fiori esotici, mani, specchi, parchi, ville e giardini morti e chiusi, statue, orti e orticelli, autunni, cigni e pavoni, reminiscenze di un classicismo antico o di un preraffaellismo ieraticamente pallido, impasti tra sacro e profano in sequenze litaniche. L'autonomia di Le fiale è nella sua forza di concentrazione, nella straordinaria abilità, per un giovane di meno di vent'anni, di selezionare e di sciogliere sulla pagina il sale e il pepe di una biblioteca simbolista».

Ma a quali poeti s'ispirò Govoni nel comporre questi sonetti? Tra gli italiani certamente Gabriele D'Annunzio e Giovanni Pascoli precedono tutti, ma non si esclude che il poeta di Tamara abbia tenuto presenti anche Giovanni Camerana (soprattutto quello degli ultimi anni), Arturo Graf, Domenico Gnoli e Luigi Gualdo. Tra gli stranieri invece, oltre agli immancabili simbolisti franco-belgi Maurice Maeterlinck, Georges Rodenbach, Francis Jammes e Jules Lafourge, sicuramente è facile trovare molte tracce di "poesia maledetta": da Baudelaire a Mallarmé, da Verlaine a Rimbaud, l'itinerario poetico govoniano de "Le fiale" comprende un po' tutti i grandi nomi della poesia francese del secondo Ottocento, non esclusi nomi praticamente sconosciuti a tutti (o quasi) in quegli anni, come Pierre Louys e Robert de-Souza. Oltre all'elemento simbolista, il primo libro di Govoni si nota per quello liberty, che, senza dubbio, trova origine nella poesia dannunziana ed in particolare in "L'Isotteo - La Chimera", raccolta di liriche pubblicata ben tredici anni prima dal poeta pescarese, che certo fu tenuta molto in considerazione da Govoni nella elaborazione dei suoi sonetti.
Per quanto riguarda le edizioni successive a quella del 1903, una prima riedizione de "Le fiale" è avvenuta nel 1948, a cura di Enrico Falqui per le edizioni Garzanti di Milano. Una ristampa anastatica che contiene la sezione espunta "Vas luxuriae" è poi uscita nel 1983, per le edizioni Galeati di Imola.
 
 
 
CORRADO GOVONI
LE FIALE
IN FIRENZE PRESSO FRANCESCO LUMACHI MCMIII
 
A
ELENA MARIA
FIORE ORGOGLIOSO
QUESTE FIALE LITURGICHE
IL POVERO POETA
INNAMORATO
D
 
 
Olocausto

I. RELIQUIE


Ventagli giapponesi
  I. Paesaggio
  II. Criptomerie
  III. Interno
IV. Alito di ventaglio
Senza baci
Elogio
Passero solitario
Davanti ad un ritratto
Laghi
Pasqua
Il tulipano
O nothung! nothung!
Ne la notte dei morti
Il garofano
Natale
 

ODORI SBIADITI

Su la tomba di Shelley
Piazza di Spagna
  I.
  II.
Sul Palatino
La fontana
Siringa fioca
La statua
Amore spirituale
Amore libidinoso
Le rondini
  I.
  II.
Villa chiusa
 

 
 
II. VAS LUXURIE


Magdalena
Giuditta
  I.
  II.
Frine
Crise
Taide
Laide
  I. Desiderio
  II. Alcova
  III. Delirio
  IV. Bacio di libidine
  V. Sazietà
Cleopatra
  I. Maga
  II. Il mio ventre
  III. La mia vulva
  IV. Nel bagno
  V. Spasimo
Fame di carne
  I.
  II.
Lucrezia Borgia
  I.
  II.
  III.
 
 
 
III. FIORETTI FRANCESCANI  


Chiesetta deserta
  I. Mandorli in fiore
  II. Abbandono
In un tempietto
  I. Crepuscolo di morte
  II. Gigli votivi
Tabernacolo
Sobborgo religioso
  I. Delizie sconosciute
  II. Armadi sacri
Sogno d'una notte d'inverno
  La suora morta
San Giorgio
Nel chiostro del Laterano
  I. Imagine
  II. Crepuscolo nel chiostro
 
 
 
IV. IL PIVIALE DE L'AUTUNNO 


Giardini morti
Verziere
Statue immemori
Gruppo
Le vasche
L'urna di Pane
Rassegnazione angosciosa
Allali
Serre
I cigni
Le ninfee
I paoni
Le agavi
Crepuscolo
Nel bosco
Sarcofago
Autunno
Disfatta
Giardini chiusi
  I.
  II.
 

