venerdì 2 marzo 2012

Poeti dimenticati: Alessandro Giribaldi


Piatto anteriore de "I canti del prigioniero"

Alessandro Giribaldi nacque a Porto Maurizio nel 1874 e morì a Chiavari nel 1928. Diplomatosi, s'iscrisse alla facoltà di Legge ma interruppe gli studi per seguire la carriera di ufficiale portuale, proprio come fece suo padre, e s'impiegò alla capitaneria del porto di Genova. Nel 1903 avvenne un episodio che mutò la sua vita: l'involontario omicidio che il poeta commise dopo una rissa notturna avvenuta nella Galleria Mazzini, a Genova. Dopo un periodo di detenzione fu prosciolto dall'accusa di omicidio e tornò libero. Durante gli anni dell'università conobbe i fratelli Adelchi e Pier Angelo Baratono, con quest'ultimo fondò e diresse la rivista letteraria "Endymion". Seguace del simbolismo, fu l'artefice principale della nascita di un cenacolo di poeti liguri che si provarono di attuare un rinnovamento della poesia italiana in direzione simbolista. Dopo il periodo di carcere abbandonò completamente l'attività letteraria dedicandosi eclusivamente al mestiere di ufficiale nelle capitanerie di porto di svariate località della costa ligure.

 

Opere poetiche

"Il 1° Libro dei trittici" (con Mario Malfettani e Alessandro Varaldo), Di Pietro Gibelli, Bordighera 1897.
"I canti del prigioniero e altre liriche", Emiliano degli Orfini, Genova 1940.
 


Presenze in antologie

"Poeti simbolisti e liberty in Italia", a cura di Glauco Viazzi e Vanni Scheiwiller, Scheiwiller, Milano 1967-1972 (vol. 2, pp. 125-126, 128; vol. 3, pp. 98-100, 288, 291, 294, 297).
"Dal simbolismo al déco", a cura di Glauco Viazzi, Einaudi, Torino 1981 (Tomo primo, pp. 99-103, 105-110).
 


Testi


PACE AGLI AFFLITTI

Pace agli afflitti, pace a chi dispera,
a chi piange su l'urna della vita,
a chi cercò ma non trovò l'uscita
da una selva di spetri folta e nera
né per fiumi di morte trovò un guado.

Oh pace a tutti! Non a me, che vado
errando come un folle per la via
e cerco invano un cuore che non sia
cuore d'instabil donna o cuor di fiera
sotto rustica lana o fin zendado.

(Da "I canti del prigioniero")





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