sabato 1 novembre 2014

Il giorno dei morti in 10 poesie di 10 poeti del XIX secolo

DUE NOVEMBRE
di Vittoria Aganoor (1855-1910)

Oh se potessi ancora
sognar! ridirmi ancora:
— egli m'ama, egli pensa
a me, sempre; egli guarda
questi limpidi giorni e pensa a me;
guarda queste serene
notti, ed incontro sempre
l'innamorato suo pensier mi viene!
questa lucente vita
non gli par bella se non per me sola,
e con me sola; tutto l'altro ormai
follia, follia, follia,
e nessuna parola
lo accende e lo consola
se non gli viene dalla bocca mia.
Quando verrà l'inverno
coprendo il cielo d'una bigia trama
di nuvole, e cadranno
le lunghe piove e le melanconie
sovra la terra; intorno a me, ch'egli ama,
sarà il sole, una calda onda di sole,
l'ardente soffio dell'intensa brama,
la viva vampa delle sue parole
intorno a me, ch'egli ama!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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Ecco Novembre; s'aprono
i cimiteri. Oh se potessi ancora
sognar! L'inverno viene
ed il sol ci abbandona.
Oh se potessi ancora
sognar! L'inverno viene
ed il sol ci abbandona.
Cadon le pioggie lente,
s'aprono i cimiteri;
una campana suona
interminabilmente.

(Da "Poesie complete", 1912)





DUE NOVEMBRE
di Peleo Bacci (1869-1950)

Al giardiniere ho chiesto
perché l'ultime rose
cogliesse giù nell'orto,

ed ei col viso mesto
guardandomi, rispose:
- Pel mio bambino morto. -

E mentre al taglio eguale
cedeva la fiorita,
egli di tanto in tanto

la cocca del grembiale
prendeva colle dita
e s'asciugava il pianto...

(Da "Dai nostri poeti viventi", 1896)





I MORTI
di Giulio Carcano (1812-1884)

Dall'olmo solitario 
Le foglie inaridite 
Cadon sull'erba pallida; 
Già d'autunno la vesta ingombra il suol: 
Ma piove ancor col mite 
Ultimo raggio la sua gioia il sol. 

Più la canzon de' poveri 
Per l'aer non batte l'ale: 
Ma vive le memorie 
Albergano nel nido del dolor; 
Bagna il pianto mortale, 
In sacra terra, i pochi ultimi fior. 

Oh! chi non ama il memore 
Giorno de' mesti addii? 
Cui non è sacro l'angolo 
Ove dorme la madre ed il fratel? 
La prece umil, da' pii 
Sepolcri ascende, come incenso, al ciel. 

E possente dai tumuli 
Tuona il grido de' morti, 
Custodi della patria, 
E virtù desta de' viventi in cor. 
Ove dormono i forti, 
Là veglia sempre l'occhio del Signor.

(Da "Poesie edite ed inedite", 1895)





O VOI CHE NE LE FOSSE UMIDE E NERE
di Giuseppe Chiarini (1833-1908)

O voi che ne le fosse umide e nere
o sotto i marmi candidi dormite,
oggi un sordo romor per le severe
tacite sedi errar non lo sentite?

Oggi è il dì che i viventi in lunghe schiere
traggon pensosi e muti a le romite
vostre dimore; ed hanno in man fiorite
ghirlande, ed hanno in cor pianto e preghiere.

Anch'essa, o morti figli, anch'essa viene
oggi la madre vostra al cimitero,
porta anch'essa ghirlande al rito mesto;

ghirlande e pianto. Io no: dove conviene
molta gente, non vado: in casa io resto
a ragionar di voi col mio pensiero.

(Da "Lacrymae", 1880)





2 NOVEMBRE
di Renato Fucini (1843-1921)

Tornai! le lane sulle usate spalle,
Scende la brina dalle alture bianche;

Cadono in pioggia al suol le foglie gialle,
Suonano a morto le campane stanche.
Salute a noi dalle infiorale ajuole,
Dai marmi ghiacci dell'ospizio estremo!...

Cianciano i vecchi, sonnecchiando, al sole;
Vanno i malati pallidi a San Remo.

(Da "Le poesie di Neri Tanfucio", 1920)





DUE NOVEMBRE
di Pietro Gori (1865-1911)

Quante memorie, o Bice,
in questa notte buia e sconsolata!
Oh d'una infanzia garrula e felice,
      larva sfumata!

Oh fantasie gioconde,
ribelli al ritmo di studiato verso,
erranti strofe, nenie vagabonde
      de l'universo!

Oh per li elbani clivi
carme infinito di geniali accordi!
eravamo sì baldi e sì giulivi;
      te ne ricordi? 

Te ne ricordi? a piaggia 
de l'ondata vanìan le brume stanche; 
salpavan da la ripa erma e selvaggia
      le vele bianche.

