lunedì 21 aprile 2014

La stazione nella poesia italiana decadente e simbolista

La stazione è un luogo che in molti versi fa sorgere una profonda malinconia, soprattutto perché spesso ci si va per partire e quindi allontanarsi da un posto caro, oppure perché si accompagna una persona amata che deve andar via. Se il tempo non è bello la malinconia aumenta e raggiunge apici che alcuni versi di Giosuè Carducci mostrano chiaramente (in una poesia: "Alla stazione in una mattina d'autunno" che forse può definirsi la più intimista del poeta toscano). Nella lirica crepuscolare la stazione diviene luogo nostalgico, soprattutto se piccola, se dotata di un giardinetto o di una sala d'aspetto: è l'occasione per esprimere il rimpianto di una vita tranquilla ormai in estinzione. Altre volte la stazione ha caratteristiche mondane: qui si incontrano persone che vengono da tutte le parti del globo terrestre e nello stesso tempo si possono sognare viaggi verso mete lontane e agognate. Da segnalare infine il caso clinico (con sfumature grottesche e ridicole) di chi va alla stazione perché si è invaghito di una locomotiva, con la quale instaura un dialogo esponendo i suoi desideri e i suoi sentimenti.



ALLA STAZIONE IN UNA MATTINA D'AUTUNNO 
di Giosuè Carducci (1835-1907)

 Oh quei fanali come s'inseguono 
 accidïosi là dietro gli alberi, 
 tra i rami stillanti di pioggia 
sbadigliando la luce su 'l fango! 

 Flebile, acuta, stridula fischia 
 la vaporiera da presso. Plumbeo 
 il cielo e il mattino d'autunno 
 come un grande fantasma n'è intorno. 

 Dove e a che move questa, che affrettasi 
 a' carri foschi, ravvolta e tacita 
 gente? a che ignoti dolori 
o tormenti di speme lontana? 

 Tu pur pensosa, Lidia, la tessera 
 al secco taglio dài de la guardia, 
 e al tempo incalzante i begli anni 
 dài, gl'istanti gioiti e i ricordi. 

 Van lungo il nero convoglio e vengono 
 incappucciati di nero i vigili, 
 com'ombre; una fioca lanterna 
 hanno, e mazze di ferro: ed i ferrei 

 freni tentati rendono un lugubre 
 rintocco lungo: di fondo a l'anima 
 un'eco di tedio risponde 
 doloroso, che spasimo pare. 

 E gli sportelli sbattuti al chiudere 
 paion oltraggi: scherno par l'ultimo 
 appello che rapido suona: 
 grossa scroscia su' vetri la pioggia. 

 Già il mostro, conscio di sua metallica 
 anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei 
 occhi sbarra; immane pe 'l buio 
 gitta il fischio che sfida lo spazio. 

 Va l'empio mostro; con traino orribile 
 sbattendo l'ale gli amor miei portasi. 
 Ahi, la bianca faccia e 'l bel velo 
 salutando scompar ne la tènebra. 

 O viso dolce di pallor roseo, 
 o stellanti occhi di pace, o candida 
 tra' floridi ricci inchinata 
 pura fronte con atto soave! 

 Fremea la vita nel tepid'aere, 
 fremea l'estate quando mi arrisero; 43 
 e il giovine sole di giugno 
 si piacea di baciar luminoso 

 in tra i riflessi del crin castanei 
 la molle guancia: come un'aureola 
 piú belli del sole i miei sogni 
 ricingean la persona gentile. 

 Sotto la pioggia, tra la caligine 
 torno ora, e ad esse vorrei confondermi; 
 barcollo com'ebro, e mi tócco, 
 non anch'io fossi dunque un fantasma. 

 Oh qual caduta di foglie, gelida, 
 continua, muta, greve, su l'anima! 
 io credo che solo, che eterno, 
 che per tutto nel mondo è novembre. 

 Meglio a chi 'l senso smarrí de l'essere, 
 meglio quest'ombra, questa caligine: 
 io voglio io voglio adagiarmi 
 in un tedio che duri infinito. 

(Da "Nuove odi barbare", Zanichelli, Bologna 1887)





ELEGIA FERROVIARIA
di Guelfo Civinini (1873-1954)

Le piccole stazioni 
dove i treni diretti 
passan senza fermarsi!
Fra un ondeggiar di chiome 
di eucalipti giallastri 
le piccole stazioni 
solitarie, coi tetti 
rossi e una panchina 
verde sul marciapiede,
e sul muro hanno il nome 
d'un ignoto paese 
che non si vede:
qualche piccola pieve 
fra ombrie di castagneti 
e tremolii d'ornelli 
al monte, o pei declivi 
d'un colle entro una mite 
serenità d'olivi;
ignoti paeselli 
che colui che viaggia 
sovra i treni diretti 
non conoscerà mai, 
sperduti chi sa dove, 
per chi sa quale spiaggia, 
per chi sa quali greppi, 
ancora ad otto o nove 
ore di diligenza 
dalla strada ferrata, 
e si chiaman con nomi 
un poco letterari: 
San Lorenzello, Albata 
Mongiglio, Valfiorenza, 
Sant'Agata dei Frari... 

