venerdì 24 febbraio 2017

Il labirinto nella poesia italiana decadente e simbolista

Ultimamente ho avuto modo di leggere una quantità non indifferente di libri che riguardano la poesia italiana compresa tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo. Moltissimi di questi libri hanno a che vedere con quelle correnti e quei movimenti di cui mi sono maggiormente occupato in questo blog: crepuscolarismo, simbolismo, decadentismo ecc. È probabile, quindi, che in futuro decida di aprire un nuovo blog incentrato su questo preciso periodo storico della poesia italiana, e in particolare su queste tendenze poetiche; avendo ora a disposizione molti documenti ed elementi in più per approfondire gli argomenti già trattati. Per ora proseguo a pubblicare post che risalgono a ricerche personali avvenute qualche anno fa.
L'origine della parola "labirinto" è incerta e si presta a diverse interpretazioni etimologiche. Nel contesto dei poeti che qui sono presi in considerazione, il labirinto non sempre figura come argomento principale delle composizioni in versi; quando lo è, rappresenta uno smarrimento dell'anima, o un gioco a nascondersi ed a cercarsi; non di rado il tema portante è l'amore. Da ricordare inoltre che il labirinto è quasi sempre un elemento presente all'interno di un giardino; per questo, volendo cercare altri significati reconditi, si rimanda all'argomento specifico già trattato che coinvolgeva, oltre ai giardini, anche i parchi e gli orti. Il poeta che maggiormente nomina il labirinto è Corrado Govoni; nei suoi versi, da un lato si paragona la vita dell'uomo ad un assurdo labirinto che ha, come unica via d'uscita, la definitiva morte; da un altro lato si tende a sottolineare i contorni del luogo descritto (i labirinti delle rose e degli specchi), in tal modo il labirinto diviene quasi un elemento estremamente originale, colmo di effetti ottici impensabili. Giovanni Tecchio pone come prologo alla sua opera poetica più importante, un sonetto che parla di labirinti nei quali si perdono le anime degli uomini rincorse dalla morte; nella seconda parte della medesima poesia, Tecchio esorta la sua anima ad uscire da questa situazione precaria innalzandosi (sorretto dalle ali dell'Amore) per seguire i santi ideali de la Vita. Decisamente decadente è l'atmosfera che si respira nel sonetto di Giorgieri Contri: Il luogo è un parco, la stagione è l'autunno; in un labirinto di un vano amore si perde il poeta che osserva, sotto un cielo coperto, gli ultimi colori verdi delle piante ormai immerse nel triste grigio autunnale. Molto misterioso è il sonetto di Giuseppe Piazza, dove inizialmente si parla di un bosco (ovvero un labirinto) in cui si perde il protagonista; nelle due terzine si parla invece del ricordo di una "Morta" che si trova in una via solinga e ghiaccia: il poeta, guardando questa defunta negli occhi senza mèta e senza traccia, capisce che ella rappresenta la vana chiave del suo, personale labirinto senza uscita (che non ha porta). Suggestivo infine è il sonetto di Mannoni, che ricorda la visione di una vergine dentro un labirinto, intenta ad intrecciare cespi di rose (simbolo di vita) e rami di cipresso (simbolo di morte). Ma le rose, come la vita, col tempo si sono disfatte restando, tra le mani della donna, soltanto i rami di cipresso. Infatti, dietro ad ogni tipo di bellezza si nasconde sempre il sottil tarlo del lutto, che rende ogni piacevolezza della vita di breve durata e illusoria. Da qui la preferenza del poeta per le cose morte.




