domenica 13 settembre 2015

I fiori nella poesia italiana decadente e simbolista

A parte i crisantemi, i gigli e le rose per i quali ho predisposto capitoli a sé stanti, sono qui riassunte delle poesie in cui compaiono dei fiori. I poeti simbolisti hanno privilegiato alcuni di essi: gli asfodeli, le ninfee e le tuberose infatti prevalgono su tutti gli altri. Ogni fiore ha una sua simbologia, e occorrerebbe troppo tempo per specificare quali siano per ognuno di essi. Per tornare ai soli fiori citati in precedenza, gli asfodeli sono una specie di gigli che, secondo un'antica leggenda, servivano a consolare gli spiriti eletti dagli dei, che avrebbero dovuto entrare nei Campi Elisi; rappresentano, quindi, un simbolo funebre, dell'oltretomba. Le ninfee sono fiori che si trovano negli stagni, e, pur vivendo in un luogo tutt'altro che lindo, non hanno mai i petali sporchi; posseggono inoltre un profumo particolarmente intenso; tali elementi determinarono la loro simbologia: la purezza e la verginità. Infine le tuberose sono sempre associate alla sensualità, tanto è che, quando nelle poesie qui sotto elencate, sono presenti questi fiori, vi è anche descritto il fascino femminile.  



Poesie sull'argomento

Rosario Altomonte: "Poema floreale. Le tuberose" in «Il Trionfo d'Amore», febbraio 1904.
Rosario Altomonte: "Poema floreale. Le ninfee" in «Il Trionfo d'Amore», giugno 1904.
Diego Angeli: "L'elleboro" in "L'Oratorio d'Amore. 1893-1903" (1904).
Sandro Baganzani: "Fiori di Pasqua" in "Senzanome" (1924).
Gustavo Botta: "I doni" in "Alcuni scritti" (1952).
Sergio Corazzini: "Asfodeli" in "Dolcezze" (1904).
Giuliano Donati Pétteni: "Motivo di primavera" in "Intimità" (1926).
Vincenzo Fago: "Fior di mistero" in "Discordanze" (1905).
Enrico Fondi: "I papaveri" in «Poesia», agosto 1905.
Giulio Gianelli: "Battesimo" in "Intimi vangeli" (1908).
Cosimo Giorgieri Contri: "I fiori del colchico" in "Primavere del desiderio e dell'oblio" (1903).
Cosimo Giorgieri Contri: "Un fiore" in «Nuova Antologia», giugno 1908.
Domenico Gnoli: "Fiori secchi" in "I canti del Palatino. Nuove solitudini" (1923).
Corrado Govoni: "Il garofano" in "Le Fiale" (1903).
Corrado Govoni "Le violette", "I giaggioli", " Le tuberose", "Edelweiss", "Magnolie", "Le azalee", "Le peonie", "I ciclami" e "Gli aster" in "Gli aborti" (1907).
Corrado Govoni: "Fiori" in "Poesie elettriche" (1911).
Gesualdo Manzella Frontini: "Ninfea" in "Novissima" (1904).
Tito Marrone: "Ne la pace del sol le rose sognano" in "Cesellature" (1899).
Pietro Mastri: "Fior di bella notte" e "Viola del pensiero" in "Lo specchio e la falce" (1907).
Pietro Mastri: "Il rosolaccio" e "Il girasole" in "La fronda oscillante" (1923).
Enrico Panzacchi: "Sinfoniale di maggio" in "Poesie" (1908).
Giovanni Pascoli: "Pervinca" in "Myricae" (1900).
Romolo Quaglino: "Circonfusa di gigli e tuberose" in "I Modi. Anime e Simboli" (1896).
Romolo Quaglino: "Fior d'anima" in "Fior' brumali" (1897).
Giacinto Ricci Signorini: "Fior di gardenia" in "Poesie e prose" (1903).
Antonio Rubino: "Ninfea" in "versi e disegni" (1911).
Francesco ed Emilio Scaglione: "L'asfodelo" in "Limen" (1910).
Alice Schanzer: "Primi ciclami" in "Motivi e canti" (1901).
Domenico Tumiati: "La ghirlanda", "Violaciocche" e "La donna dei tuberosi" in "Musica antica per chitarra" (1897).
Domenico Tumiati: "Anemoni" e "Il rosaio" in "Liriche" (1937).
Mario Venditti, "Similitudine" in "Il terzetto" (1911)



Testi

ASFODELI
di Sergio Corazzini

Madonna, se il cuore v’offersi,
il cuore giovine e scarlatto,
e se voi, con un magnifico atto,
lo accettaste insieme a’ miei versi

di fanciullo poeta, e se voi
con l’olio del vostro amore
teneste vivo il suo splendore
e lo appagaste de’ suoi

capricci assiduamente,
perché ieri lo faceste
sanguinare, lo faceste
lagrimare dolorosamente?

Tutte le sue gocce rosse
caddero a terra, mute,
e poi che furono cadute
il cuore più non si mosse

e come per incantamento
in ognuna fiorì un asfodelo,
il triste giglio del cielo
da l’eterno ammonimento.

(Da "Dolcezze")





NINFEA
di Antonio Rubino

Sui cieli di piropo un volo d'ibi
s'allunga verso la fumante duna:
riprende il costellato èpos Varùna,
chinando il corso agli orizzonti libi.

E tu, che di tristizia ti cibi,
Ninfea, serpentello di laguna,
che cangi il limo in un pallor di luna,
cullando i pigri amori degli anfibi,

guardi alla duplicata inquietudine
delle stelle, che van pei cieli a torme,
riflesse dalle iridee paludi,

né più senti la breve onda, che scivola,
e il contatto d'un vermo, che s'addorme
nella coppa del tuo fiore lascivo.