Tu eri piccolina,
gaia, gentile; io ruvido monello;
oh infantil bisbiglìo d'ogni mattina,
      com'eri bello!

O Bice, ho ripensato,
stanotte, le paure d'altre volte,
le fole udite, mezzo addormentato,
      lugubri e stolte.

Nella notte dei morti 
in sogno rivivean quelle leggende, 
scendean di scheltri, da l'avel risurti,
      fosche tregende.

La visïon spettrale
riddava al mesto suon de le campane,
novellanti nel buio a funerale
      favole arcane.

Oggi non più. L'affetto
solo rivive memore al dolore,
oggi son morte le paure, e in petto
      non trema il core.

Eppur, deh, s'io vorrei
di nostra infanzia la illusione pia!
ma la tua fede nei moderni Dei
      non è più mia.

Ahimè! se fosse vero,
che un trapassato spirito errabondo
potea stanotte uscir dal cimitero,
      e gir pel mondo;

ei ben sarìa venuto,
il tuo mesto Luigi a la prigione,
m'avrìa portato il bacio ed il saluto
      de l'alme buone.

Ahi! muta è la sua tomba,
chiusa dal gelo nel silenzio eterno,
e la tragica squilla oggi rimbomba,
      come uno scherno.

Stanotte, o Bice, invano
nel mio carcer movean le ricordanze,
invano a requie un suon tessea lontano
      macabre danze.

Ma l'aerea cöorte
de li spirti ne' miei sogni non scese,
non temo più dai morti e da la morte
      ire od offese.

Da che i vivi crudeli
m'ebber, pel mio pensiero, i polsi avvinti,
se pur non credo ne li empirei cieli,
      amo gli estinti;

amo questa serena
folla di atòmi, cui morte travolve;
corrosi anelli d'immortal catena,
      perpetua polve.

E so ben che la vita
è un episodio ratto e passeggiero,
un'audacia di brame inassopita,
      un sogno altero;

ma so pur che, se il flutto
de l'essere, onde l'uom soffre, o gioisce,
è materia che palpita, non tutto
      con lui finisce.

L'umanità non muore,
e i ruderi di noi serba immortali,
perpetüando i nostri odî, l'amore,
      il fango e l'ali;

ali di cherubino,
torve passioni, aurore scintillanti,
di libertà radiosi in sul cammino
      martiri e santi.

Qui l'averno o l'eliso
son la fraterna pace, o l'aspra guerra;
lotta il veggente, e vuole il paradiso
      qui sulla terra.

Ma tu, sorella, speri,
levando prieghi supplici e devoti,
ch'ei viva in grembo ai fulgidi emisferi
      di mondi ignoti.

Non io. Pur se il tuo pianto
men triste è al raggio de l'antica fede,
prega, sorella, nè ti offenda il canto
      di chi non crede.

(Da "Prigioni", 1911)





OGGI È IL GIORNO DEI MORTI...
di Giacinto Ricci Signorini (1861-1893)

Oggi è il giorno dei morti. Ed una densa
Nebbia le cose intorpidisce, e serra
Il cielo tetro e livido.
L'anima tace nel mister: non pensa;
Quasi smarrita in questa fredda terra.

Solo percorro sul mattin le logge
Del cimitero; a poco a poco miro
Indifferente e rapido,
Adornarsi le tombe in nuove fogge:
Ma la tua tomba è lunge al mio desiro.

Come è vuoto il mio spirito! Non trema
Al fluir di quest'ora triste; e pare
Anche il creato esanime;
E che per l'aria senza sol mi prema
Come un silente transito di bare.

Or delle cose seppi la profonda
Vanità, la fuggevole parvenza:
Tutta scopresi l'intima
Fibra bestiale, nauseosa, immonda,
Che invigorisce questa nostra essenza.

E a che la lotta disperata agogna,
E la rabbia implacabile, omicida?
Son come al vento polvere.
Ronza d'intorno acuta la menzogna,
Ma non mi curo, se il mio cuore uccida.

Operi l'uomo a suo capriccio. Alcuna
Speranza non richiamo: il vento forte
Dentro i cipressi sibila.
Tesso la tela della mia fortuna,
Calmo, aspettando il bacio della morte.

(Da "Poesie e prose", 1903)





NEL DÌ DE' MORTI
di Igino Ugo Tarchetti (1839-1869)

I.
suonano a festa: olezzan di viole
Le morte zolle e si allegra la terra;
Cantano augelli, sfogliansi le aiuole...
Tacciono i morti e dormono sotterra.

Inverno riede; Autunno, come suole,
L' ultime gemme de' fiori disserra,
Ronzano insetti e volteggiano al sole...
Tacciono i morti e dormono sotterra.

Dormono stesi, immobili, stecchiti
Nell'umido, che stilla entro la fossa,
Col lenzuol roso e co' stinchi imbianchiti.