Poesie sull'argomento

Diego Angeli: "La Meridiana" in «Nuova Antologia», dicembre 1903.
Carlo Chiaves: "Il cespuglio" in "Sogno e ironia" (1910).
Gabriele D'Annunzio: "Oriana infedele" in "Isaotta Guttadàuro ed altre poesie" (1886).
Cosimo Giorgieri Contri: "Il labirinto" in "Il convegno dei cipressi" (1894).
Corrado Govoni: "Il labirinto" in "Fuochi d'artifizio" (1905).
Corrado Govoni: "Il labirinto delle rose" e "Il labirinto degli specchi" in "Gli aborti" (1907).
Amalia Guglielminetti: "Una prudenza" in "Le seduzioni" (1909)
Giuseppe Lipparini: "Il labirinto" in "Le foglie dell'alloro. Poesie (1898-1913)" (1916).
Remo Mannoni: "Sonetto simbolico" in «La Stella e l'Aurora Italiana», aprile 1905.
Giuseppe Piazza: "Il laberinto" in "Le eumenidi" (1903).
Francesco Scaglione: "...il sole è ne la stanza spaso come un bel lago" in "Litanie" (1911).
Giovanni Tecchio: "Prolugus" in "Mysterium" (1894).
Giovanni Tecchio: "Il labirinto" in "Canti" (1931).
Diego Valeri: "Labirinto" in "Ariele" (1924).




Testi

IL LABERINTO
di Giuseppe Piazza

Se in me riguardo, io vo per un diverso
bosco sepolto da la nuvolaglia,
dove, se un groppo oggi la via mi taglia,
domani in un mistero io son sommerso.

Ardito un dì, ora m'aggiro sperso
sotto le insidie de la gran boscaglia,
franco se a tratti il ciel mi splenda terso.

A 'l fine d'una via solinga e ghiaccia,
grama e perduta va l'umile nave
de' miei ricordi verso ad una Morta;

se li occhi senza mèta e senza traccia
io ne contemplo, Ella è la vana chiave
de 'l laberinto mio che non ha porta.

(Da "Le eumenidi", Luigi Pierro, Napoli MDCCCCIII)


domenica 19 febbraio 2017

Poeti dimenticati: Angiolo Orvieto

Nacque a Firenze nel 1869 e ivi morì nel 1967. Grazie alle ottime condizioni economiche della sua famiglia ebbe modo di dedicarsi con passione e assiduità alla letteratura. Fondò due riviste: Vita nuova, che, malgrado prestigiose collaborazioni, ebbe breve durata, e Il Marzocco: uno dei periodici più importanti d'inizio Novecento, che ebbe il merito di contribuire in modo fondamentale al rinnovamento della poesia italiana. Come poeta Orvieto iniziò dimostrandosi convinto pascoliano, ma molti suoi versi mostrano anche descrizioni di luoghi esotici, nati in seguito ai molti viaggi effettuati dal poeta toscano. Svariati sono anche i componimenti che tendono a decantare la Toscana: regione alla quale l'Orvieto si sentì sempre ben radicato e che amò moltissimo. Nelle ultime raccolte emergono pensieri e argomenti legati alla sua adesione al sionismo. Fu anche autore di alcuni egregi libretti per opere liriche.



Opere poetiche

"Sposa mistica e altri versi", F.lli Bocca, Firenze 1893.
"La maggiolata", Civelli, Firenze 1895 (con Pietro Mastri).
"La sposa mistica. Il velo di Maya", Treves, Milano 1898.
"Verso l'Oriente", Treves, Milano 1902 (2° edizione, Bemporad & figlio, Firenze 1923).
"Le sette leggende", Treves, Milano 1912 (2° edizione, Bemporad, Firenze 1921).
"Primavere della cornamusa", Bemporad, Firenze 1925.
"Il vento di Sion", Israel, Firenze 1928.
"Il gonfalon selvaggio", Mondadori, Milano 1934.
"Il vento di Sion e I canti dell'escluso", Turolla, Roma 1961.
"Poesie scelte", Olschki, Firenze 1979.





Presenze in antologie

"Dai nostri poeti viventi", 3° edizione, a cura di Eugenia Levi, Lumachi, Firenze 1903 (pp. 288-293).
"I Poeti Italiani del secolo XIX", a cura di Raffaello Barbiera, Treves, Milano 1913 (pp. 1278-1280).
"Antologia della lirica italiana", a cura di Angelo Ottolini, R. Caddeo & C., Milano 1923 (pp. 424-426).
"La fiorita francescana", a cura di Tommaso Nediani, Istituto italiano d'arti grafiche, Bergamo 1926 (pp. 229-230; 334-335).
"Le più belle pagine dei poeti d'oggi", 2° edizione, a cura di Olindo Giacobbe, Carabba, Lanciano 1928 (vol. VI, pp. 3-13).
"I poeti minori dell'Ottocento", a cura di Ettore Janni, Rizzoli, Milano 1955-1958 (vol. IV, pp. 350-352).