Le piccole stazioni
di quarta classe,
coi loro giardinetti
conventuali:
due piante di cedrina
dei bordi d'erbe grasse,
e in una delle aiuole
una gran zucca gialla
che si crògiola al sole
fra i gerani e l'ortaglia.
Trascorron l'ore e l'ore
a aspettare i diretti
che passano in gran fretta
senza fermarsi,
per salutarli appena
con una bandieretta,
sulla strada maestra
da certe impolverate
solenni giardiniere
le mule infiocchettate
scuoton le sonagliere,
e una ragazza bionda
pallida e spettinata
guarda da una finestra
sulla lampisteria
con una faccia mesta
piena di nostalgia
il «4 bis» che passa
e scompare fugace
fra due siepi d'acacie,
rincorso da una breve
fuga di foglie gialle
come da un volo lieve
di piccole farfalle.

Un attimo, e son già 
scomparse: «Che stazione 
era? - Non so, signora: 
non ho guardato il nome... 
Il paese è lontano: 
dev'esser giù di là...» 
Per un poco si tace, 
poi: «Lei viene a Milano? 
- Forse, dopo Torino... 
- Ci rivedremo, allora... 
- S'imagini, signora». 
Il giuoco cittadino 
ci riprende e ci piace; 
la piccola stazione s'è perduta lontano, 
la piccola stazione 
dove non ferma il treno,
con l'ignoto paese 
fuori di mano 
che non conosceremo, 
con la tacita pieve 
che non si vede,
che non sappiamo come 
si chiamerà,
ed avrà forse nome
Serenità.

(Da "I sentieri e le nuvole", Treves, Milano 1911)





ALLA STAZIONE CENTRALE
di Guglielmo Felice Damiani (1875-1904)

Portami teco, mostro che t'involi
verso i monti paterni e i glauchi laghi
onde per l'odorate ombre mi paghi
con te, Virgilio pio, di questi soli!

E che le guerre mie stolte consoli
rustica pace e il desiar s'appaghi,
e la febbre che m'arde alfin dismaghi
cantar di fonti e trepidar di voli!

Sparve l'errante macchina e con essa
d'una straniera vagabonda e stanca
l'affacciata visione: o mano bianca,

rimasta nella mia pupilla impressa
come l'orma d'un sogno, a chi nel muto
cenno mandavi l'ultimo saluto?

(Da "Lira spezzata", Zanichelli, Bologna 1912)





ALLA STAZIONE
di Arturo Foà (1877-1944)

Sotto l'arco sonoro della stazione, io aspetto
tra la folla l'arrivo di un treno. Di che treno?
io non lo so; io mi sono confuso tra la densa
folla per aspettare. Eccoli. Una turba
che fluttua dai larghi cancelli e in mezzo a noi
si spande e ondeggia; tutte le età, tutte le foggie:
femminee grazie, maschi volti barbuti, chiome
senili, strilli e risa giovinette.
Onde vengono? da mari azzurri, da grigie nebbie,
da fragorose strade di metropoli?
E a te che importa, anima mia? da qualunque contrada
essi vengano, siano essi i benvenuti.
Nella lor terra si ama, si lotta, si soffre e si muore
come si soffre e si muore nella mia terra.
Sotto ogni cielo è uguale la rigida legge, fra cui
gli uomini si dibattono, nel tempo, senza uscita.
Ma essi sono per me l'ignoto e il sogno, due
meravigliosi amici della mia solitudine.
Ed io posso - o anima, mia complice ingenua o pietosa!
immaginar più forti, più saggi e più magnanimi
della folla ben nota che circola intorno ai miei passi
in ogni ora del giorno per queste vie ben note,
solo perché con essi mi sembra che giungami l'eco,
il respiro, il sorriso d'una più dolce vita,
da qualche spiaggia in cui giocondamente errai,
o da qualche città ignota e lontanissima
a cui da tanto io penso e che giammai vedrò.

(Da "Le vie dell'anima", Lattes, Torino 1912) 





IL GIARDINO DELLA STAZIONE
di Marino Moretti (1885-1979)

Giardino della stazione
di San Giovanni o San Ciro
tutto fiorito all'ingiro
di fiori della passione,

chiuso da siepe corrosa
di brevi canne sottili
cui s'attorcigliano i fili
de' bei convolvoli rosa!

Brilla nel mezzo un tranquillo
disco di limpida vasca,
oscilla un petalo e casca
presso il minuto zampillo;

par che gli zefiri mossi
lancin le blande farfalle
su le gaggie, su le palle-
di-neve, sui cacti rossi;

che il sol, disceso da un regno
d'oro, d'azzurro, d'opale,
entri siccome un mortale
dal cancelletto di legno,

mentre la buona stazione
che s'alza rosea d'accanto
dice il suo nome di santo
quasi con circospezione!