VER TRISTE

Ai vili
Esortazione
Sole di marzo
Sul Pincio
I registri del verde
 
 
 
V. ORTO DI DEVOZIONE


NOVENA 

Incoronazione
Altare privilegiato
Offertorio
Graal
Cereo pasquale
Prerafaelitica
Paramenti e simboli
Rosa mystica
Filotea
Pietra
Crisoprassi d'amore
Profumi allegorici
Lilium comdidium
Invocazione.
 


Antologie: "La poesia femminile del '900"

Come ammette subito Gaetano Salveti, nella sua introduzione al libro "La poesia femminile del '900", Edizioni del Sestante, Padova 1964:

«Una antologia della poesia femminile è senza dubbio un non-senso, una erronea interpretazione non solo del valore della poesia, ma della stessa natura umana»

Ciononostante oltre a questa curata da Salveti, esiste anche un'altra antologia dedicata alla poesia femminile italiana del XX secolo, tra l'altro piuttosto nota: "Poetesse del Novecento", All'Insegna del Pesce d'Oro, Milano 1951. Questo sta a dimostrare che, malgrado l'evidente mancanza di significato, più di qualcuno ha ceduto alla tentazione di selezionare alcuni tra i versi migliori scritti solo e soltanto da chi fosse o fosse stata di sesso femminile.
Salveti presenta un repertorio piuttosto ampio: da Vittoria Aganoor Pompilj (scrittrice che, pur pubblicando i suoi versi nei primissimi anni del Novecento, possiede peculiarità inseribili maggiormente nel fare poetico del secolo precedente) a Simonetta Pento, che nell'anno in cui uscì il libro frequentava ancora le scuole elementari. Tra i due estremi si trovano nomi noti (Luisa Giaconi, Ada Negri, Sibilla Aleramo, Amalia Guglielminetti, Antonia Pozzi, Daria Menicanti, Margherita Guidacci, Elena Clementelli, Maria Luisa Spaziani, Alda Merini), nomi meno noti (Lina Galli, Gilda Musa, Elena Bono, Cristina Campo, Donata Doni, Anna Malfaiera) e nomi quasi o del tutto sconosciuti. In qualche modo sorprendono alcune esclusioni, in particolare di poetesse come Luisa Anzoletti, Teresah e Angelina Lanza, le quali, come d'altronde la Aganoor e la Negri, ebbero fama e meriti proprio allo sbocciare del Novecento; ingiustificata mi sembra anche l'assenza di Barbara Maria Tosatti che, nell'ambito della poesia religiosa del XX secolo, ebbe una certa considerazione. Ecco infine l'elenco (in ordine alfabetico) delle poetesse presenti nell'antologia:



Regina Agnesini, Sibilla Aleramo, Simonetta Bardi, Rosanna Bettarini, Elena Bono, Emma Calabria, Cristina Campo, Valeria Carli, Liana Catri, Agata Italia Cecchini, Elena Clementelli, Maria Teresa Cristofano, Ketty Daneo, Vittoria Dauni, Gina Bonenti Mira D'Ercole, Elsa De Giorgi, Liana De Luca, Donata Doni, Dianella Selvatico Estense, Lina Galli, Luisa Giaconi, Renata Giambene, Amalia Guglielminetti, Margherita Guidacci, Gioia Jelenkovich, Anna Malfaiera, Lucia Marcucci, Maria Teresa Messori Roncaglia Mari, Irene Marusso, Paola Masino, Irene Reitano Mauceri, Daria Menicanti, Alda Merini, Gilda Musa, Ada Negri, Annarosa Panaccione, Simonetta Pento, Bona Percacini, Vittoria Aganoor Pompilj, Giuliana Poppi Vagaggini, Antonia Pozzi, Mariagloria Sears, Amelia Siliotti, Maria Luisa Spaziani, Else Lugli Totti, Ain Maria Zara Magno.



domenica 19 agosto 2012

Compianto per Garcia Lorca

19 agosto 1936: in una casa presso Granada, in Spagna, il poeta Federico Garcia Lorca è prelevato di forza da alcuni militanti del movimento politico CEDA e condotto a Viznar. Qui, nei pressi di una fontana che è conosciuta da tutti come "La Fontana delle Lacrime", il povero e incolpevole poeta spagnolo viene barbaramente fucilato e poi gettato in una tomba senza nome nelle vicinanze di Granada.
Molto è stato scritto e detto sulla morte di Garcia Lorca, ma io voglio riportare soltanto una bellissima poesia di Raffaele Carrieri (1905-1984), scrittore che visse come un bohemien sostando, tra gli altri paesi, anche in Spagna, dove entrò in contatto con famosi poeti iberici. Questo "Compianto per Garcia Lorca" è una delle cose migliori mai scritte sulla scomparsa del grande poeta andaluso.
 