Testi

MARCIA LUGUBRE

Le nubi affittian senza posa
al cielo notturno il suo vel,
e in linea lunga, dogliosa
gemeano i fanali nel gel.

In fievole lume i fanali
gemean; mezzanotte scoccò
e il primo dei lugubri pali
la tenue fiammella agitò.

Al cenno, tre volte si scosse
ogni altra fiammella e assentì,
il primo fanale si mosse
e ognun lento lento seguì.

Il vento fischiava fischiava,
le nubi addensavansi ancor,
e il cupo corteo seguitava
la marcia lentissima ognor.

Movean lungo un tacito fiume
le smorte fiammelle pel ciel,
riflesso dell'acque un barlume
più smorto seguiva fedel.

Alfine la schiera dolente
dal fiume nei boschi passò;
pei boschi infinita, silente,
spandendosi tutta, sostò.

Discese la candida neve,
le nere boscaglie coprì;
gli smorti fanali, giù lieve
calando, d'estinguer finì.

La neve ogni cosa sommerse,
nascose ogni cosa nel cuor,
i boschi e i canali coperse
d'immane, d'algente candor.

(Da "Sposa mistica e altri versi")




PENDOLA FRA I BOSCHI

La pendola del settecento,
impaurita ai clamori del vento
fra i solitari abeti,
pare che tremi quando
dal timido cuore d'argento
sospira un lamento blando,
le ore annoverando.

Non solea noverar l'ore a poeti
che ascoltassero il gran fremito arcano
della foresta come un mar lontano;
a poeti cui fosse allegro suono
il correre pei cieli alti del tuono
e l'ampio sibilar della foresta
nella tempesta.

Oh dame incipriate
nella sala lontana,
ove fra ninnoli di porcellana
la pendola del settecento
col suo tintinno d'argento
soleva in ritmo modular gl'inchini
dei damerini!

Ma forse un qualche giorno,
fra i cappelli a tricorno,
le candide parrucche e gli spadini,
vide il sorriso amaro del Parini.

(Da "Verso l'Oriente", 1902)



mercoledì 25 gennaio 2017

Versi de l'inverno (parte IV)

Gran parte di queste ulteriori poesie "invernali" hanno come protagonista la neve, ovvero la precipitazione atmosferica che, spesso, caratterizza la stagione; ogni poeta guarda i paesaggi nuovi, creati dalla caduta della neve, e medita, descrive, sentenzia... Ma in queste venti poesie c'è posto anche per altro: vecchi attrezzi obsoleti in abbandono; donne anziane che vegliano in preda al terrore e al freddo; lunghe e noiose ore trascorse in casa, davanti al focolare, in attesa che la rigida stagione abbia fine ed altro ancora...



IL PLAUSTRO
di Luigi Orsini (1875-1954)

Quel che dei campi l'anima odorosa
recò stridendo per le bianche strade
plaustro solenne, or preme l'oziosa
notte invernal che abbrividendo cade.

Dove i bei soli che la gloriosa
state fiorivan di purpuree biade?
Dove le voci effuse in amorosa
nota a un desìo di stelle e di rugiade?

Tutto ritorna. Al sonno anche Boote
su l'aie azzurre placido accomanda
l'antica forza de le accese rote;

ma presso Arcturo sogna una ghirlanda
cui giugno cinga a le sue bionde gote,
spighe mietendo per l'eterea landa.

(Da "Le campane di Ortodonico", L'Eroica, Milano, 1921)




LA VEGLIA D'INVERNO
di Achille Leto (1870-1963)

Le due vecchiette vegliano la morta.
Quasi temendo di destarla, piana-
mente parlano e il vento urta alla porta.

Trasaliscon talor, come se arcana
cosa accadesse, e guardansi negli occhi,
l'ululo udendo della tramontana.

Ecco si crocesignano e i ginocchi
tremano. Il fuoco, nel braciere, è spento
quasi: puranco povertà di ciocchi!