(Da "Versi e disegni")





LA DONNA DEI TUBEROSI
di Domenico Tumiati

Dal candelabro pendono
cinque lampade accese:
in un buio paese
come fiaccole splendono.

O splendore notturno!
o profumo improvviso!
Ella mi guarda fiso,
e piega il collo eburno.

Le sue iridi splendono
(i giardini vaporano,
i tuberosi odorano)
e le chiome ampie scendono.

Il martirio è sottile,
e la donna lontana.
Dai cinque sensi, ostile
torbida fiamma emana.

Che desiderio fiero
del giorno! ma l'odore
dei tuberosi! e l'ore
sono a mezzo sentiero.

Le cinque fiamme splendono,
né si flettono mai:
sembrano i cinque rai
spade che un crine fendono.


(Da "Musica antica per chitarra")



Odilon Redon, "Bouquet of flowers in a green vase"

domenica 6 settembre 2015

La finestra nella poesia italiana decadente e simbolista

La finestra rappresenta la possibilità di osservare l'esterno, ovvero di guardare ed interpretare la realtà. Se la finestra è chiusa, ovviamente vuole significare una mancanza di interesse per ciò che accade "al di fuori", oppure può palesare una rinuncia alla vita, o, ancora, rappresentare una perdita, la fine di qualcosa. Quando la finestra è aperta, le immagini, gli odori e i rumori provenienti dall'esterno possono trasmettere il trionfo della vita o, al contrario, della morte. Spesso, soprattutto nei poeti crepuscolari, chi sta alla finestra osserva paesaggi piovosi, che stanno a indicare una interpretazione della realtà e della vita assolutamente negative, poiché dominate dalla tetraggine e dalla noia. Vista dall'esterno, la finestra può avere altre simbologie, spesso legate al mistero e all'amore (quest'ultimo rappresentato da giovani e belle donne affacciate).



Poesie sull'argomento

Italo Mario Angeloni: "Neve rossa" in "Il conquistatore" (1910).
Antonino Anile: "Lontananza" in "Poesie" (1921).
Francesco Cazzamini Mussi: "Convalescenza in settembre" in "Fogline d'assenzio" (1913).
Sergio Corazzini: "La finestra aperta sul mare" in "Le aureole" (1905).
Giuseppe Deabate: "Finestra" in "Il canzoniere del villaggio" (1897).
Federico De Maria: "La sua finestra" in "La leggenda della vita" (1909).
Lionello Fiumi: "Due prigionieri" in "Polline" (1914).
Domenico Gnoli: "Veglia" in "Eros" (1896).
Corrado Govoni: "Su la mia finestra, la pioggia" in "Armonia in grigio et in silenzio" (1903).
Corrado Govoni: "Le finestre" in "Poesie elettriche" (1911).
Olindo Malagodi: "La fronda alla finestra" in "Un libro di versi" (1908).
Guido Marta: "La finestra aperta", "Finestra sul canale" e "Finestra sul giardino" in "La neve in giardino" (1922).
Pietro Mastri: "Spesso, in qualche viucola sperduta" in "La Meridiana" (1920).
Nicola Moscardelli: "Finestra chiusa" in "La Veglia" (1913).
Nino Oxilia: "Alla finestra mentre piove" in "Gli orti" (1918).
Aldo Palazzeschi: "Le finestre di Borgo Tramontano" e "La finestra terrena" in "Poemi" (1909).
Teresah: "Mistero" in "Il libro di Titania" (1909).



Testi

LONTANANZA
di Antonino Anile

Son chiuse le finestre de la nota
tua casa. Io passo solo per la via,
con chiusa dentro l'anima l'ombria,
che più m'invade, d'una angoscia ignota.

Non un tempio deserto, a cui non resta
un solo nume, un solo altare, è triste
come ora la tua casa. Non esiste
una tristezza al mondo eguale a questa!

Tu sei lontana. Piovono dolore
le finestre del tuo vedovo lare;
io passo per la via solo: e mi pare
che intorno pianga in ogni cosa un cuore

umano, pianga un'esistenza vinta,
pianga una parte dell'anima mia,
Tu sei lontana. Io passo per la via
solo e vivente d'una vita estinta!

(Da "Poesie")





ALLA FINESTRA MENTRE PIOVE
di Nino Oxilia

Piove e la pioggia lascia andare al vento
le sue chiome leggere;
torce il vento i capelli d'acqua; sento
l'anima a fili torcersi e cadere.

I fili del telegrafo, sottili
tagliano il muro in faccia;
vanno le gocce d'acqua sopra i fili
ad una ad una e l'una e l'altra caccia.

Sono le vene dell'abisso umano
questi fili; imprecisi
nervi del sogno, recano lontano
i pensieri degli uomini divisi.

Che passa ora? Che passa ora, nell'attimo,
sui fili paralleli?
Ecco il mio cuore, umanità che batti
diversa in questo stesso attimo i cieli!

Ecco il mio cuore! Piove e l'acqua striscia
grigia nell'aria scialba:
pensieri in corsa, io vi darei la liscia
cava anima a riparo fino all'alba.

Fino all'alba che rida il sole. Andare
è bello, al sol, sui ponti
sonori di ferrati archi; passare
dalla gioia dei liberi orizzonti

a città tumultuose ove divine
parole e gesti iniqui
s'alternano nei sottosuoli obliqui,
dentro ai palazzi e dentro alle officine;

poi nel fumo oleoso di bitume,
vomitato da gole
profonde, ritrovare un altro fiume
e ribalzare nello stesso sole...

andare è bello! andare è bello! Ma
piove e i pensieri vanno
sotto la pioggia nell'oscurità
silenziosi verso un nuovo affanno:

vanno, e le vene del dolore umano
recano sotto i venti
i pensieri degli uomini lontano,
i pensieri degli uomini piangenti.