O padre mio, una voce mi dice
E mi suona nell'anima commossa
Che tu sei morto e non fosti felice!


II.
Che felice non fosti! E questo ingrato
Rimembrar che la mia vita addolora,
È il rimembrar che de' tuoi cari il fato
Non allieti la tua fredda dimora;

Ma dimmi, per le lacrime, che dato
Mi fia versar su la tua fossa ancora,
D'un'altra vita, in forme altre rinato,
Vedesti o vedi una più lieta aurora?

Dimmi: pel duolo ond'è l'anima oppressa
Per il negro avvenir, che m'impaura,
È una mercede alla virtù concessa?

Ma tutto è muto! — Il sol dall'alto sferra
Gl'ultimi raggi, e sorride natura... 
Tacciono i morti e dormono sotterra.

(Da "Disjecta", 1867)





LE CAMPANE DEL 2 NOVEMBRE
di Giuseppina Turrisi Colonna (1822-1848)

È la voce degli angeli e dei morti,
E dei secoli il pianto e di Natura,
Che noi, nel sogno della vita assorti,
Ad altro viver chiama, ad altra cura!
Ah tu, squilla mestissima, conforti
I languidi pensier della sventura;
Tu m'insegni a soffrir, tu mi riveli
Che fugge il duol, fuggono i dì crudeli.

Coi prischi vati, coi guerrier, con Dio
Vissi fuor della terra e de' suoi mali.
Chi mi destò dall'incoscente oblio?...
Ah, chi mi tolse la speranza e l'ali?...
Nell'audacia di nobile desìo
Bramai cangiar la sorte dei mortali,
Render tutti felici: ahi! tutto in pianto
Miro, e dei giorni miei rotto è l'incanto.

No, non vorrei coi morti e nell'orrore
Di gelido sepolcro addormentarmi;
Vorrei, come rugiada in grembo al fiore,
In grembo a rosea nuvola celarmi,
Piangere, amar, pregare, in fin che fuore
Me dal recesso mio, gli altri dai marmi
La novissima tuba un dì ridesti,
E n'apra i tabernacoli celesti.

Fuggir sopra una nube! ad ogni umana
Cosa fuggire è un nobile deliro,
Un sogno eterno, un'esistenza arcana,
Un mesto placidissimo ritiro.
Esser viva, esser sola, esser lontana,
Desìata nel mondo e nell'empiro,
Mistero a tutti, nota sol nei canti,
Ebbrezza di cherùbi, amor di santi!

Ecco: dell'aurea nube armoniosa
Veglio la Patria mia, desto gli eroi,
Parlo a' miei cari, e tenera, pietosa
Memoria sono al cor gli affetti suoi.
Lungi, o cari, da voi, solo riposa
Chi troppo e invano s'agitò per voi;
Addio per sempre... E tu di là tranquilla
Ripeti il mesto addio, funerea squilla.

(Da "Poesie", 1915)





POVERI MORTI!
di Annie Vivanti (1868-1942)

In lugubre cadenza le campane
Vogliono ricordarci i nostri morti;
E noi, che pure vi crediam risorti,
In vesti nere andiamo al Camposanto,
A rammentarvi che v'amammo tanto,
         Poveri morti!

Vedeste quanti fiori vi rechiamo!
D'ogni foggia e color, croci e corone!
De' fiori freschi non è la stagione
(Che vivon tutt'al più una settimana),
Ma quelle di perline o porcellana
         Son di durata!

Se gli occhi aveste ancor, poveri morti,
Sui vostri marmi leggereste tutto
L'amor che vi portammo e il nostro lutto.
Ed anche un grande elenco di virtù
Che forse voi non ricordate più
         D'aver avute.

Ma si fa tardi. Al caso un altro Requiem
In carrozza al ritorno è presto detto,
O guai! con questo freddo maledetto
Si corre il rischio di pigliar malanno.
Che autunno indiavolato abbiam quest'anno!
         — Cocchiere, a casa. —

(Da "Lirica", 1915)

2 commenti:

  1. Hai fatto una bella ricerca,a parte Fucini,gli altri poeti mi sono sconosciuti.

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  2. Beh, è vero che c'è qualche poeta sconosciuto, ma in vero non tutti lo sono. Tarchetti, per esempio, è uno dei maggiori rappresentanti della "Scapigliatura": corrente letteraria ottocentesca importante e famosa. Pietro Gori invece, più che come poeta, è ricordato da molti per le sue idee anarchiche e per aver scritto il testo della canzone "Addio Lugano bella". Vittoria Aganoor e Giulio Carcano infine sono quasi o sempre presenti nelle antologie della poesia italiana del XIX secolo. Però ammetto che un po' tutti, parlando di poesia, sono stati trascurati (se non ignorati) da ormai moltissimi anni, sia dai critici che dagli editori.

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