 

 
COMPIANTO PER GARCIA LORCA

Al muro, il poeta al muro
Dicevano i giornali,
Lorca fucilato al muro.
Per telegrafo un muro
È uguale a un altro muro.
Gli angeli non hanno pianto
Non hanno rivolto domande
Perché in paradiso è proibito.
Hanno guardato il muro
Hanno guardato il sangue
Come si guarda una rosa
Sopra un muro di calce.
Hai colto la rosa
E ti sei messo a giuocare:
Era come alla fiera di Cordova
Era come alla corrida,
Era come alla porta del sole
Il giorno di Sant’Isidoro.
Era bello vedere gli angeli
Incantati di te, Garcia.
Erano stati ragazzi a Siviglia
E ti apprezzavano.
All’improvviso furono tristi,
La rosa era più bianca
E tu più fioco.
Erano stati ragazzi a Siviglia
E sapevano che un muro
È diverso da un altro muro.
In cielo te lo sei portato
Perché ce ne fosse uno meno.
Gli altri portano cavalli,
Portano cigni e colombe:
Tu, Garcia, un muro
Un muro che non si scavalca.
Lasciate che gli angeli piangano.

( da "Souvenir caporal" di Raffaele Carrieri )

venerdì 17 agosto 2012

Poeti dimenticati: Romolo Quaglino

Romolo Quaglino (Milano 1871 - ivi 1938) fu, oltre che poeta e prosatore, avvocato e uomo politico di idee socialiste. Di famiglia agiata e colta, dopo aver frequentato il liceo nella sua città di nascita, si laureò a Pavia nel 1892 insieme all'amico d'infanzia Gian Pietro Lucini. Fu uno dei primi poeti simbolisti in Italia, entrando a far parte, col sodale Lucini e con altri scrittori generalmente di origine lombarda, di un cenacolo poetico che introdusse e fece conoscere qui da noi la corrente letteraria più in voga in Europa: il simbolismo.
 
 
 
Opere poetiche
"I Modi. Anime e Simboli", Galli di Chiesa, Milano 1896.
"Fior' brumali", Sonzogno, Milano 1897.
"Dialoghi d'Esteta", Treves, Milano 1899.
"Cibele Madre", Sandron, Milano 1903.
"Filotette", Sandron, Milano 1905.
"I sonetti a Clelia", Sandron, Milano-Palermo 1911.
"Echi ed ombre", Sandron, Milano 1920.
"Poesie", Ospedale Maggiore di Milano, Milano 1939.
 
 
 
Presenze in antologie
"Poeti simbolisti e liberty in Italia", a cura di Glauco Viazzi e Vanni Scheiwiller, Scheiwiller, Milano 1967-1972 (vol. I, pp. 148-154; vol. II, pp. 194-202; vol. III, pp. 191-204).
"Dal simbolismo al déco", a cura di Glauco Viazzi, Einaudi, Torino 1981 (Tomo I, pp. 63-73).
 
 
 
Testi
FIOR D'ANIMA

Misterioso il fior de l'anima
assurto al bacio di linfa pallida,
co' petali bianchi profuma
il deserto de la coscienza.

Simili a rettili, salgono l'edere,
salgon le rose, i lilla salgono,
te, fiore de l'anima cinge
il deserto de la coscienza.

Han le tue rame verdezze tenui
e ne la coppa bianca di gloria,
risplende, mirabile fuoco,
lascivo al sole il polline d'oro.

O tu de l'anima, o tu de l'aere
coppa maliarda, come un sen giovane,
com'arco di giovani braccia
ne la selva di capelli d'oro.

(Da "Fior' brumali")