Che passa, ora, che passa, ora, nell'attimo,
sui fili paralleli?
Ecco il mio cuore, Umanità che batti
diversa in questo stesso attimo i cieli.

Ecco il mio cuore! Dà la pioggia al vento
le sue chiome leggere;
torce il vento i capelli d'acqua; sento
l'anima a fili torcersi e cadere.


(Da "Gli orti")  


Carl Vilhelm Holsøe, "Waiting by the window"

domenica 30 agosto 2015

Enrico Panzacchi: poeta tra il vecchio e il nuovo

Alcuni poeti italiani della seconda metà del XIX secolo, pur avendo doti non indifferenti,  non hanno avuto adeguati riconoscimenti dalla critica, e  oggi sono appena ricordati. Uno di questi è Enrico Panzacchi (Ozzano dell'Emilia, 1840 - Bologna, 1904), un letterato e un uomo di cultura a tutto tondo, che, oltre alla poesie, scrisse anche saggi critici relativi alla musica e all'arte in generale. Come poeta attraversò varie tendenze dell'epoca: fu in parte carducciano, risentì del clima decadente che già in Italia proponeva la poesia di D'Annunzio, fu influenzato dagli ultimi strascichi del romanticismo, e, infine, ispirò alcuni versi di Giovanni Pascoli (soprattutto quelli di Myricae). A mio avviso, la parte migliore della sua cospicua opera poetica, si trova in certi componimenti decadenti, che a volte mostrano dei toni melanconici, altre volte sensuali. Insomma il Panzacchi migliore va ricercato nelle liriche maggiormente tese verso la poesia emergente, il cui arrivo, sia lui che altri suoi coetanei, in modo indiretto e inconsapevole, favoriranno (mi riferisco, ovviamente, alla poesia dei crepuscolari). Seguendo quest'ultimo ragionamento ho selezionato tre componimenti in versi del letterato emiliano, tutti rintracciabili alla sezione intitolata Fantasie del volume ricapitolativo delle sue Poesie, edito da Zanichelli nel 1908.





Opere poetiche
"Piccolo romanziere", Ricordi, Milano 1872.
"Funeralia", Zanichelli, Bologna 1873.
"Lyrica", Zanichelli, Bologna 1877.
"Vecchio ideale", F.lli David, Ravenna 1879.
"Nuove liriche", Treves, 1888.
"Visioni e immagini", Zanichelli, Bologna 1894.
"Alma natura", Zanichelli, Bologna 1894.
"Rime novelle", Zanichelli, Bologna 1898.
"Cor sincerum", Treves, Milano 1902.
"Poesie", Zanichelli, Bologna 1908.





Presenze in antologie
"Dai nostri poeti viventi", 3° edizione, a cura di Eugenia Levi, Lumachi, Firenze 1903 (pp. 294-302).
"I Poeti Italiani del secolo XIX", a cura di Raffaello Barbiera, Treves, Milano 1913 (pp. 1201-1206).
"Antologia della lirica italiana", a cura di Angelo Ottolini, R. Caddeo & C., Milano 1923 (pp. 212-213).
"La fiorita francescana", a cura di Tommaso Nediani, Istituto italiano d'arti grafiche, Bergamo 1926 (pp. 72-74; 104)
"Antologia della lirica italiana. Ottocento e Novecento", nuova edizione, a cura di Carlo Culcasi, Garzanti, Milano 1947 (pp. 107-108).
"Antologia della lirica contemporanea dal Carducci al 1940", a cura di Enrico M. Fusco, SEI, Torino 1947 (pp. 60-63).
"Poeti minori del secondo Ottocento italiano", a cura di Angelo Romanò, Guanda, Bologna 1955 (pp. 178-179).
"Un secolo di poesia", a cura di Giovanni Alfonso Pellegrinetti, Petrini, Torino 1957 (pp. 119-122).
"Poeti minori dell'Ottocento", a cura di Luigi Baldacci, Ricciardi, Napoli 1958 (pp.1045-1055).
"Poeti minori dell'Ottocento italiano", a cura di Ferruccio Ulivi, Vallardi, Milano 1963 (pp. 549-555).
"Poesia dell'Ottocento", a cura di Carlo Muscetta ed Elsa Sormani, Einaudi, Torino 1968 (volume secondo, pp. 2200-2222).
"Poeti simbolisti e liberty in Italia", a cura di Glauco Viazzi e Vanni Scheiwiller, Scheiwiller, Milano 1967-1972 (vol. 3, p. 188).
"Poesia italiana dell'Ottocento", a cura di Maurizio Cucchi, Garzanti, Milano 1978 (pp. 335-338).
"L'albero a cui tendevi la pargoletta mano", a cura di due anonimi, Mursia 1979 (p. 218).
"Bizantini e decadenti nell'Italia umbertina", a cura di Elsa Sormani, Laterza, Bari 1981 (pp. 72-78).
"Antologia illustrata della poesia", a cura di Elvira Marinelli, Giunti, Firenze 2001 (p. 353).




Testi
SOGNANDO

Nell'aria era un effluvio 
di morte rose; ed io 
camminava sui margini 
del fiume dell'Oblio, 

che con l'onda profonda 
ripetea senza velo 
gli alberi della sponda 
e i puri astri del cielo. 

A notte, in gran silenzio 
dormian tutte le cose; 
passavano, passavano 
l'acque silenziose. 

