domenica 16 dicembre 2018

Il presepe in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo


Come ho già detto in un post che ho pubblicato appena ieri in un altro blog, ribadisco l'estrema importanza del presepe nella festa del Natale; esso, simboleggia in modo incomparabile la nascita di Gesù, ed è il solo oggetto - o meglio, il solo compendio di oggetti - che possa rappresentare la festa cristiana più famosa del mondo. Qui ho scelto dieci poesie di autori italiani, cercandole tra quelle meno note, presenti nei volumi di versi e nelle riviste del secolo passato; molte di esse sono sconosciute e quasi introvabili. Mi sembrava giusto e opportuno fissare l'attenzione solo e soltanto sul presepe e quindi sul versante religioso del Natale (che è anche l'unico versante plausibile), in tempi in cui la celebrazione è divenuta qualcosa che non ha nulla a che vedere con l'evento della Natività di Gesù, né c'è alcuna speranza che possa mutare. Buona lettura e buon Natale.



IL PRESEPIO DI GRECCIO
di Graziella Ajmone (1912-1993)

Salgono i frati, vien dalla vallata
la buona gente nella notte fonda.
Fiaccole e lumi segnano i sentieri
e l'aria è immota sotto lo stellato.
Culla la valle suono di campane.
Lieve è il cammino; vanno i passeggeri
recando ognuno un cuore di bambino
colmo d'attesa; van come i pastori
verso il Presepio e intorno è tanta pace.

Ecco la grotta, ecco sospesa,
brilla la stella! Gli occhi desiosi
guardan la greppia, il bue e l'asinello,
guardan l'Altare; poi ciascuno sogna
il sogno di Francesco poverello.
Ma il Santo vede: vede il Dio Bambino
piccolo e bianco nella mangiatoia.
Si china; ascolta il tenero vagito,
gli fa cuna d'amore tra le braccia
sopra il suo saio povero e sdrucito
e il cuor divino batte sul suo cuore.

Angeli scendon lungo vie di stelle;
un cielo d'indicibile splendore
s'incurva sul presepe; a tratti sale
un dondolio lontano di campane.
Vive ciascuno il sogno di Natale.

(da "Mattutino", Arti Grafiche E. Calamandrei & C., Milano 1940)




IL MIO PRESEPE
di Giovanni Boffa (1922-2002)

Il mio presepe lo vorrei non vasto:
pochi pastori nella grotta accanto
alla Coppia Mirabile e i Magi
confusi tra la gente che s'affretta.
Su sfondo immateriale ampio librarsi
di luce nello spazio dilatato
al Vagito di pace che la Terra
tutta celeste in un'abbraccio avvolge.

(da "Poesie", Arti Grafiche C. Mori, Firenze 1985)




PRESEPIO RADIOFONICO
di Paolo Buzzi (1874-1956)

                                    4 gennaio
La pace è con noi.
La mia casa è tranquilla. Le mie donne orano
con la mistica luce del Presepio in volto.
L'hai tu, un Presepio? Con dei piccoli astri
che bucano l'azzurro fondo alto del cielo?
E l'aroma dei lauri
che t'esalta le tempie come nella Poesia?
Ed il piccolo mondo dei pastori
che offre alla Capanna le pecorelle e i cuori?
L'hai? Questo io chiedo
a un bimbo del secolo elettrico,
più somigliante un diavolo che un angelo.
Né, risposta m'importa.
Con la fronte alla scena di Sogno ed alle imagini,
apro il rubinetto della radio:
e bevo una melodia orientale di Saint Säens.

(da "Poesie scelte", Ceschina, Milano 1961)




25 DICEMBRE
di Marcello Camilucci (1910-2000)

Al presepe, ogni anno, manca il personaggio.
Lo sanno tutti i presenti, anche la stella...
Quel vuoto non sai proprio come colmarlo
e allora, umiliato, dopo aver atteso il freddo,
all'ultimo rintocco della mezzanotte, ti stendi
su la paglia, fra l'asino e il bue, quieto.

(da "Calendario perpetuo del poeta", Giardini Editori e Stampatori in Pisa, 1990)




PRESEPE
di Francesco Carchedi (1909-1987)

Voglio fare un presepe.
Qui c'è la montagna
coperta di neve
e sopra il colle
c'è il mio paese,
c'è la mia mamma
che non ha sonno.
Sotto c'è il mare
che mai non dorme.
Nella pianura c'è la città.