giovedì 16 agosto 2012

I canti nella poesia italiana decadente e simbolista

Il canto è un argomento molto frequente nelle poesie dei decadenti e dei simbolisti, e può assumere vari significati; molto spesso i canti posseggono una sorta di incanto fascinatorio, molto simile a quello causato dalle mitiche Sirene; a questo proposito vi sono poesie (come "La Sirena" di Giovanni Pascoli e, più marcatamente, "Il canto delle sirene" di Tito Marrone) che si rifanno chiaramente a tali simboli. Anche il mistero, una volta di più, caratterizza in molti casi i canti, così come una intensa spiritualità. Ricorrenti sono pure i canti degli uccelli, tra i quali è l'usignolo a farla da padrone.
Passando ad una sommaria descrizione di alcune poesie, Antonino Anile in "Il canto dell'usignuolo" descrive la divina melodia del canto di questo uccello durante la notte, capace di creare una situazione incantata e estasiata che coinvolge tutti gli esseri della natura circostante.
Alfredo Catapano esterna la sua grande meraviglia nello scoprire che l'artefice di un canto meraviglioso non è altri che un uomo anziano e si chiede se il suo inno sia ispirato dalla imminente morte o dalla vita già vissuta.
Giovanni Alfredo Cesareo in un mite tramonto primaverile rimane ammaliato ascoltando un malinconico canto che sembra arrivare da un'anima vissuta in un tempo lontano. Sempre il Cesareo in un'altra poesia parla del canto di un gallo che gli impedisce di dormire e gli trasmette pensieri funebri; lo stesso canto in Govoni suscita ansie e preoccupazioni esistenziali.
Gabriele D'Annunzio racconta di un "canto solenne" ascoltato all'interno della basilica di San Pietro che "al mondo rivela un divino dolore". Pregna di un misticismo che però non ha nulla a che vedere col cristianesimo è "I cantori" di Giuseppe Lipparini.
I versi di Francesco Gaeta narrano di una terribile tempesta e del pauroso canto che ne scaturisce arcanamente.
Un'atmosfera incantata è di nuovo presente in uno dei "Notturni" di Adolfo De Bosis, dove, una volta di più, sono gli usignoli col loro canto a creare una sorta di paradiso terrestre.
Una figura femminile piena di aspetti arcani e ricca di grazia divina è la protagonista sei versi di Luisa Giaconi: "Ella", come la definisce la poetessa, intona un "antico e lento poema suo", e, mentre alcuni uomini la ascoltano in silenzio, Ella passa e si avvia verso i "suoi templi lontanissimi d'oro". Parlando poi di una poesia di Giuseppe Lipparini, anche Kate, come Ella, cammina cantando e si caratterizza per il profondo mistero della sua figura e del suo canto. È sempre una donna ad ammaliare con una melodiosa voce il poeta Cosimo Giorgieri Contri, che la ferma e le parla rimanendo poi ipnotizzato dai suoi occhi.
Giribaldi sente il canto dell'usignolo che arriva dalle sbarre della sua cella e che lo aiuta a sopprtare la disperazione causata dalla mancanza di libertà. Di nuovo un uccello, il chiurlo, cantando sommuove nella mente di Angiolo Orvieto sensazioni che gli fanno pensare ad una voce lontana in cerca, col suo straziante canto, di una speranza ormai inutile.
Arturo Graf si commuove ascoltando una voce enigmatica che, in una notte stellata, intona una famosa aria di Vincenzo Bellini: "Casta Diva"; mentre Corrado Govoni si chiede donde venga una misteriosissima canzone portata dal vento. Simile a quella del Graf è una poesia di Pompeo Bettini in cui un dolcissimo canto di donna conduce il poeta alla meditazione e alla malinconia.
Nell'ambito della poesia crepuscolare si trovano elementi contrastanti: Guelfo Civinini è sollecitato da una sconosciuta interlocutrice a cantargli qualcosa, e lui allora pensa ad una vecchia romanza dimenticata da tutti, che gli possa ricordare un passato gioioso ormai perso del tutto; Corrado Govoni consiglia ad una piccola canzonettista di smettere il suo canto, ché secondo lui suscita soltanto tristezza e malinconia; Tito Marrone canta alla donna amata una serenata triste, poiché la sua voce è malata e la sua anima è morta; infine Fausto Maria Martini durante un pomeriggio trascorso in casa sente il suono di un pianoforte che gli fa tornare in mente i momenti in cui la sua donna, ora lontana, suonava lo strumento a corda e cantava delle canzonette; a ciò pensando decide di mandargli un messaggio in cui gli chiede di ritornare per cantargli la canzonetta della sua morte.
 
 
 