Ma dall'alta corrente 
che le portava al mare 
udia soavemente 
una voce cantare 

(era la bionda Ofelia 
natante, addormentata 
in mezzo al fiume, d'alighe 
e fior campestri ornata): 

«Sul flutto che mi porta 
non splende mai l'aurora; 
vo come foglia morta 
verso ignota dimora. 

Come la nebbia tenue 
che mi lambe le chiome, 
ondeggiando m'inseguono 
fantasmi senza nome. 

Dolce l'oblio; di Lete 
alle dolcissim'onde 
la stanca ala volgete, 
anime vagabonde. 

Quante la vita ha glorie, 
quanti ha sogni l'amore, 
la voluttà non valgono 
del mio divin sopore». 

Così sonava il canto 
per la liquida via; 
e, fascinato, intanto 
col cuore io lo seguia. 

Nell'aria era un effluvio 
dolce di morte rose; 
passavano, passavano 
l'acque silenziose. 

(Da "Poesie")




NELL'HOTEL NON C'È PIÙ ALCUNO

Nell'hotel non c'è più alcuno: 
per le loggie, sulle scale, 
sulle porte numerate 

cala il vespro algido e bruno; 
e quiete sepolcrale 
tien le stanze inabitate. 

Nelle stanze i bianchi letti, 
ove il popol dei bagnanti 
sognò il mare e l'allegria, 

paion tanti cataletti 
tristi, immobili, aspettanti 
che il becchin li porti via. 

Io, postremo abitatore 
e novissimo cliente 
dell'albergo abbandonato. 

guardo all'ultimo chiarore 
che dilegua in occidente; 
guardo al mare ottenebrato. 

Odo errar per le pareti 
un sommesso favellio 
che racconta arcane istorie; 

e dai bianchi sepolcreti 
del silenzio e dell'obblio 
sorgon, sorgon le memorie. 

Le memorie in lunghe schiere 
passan, languide, il crin sciolto, 
l'alma empiendo di sconforti; 

e mi par di rimanere 
freddo, esamine, sepolto 
sotto un mucchio di fior morti. 

(Da "Poesie")




TERRIBIL SIRENA INVERNALE

Par dentro alla neve, tra gli alberi, 
la piccola casa sepolta. 
Tu canti; e non sai nella tenebra 
chi fuori, pensoso, t'ascolta; 

t'ascolta cantare, cantare 
in mesti volubili metri. 
Rosseggian riflesse nei vetri 
le fiamme del tuo focolare. 

Ho freddo. Nei sensi, nell'anima 
mi filtra un affanno mortale. 
Tu evochi le care memorie, 
terribil sirena invernale! 

Danno echi d'angoscia e di pianti 
gli avori del tuo pianoforte; 
un tetro pensiero di morte 
esala ne' dolci tuoi canti.

(Da "Poesie")

martedì 25 agosto 2015

Il padre, il figlio e il somarello

Andavano al mercato un povero padre con un povero figlio, e un somarello poledro; e, o fosse per ricreazione, o per far esercizio, o qualunque fosse la cagione,andavano a piedi. I passeggeri, che in quel giorno di mercato battevano in gran numero quella strada, in veder padre e figlio a piedi, dicevano: «Vedete là coloro: hanno la cavalcatura scarica e pagata, e si straccano, e rompon le scarpe fuor di proposito. Eh sciocchi! servitevi dell'occasione». Allora il padre disse al figlio: «Figlio, il mondo parla; monta a cavallo». Il figlio ubbidisce, e va a cavallo. Erano avanzati pochi passi; ed ecco alcuni altri con volto da beffe, «Vedete colui, giovane, forte, e ben'in gambe starsene comodamente a cavallo; e 'l suo povero padre fargli lo staffiere, e andar' a piedi: che bella creanza! Giù di lì!, dappoco». Allora il padre: «Figlio, vien giù, non facciamo dir' il mondo, e lascia che cavalchi io». Montato a cavallo il padre, sopravvennero altri passeggeri; e ancor qui trovarono a dire. «Oh bella cosa! colui che ha le ossa dure, e assuefatte alla fatica, farsi portare con tutta comodità; e quel povero garzoncello strascinarsi dietro. Che discrezione!». «Il mondo non è ancor contento; senti che brontolano del tuo stancarti? Monta a cavallo ancor tu, e faccianci portar tutti due». E così fecero. Credete voi perciò i passeggeri tacettero? Anche su questo trovarono a dire. «Mira quel povero somarello, ancor polledro, farlo crepar sotto il peso per strade erte e sassose, come son queste! Giù di lì, uomini più asini del vostro asino». «Torniam giù», disse il padre, «perché ci ridono addietro. Qui non resta altro che portiam noi quest'asinello ambedue su le nostre spalle». Così fecero. Ma, sentendosi trattar da matti, conchiusero finalmente, che non bisognava prendersi fastidio del dir degli uomini, e proseguirono il lor viaggio come a lor piacque.


NOTA. Questo testo fa parte del volume 1 delle opere di padre Carlo Ambrogio Cattaneo (1645-1705). Seppure non specificato in tale volume, si tratta di una trasposizione in italiano di un racconto in versi del favolista francese Jean de la Fontaine (1621-1695), presente in: "Favole, Libro terzo, I" col titolo: "Il Mugnaio, suo Figlio e l'Asino". A sua volta, La Fontaine, traspose in lingua francese il testo del favolista dell'antica Grecia Esopo (620 a.C.-564 a.C.) intitolata, probabilmente: "Il contadino, il figlio e l'asino".
Al di là delle origini di questo raccontino, mi piace sottolineare la grande saggezza e la incontrovertibile verità che esso racchiude. Chiunque abbia vissuto un po' in società, sa che i comportamenti degli esseri umani sono molto simili a quelli qui descritti: le critiche arrivano a chiunque, fosse anche la perfezione in persona. Giusto quindi l'apologo, in cui si consiglia di non badare mai alle dicerie della folla, comportandosi secondo la propria coscienza e secondo la propria volontà.
Col titolo medesimo del post, io l'ho ritrovato in un vecchio libro di scuola (foto in basso): "Nuova guida al comporre" di Angelo Bernardini, con il testo leggermente mutato rispetto a quello che ho riportato qui sopra.