1941

(da "Sono sotto le stelle", Edizioni di «Dialoghi», Roma 1963)




NATALE
di Giuseppe Casalinuovo (1885-1942)

Ancora (ed ogni anno sempre implacabile,
sempre di più come ogni cosa tenera,
anch'esso la ruota del tempo,
o mio cor che ricordi, consuma),

ancora il Natale le care a Virgilio
nelle giornate di Dicembre gelide,
discese dai candidi monti,
cornamuse soavi ci apporta.

A coppie i velluti pastori musici,
per le vie strette che d'aranci odorano,
da uno a un altro abituro,
come chi ha fretta d'andare, vanno;

e presso ai rifatti di creta piccoli
rudi presépi che ancor Cristo attendono,
ripetono sempre la stessa
invariabile loro melòde.

Oh come nel cuore dolci ritornano
cose già vanite nella memoria,
e oh come il mio cuore profondo
con infantile palpito esulta!

Esulta ed ancora rivede il rustico
presépe tutto costrutto di sughero,
e tenera attorno la Mamma
e i fratelli e le dolci sorelle.

Pur anco allora l'istessa suonavano
melòde le cornamuse, e simili
altri per la vita presépi
dolcemente, ben fido, sognavo.

E pur ancor li risogno, se flebile
lor nenia mistica ritorna all'anima,
e vedo tornare sul mondo
la grande stella di Betlemme.

Pace! sia pace! E tu, stella, gli uomini,
che l'aspra vita sempre più dilacera,
con il tuo purissimo lume
all'amore di Cristo radduca!

(da "Giornata breve. Poesie", Laterza, Bari 1981)




PRESEPE
di Idilio Dell'Era (1904-1988)

Madre, scuriva su la nostra cena
e per noi non c'era,
al vecchio trave sospesa,
che la lucerna dei poveri,
come un lume di chiesa.
Filtrava, dal pavimento,
un tepore di stalla, in quel tepore
un digrumare lento
e acciambellato ai nostri piedi il cane:
candido presepe
delle notti lontane!

(da "Cielo di sera", IPL, Milano 1983)




LE LAMPADINE DEL PRESEPE
di Ugo Fleres (1857-1939)

O dolce festa di Natale, cara
più d'ogni altra al fanciullo,
per il qual pur s'alternano
meno avare le feste e men fugaci;
sì che, scorsa l'età fresca, egli sente,
non più fanciullo, sente
ancor qualcosa del primier fulgore
nei dì che un tempo
schiavi non gli rendea l'ispida scuola.
Breve fulgor, come al destarsi dopo
felice sogno; viene
della sua vanità presto il pensiero.
O dolce festa di Natale, quando
più disadorna la campagna tace,
ed ogni ala ed ogni anima,
esercitate a valicar l'océano,
han del nido più tenero desìo.

Il presepe sorgea sul canterano,
dond'esulavan per quei giorni i ninnoli
e i libri della mamma.
Nel mezzo era la grotta; intorno intorno
laghi di carta, zolle vere, e rupi
di sughero, e, per tutto, un popolino
variopinto, immobile, - i pastori.

Fin ch'era giorno, a noi
soli piaceva quel presepe, a noi
che sulle panche della scuola in esso
tenevamo il pensiero; e sull'ardesia
nera ove il pedagogo
allineava un bianco
esercito di numeri stizzosi,
noi vedevam la grotta, il Bambinello,
i pastori adoranti,
come sul diaframma
d'una lanterna magica
dal nostro intento desiderio accesa.
E i gastighi piovevano; ma noi,
gonfi gli occhi ed il cuor, li soffrivamo
silenti, e quasi godevam, pensando
di soffrirli per lui, Gesù Bambino.

Sì, nel giorno, alla troppa
luce il presepe a noi
soli piaceva; altri ridea passando.
Ma di sera l'incanto
vinceva tutti, anche i più vecchi. Allora
brillava in giro in giro una ghirlanda
di lucernette; allora
quel cantuccio sembrava un paradiso,
mentre, nell'ombra genuflessi, noi
udivamo arrivar lo zampognaro,
e al monotono suo ritmo nasale
intonavam la prece,
commossi, ignari e d'esultanza pieni.