Hanno freddo e paura. Ulula il vento:
si spalanca la porta d'improvviso
e un gran respiro, un soffio di spavento,

irrompe e spegne le candele. Fiso,
rosso, nell'ombra, un occhio che le guarda
c'è, di bragia. Esse sentono sul viso

il gelo e il buio della morte... Tarda
è la notte d'inverno orrida. Strette
al capezzal, la voce odon beffarda

della vecchia comare, le vecchiette...

(Da "Piccole ali", Sandron, Milano 1914)




IL SAPORE GLACIALE DI QUEI PRATI
di Arturo Onofri (1885-1928)

Il sapore glaciale di quei prati
ripersuade il diàpason turchino
del vento a illanguidirsi sulle ovatte
delle nuvole e a pendere fra i rami
spogli dell'olmo, tacitando il frullo
dei pochi uccelli, mentre l'erba dorme
nel giro familiare dei suoi sogni,
che le ricorda quando ell'era sole.

Con un filo di canto fra le labbra,
ancora un fanciulletto èduca il mondo
lungo i pascoli azzurri, e il mio guardarlo,
nel mezzogiorno, ha brillantii di stella.

(Da "Terrestrità del sole", Vallecchi, Firenze 1927)




FANTASIA
di Vittoria Aganoor (1855-1910)

Dalle morte ninfee, che nella vasca
del vecchio parco il gelo ha soffocate,
tra poco un fiore portentoso nasca.
Con la verghetta di malìe, vogliate
il prodigio compir, dolce signora
delle mie notti e delle mie giornate!
Salga lo stelo, e in bel color d'aurora
s'apra il calice, un calice d'opale
immenso sopra la gelata gora;
e intorno effonda come un boreale
lume, e tra i bossi il bianco Erote rida,
ridan l'erme al novissimo natale.
L'Inverno creda April giunto, alla sfida
superba, e avvolga i suoi tappeti bianchi,
e fugga, e il grave carico lo uccida.

(Da "Leggenda eterna", Treves, Milano 1900)




LE VISIONI DEL CIECO, II
di Emilio De Marchi (1851-1901)

Fanno nel cielo bianco i curvi rami
della selva, che molta neve ingombra,
vani, sottilissimi ricami.

Per i viali della terra, sgombra
d'ogni speranza, passa una mortale
tristezza, che il candor del suolo adombra.

Lugubri augelli van sbattendo l'ale
contro i gelidi tronchi. Io piango. È questa
la morta selva piena d'ogni male.

Torna la donna in una verde vesta,
che tiene un molle ramicello in mano
e vien benedicendo la foresta.

Non cade, no, la sua pietade invano
nel rigido dolor, ma il segno santo
della prudente piccioletta mano

Alla tristezza scioglie il duro incanto.

(Da "Vecchie cadenze e nuove", Agnelli, Milano 1899)




INVERNALE
di Mercurino Sappa (1853-1926)

E de la morte immagin veramente
Sei tu, squallido verno, o quando il gelo
Del trapasso il tuo gel mi reca a mente,
O quando vo paragonando il velo

Tuo bianco al lino che le membra spente
Ultimo fascia; ma s'io volga al cielo
Gli occhi da questa candida, eminente
Balza, ne l'ora che il sol cade, e anelo

Tende l'animo a l'alto, arcani fiori
Di topazio e rubino e una riviera
Di perle, tra smeraldi, apparir vedo.

Allor, spogliato de' terrestri algori,
Del ciel mi scaldo a quella primavera,
Né più a la morte, né più al verno io credo.

(Da "Il Manipolo", Streglio, Torino-Genova 1908)




CREPUSCOLO INVERNALE
di Pietro Mastri (1868-1932)

O fruscìo di vento
fra quei rami spogli,
che cos'è che, lento,
nel mio cuore sfogli?...

Tu sei fatto brullo,
cuor, che sogni fiori:
dormi, o cuor, fanciullo
anche quando muori.

Non ci son germogli
su quei rami scossi,
or che gli agrifogli
hanno i frutti rossi?

Ma tu ben lo sai:
dormono, o fanciullo
che non posi mai.
Dormi, o cuore brullo.