giovedì 20 agosto 2015

La fine nella poesia italiana simbolista e decadente

Per "fine" s'intende qualcosa che termina o sta per terminare: in molti casi è la vita, ma può anche essere un evento temporale o atmosferico, un fatto o, semplicemente, una vicenda personale. Il tutto va ricondotto al post dedicato al disfacimento. Qui però ho voluto riportare, a mo' di esempi, alcuni testi esclusi dall'elenco di poesie presente in detto post. Buona lettura.



LA DIPARTITA
di Gustavo Balsamo Crivelli (1869-1929)

Era l'ottobre tardo. A noi d'intorno
grigio, deserto, sconfinava il piano:
all'orizzonte impallidiva il giorno
tra un brulichio di porpora lontano.

Ed io pensando nel crudel ritorno
già disciolta la mia dalla tua mano,
breve sosta di un sogno il mio soggiorno
nella tua casa ed il rimpianto vano,

come quel cielo che tra i pioppi in brume
d'argentee nebbie lento scoloriva,
vaporando un estremo, esile lume,

tutto sentii nel cor mio scolorire:
estasi, fedi, sogni e la mia viva
anima anch'essa come il dì morire.

(Dalla rivista «Riviera Ligure», 37, 1902)





MELANCONICAMENTE LE CAMPANE
di Gustavo Brigante-Colonna (1878-1957)

Melanconicamente le campane
Piangono l'anno, un altr'anno che muore...
Ed io mi guardo nel fondo del cuore:
Sempre lo stesso sogno vi rimane.

(Da "Gli ulivi e le ginestre", Carra, Roma 1913)





ELEGIA DEL LUTTO
di Enrico Annibale Butti (1868-1912)

La tetra notte ha fine. La pigra coorte dell'ombre
Si rifugia disfatta nel fumido occidente;

E il novo dì s'inoltra. Oh, come sorride nell'ora
Solitaria laggiù, sopra le case mute

E chiuse, la luce, tra un serto di rose e di gigli
Imprigionando l'ultima stella viva!

Oh, come su le piante cinguettan giulivi gli uccelli
Nella deserta piazza, sotto le mie finestre!

Io veglio ancora, solo (sì solo, sì solo e da tanto
Tempo!) e guardo smarrito con gli occhi lacrimosi

Là, là verso la luce, che cresce, arrossando gli spazi.
È sangue? È foco? È sangue?... Son le pupille mie.

Abbruciate dal pianto, che veggono il fuoco ed il sangue?...
Oh, portento! Ecco il Sole,.. Non è dunque finito

Il Mondo? Non ha steso la Morte, la Morte, la Morte
Sopra tutta la Terra la sua man trionfante?...

Madre, o Sola, o dolce compagna de' miei anni primi,
Ineffabil ricordo, desolato rimpianto.

Sorgi e mi guarda. Sorgi dal letto ove pallida giaci,
E schiudi le pupille dov'era tanta fiamma

D'amore... E la tua mano, deh! leva all'usata carezza.
Povera stanca mano, che il dolore ha consunta.

Oh, mi ripeti, o Madre, ancora una volta quel nome,
Che tu mi désti! Oh, ancora mi chiama una sol volta!...

Tu giaci immota e muta. Sei fatta di gelo e silenzio.
Più non mi vedrai: più non mi chiamerai;

Più non mi solcherai le chiome con l'esili dita;
Più non udrò il tuo passo nella nostra dimora,

Madre, o Sola, o dolce compagna de' miei anni primi,
Ineffabil ricordo, desolato rimpianto!...

Il sole irrompe nella mia stanza. La vita riprende
Dovunque su la Terra... Ma la mia gioja è morta!

(Dalla rivista «Nuova Antologia», gennaio 1899)





LA FINE DI DUE GATTI
di Paolo Buzzi (1874-1956)

Empivano le serenate di gennaio
dei loro terribili notturni midollari.
Erano l'orchestra
della mia tombale insonnia d'inverno.
Li avrei uccisi, una notte.
Un'altra, li avrei baciati sui baffi austriaci.
M'accompagnavano l'anima
per lunghi sentieri di buio.
Eran due gatti che si amavano
e protestavano al mondo l'amore.
A furia d'odiarli
li adorai: una notte
mi presi freddo a una finestra — oh, lungamente! -
per osservarli nel galoppo beato sotto il cielo.

Era il maschio nero lucido
d'una profondità di tenebra notturna
fatta quadrupede.
Avea la sua fissa
costellazione d'oro in fronte
come uno squarcio di zodiaco figurato.
Gli occhi
gli brillavano gialli,
e, a ritmo con le urla,
parevano dilatarsi
come scoppi di sole sull'aurora. Grosso
ma snello al par di giaguaro,
fiutava le sfere con la testa tonda,
ottusa nel muso anelante.
La coda scopava i silenzi
quasi una frusta di velluti
nel pugno a un Dio degli Spasimi felici.

Candida era la femmina come davvero
un bozzetto manipolato nella neve del mese,
ma d'una statuaria mobilissima e calda.
Avea l'orecchie e le pupille
erette della lince
— due fiamme nella gola d'una tomba bianca —
e il corpo lungo agile fluido flessibile,
il corpo che par tutta coda,
delle pantere vergini indiane
cui prude alla schiena prolissa
la primavera carnale della jungla.