Passaron gli anni. Or come
ogni anno mi estingueva una lucerna,
ogni anno un poco meno
di splendore e di gioja
circonfondea l'oggetto
del culto insieme e del trastullo, ogni anno!
Ahi tutte ad una ad una
spente le care lucciole,
spente le care stelle, ad uno ad uno
chiuse quegli occhi il sonno dell'oblio;
e alla fine il presepe
accatastato, polveroso giacque
non so più dove.

             Eppure no... no, forse
una di tante lampadine resta,
e la bambina mia
già l'ha trovata in mezzo
alle cose perdute, ond'ella suole
attinger per un attimo
di studioso giuoco. E forse ancora
rivedrò sulla mensola
la grotta e il Bambinello,
e intorno i canti che da lungo tempo
taciono in fondo al cuore
risoneranno, ed io, come la mamma
tanti, tanti anni or sono,
dirigerò quelle preghiere, e forse...
O dolce festa di Natal, ritorna!

(da «La Riviera Ligure», gennaio 1905)




PRESEPIO ROMANO
di Renzo Laurano (1905-1985)

Tìtiro e Malibèo pastori, entrambi
morati al nerofumo, tra di loro
sotto il ciel di una palma
attendono il Signore
della Egloga Quarta.

I ruscelletti
di stagnola dei Padri Cappuccini
recano un fresco al cuore
dei mandriani orientali.

E i ragazzetti
nei presepi son buoni a tutto fare.

(Quando ero mozzo d'altari
non la cedevo a un gatto.
Ma un contegno esemplare).

Nella stalluccia
virgiliana calma
cresce, affata l'attesa di un bambino
predetto. Anche lo sanno i ragazzetti...

E i ragazzetti queste cose sanno
bene, ma ai ruscelletti han da abbadare.

(da "L'opera in versi", Vallecchi, Firenze 1989)




PRESEPE
di Domenico Rea (1921-1994)

Aria di zolfo e fumo sparso
per una culla Simbolo
del genere umano.

Avevo le mani
imbrattate di creta
di forme antiche
palpitanti nella modestia
di un universo docile
alla favola e alla frode.

Presepe, farsa settecentesca
del mito del Buon Selvaggio,
che moriva di fame,
saltando come un clown -
i piedi al freddo
le mani sulle castagne.

In vere stalle andava
mia madre levatrice
di natali plebei
e il pianto del bambino
era presagio ai vinti.

(da "Nubi", s. e., Napoli 1984)