Dormi: e su nell'aria
tersa, che t'aggela,
stendi solitaria
la tua nuda tela.

Contro il cielo è nera:
ma tra i fili sparsi
quante stelle, a sera,
vengon a impigliarsi!

Luccican lì come
diamantìne stille,
umide pupille
tra spioventi chiome.

(Da "La meridiana", Taddei, Ferrara 1920)




I FASCINI DEL NORD
di Giovanni Bertacchi (1869-1942)

Notte d'inverno! — Io spegnerò la mite
voce del canto in mormorati accenti,
fin che divenga un aliar di neve;
sia ch'ella scenda alle città sopite,
sia ch'ella torni, per gli oblii tacenti
de le mie valli, a visitar la pieve.

Vada in neve il mio canto: e così batta
sommessamente, in un passaggio d'ali,
ai vetri chiusi delle stanze umane;
con la bianchezza di una coltre intatta
copra in soffici lembi i davanzali,
meraviglia dei bimbi alla dimane.

Oh, noi forse fanciulli, in un profondo
lontanissimo giorno, abbiam veduto
un grande nevicar su campi immensi:
per gli occhi assorti quel calar d'un mondo
bianco e sfaldato penetrò nel muto
essere nostro, ci durò nei sensi.

Venne la vita, poi; venne con l'ebbre
concupiscenze, con le sue parole
tristi di verità, liete d'inganno;
e noi sorbimmo, come in una febbre,
le dolcezze lentissime del sole,
rinnovati di fibra anno per anno.

Ma il caldo sole non pervenne al chiuso
senso invernale che la nevicata
del dì lontano in noi lasciò, che dura
nel fondo delle nostre anime infuso,
come neve dal sol dimenticata
sulla montagna, in una conca oscura.

Passa in frastuoni di città, si stanca
nei treni in corsa al piano interminato
l'uomo dell'inquieto evo moderno:
ma se da lungi riappar la bianca
linea dei monti, guarda egli, accorato,
quasi pensando a un suo perduto inverno.

Bello è l'inverno: ecco sui cilestrini
piani di ghiaccio gareggiar la forza
con la bellezza, in agili volute:
ecco le slitte, in labili cammini.
solcar le bianche valli, ove si ammorza
la vita in un oblio di cose mute.

Ogni foggia viril reca le traccie
del mondo di lassù: tessuti rudi,
lavorati corami, ispidi feltri:
i figli della Neva in ardue caccie,
su pei laghi gelati, ai venti crudi,
vanno così coi fidi alani e i veltri.

Ma un morbido tepore è nelle vesti
delle nostre gentili, ove la pigra
dolcezza del morente anno si serba;
han le tinte dei prati umidi e mesti
nel tardo autunno, e dell'uccel che migra
con l'ala grigia tra di terra e d'erba.

E va pur essa alle iperboree plaghe
l'anima nostra e, nel velato giorno,
l'avvolgente, il fluente aere la porta:
schiudonsi ad essa le distanze vaghe,
e il paesaggio le si muta intorno,
in un dubbio mutar di luce smorta.

Migrano al nord le Belle affascinate
quando, nel vivo dei teatri intenti,
passano, in vasti ritmi, in tenui nenie,
le grandi sinfonie, navi fatate,
giunte di là per ricondur le genti
al Verno antico... - Tale è la progenie

nostra, non paga mai; che sempre agogna
al luogo ove non è, pur non lasciando
le tempre sue, l'atavica dimora;
che muor pel suo paese e che pur sogna
le patrie altrui; questa che muove errando
da contrada a contrada esule ognora.

E la contrada non sarà raggiunta.
Legge di vita è il vigile tormento
che ne spinge per via non mai compiuta;
il pensiero alla meta invan s'appunta,
sempre innanzi ci sfugge il compimento,
e posare è morir... — Così, sperduta

dalla terra natia cui fu strappata,
erra inqneta Mignon, quasi a cercarla;
e tutta la sua vita è in quell'errare.
Quando la bella patria è ritrovata,
la canzone di lei più non ci parla;
il destino è compiuto: ella scompare.