Poesie sull'argomento
Antonino Anile: "Il canto dell'usignuolo" in "Poesie" (1921).
Pompeo Bettini: "Una dolcissima bocca" in «Cronaca moderna», febbraio 1895.
Alfredo Catapano: "Per un vecchio che canta" in "Dai Canti" (1929).
Giovanni Alfredo Cesareo: "Sfuma ranciato il vespero sul mare" in "Le consolatrici" (1905).
Giovanni Alfredo Cesareo: "Canto di galli" in "I canti di Pan" (1920).
Guelfo Civinini: "Una romanza dimenticata" in "I sentieri e le nuvole" (1911).
Guglielmo Felice Damiani: "Serenata" in "Lira spezzata" (1912).
Gabriele D'Annunzio: "In San Pietro" in "Elegie romane" (1892).
Adolfo De Bosis: "Cantano rosignoli entro laureti" in "Amori ac Silentio e Le rime sparse" (1914).
Federico De Maria: "La Canzone dell'Usignuolo" in "Voci" (1903).
Marcus De Rubris: "Ó sentito più volte una canzone" in "Anima nova" (1906).
Francesco Gaeta: "La tempesta" in "Sonetti voluttuosi e altre poesie" (1906).
Diego Garoglio: "L'usignolo" e "Canto e pianoforte" in "Sul bel fiume d'Arno" (1912).
Luisa Giaconi: "Armonia" in "Tebaide" (1909).
Giulio Gianelli: "Pianto d'amore" in «Il Momento Illustrato», agosto 1906.
Cosimo Giorgieri Contri: "Marina di Versilia" in "La donna del velo" (1905).
Alessandro Giribaldi: "Ad un piccolo cantore" in "Canti del prigioniero e altre liriche" (1940).
Corrado Govoni "Il canto del gallo" e "Canzone al vento" in "Gli aborti" (1907).
Corrado Govoni: "Ad una piccola canzonettista" in "Poesie elettriche" (1911).
Arturo Graf: "Casta Diva" in "Le Rime della Selva" (1906).
Marco Lessona: "Il canto delle stelle" in "Ritmi" (1902).
Giuseppe Lipparini: "Kate" e "I cantori" in "Le foglie dell'alloro. Poesie (1898-1913)" (1916).
Olindo Malagodi: "Un canto del mistero" in "Poesie vecchie e nuove (1890-1915)" (1928).
Tito Marrone: "Il canto delle sirene" e "Serenata nuziale" in "Cesellature" (1899).
Tito Marrone: "Una palida luce" in "Le rime del commiato" (1901).
Fausto Maria Martini: "La canzonetta" in "Panem nostrum" (1907).
Fausto Maria Martini: "Elegia del «caffè concerto»" in "Poesie provinciali" (1910).
Angiolo Orvieto: "Chiurlòdo" in "La Sposa Mistica. Il Velo di Maya" (1898).
Enrico Panzacchi: "Terribil sirena invernale" in "Poesie" (1908).
Giovanni Pascoli: "La Sirena" in "Myricae" (1900).
Francesco Pastonchi: "Canto di mendicante" in "I versetti" (1930).
Romolo Quaglino: "Le schiave" in "Dialoghi d'Esteta" (1899).
Fausto Salvatori, "Alita il vento ed è la prima sera" in "In ombra d'amore" (1929).
Carlo Vallini: "Regnando il mezzodì sotto la cava" in "La rinunzia" (1907).
 
 
 
Testi
TERRIBIL SIRENA INVERNALE
di Enrico Panzacchi

Par dentro alla neve, tra gli alberi,
la piccola casa sepolta.
Tu canti ; e non sai nella tenebra
chi fuori, pensoso, t'ascolta;

t'ascolta cantare, cantare
in mesti volubili metri.
Rosseggian riflesse nei vetri
le fiamme del tuo focolare.

Ho freddo. Nei sensi, nell'anima
mi filtra un affanno mortale.
Tu evochi le care memorie,
terribil sirena invernale!

Danno echi d'angoscia e di pianti
gli avori del tuo pianoforte;
un tetro pensiero di morte
esala ne' dolci tuoi canti.

(Da "Poesie")

mercoledì 15 agosto 2012

All lost

Ma sono allegro. Allegro
come chi non ha più titubanza.
Come lo fu «il povero negro»
nel Kentucky, in piena disperanza.



Questa breve poesia di Giorgio Caproni (1912-1990) fa parte della raccolta "Il conte di Kevenhuller" (1986) ed è rappresentativa del suo secondo periodo poetico contraddistinto da una frequente essenzialità e da un pessimismo che spesso si manifesta con una sentenza sarcastica. Qui ad esempio il titolo in inglese già spiega molto ("Tutto perso" in italiano) e la parola iniziale della poesia, quel "Ma", si riferisce esattamente al titolo ed evidenzia che, malgrado la perdita totale non ben definita, il poeta ha mantenuto l'allegria, allegria di chi non ha più preoccupazioni (titubanza) esattamente come il povero (negro) che non ha più nulla da temere né da sperare dalla vita.