Stavan sull'orlo d'un pozzo
profondo scoperto.
Balzarono sovra l'abisso della bocca di pietra,
con la leggerezza fida
di due gomme palleggiate da bimbi,
e ribalzarono
come nella gioia e nell'orgoglio
del gioco rischioso.
Fermi, talora, nella moina,
sporgevan le teste accese d'occhi
quasi due tonde lanterne
al buio tremendo del sottovuoto.
Vedevan giù nell'acque riflesse, assai forse,
con le stelle remotissime
le loro pupille remote?

Poi si rincorsero, ad archi,
pel breve circuito di pietra
come biglie in bigliardo
e cozzarono duri fino a sprizzar scintille:
urlarono quasi scottati
dal reciproco elettro pellicciale:
si morsero ai musi ed agli ani:
soffiando si rintanarono
in due opache ombre improvvise:
si cercarono al fiuto: si trovarono al lampo
giallone degli occhi,
sulla corda tetanica,
del medesimo urlo di dolore e di piacere.

Si carezzarono a graffi,
risaltarono per i meandri noti
dell'invisibile laberinto:
riapparvero, faccia faccia,
da un punto all'altro
del cavo cilindro voragineo:
si volsero i dorsi: le code,
sul vuoto, spinte dall'impeto dorsale,
si toccarono come due segmenti di fulmine.
Il maschio balzò sulla femmina.
Il doppio gomitolo fuso
rotolò lungo l'orlo ristretto
e sparve nel foro del Nulla
in una detonazione vocale
di bomba di carne
che scoppi per mille caverne di caverne.

O amanti di luglio, arse le vene
alla liquorosa ambrosia dei baci d'estate,
qui bevesi acqua di pozzo tonica
ai veleni felini dell'amore.
Venite, anime e fauci!

(Da "Versi liberi", Treves, Milano 1913)





IL DISTICO DELL'INGANNO
di Sergio Corazzini (1886-1907)

Mi tendevi le braccia, mi chiamavi
con la voce dolcissima e dolente,
e roteavi disperatamente
le tue pupille un dì tanto soavi.

I capelli biondissimi, già schiavi
di fulgido diadema che la gente
t'invidiava silenziosamente,
sciolti i capelli al vento abbandonavi.

E la tua voce sospirava: «Vieni,
torna amor mio, fra le mie bianche braccia
tu sarai il mio re, non già il mio schiavo!»

Mi parve d'impazzir, con gli occhi pieni
di pianto, corsi con giuliva faccia.
Credevo d'esser desto, ahimè, sognavo!

*

Il sole tramontava nel suo mare,
era il ciel di viole. Ginocchioni
io leggevo nei tuoi grandi occhi buoni,
che mi lasciavi un tempo sfiorare

con la bocca, io leggeva ne le care
pupille tue, la fine. Le illusioni,
fulgidi, immensi, ma fragili troni,
col sole io le vedeva tramontare...

E lentamente, come se il tuo cuore
rimanesse nel petto mio squassato
dai singulti, con dolce e noto gesto

mi porgesti la man piccina, fiore
di neve, ed io la strinsi disperato...
Credeva di sognare, oh no, era desto!

(Dalla rivista «Marforio», aprile 1903)





LA VITA NUOVA
di Federico De Maria (1885-1954)

Fin da domani io voglio mutar vita.
Comincerò bruciando
i libri che danno a la testa,
— come dice mio padre, — e buttando
a le ortiche la mia vesta
di poeta: vo' farla finita!
Prenderò a studiar sul serio
il diritto e l'economia
politica, che non ò peranco
toccati — sarà un refrigerio,
una doccia su l'inutilmente stanco
mio cranio, perchè si plachi
la malata nervosità mia.
Non cercherò più amici
letterati o poeti, briachi
di fiele, che intendono il santo
dover di baciarmi con piena
fraternità in viso e poi spargono
di spilli e frantumi di vetro
il mio cammino, o s'acquattano a un angolo
oscuro, per darmi di dietro
una coltellata a la schiena.
Cessin le lotte e le ire!
Non voglio più fare a l'amore
— sol, ne comprerò ogni tanto,
al massimo, dieci lire —
fin che mi avrà redento
con un buon matrimonio
qualche pingue ereditiera di provincia.
La vita nuova comincia.
Non c'è più nessun demonio
che mi tenti! — Olga, presto la tua
vanità sarà sposa al signore
nobile, da le fedine
che farebbero invidia a un barbagianni.
(Il cerulo foco
dei tuoi begli occhi francesi
non riscalderà più il mio cuore
come a' trepidi diciassett'anni.)
Flora, tu sei compagna da tre mesi
a quel bel pupattolino
del tuo sottotenentino —
e l'anima mia,
già in delirio per la tua bruna
bellezza non à più alcuna
oh no! inutile gelosia.
E tu, Luisa, che io
chiamai Occhi di cielo, Capo d'oro,
troverai presto un tesoro
di marito: tuo padre ti saprà
sceglier fra i suoi ricchi amici
qualche grosso sensale di frumento
o un onesto droghiere
che potrà senza stento
sodisfare ogni tuo piacere.
Come tutti vivremo, fino a creparne, felici!
Sarà mia nuova musa un buon cuoco,
nuovo ideale mio la maionese;
e metterò su a poco a poco
un quintale di pancia borghese!

(Da "La leggenda della vita", Ed. di «Poesia», Milano 1909)





IL MORTO GIORNO
di Riccardo Forster (1869-1938)

Senza rimpianto memore, dispare
il morto Giorno in invisibil tomba.
L'inghiotte forse il foco che giù romba,
oppur l'annega onnivagante il mare?