(Da "Alle sorgenti", Baldini & Castoldi, Milano 1906)




SOGNO INVERNALE
di Diego Garoglio (1866-1933)

La neve cade cade
e la mulina il vento
per le deserte strade:
io vo e vo contento.

I nivei fior colora
ecco la fantasìa:
è il tramonto o l'aurora?
è un sogno, anima mia?

La pioggia delle rose
dal giardino celeste
scende e di vaporose
parvenze il suol riveste.

Tra le fiorite sponde
non mormoran ruscelli?
ascosi tra le fronde
non cantano gli uccelli?

Ride la terra e trema
voluttuoso il mare;
sento... oh dolcezza estrema!...
l'anima naufragare.

Oh diafano azzurro
intangibile come
un sogno! aulenti chiome
di siepi in fior, susurro

di fresche correnti acque!
Amor mio, vieni (il sole
s'affretta) ove ti piacque
già coglier le viole.

Non senti? è primavera.
D'un ardor folle io tremo...
Usciamo; ad alta sera
ancor noi sogneremo.

Oh la divina pace
che sul cor mi discende!
Ma perché il labbro tace,
né più l'occhio s'accende?

Il viso si fa bianco;
la mano ecco mi sfugge...
Corro, ma il piede è stanco...
È già lontana e fugge...
.  .  .  .  .  .  .  .  .

Ahi! che s'oscura il cielo
e il vento i nivei fiocchi
mulina: un caldo velo
grava sui dolenti occhi.

(Da "Elena" Giusti, Livorno 1901)




CAMINO
di Federico De Maria (1883-1954)

La sonnolenta Spoleto s'attedia
sotto la neve che cala, che vortica
ad ogni turbin di vento improvviso
come vertigin d'affrante falene.
Ed io la guardo, con affaticati
occhi, dietro le vetriate, dove
vengo a seder per lunghe ore. da sei
giorni: guardo la neve oltre i ghiacciati
vetri, guardo la mia ospite sempre
muta nella cucina che m'accoglie
nel suo tepor benigno. Aspetteremo,
aspetteremo che la nevicata
cessi, per andar fuori, per andare
al camposanto, a deporre due fiori
su la tomba dei morti di mia madre.
Io l'aspetto da sei giorni. — Da sei
giorni? Infiniti. Furon così brevi
ventiquattr'anni ch'io ricordo pallidi
e lontani, e son dunque così eterni
questi ospitali sei giorni di neve?

Siede sotto la cappa del camino
fuligginoso la vecchia signora,
smagliettando una calza. Ad ogni filza
compiuta leva gli occhi, a sé tirando
per il filo il gomitolo che trottola
leggero su i mattoni netti, volge
uno sguardetto a me e a la finestra,
esclama : «Che calduccio !» o: «Sarà buona
la minestra, a merenda!» rattizzando
il fuoco che scoppietta, ansa, sfavilla.
Attorno a lei (da quanti anni?) tranquille
sonnecchiano le vecchie suppellettili
pulite: il ramaiolo, la marmitta,
la padella di rame — a una parete
appese — che di tratto in tratto accendonsi
d'un riflesso del mobil fuoco, il tavolo
d'assi schiette, la madia, gli scannetti
impagliati, e le snelle lucernette
d'ottone. Da quanti anni? Da l'infanzia
sua, di suo padre, de' suoi morti: ed ànno
tutti come una lor melanconia
di troppe cose, di troppi ricordi.
La vecchia Cenerentola, contenta
del suo camino, vive qui, così,
presso gli alari, con la calza, forse
da tempo immemorabile, ma senza
rimpianti, senza desideri: il suo
mondo non à orizzonti oltre la chiusa
finestra; arde il suo sol sotto la cappa
fuligginosa, come per quel vecchio
soriano ravvolto su le ceneri
calde, che non ricorda più amorosi
gennai sui tetti annevicati e dorme
tutto, con qualche lento desiderio
di cibo in fondo al ventre intorpidito.