sabato 8 dicembre 2018

"Linea della vita" di Giorgio Vigolo



Linea della vita di Giorgio Vigolo (Roma 1894 - ivi 1983) è una raccolta poetica che rappresenta uno dei punti più alti mai raggiunti dalla poesia italiana novecentesca. Il poeta romano, che aveva già alle spalle un altro libro di versi e alcuni volumi di prose, con questa opera rivelò tutto il suo smisurato talento, deliziando il pubblico della poesia grazie a composizioni indimenticabili. Probabilmente non fu abbastanza considerato dalla critica di allora, e, malgrado venisse elogiato ed inserito nelle migliori antologie, non ottenne quella consacrazione che ebbero altri poeti bravissimi, ma sicuramente inferiori.
Il libro, pubblicato dalla Mondadori di Milano nella collana I poeti dello Specchio nel 1949, è formato da sei sezioni: Conclave dei sogni (che riprende il titolo e la struttura della prima raccolta poetica di Vigolo); I secoli poeti; Amico di Caronte; L'eremita di Roma; Parlo con l'eco; Fili d'erba. In totale, qui sono presenti 135 poesie.
Di Conclave dei sogni spero di potermene occupare in un futuro prossimo, tenendo però presente la raccolta originale uscita nel 1935.
Volendo passare quindi alla seconda sezione, ovvero I secoli poeti, essa consta di 15 poesie, presumibilmente scritte tra il 1935 ed il 1939; quest'ultimo particolare si può dedurre anche dal forte legame che c'è nei versi di questa sezione, con quelli di Conclave dei sogni; visioni, sogni, personaggi della mitologia e della religione caratterizzano un po' tutte le poesie; ancora una volta, la descrizione di alcuni luoghi nascosti di Roma lascia il segno per la formidabile capacità di affascinare il lettore: elemento indiscutibile della migliore poesia di Vigolo; eccone un esempio in questi pochi versi: Avido sole brucia / sul calvo argine i mucchi / di masserizie, il cranio / d'un cavallo, la paglia / infetta dei giacigli; / ed è questo il più tetro cimitero della città, / così aperto all'ardente / luce e dissacrato, / senza pietà di piante che rimboschi / il disperato campo / delle cose cadute.
La terza sezione s'intitola Amico di Caronte e si può considerare un vero e proprio tesoretto, in quanto contiene alcune tra le più belle poesie dello scrittore romano. qui si nota una svolta nel fare poetico di Vigolo, come spiegò lui stesso in un'autopresentazione inclusa in una vecchia antologia, di cui riporto un frammento significativo:
A partire dal 1940, quando l'esperienza della guerra, patita per la seconda volta nella mia vita, con un ripetuto richiamo alle armi, immise una violenta irruzione di cose esteriori nella mia interiorità, - lo stadio onirico della mia poesia venne a cessare: sia perché non ricordavo più i miei sogni, sia perché i fatti dell'esistenza si iscrissero ormai con nuovo mordente nel mio testo di veglia; e con essi cominciò un diverso piano della mia attività poetica.
E in tale situazione, vengono fuori in modo palese il dolore, la disperazione e la paura che il poeta prova in determinati momenti: una sorta di fobia dell'esistere, che lo porta a desiderare il sonno profondo o le fughe verso mondi appartati, lontani e a volte introvabili. Vigolo qui confessa il suo malessere senza mezzi termini, come dimostrano questi versi tratti da Quando uno desidera la morte: Quando uno desidera la morte / diventa la madre buona / di sé, la parte che capisce; / si stacca dalla persona / e la guarda, ne prova pietà. / Poi quella parte ritorna / in lui e gli dice piano: / «Ascolta, finisci di penare: / un gran riposo è il nulla, tu non sai.»
La quarta sezione, dal titolo L'eremita di Roma, è una sorta di diario poetico che parla di alcuni momenti in cui il poeta immortala la sua amata città e i suoi stati d'animo che scaturiscono dal trovarsi in un luogo unico, meraviglioso, quale è la capitale d'Italia; grazie a questi idilliaci momenti, il poeta riesce a trovare un motivo per continuare a vivere, come spiegano bene questi versi tratti dall'ultima poesia della sezione: E ti basti una sera / ancora come questa, / sul fiume, / nel tiepido inverno / che tutte le foglie / ha lasciato sui platani, / fermi a un immaginario / Ottobre di mosaici; / / ti basti il calmo fuoco / delle nuvole, ora che il cuore / a poco a poco si fredda e scende / così cupo l'inverno dell'anima.
Parlo con l'eco, che è il titolo della quinta sezione del libro, non si discosta poi molto dalla precedente, a parte il fatto che in primo piano, al posto dei paesaggi e dei luoghi della città eterna, c'è una figura femminile non ben definita (forse un amore del poeta); in questo contesto, quelle che primariamente erano esperienze e sensazioni individuali, ora divengono duali, come si evince dal frequente uso del "noi". Eccone un esempio: Da quella Roma vecchia / con le sue torte viúcole e chiassuoli / uscimmo una mattina, ti ricordi? / a un improvviso largo / di mura; e sopra i tetti / una cupola apparve / levata in alto gorgo. L'infinito / girava nel finito, / l'eterno nella luce / del mattino di giugno. / Ma più splendeva il tuo viso.
L'ultima sezione ha per titolo Fili d'erba, ed ha come peculiarità una tendenza alla meditazione; il poeta a volte si sofferma nell'osservare dei fili d'erba o una giovinetta che legge, altre volte si sente appagato nel farsi trasportare dagli ingranaggi di un ascensore o dalle ruote di un tram, e da questi momenti nascono desideri, sogni e constatazioni che è difficile dimenticare per la loro profondità e la sorprendente fantasia. Ma in altri versi Vigolo sembra che voglia filosofeggiare sul significato dell'esistenza, riuscendovi perfettamente; eccone un caso emblematico, che risulta perfetto per concludere questa dissertazione: L'esistenza / è una fluida / durata di dolore / che condensa talora / la felicità / in grani d'essenza sublime. / / Consolazioni di attimi, / scintille discontinue sul filo / della vita / che poi fulmina tutto.