Da "Buffonate, Satire e Fantasie" di Giovanni Papini

Questa mia repugnanza per qualunque azione, per minima che sia, mi strozza ogni piacere, mi serra ogni strada. Ho incontrato donne che mi piacevano, ragazze che avrei potuto far mie — amanti possibili di un giorno o di un anno, mogli eventuali di tutta la vita. Ma v'immaginate voi ch'io potessi fare quel che si chiama la corte; quei primi approcci, tentativi ed assalti che son necessari per impadronirsi di un individuo del sesso avverso? Chi mi avrebbe dato la voglia e il coraggio di scriver le famose lettere, di lavorare cogli occhi, colle mani, coi piedi, di passar le ore sotto una finestra; di mandare i fiori, i regalucci, gli espressi, le ambasciate e tutte le altre diavolerie amorose così seccanti eppur tanto necessarie?
Accompagnare una donna a far passeggiate, a teatro, a casa; doverla tentare, assalire.... Ahimè! Non son capace. Piuttosto ne faccio a meno. Rinunzio all'amore e a tutte le belle del mondo. Se venissero da sé, senza dichiarazioni, senza preparativi, senza lotte — spontaneamente, semplicemente — allora non avrei nulla in contrario. Ma questa parte di cacciatore inquieto e sudato, questo lavorìo complesso e infinito di seduzione e di conversazione, mi spaventa — e più che altro mi spaventa per le piccole noie, per i meschini imbarazzi, per le ridicole attese e finzioni, non per il resto.
Mi succede lo stesso anche in altre faccende della vita. Io sento d'avere in me, per esempio, la possibilità  di scrivere qualcosa che non sarebbe una nauseabonda rifrittura di roba già detta. Vedo il mondo a modo mio, ho una personalità che non mi sembra comune; mi vengono in testa, a volte, pensieri non del tutto imbecilli. Ma indietreggio subito davanti alla tentazione di essere un uomo stampato quando intravedo la necessità di dover comprare l'inchiostro, la penna, la carta, eppoi, quel ch'è peggio, di dover inzuppare la penna in quell'inchiostro chissà quante volte e di dover ricoprire, quella carta, io, colla mia mano, di migliaia e migliaia di lettere. Non è possibile. E rimango un uomo oscuro, senza speranza di gloria.
Per le stesse ridicole ragioni ogni forma di gioia mi è impedita. Avrei abbastanza denari per viaggiare ma son fermato dall'impossibilità fisica di compulsare un orario, di andare alla stazione all'ora precisa, di scegliere un albergo, di chieder da mangiare. Non vado alle esposizioni per non dover discutere cogli amici; non entro mai in un teatro per non dover comprare il biglietto ; non frequento le biblioteche per non aver da scrivere schede. Sto in una casa fredda, scomoda, senza luce, eppure tremo all'idea di andare in un migliore appartamento, tanto mi atterrisce la visione infernale dello sgombero, della roba sui carri, delle trattative, dei nuovi accomodamenti. Per fortuna non ho dovuto fare il soldato altrimenti mi avrebbero fucilato il giorno dopo. Piuttosto che muovere una foglia o scansarmi da un posto mi lascerei cascare il mondo addosso. Neppur la vicinanza della morte mi scuote. Son l'eroe dell'apatia.
Apatia ? Non credo, non mi pare. Io sono appassionato per un'infinità di cose. L'ho già detto: tutto mi attira. Ma non vorrei far nulla per andare verso ciò che mi piace; vorrei che tutto fosse attirato da me, sì da poterlo godere senza passare per la triste dogana dello sforzo.


(Da "Buffonate, Satire e Fantasie" di Giovanni Papini, Libreria della Voce, Firenze 1914, pp. 69-71)

lunedì 13 agosto 2012

Poeti dimenticati: Emilio De Marchi

Emilio De Marchi (Milano 1851 - ivi 1901) compì nella città natale i suoi studi fino alla laurea in lettere; in seguito cominciò a insegnare nei licei, fino a quando, nel 1890, conseguì la libera docenza in stilistica; tale materia insegnò per sei anni all'Accademia scientifico-letteraria. Il De Marchi è ancora oggi piuttosto famoso per i suoi romanzi che raccontano le vicende di tutti i giorni della piccola borghesia cittadina (Demetrio Pianelli, 1890; Giacomo l'idealista, 1897); lo è certamente di meno per le sue poesie in cui si evidenzia un tono colloquiale e una frequente vena ironica.
 
 
Opere poetiche

"Poesie", Treves, Milano 1875.
"Sonetti", Bortolotti, Milano 1877.
"Vecchie cadenze e nuove", Agnelli, Milano 1899.
 
 
Presenze in antologie

"I Poeti Italiani del secolo XIX", a cura di Raffaello Barbiera, Treves, Milano 1913 (pp. 1259-1261).
"Poeti minori del secondo Ottocento italiano", a cura di Angelo Romanò, Guanda, Bologna 1955 (pp. 289-294)
"I poeti minori dell'Ottocento", a cura di Ettore Janni, Rizzoli, Milano 1955-1958 (vol. IV, pp. 296-301).
"Poeti minori dell'Ottocento italiano", a cura di Ferruccio Ulivi, Vallardi, Milano 1963 (pp.601-604).
 
