domenica 27 maggio 2012

Il ballo (o la danza) nella poesia italiana decadente e simbolista

Il ballo e la danza ricorrono spesso nelle poesie dei simbolisti e dei decadenti; per ciò che riguarda la simbologia, ogni tipo di danza ha la sua: per esempio un ballo settecentesco come il minuetto è riferito alla nobiltà, all'eleganza ed alla galanteria che, nel caso della poesia crepuscolare, si collega anche ad un rimpianto del passato; la danza del ventre ha ovviamente a che fare con l'erotismo se non con la lussuria, in questa categoria è spesso presente una figura biblica quantomai detrminante e affascinante: Salomè; il valtzer ha a che vedere con la passione e l'amore con conseguente riferimento ai tempi (anch'essi rimpianti) del romanticismo. Non mancano le cosiddette "danze macabre" i cui protagonisti sono gli scheletri ed altre forme che si rifanno all'orrido e al terrificante, settore in cui primeggiano le poesie di Graf e di Rubino. Parlando poi più in generale, bisognerebbe aggiungere che la danza spesso e volentieri si ricollega ad un istinto primitivo dell'uomo, il quale si manifesta col movimento sincronizzato con l'ascolto di una musica o di un rumore ritmico, e che esterna sensazioni di allegria o euforia.


 
Poesie sull'argomento 

Mario Adobati: "Il ballo in nero" e "Partenza per il ballo" in "I cipressi e le sorgenti" (1919).
Diego Angeli: "La festa" in "La città di Vita" (1896).
Massimo Bontempelli: "Danza allo specchio" in «La Brigata», ottobre-novembre 1916.
Paolo Buzzi: "Festa da ballo" in "Bel canto" (1916).
Enrico Cavacchioli: "Danza macabra" in "L'Incubo Velato" (1906).
Enrico Cavacchioli: "Danza del ventre" in "Le ranocchie turchine" (1909).
Luigi Donati. "La danza tormentosa" in "Poesia di passione" (1928).
Arturo Graf: "Le Danzanti" e "La danza dello scheletro" in "Le Danaidi" (1905).
Gian Pietro Lucini: "La danza d'amore" in "Cronaca d'Arte", gennaio 1897.
Gian Pietro Lucini: "La collana" in "Poesia", marzo 1908.
Gian Pietro Lucini: "La danza sacra" in "Poesia", aprile 1908.
Gian Pietro Lucini: "La pifferata", "La danza d'amore", "La furlana", "La danza del ventre" in "Le antitesi e le perversità" (1971).
Olindo Malagodi: "La eterna danza" in "Poesie vecchie e nuove (1890-1915)" (1928).
Nicola Marchese: "Minuetto" in "Le Liriche" (1911).
Tito Marrone: "La danza di Fauno" in "Liriche" (1904).
Ettore Moschino: "Salomè" in "I Lauri" (1908).
Aldo Palazzeschi: "Gavotta di Kirò" in "Lanterna" (1907).
Guido Ruberti: "La danza" in "Le fiaccole" (1905).
Antonio Rubino: "Danza delle mani amputate" in "Versi e disegni" (1911).
Federigo Tozzi: "Ecco la danza delle nudi estati" in "La zampogna verde" (1911).
Mario Venditti, "La danza senza perché" in "Il cuore al trapezio" (1921).
 
 
 
Testi

LA DANZA D'AMORE
di Gian Pietro Lucini

Sotto ai miti splendori
delle notti serene
sorgono, coll’incanto, le Sirene
brune a comporre le strofe ed i cori.
Van pel calmo giardino
che la rugiada bagna,
da che la viola ride e trilla il ribechino.
Io lo so, sotto le piante odorose
stanno i molli giacigli, stanno i grati refugi;
io lo so, che tra i gigli e le rose
ride propizio il Nume.

Or voi le udite, queste mie note,
cantano d’amore, cantano.
La Dama e il Cavaliere vanno lontano,
sotto alla volta verde dei laureti.
- «Respiriamo, Signora,.» -
li aromati capziosi e inebrianti,
che da i calici i fiori, come bracieri di giada,
inalzano, Signora:
inebriamoci del vino
dolce che spreme la bionda Citerea
dalle turgide grappe raccolte nella vigna del piacere;
inebriamoci, Signora
La Dama e il Cavalier vanno lontano,
lontan’ sotto alla volta verde dei laureti.

Or voi le udite queste mie note,
cantano d’amore, cantano.
- «Oh perché mai, Signora,» -
l’occhi miei s’affisano nei vostri;
oh perché mai Signora,
freme la vostra mano nella mia?
Guardate, noi sempre danzeremo,
così, fino all’aurora;
e domani e dopo e poi?
Non credete al futuro; non temetelo mai.
Siete stanca Signora?
Or voi le udite, queste mie note
son domande d’amanti.
- «Che importa? Non fuggono i vostri occhi i miei imploranti.» -
Lasciatevi guardar bella e sincera. Temete?
Di che temete? Nel giardin’ delle fate viaggiamo;
senti, bambina, non è questa la vita?
Viaggiam, viaggiam lontano
per la terra del sogno,
per le regioni immense, arcane, eterne dell’irreale.
Non è un sogno la vita? Ed è un inganno il sogno?
Sì: ma se noi, bambina, non ci destassimo mai?
Or voi le udite, queste mie note;
son baci le note.

La Dama e il Cavalier vanno lontano,
lontan’ sotto alla volta verde dei laureti:
e nei miti splendori
delle notti serene
la danza e il ritmo sperdonsi sonori,
sulle rose,
amorose,
sbocciate nei cespugli e appassite tra i seni
candidi e sodi:
La mia nota si muore.

(Da "Le Antitesi e le Perversità")

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