Non so. Pel cielo aleggia la lunare
chiarezza, come volo di colomba
bianca nel buio. Spero non incomba
più mai quel morto Giorno, all'albeggiare.

— O Notte dimmi che tu l'hai sepolto
per sempre, ed oscurar le lievi aurore
a me promesse non potrà il suo volto! —

Fu triste il Giorno. Vissi senza amore
avuto o dato; errai nel Nulla avvolto,
e non un verso mi cantò nel core.

(Dalla rivista «Poesia», giugno-luglio 1905)





PALAZZO MIRENA
di Aldo Palazzeschi (1885-1974)

Palazzo Mirena è distrutto,
distrutto dal fuoco.
In sera di festa, la veglia era piena,
le fiamme terribili avvolsero
il grande palazzo.
Più bello dei belli
s'ergeva nel mezzo al giardino,
superbo fra gli alberi grandi.
Le fiamme arrivarono al cielo
per tutta la notte,
la notte che ognuno ricorda, e si segna.
L'aurora lo vide terribile mucchio
di bragi roventi.
Ognuno ricorda la notte del fuoco.
Il cielo che s'ebbe di fiamme
terribile omaggio per tutta una notte,
rimase chiazzato di rosso
per giorni e per giorni.
E ancora ai tramonti vi sostano sopra
vapori rossastri,
vi sostan siccome a saluto,
messaggi di fiamme lontane
venuti da nuovi flagelli.
E il vento per anco solleva
le ceneri ultime.
In sera di festa, la veglia era piena,
smagliante di luci e di gemme,
fiorita da petali rossi e scarlatti
di dolci sorrisi lunghissimi,
fra muover di passi leggeri,
di piccoli passi dorati;
strisciare d'inchini profondi, lentissimi,
frusciare di serici manti,
di manti vermigli, violetti,
di manti bianchissimi,
coperti di gemme fulgenti,
cosparsi di perle finissime,
goccianti di vivi diamanti,
fluenti di trecce biondissime,
nel mezzo a la notte
le fiamme terribili avvolsero
il grande palazzo.
Moltissime dame perirono,
alcune rimasero folli,
le meno ne furono salve.
Madama Mirena,
la bionda Contessa dal guardo di Sole,
rimase al suo posto.
Si videro dame gettarsi dall'alto
ravvolte di fiamme,
fuggire seguite dal fuoco appiccato a le vesti,
fuggire fuggire pel grande giardino
siccome le torce terribili al vento
strapparsi le trecce infuocate,
le vesti coperte di fiamme,
gettarsi furenti a le vasche
nel mezzo al giardino.
Colonna tremenda di fiamme
al cielo s'alzava Palazzo Mirena,
giravan d'intorno furenti,
cadevan dall'alto
fardelli di fiamme roventi,
le dame ormai folli.
Pochissime furono salve.
Nessuno più vide Madama Mirena:
padrona, rimase al suo posto
strisciando a le fiamme l'inchino Infinito.
Gli avanzi rimangono intatti,
nessuno vi pose la mano,
soltanto una croce
fu posta nel mezzo fra i neri carboni
che a l'ombra degli alberi grandi
rimangon ricordo.
Talora fra il nero si scorgon
dei raggi lucenti,
fulgore di gemme rimaste,
«son gli occhi di Dama Mirena!»
Di sotto ai carboni
si dice che ancora Ella guardi.

(Da "Lanterna", Stab. tip. Aladino, 1907)





DOPO L’ACQUAZZONE 
di Giovanni Pascoli (1855-1912)

Passò strosciando e sibilando il nero 
nembo: or la chiesa squilla; il tetto, rosso, 
luccica; un fresco odor dal cimitero 
               viene, di bosso. 

Presso la chiesa; mentre la sua voce 
tintinna, canta, a onde lunghe romba; 
ruzza uno stuolo, ed alla grande croce 
               tornano a bomba.

Un vel di pioggia vela l’orizzonte; 
ma il cimitero, sotto il ciel sereno, 
placido olezza: va da monte a monte 
               l’arcobaleno. 

(Da "Myricae", Giusti, Livorno 1900)





GOLADORO
di Luigi Siciliani (1881-1936)

Partite etano già le rondinelle
per lontano viaggio;
soltanto Goladoro
cantava dolcemente, con amore,
sul tetto della casa molto vecchia
che lenta lenta lenta ruinava.
Da nessuno ascoltato egli cantava...
cresceva il musco sopra il limitare
umidiccio, le cui
pietre si sbriciolavan ctepitando;
il seròtino lume s'addormiva
nelle stanze deserte:
e il vento incerto vagolava dentro
il vastissimo atrio desolato:
ma Goladoro seguitava il canto.
La letizia, la pace era fuggita,
ogni gioia finita:
egli ignorava dove,
ignorava perché; ma pure sempre
sulla deserta ruinante casa
immutato cantava
il suo canto d'amore...

(Da "L'amore oltre la morte", Quintieri, Milano 1912)





LA FINE DELLE RONDINI
di Mario Venditti (1889-1964)

S'eran levate con un frullo tale
che avea mutato il volo repentino
in una tarantella a concertino
e in nacchera ciascuna coppia d'ale.

Ma, quando il cielo non fu più turchino,
allora il ritmo diventò ineguale:
ora speranza d'albero ospitale,
or nostalgia di nido non vicino.

Una ferrata antenna, animatrice
d'incudini, le filiformi braccia
tese allo sciame come salvatrice.

Ma, a pena tocca, folgorò con fiamma
occulta : e offerse alla funerea marcia
del turbine un orrendo pentagramma.