 
 
Testi
DOPO LA PIOGGIA


Fra i corni della Grigna apresi e pare
Una scena di mare umido il ciel:
E l'aria vaporosa
Come sul corpo di novella sposa
Cinge alla vetta rugiadosa un vel.


Scendon le nubi che trasporta il vento,
Lasciando un lento strascico regal
Che s'imporpora al sole:
Si screzia nel color delle viole
Il trasparente lembo boreal.


Dentro le valli a corsa si allontana
E si rintana il carro aspro dei tuon.
Qui salta ilare il fonte
Che fa la barba bianca al vecchio monte,
Empiendo il sasso d'un pazzo frastuon.


O ristorati dall'iniquo caldo,
O di smeraldo prati, o vigne, o bel
Poggio di folti ulivi,
Alfin vi vedo morbidi e giulivi
Della frescura che a voi diede il ciel.


Io no, che sempre sitibondo e roco,
Dall'alto invoco un refrigerio al cor;
Ma per mutar di vento,
Raccolto appena il desiderio, sento
Che torna in polve il desiderio ancor.

(Da "Vecchie cadenze e nuove")


domenica 12 agosto 2012

Le campane nella poesia italiana decadente e simbolista

Le campane sono, principalmente, il simbolo della cristianità e il loro suono è la voce di Dio che unisce cielo e terra. Molto spesso i poeti decadenti e simbolisti parlando di campane avevano come riferimento la religione cristiana, ma a volte non era così. Ci sono infatti alcuni casi in cui la campana diviene il simbolo di un passato glorioso ormai irripetibile, altre volte assume valore di ricordo affettivo, altre ancora di ammonimento, di dolore o di morte. Il suono delle campane ha attratto questi scrittori come molti altri di tutte le epoche poiché possiede un fascino mistico e magico, malinconico e favoloso; per tal motivo sono molti i versi che insigni poeti, da Pascoli a Corazzini, da Graf a Buzzi, hanno dedicato loro.
 
 

Poesie sull'argomento
Alfredo Baccelli: "La campana invisibile" in "Poesie" (1929).
Sandro Baganzani: "Campane di sera" in "Senzanome" (1924).
Ugo Betti: "Le campane" in "Il Re pensieroso" (1922).
Ettore Botteghi: "Mattutino" in "Poesie" (1902).
Paolo Buzzi: "Le campane" in "Aeroplani" (1909).
Giovanni Camerana: "È la festa doman della Madonna" in "Poesie" (1968).
Giovanni Alfredo Cesareo: "Campana a sera" in "Le consolatrici" (1905).
Giovanni Alfredo Cesareo: "Oscura una campana" in "I canti di Pan" (1920).
Sergio Corazzini: "Campana" in «Marforio», febbraio 1903.
Sergio Corazzini: "La campana" in "Marforio", giugno 1903.
Guglielmo Felice Damiani: "Campane" in "Lira spezzata" (1912).
Federico De Maria: "Campane" (I e II) in "Voci" (1903).
Ugo Ghiron: "Campana a stormo" in "Poesie (1908-1930)" (1932).
Luisa Giaconi: "Suoni di campane" in "Tebaide" (1912).
Alessandro Giribaldi: "Rintocchi" in "Canti del prigioniero e altre liriche" (1940).
Corrado Govoni: "O campane argentine" in "Armonia in grigio et in silenzio" (1903).
Corrado Govoni "Le campane" in "Gli aborti" (1907).
Arturo Graf: "La campana" in "Medusa" (1890).
Arturo Graf: "Ultima campana" in "Le Danaidi" (1897).
Tito Marrone: "Le campane" in "Liriche" (1904).
Pietro Mastri: "Ai piedi del campanile di Giotto" in "La fronda oscillante" (1923).
Nino Oxilia: "Un tocco di campana" in "Canti brevi" (1909).
Giovanni Pascoli: "Alba festiva" in "Myricae" (1900).
Francesco Pastonchi: "Ave Maria" in "Sul limite dell'ombra" (1905).
Giulio Salvadori: "Vespere jam facto" in «Domenica letteraria», febbraio 1884.
Fausto Salvatori: "Santa Francesca Romana" in "La Terra promessa" (1907).
Alessandro Varaldo: "Non più ricordi. Tutta la riviera" in "Marine liguri" (1898).
Mario Venditti, "Dies festus" in "Il terzetto" (1911).
Mario Venditti, "La campana che ammonisce" in "Il cuore al trapezio" (1921).
 