Ah, non c'è mondo di là da quel fuoco
nemmen per me: non ricordo, non penso.
Tepida inerzia! mi danno fastidio
sol le campane, incessanti campane;
qualche moscone ronzante mi canta
la ninna-nanna... E anch'io mi sento l'anima
d'un gatto, d'un buon gatto sornione
come quello che pisola e si grogiola
presso la fiamma. Presto fumerà
la minestra sul desco, e poi di nuovo
riposo: e poi domani... a l'infinito...

(Da "La leggenda eterna", Ed. di Poesia, Milano 1909)




LA NEVE
di Gabriele D'Annunzio (1863-1938)

Scende la neve su la Terra madre,
placidamente. E lei bianca riceve
la Terra ne' suoi giusti ozi, da poi
che all'uom copia di frutti ha partorito.

Guarda il bifolco splendere a' sudati
campi la neve, mentre siede al desco;
e a lui dal cuor la speme e dal bicchiere
sorride la primizia del vino.

— Scendi con pace, o neve; e le radici
difendi e i germi, che daranno ancora
erba molta alli armenti, all'uomo il pane.

Scendi con pace; sì che al novel tempo
da te nudriti, lungo il pian ridesto,
corran qual greggia obedienti i fiumi.

(Da "L'Isotteo. La Chimera", Treves, Milano 1906)




NEVE
di Augusto Garsia (1889-1956)

Bianca verginità silenziosa,
adagi lenta lenta il tuo gran velo
di ghiaccio ardore dall'opaco cielo
sulla terra che stendesi e riposa.

Muta la terra stendesi: non osa
turbare la quiete alta del gelo,
turbar te, neve, che tranquilla ne lo
scorrer del tempo ardi di fiamma ascosa.

Bianca verginità di nevicata,
eguale, senza vento, una in sé porta
ogni fiocco di te fiamma celata:

il ghiaccio ardore della vita, morta
un dì alla terra, in ciel purificata,
dal cielo in fiamme candide risorta.

(Da "Voci del mio silenzio", Campitelli, Foligno 1927)




SONETTO DELLA NEVE
di Sergio Corazzini (1886-1907)

Nulla più triste di quell’orto era,
nulla più tetro di quel cielo morto
che disfaceva per il nudo orto
l’anima sua bianchissima e leggera.

Maternamente coronò la sera
l’offerta pura e il muto cuore assorto
in ricevere il tenero conforto
quasi nova fiorisse primavera.

Ma poi che l’alba insidiò co' 'l lieve
gesto la notte e, per l’usata via,
sorrisa venne di sua luce chiara,

parve celato come in una bara
l’orto sopito di melanconia
nella tetra dolcezza della neve.

(Da "Le aureole", Tip. Operaia Romana, Roma 1905)




HA NEVICATO...
di Nino Oxilia (1889-1917)

Ha nevicato. Sotto il bianco guanciale di neve
da l'occhio giallastro ghignano i fanali

a la città che dorme. Bianca si snoda la via
lontano. E quel pallore l'angoscia cela.

Io ti detesto o neve. Adoro i singhiozzi dell'urbe
e tutti gli insulti amari che tu copri.

Avido dell'ignoto amo scrutar da le piaghe aperte
il limaccioso Stige del cuore umano.

Dolce è vedere la vita contorcere i fianchi all'amplesso
immondo del tempo, del male, dell'odio,

nucleo d'ogni cosa, e in cui ogni cosa quieta,
signore del presente, pioniere del futuro.

A che sei scesa livida neve a stendere su di noi
il drappo sentimentale del tuo sogno?

(Da "Canti brevi", Spezia, Torino 1909)




SOTTO TRE PALMI DI NEVE, IL VILLAGGIO
di Giovanni Camerana (1845-1905)

Sotto tre palmi di neve, il villaggio
Dorme il pesante suo sonno invernal;
Foschi abituri, chiesuola, orto ed alberi
Fanno nel bianco una macchia spettral.

Anima viva non passa, la neve
Non ha pedata, è un immenso candor.
Per l’aria triste non passa il più lieve
Suono, essa è muta, è un immenso torpor.

Cerco lo stagno... lo stagno è di ghiaccio,
E a fior del ghiaccio anche un gatto gelò.
Era un artista; il suo dorso nerissimo
Che bella nota in quel grigio formò!

