sabato 1 novembre 2014

Il giorno dei morti in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

2 NOVEMBRE
di Arnaldo Beccaria

Le dimore dei morti, i bianchi marmi,
oggi l'amore dei viventi adorna
di colorati fiori e di fiammelle.

(Da "Sull'orlo del cratere", 1966)





IL GIORNO DEI MORTI
di Carlo Betocchi (1899-1986)

Sarà fatto di dolore
questo giorno anche nell'alba,
quando l'aria al colpo duole
di chi mura e spacca in palma
pietra al suo vero colore
che va in polvere, si calma.

Dentro i taciti conforti
dell'odore in cui si monda
la beltà breve degli orti
che di muri si circonda,
sovra i banchi, in verdi assorti,
l'erba in fiore ha la sua tomba.

Sarà voce come cera
che vanisce mentr'è giorno,
che ritorna nella sera
delle case, al suon profondo
d'una provvida preghiera
mormorata in crocchio tondo.

Sarà a lei trafitta a morte,
che da questo in altro giorno
verrà un lume anche più forte
d'ineffabile ritorno,
voce d'anima, a una sorte
sconosciuta in questo mondo.

(Da "Tutte le poesie", 1984)





DUE NOVEMBRE
di Giuseppe Casalinuovo (1855-1942)

Alzati, è tardi. Già fin dentro l'orto
è giunto il sole e suona la campana,
come un'eco di cose assai lontana,
suona da un pezzo, tristamente, a morto.

Ho raccolto assai fiori, guarda. Ancòra
le corolle son cariche di brina,
li ho raccolti per tempo, stamattina,
prima del sole e prima dell'aurora.

Prendi i tuoi fiori: questi, questi... e questi
sono per me. I tuoi ceri, ecco, e i miei ceri;
ora tu va di là pei tuoi sentieri,
io piglio a manca i miei sentieri mesti.

Oggi è il sol giorno che si fa due strade,
e si va soli, ognun per la sua via,
perché la mèta tua non è la mia:
abbiamo due sepolcri in due contrade.

Baciamoci, e ricorda il crocivìo:
noi qua ci rivedremo verso sera,
dopo che avremo detto la preghiera
pei nostri morti. Un altro bacio, e addio.

(Da "Giornata breve", 1981) 





NOTTE DEI MORTI
di Olindo Giacobbe (1889-1954)

Contro la casa che sta sorda e immota,
nella notte dei morti ulula il vento:
stanno in attesa d'una voce nota
tre ombre intorno al focolare spento.

Nessuno arriva. Prese di sgomento
girano intorno la pupilla vuota
e sospirano. A ognuno il pianto, lento,
riga cocente l'una e l'altra gota.

Non vi sia greve l'aspettar! Siamo stanchi
e gli anni come sabbia tra le dita
ci sfuggono e i capelli son già bianchi.

Verremo. Se, travolti dalla sorte,
da voi lontano ci scagliò la vita,
in grembo a voi ci spingerà la morte.

(Da "Emmaus", 1949)





NEL DÌ DEI MORTI
di Emilio Girardini (1858-1946)

Donde la gioia che in tutte le vene
mi scorre in questa sì triste giornata
di tutti i morti, di nebbie velata,
                        donde proviene?

Non già dai campi, da gli orti spogliati
che più non dànno se non crisantemi,
né dai vigneti con pochi racemi
                        dimenticati.

Eppure in mezzo a sì squallide cose
ove lo scricciolo méndica solo,
nel cuor mi sbocciano, senza più duolo,
                        mistiche rose.

Il vostro mare sonoro, o campane,
che su le rive si frange ignorate
dei morti, il senso mi dà di beate
                        sagre lontane,

e fra le nebbie lo squillo remoto
del gallo, a cui porgo orecchio, mi pare
voce che inviti di là da quel mare
                        verso l'ignoto.

(Da "Poesie", 1952)





IL GIORNO DEI MORTI
di Corrado Govoni (1884-1965)

Questo giorno, ogni vecchio camposanto
schiude i cancelli per la processione
de le ghirlande comemorative;

questo giorno, ogni lapide nel canto
più solo s'orna d'una comunione
d'aster e di calendule tardive.

Si raddrizzan le croci reclinate
che già s'incominciavano a guastare,
si rinnovan l'iscrizioni tombali

e le fotografie dissanguate;
e gli avelli diventano un altare
di lampade e di fiori artificiali.