 
 
Testi

AVE MARIA
di Francesco Pastonchi

Le squille dell'Ave Maria
Ondeggiano in grembo alla sera.
Sia pace a colui che desia,
Sia pace a colui che dispera!

È l'ora in cui giunge il pensiero
A plaghe nel sogno intraviste:
S'umilia dinnanzi al mistero
La gloria di mille conquiste.

È l'ora che il vinto si adagia,
Si affonda in un torpido stagno
E invoca la Morte randagia
Che venga a troncare il suo lagno.

È l'ora in cui torna in cammino
Il povero che s'è sfamato,
Guardando il fulgor vespertino
Dall'orlo di un roco fossato.

Le squille dell'Ave Maria
Si spengono in grembo alla sera...
Sia pace a colui che s'avvia
Incontro alla notte sua, nera.

(Da "Sul limite dell'ombra")
 
 
 
 
LA CAMPANA CHE AMMONISCE
di Mario Venditti

Suona la seconda volta
e suonerà poi la terza
questa campana che sferza
l'anima di chi la ascolta.

Se l'eco tale non fosse,
parrebbe un giorno d'aprile:
ha un che di primaverile
la vitalba a foglie rosse;

e il sole ha troppi diademi
perché dian perle i nostri occhi;
e innanzi ai nostri ginocchi
sembran rose i crisantemi.

Ma forse tale è la squilla
proprio per questo: diversa
sarebbe ad aria non tersa
e a vitalba non vermiglia.

(Da "Il cuore al trapezio")

mercoledì 8 agosto 2012

Poeti dimenticati: Alessandro Benedetti

Nel caso di Alessandro Benedetti, più che di un poeta dimenticato, si può parlare di "un poeta mai considerato", visto che pubblicò soltanto poche poesie su alcune riviste d'inizio Novecento per poi abbandonare definitivamente la letteratura. Andando a cercare qualche notizia della sua vita, si scopre che fece parte del cenacolo romano di poeti vicini a Sergio Corazzini, tant'è vero che quest'ultimo dedicò più di una poesia al Benedetti. È poi citato da Nino Tripodi nella prefazione alla sua antologia "I crepuscolari" del 1966 quale precursore della poesia crepuscolare. I suoi versi in effetti molto ricalcano le tendenze care sia a Corazzini che ai poeti crepuscolari e decadenti, lo attestano le presenze assidue di parchi in disfacimento, primavere languide e conseguenti atmosfere malinconiche.
 
 


Presenze in antologie

"Neoidealismo e rinascenza latina tra Ottocento e Novecento", a cura di Angela Ida Villa, LED, Milano 1999 (pp. 579-584).
 
 

Testi
 
IL PARCO

Amica dolce, è così triste il parco
or che l'Autunno pianse tutti i pianti,
e un po' di mare sotto i tuoi stellanti
occhi fiorì languidamente in arco.

Amica piangi: sovra il noto varco
i nostri sogni che ben sai cotanti
ingroppano le nubi galoppanti,
e nostro andare è d'ogni pena carco.

Vedi: gli alberi tendono le braccia,
contorte sì come groppo di bisce,
e via pe' cieli giostran le chimere

folli, avide del vento alla minaccia,
sorridendo agli ontani che intristisce,
un tenero desìo di Primavere.

(Dal "Giornale d'Arte", 18 giugno 1904)

martedì 7 agosto 2012

Da "Feria d'agosto" di Cesare Pavese

Nessun bambino ha coscienza di vivere in un mondo mitico. Ciò s’accompagna all’altro noto fatto che nessun bambino sa nulla del «paradiso infantile» a cui a suo tempo l’uomo s’accorgerà d’esser vissuto. La ragione è che negli anni mitici il bambino ha assai di meglio da fare che dare un nome al suo stato. Gli tocca vivere questo stato e conoscere il mondo. Ora, da bambini il mondo si impara a conoscerlo non - come parrebbe - con immediato e originario contatto alle cose, ma attraverso i segni di queste: parole, vignette, racconti. Se si risale un qualunque momento di commozione estatica davanti a qualcosa del mondo, si trova che ci commoviamo perché ci siamo già commossi; e ci siamo già commossi perché un giorno qualcosa ci apparve trasfigurato, staccato dal resto, per una parola, una favola, una fantasia che vi si riferiva e lo conteneva. Al bambino questo segno si fa simbolo, perché naturalmente a quel tempo la fantasia gli giunge come realtà, come conoscenza oggettiva e non come invenzione.

(Da "Feria d'agosto" di Cesare Pavese, Einaudi, Torino 2011, p. 152)