Sotto tre palmi di neve, oh se anch’io,
Come il villaggio, potessi dormir!
Dormir nell’ombra, dormir nell’oblio,
E lento lento affondarmi... e sparir!

(Da "Versi", Streglio, Torino 1907)




ANELITO
di Olinto Dini (1873-1951)

E neve e neve!... Io voglio rivolare
rivolare laggiù dove s'umilia
l'Alpe Apuana in vaghe onde di clivi.

Io voglio l'inquieta alma placare
ancor tra' colli tuoi, dolce Versilia,
bianca di marmi e pallida d'olivi.

E neve e neve!... È vano ogni desìo!

(Da "Alcune poesie", F. Mariotti, Pisa 1900)




LA BIANCA NOTTE
di Domenico Tumiati (1874-1943)

Una verginità nuova
occupa la piazza vasta:
cammino sopra la neve.

Ne la notte alta, chi trova
l'orma? solo la riceve
quella neve umile e casta.

Io non so perché il mio piede
affondare vuole l'orma
nel velluto che si frange;

io non so che cosa vede
il mio cuore, quale forma
ne la notte alta, che piange.

Dal palagio scuro, bianca
pei cristalli vien la luce:
v'entra, v'arde la mia vista.

Forse ancora non sei stanca,
ma nel libro ti seduce
una luce bianca e trista.

Forse parli, piccolina
bocca, di vedute cose,
di ascoltata melodia.

La messa del Palestrina
di stamani, ovver le rose
pallide, corolla pia?

Io non so che pensi, né
so che penso io pure;
vedo solo a me d'intorno

de la neve le ombre pure;
ed è come un chiaro giorno
celestiale su te.

(Da "Musica antica per chitarra", Tip. Landi, Firenze 1897)




NEVICATA
di Antonino Anile (1869-1943)

Piani, piani allo sguardo, e una catena
laggiù d'alte montagne. Un freddo greve
le cose involge, mentre, a fiocchi, piena,
da un cinereo ciel scende la neve.

Qualche trillo d'augello rompe appena
il silenzio che incombe. Il bacio lieve
di tanti fiocchi tacita, serena
la campagna, d'intorno ampia, riceve.

Le mandrie, nell'ovile, a volta a volta
contro al nevischio scuotono le lane,
e vigile, uggiolando, il can si lagna.

Candido è il piano e le cime lontane,
e nella neve, che la tien sepolta,
caldi meriggi sogna la campagna.

(Da "Intermezzo di sonetti", Tip. Landi, Firenze 1893)




NEVE
di Giuliano Donati Petteni (1894-1930)

Nevicò sulla terra. I bianchi fiocchi
volteggiaron nell'aria a sciami eguali
di farfalle, chiamate dai rintocchi
delle dolci campane dei mortali.

Nevicò. Le farfalle, messaggere
del segreto dei cieli, sulle cose
posarono e fioriron silenziose
le piante come a nuove primavere.

Quasi un mistico incanto fu nell'aria,
e l'aspetto dei sogni più leggeri
e più giocondi prese la natura.

Anima dolorosa e solitaria,
come soavi allora i suoi pensieri!
Non fu il ritorno ad un'infanzia pura?

(Da "Intimità", Zanichelli, Bologna 1926)




NEVICATA STIRIANA
di Giuseppe Sabalich (1856-1928)

Mentre la stufa brontola
e le ofridee profumano
la stanza riscaldata,

io guardo muta stendersi
la neve su la povera
campagna assiderata.

        * *

Declina il giorno. Pallido
tramonta il sol di Stiria,
semispenta ecatombe;

e sovra i rami stendesi
la nebbia uggiosa e in nugolo
su le montagne incombe.

        * *

Lontan, s'un clavicembalo
le dita incerte e deboli
giocan d'una bambina;

e i contadini danzano
al suono d'una citara
ne l'osteria vicina.

        * *

Oh, come è freddo e lugubre
questo stanzone nordico,
resto del cinquecento!

io, sovra un vecchio codice,
strozzando uno sbadiglio,
m'annoio e m'addormento!

(Dalla rivista «Cronaca d'Arte», maggio 1891)




Robert Henri, "Snow in New York"