(Da "Il cuore al trapezio", Taddei, Ferrara 1921)





COLLOQUIO
di Giuseppe Cesare Viola (1886-1958)

Notte fosca. La strada maestra
s'ingolfa pei vasti uliveti,
siccome una tòrtile fascia distesa a l'aperta campagna,
interminabilmente.
Un uomo, sul ripido margine, indugia seduto,
protetto da un alto oleastro.
Passa il vento e, rabbioso, ammulina nell'émpito
nuvole bianche di polvere,
e squassa le rame fronzute de l'albero.

*

Piegato alla terra dal turbine,
l'albero ha scorto il viandante ignoto;
ne la voce del vento dimanda, ora, curvo: - Chi sei? -
Il mento poggiato sul petto,
le braccia in prostrato abbandono,
le larghe pupille smarrite nel vuoto, lontano,
desolatamente,
l'uomo pallido, immobile, tace.
E l'albero chiede: - Chi sei? -
Attònito l'uomo si scuote,
si volge: ha udito;
pensa un istante, poi dice: - Nessuno. -
- Donde vieni? - Interroga il vento. - Non so. -
- Che fai tu? - risponde: - Nulla. -
- Come vivi? - mormora: - Muoio. -

Il vento fa sosta: pensosi,
tacciono l'albero e l'uomo.
Pende la tetra notte
su la campagna,
lugubramente.

*

Ululando una raffica scende dai monti lontani
e s'avventa su gli alberi muti;
e l'oleastro scosso,
di nôvo domanda: - Chi sei? -
Esita l'uomo e non parla;
ma quindi - e gli treman la voce ed il pianto ne l'arida gola -
lentamente sussurra: - Un bastardo! -

*

Acciuffato dal vortice ratto del vento,
piegato, sbattuto, ora, l'albero piange un suo vano lamento ne l'aria;
disperato, siccome in un folle delirio,
dibatte nel cielo le folte sue rame tremanti,
quasi un ebro che, fermo in un punto,
barcolli, proteso in avanti,
poi con rapida stratta all'indietro
si drizzi ed inarchi la fléttile schiena,
si dimena, si curva, smozza
le parole, si torce, singhiozza...
Forsennato poi grida con tutte le cento sue canne vibranti:
- O fratello! fratello! -

*

S'erge l'uomo e diritto,
siccome una statua di bronzo sul muto pallor della via,
fissa l'albero nero, che s'agita come dannato,
e convulso gli grida:
- Tu chi sei che mi chiami col nome d'amore,
che mi chiami col nome di sangue? -
Si raccoglie, siccome un'enorme cervice di foglie,
l'albero e, chino su l'uomo, sussurra:
- Io sono il bastardo, fratello!
Io son l'oleastro!...

*

Io non nacqui, campato ne l'aria, solenne,
sul ramo d'un fervido olivo possente;
a me non fu dato cantar ne la mia giovinezza, felice,
la gioia di vivere, in coro con tutte le rame sorelle.
Germinato dal piccolo seme,
non so donde venni,
non so perché sorsi:
ignoro la pianta matrigna che, frutto, mi volle nutrire.
Solitario, ne l'umili zolle,
ho sfiorite le mie primavere,
senza udire al mio fianco
o nei chiari messaggi del vento,
da lungi, una voce di madre;
dannato a la vita,
ché cruda la terra mi lega con tutte sue forze tenaci,
io mi son ribellato e alimento,
selvaggio e infecondo,
nel cuore mio tetro una brama infinita di morte.
Non m'allegro d'un fiore all'aprile e alla monda
non cedo un sol ramo, una fronda;
in attesa che, un giorno, gli umani
mi schiantino a colpi furiosi di zappa,
divelto, con tagli vibrati di scure,
mi spacchino tutte le rame contorte;
m'abbrucino infine e s'innalzi fiammando,
ne l'umile pace d'un nero camino,
lo spirito mio tormentato,
rossigno, focace. -

*

- Come la sorte mia! -
sospira il viandante
- Son l'uomo senza lacrime,
che non sa a chi mostrare il suo pianto! -

*

E l'albero, curvo, continua:
- Io sono dannato alla vita,
ma, tu, Uomo, libero come il mutevole soffio del vento,
come l'acceso vibrar della luce,
come il folle avanzar della tempesta;
che, solo, cammini,
sperduto alla notte ululante,
- e non brilla nel tempo remoto
al tuo sguardo il ricordo d'un dolce sorriso,
non trema nel cuore tuo stanco
una tenua canzone di nôva speranza -
tu che cerchi e non trovi a te intorno
una voce materna,
una voce fraterna,
a che segui l'inutil viaggio?
Vana è la vita per te:
ucciditi, muori!... -

*

L'uomo ascolta e si tace pensoso;
poi sussurra: - Sì... Vana è la vita per me.
Scomparire val meglio,
finire per sempre,
morire.
Son partito da tenebre ignote: ritorno all'Ignoto!... -
E l'albero: - Ecco un mio ramo;
tessi da tutti i brandelli che addosso trascini una corda robusta;
legala al braccio ch'io tendo, propizio:
un rapido nodo scorsoio al tuo collo!
Appiccati.

A l'alba, domani,
mostrerò il primo mio frutto... -

*

La strada maestra s'ingolfa pei vasti uliveti,
siccome una tòrtile fascia distesa a l'aperta campagna,
interminabilmente.

Da un alto oleastro, movendo nell'aria una màcabra danza,
penzola, tetro, un cadavere.

Passa il vento e, rabbioso, ammulina nell'empito
nuvole bianche di polvere,
e squassa le rame fronzute de l'albero.

(Da "L'altro volto che ride", Ricciardi, Napoli 1909)




Carlos Schwabe, "The Death of the Grave-Digger"