Nel sagrato de l'antica Certosa
i coni funebri dei tassi tetri
àn l'aspetto di neri catafalchi;

una chiesa ferisce la dogliosa
costa del Tempo. Nei fanali i vetri
sono appannati, simili a dei talchi.

Un'acquerugiola che pare ranno
al lutto de le cose dà un convegno.
E tra i veli di nera tarlatana,

nei portici le cere si disfanno
dai candelabri di tarlato legno
su le rose di gialla porcellana.

(Da "Armonia in grigio et in silenzio", 1903)





LAS ANIMAS
di Mario Luzi (1914-2005)

Fuoco dovunque, fuoco mite di sterpi, fuoco
sui muri dove fiotta un’ombra fievole
che non ha forza di stamparsi, fuoco
più oltre che a gugliate sale e scende
il colle per la sua tesa di cenere,
fuoco a fiocchi dai rami, dalle pergole.

Qui né prima né poi nel tempo giusto
ora che tutt’intorno la vallata
festosa e triste perde vita, perde
fuoco, mi volgo, enumero i miei morti
e la teoria pare più lunga, freme
di foglia in foglia fino al primo ceppo.

Da’ loro pace, pace eterna, portali
in salvo, via da questo mulinare
di cenere e di fiamme che s’accalca
strozzato nelle gole, si disperde
nelle viottole, vola incerto, spare;
fa’ che la morte sia morte, non altro
da morte, senza lotta, senza vita.
Da’ loro pace, pace eterna, placali.

Laggiù dov’è più fitta la falcidia
arano, spingono tini alle fonti,
parlottano nei quieti mutamenti
da ora a ora. Il cucciolo s’allunga
nell’orto presso l’angolo, s’appisola.

Un fuoco così mite basta appena,
se basta, a rischiarare finché duri
questa vita di sottobosco. Un altro,
solo un altro potrebbe fare il resto
e il più: consumare quelle spoglie,
mutarle in luce chiara, incorruttibile.

Requie dai morti per i vivi, requie
di vivi e morti in una fiamma. Attizzala:
la notte è qui, la notte si propaga,
tende tra i monti il suo vibrìo di ragna,
presto l’occhio non serve più, rimane
la conoscenza per ardore o il buio.

(Da "Tutte le poesie", 1988)





RINTOCCA MESTA LA CAMPANA AI MORTI
di Clemente Rebora (1885-1957)

Rintocca mesta la campana ai morti
nel ciel brumoso tutto prono a terra,
la nostra morte muore, e si disserra
al Ciel la vita in Cristo pei risorti.

(Da "Le poesie", 1994)





2 NOVEMBRE
di Cesare Vivaldi (1925-1999)

Le nostre idee di libertà e giustizia
sono solo fantasmi od illusioni,
Franco? Mi colma il cuore la mestizia
delle stagioni

che senza posa scorrono: e domani
conterò trentun anni. In mezzo ai morti
stendo le braccia, come un fico i rami
spogli sugli orti.

Così solo, così grigio, così
contorto! E tutto avanti a me si fonde
in una nebbia: passato, avvenire,
presente. Fonde

malinconie m'assalgono, e non basta
a disperderle il riso delle donne,
non basta il vino, le ciarle, la lastra
rovente d'onde

nel bianco ristorante il cuoco toglie
la carne abbrustolita e me la porta
perché m'ingozzi. Saranno le foglie
secche, la morta,

gialla stagione che con esse trema
freddolosa sul cuore, il grido acuto
d'una tardiva rondine, l'estrema,
il suo saluto

lamentoso, che ancora «Iti» chiamando
dall'eco, «Iti» raccoglie. Mitologico
ricordo, da sorriderne pensando
me in antologico

cacciatore di fiabe trasformato.
E vedi, Franco, come per te scrivere,
a te pensando, m'ha rasserenato,
e forse a vivere

di nuovo in pace penso, di me stesso
sorridendo, con la facilità
dell'ironia, che è surrogato spesso
di libertà.

(Da "Poesie 1952/1992", 1993)





IL 2 DI NOVEMBRE
di Paolo Volponi (1924-1994)

Nella mia capitale di campagna
oggi ancora più fitta sale
la nebbia dalla porta di Lavagine,
la porta che guarda verso il mare.

Restano fuori i contadini a seminare
e qualche frate verso gli Zoccolanti.
Dopo la semina si chiude l'anno;
il resto è uguale,
oppure una gran voglia di pane.

(Da "Poesie 1946-1994", 2001)

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