domenica 13 settembre 2015

I fiori nella poesia italiana decadente e simbolista

A parte i crisantemi, i gigli e le rose per i quali ho predisposto capitoli a sé stanti, sono qui riassunte delle poesie in cui compaiono dei fiori. I poeti simbolisti hanno privilegiato alcuni di essi: gli asfodeli, le ninfee e le tuberose infatti prevalgono su tutti gli altri. Ogni fiore ha una sua simbologia, e occorrerebbe troppo tempo per specificare quali siano per ognuno di essi. Per tornare ai soli fiori citati in precedenza, gli asfodeli sono una specie di gigli che, secondo un'antica leggenda, servivano a consolare gli spiriti eletti dagli dei, che avrebbero dovuto entrare nei Campi Elisi; rappresentano, quindi, un simbolo funebre, dell'oltretomba. Le ninfee sono fiori che si trovano negli stagni, e, pur vivendo in un luogo tutt'altro che lindo, non hanno mai i petali sporchi; posseggono inoltre un profumo particolarmente intenso; tali elementi determinarono la sua simbologia: la purezza e la verginità. Infine le tuberose sono sempre associate alla sensualità, tanto è che, quando nelle poesie qui sotto elencate, sono presenti questi fiori, vi è anche citato il fascino femminile.  



Poesie sull'argomento

Rosario Altomonte: "Poema floreale. Le tuberose" in «Il Trionfo d'Amore», febbraio 1904.
Rosario Altomonte: "Poema floreale. Le ninfee" in «Il Trionfo d'Amore», giugno 1904.
Diego Angeli: "L'elleboro" in "L'Oratorio d'Amore. 1893-1903" (1904).
Sandro Baganzani: "Fiori di Pasqua" in "Senzanome" (1924).
Gustavo Botta: "I doni" in "Alcuni scritti" (1952).
Sergio Corazzini: "Asfodeli" in "Dolcezze" (1904).
Giuliano Donati Pétteni: "Motivo di primavera" in "Intimità" (1926).
Vincenzo Fago: "Fior di mistero" in "Discordanze" (1905).
Enrico Fondi: "I papaveri" in «Poesia», agosto 1905.
Giulio Gianelli: "Battesimo" in "Intimi vangeli" (1908).
Cosimo Giorgieri Contri: "I fiori del colchico" in "Primavere del desiderio e dell'oblio" (1903).
Cosimo Giorgieri Contri: "Un fiore" in «Nuova Antologia», giugno 1908.
Domenico Gnoli: "Fiori secchi" in "I canti del Palatino. Nuove solitudini" (1923).
Corrado Govoni: "Il garofano" in "Le Fiale" (1903).
Corrado Govoni "Le violette", "I giaggioli", " Le tuberose", "Edelweiss", "Magnolie", "Le azalee", "Le peonie", "I ciclami" e "Gli aster" in "Gli aborti" (1907).
Corrado Govoni: "Fiori" in "Poesie elettriche" (1911).
Gesualdo Manzella Frontini: "Ninfea" in "Novissima" (1904).
Tito Marrone: "Ne la pace del sol le rose sognano" in "Cesellature" (1899).
Pietro Mastri: "Fior di bella notte" e "Viola del pensiero" in "Lo specchio e la falce" (1907).
Pietro Mastri: "Il rosolaccio" e "Il girasole" in "La fronda oscillante" (1923).
Enrico Panzacchi: "Sinfoniale di maggio" in "Poesie" (1908).
Giovanni Pascoli: "Pervinca" in "Myricae" (1900).
Romolo Quaglino: "Circonfusa di gigli e tuberose" in "I Modi. Anime e Simboli" (1896).
Romolo Quaglino: "Fior d'anima" in "Fior' brumali" (1897).
Giacinto Ricci Signorini: "Fior di gardenia" in "Poesie e prose" (1903).
Antonio Rubino: "Ninfea" in "versi e disegni" (1911).
Francesco ed Emilio Scaglione: "L'asfodelo" in "Limen" (1910).
Alice Schanzer: "Primi ciclami" in "Motivi e canti" (1901).
Domenico Tumiati: "La ghirlanda", "Violaciocche" e "La donna dei tuberosi" in "Musica antica per chitarra" (1897).
Domenico Tumiati: "Anemoni" e "Il rosaio" in "Liriche" (1937).
Mario Venditti, "Similitudine" in "Il terzetto" (1911)



Testi

ASFODELI
di Sergio Corazzini

Madonna, se il cuore v’offersi,
il cuore giovine e scarlatto,
e se voi, con un magnifico atto,
lo accettaste insieme a’ miei versi

di fanciullo poeta, e se voi
con l’olio del vostro amore
teneste vivo il suo splendore
e lo appagaste de’ suoi

capricci assiduamente,
perché ieri lo faceste
sanguinare, lo faceste
lagrimare dolorosamente?

Tutte le sue gocce rosse
caddero a terra, mute,
e poi che furono cadute
il cuore più non si mosse

e come per incantamento
in ognuna fiorì un asfodelo,
il triste giglio del cielo
da l’eterno ammonimento.

(Da "Dolcezze")





NINFEA
di Antonio Rubino

Sui cieli di piropo un volo d'ibi
s'allunga verso la fumante duna:
riprende il costellato èpos Varùna,
chinando il corso agli orizzonti libi.

E tu, che di tristizia ti cibi,
Ninfea, serpentello di laguna,
che cangi il limo in un pallor di luna,
cullando i pigri amori degli anfibi,

guardi alla duplicata inquietudine
delle stelle, che van pei cieli a torme,
riflesse dalle iridee paludi,

né più senti la breve onda, che scivola,
e il contatto d'un vermo, che s'addorme
nella coppa del tuo fiore lascivo.

(Da "Versi e disegni")





LA DONNA DEI TUBEROSI
di Domenico Tumiati

Dal candelabro pendono
cinque lampade accese:
in un buio paese
come fiaccole splendono.

O splendore notturno!
o profumo improvviso!
Ella mi guarda fiso,
e piega il collo eburno.

Le sue iridi splendono
(i giardini vaporano,
i tuberosi odorano)
e le chiome ampie scendono.

Il martirio è sottile,
e la donna lontana.
Dai cinque sensi, ostile
torbida fiamma emana.

Che desiderio fiero
del giorno! ma l'odore
dei tuberosi! e l'ore
sono a mezzo sentiero.

Le cinque fiamme splendono,
né si flettono mai:
sembrano i cinque rai
spade che un crine fendono.


(Da "Musica antica per chitarra")



Odilon Redon, "Bouquet of flowers in a green vase"

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