E noi si va chi sa dove,
poveri illusi, si va
in cerca di felicità,
verso città sempre nuove,

verso l'ignoto e la sera!
Invece lì nel giardino
veduto dal finestrino
c'è tutta la primavera!

E c'è una gaia fanciulla
che ride un riso sereno
e non si cura del treno
e non si cura di nulla...

Giardino della stazione
di San Martino o San Celso
con quel cipresso o quel gelso
che a lato fa da padrone,

giardino di devozione
che ascolta attento e tranquillo
la voce dello zampillo,
il rombo del calabrone!

Chi scenderà dal vagone
per rimanere ed amare
le tue belle iridi chiare,
figlia del capo-stazione?

(Da "Poesie 1905-1914", Treves, Milano 1919)





3022
di Nicola Moscardelli (1894-1943)

O locomotiva, come sbuffavi triste
sotto il padiglione affumicato della stazione!
M'avvicinai ma non osai toccarti
perché ansimavi come una bagascia.

3022 sempre tu!
T'ho rivista chissà quante volte
più lustra e più pulita
e ho allungata la mano
per carezzarti i fianchi,
ma cento padroni
m'hanno fatto tornare indietro -
E mi son contentato di guardarti
dietro i vetri del buffet. -
Oh poterti offrire un caffè
prima di partire!
ma il capostazione non vuole.

M'hanno detto che una volta sei caduta
ma - non completamente perduta -
ti sei salvata a tempo.
Non essere così sventata...
ahi! non fischiar così
tu mi strappi le orecchie. -
Hai ragione, bisogna partire!

Oh accendere un cerino
sul tuo ventre caldo:
fumare una sigaretta
insieme col tuo fumaiolo!
- fuggiamo insieme - mi strepiti da un'ora
ma tu sai bene ch'io non voglio partire.
E se mi porti via a tradimento
mi confonderò col tuo fumo lento lento
- Saranno i baci che mi mandi non vista -
(il capo stazione è lontano):
rannicchiato come un topo che va per mare
cercherò d'essere locomotiva io pure.
E nelle gallerie piene dei tuoi baci
verserò una lagrima,
una povera lagrima perduta,
mentre sotto i miei piedi
tutti i demoni scatenati danzeranno
qualche fantasia per te che amano
e cantano con voce di metallo
caldo strisciante affebbrato.

Alla prima stazione ti lascerò
e ti manderò una cartolina illustrata
dal mio paese dove non t'hanno mai vista.
Vedrò per l'ultima volta di lontano
il tuo fumo che gira che gira per l'aria
e mi sembrerà il fazzoletto rosso
che agitano gli emigranti
prima di partire per l'America.
Giunto a casa ritornerò bambino
con una locomotiva di latta
(fosti il mio primo amore!).

Oh potrei fare una dichiarazione,
ma il capostazione non vuole!
Che ci sia qualche relazione
fra te ed il capostazione?

O locomotiva, come sbuffavi triste
sotto la piccola stazione
quando non ebbi cuore di toccarti!
Che forse soffrivi
perché lasciavi il capostazione?

(Da "Abbeveratoio", Libreria della Voce, Firenze 1915)





ALLA STAZIONE
di Yosto Randaccio (1880-1965)

È tardi. Non li senti
tu questi brividi dell'aria?
Sempre un'ala di gelo che svaria
d'intorno. Che vespero triste!

Su i rudi passoni,
là, nel molo, ero solo. Nessuno
dei soliti, sai, v'era. Ero solo.
Che vespero triste, che cielo!
Nel cielo stendevano un velo
di duolo.
Il mare facevansi bruno,
il grecale fischiava.
Che sbattiti di cavalloni!
Levavasi a volo un gabbiano,
guardavami in fretta, gridava
e fuggiva lontano.
Un'anima stanca penava.

E sono venuto qui di corsa.
È sabato, oggi: forse
arriverà molta gente.
Arriveranno signore... Rammenti
quanta folla sabato scorso?
Potrebbe venire anche lei
certo. Chi sa che lontana non senta
l'anima mia che la vuole!
Ma il cuore ripete
tre cupe parole:
- Demente demente demente!

Certo, arriverà qualcuno.
Così sarò lieto. Dove vanno
questi miei giorni convalescenti?
A quale profondo mistero
de l'anima? Ritorneranno?
Ma senti: è la vaporiera.
Tarda molto stasera.
Pare moribonda quando
giunge qui la vaporiera!
Perché? si direbbe, mio Dio,
che senta qualcosa di morto.
Ma questa è la riva de l'oblio?
La terra de la morte?
Mi dimenticheranno?

Chi arriva? Nessuno, nessuno
a gli sportelli. Vedi, 
non è venuto nessuno,
stasera. Che tristezza!
Non piango di dolore, vedi
è una lagrima di tenerezza
che viene quando penso a te.
Tu non mi dimentichi, mamma!
Non piango. Non spasimo più così forte.
Ma tu non mi credi.
È vero, stasera, è venuto
un nero convoglio di morte.

(Dalla rivista «Riviera ligure», marzo 1905)





SALA D'ASPETTO
di Diego Valeri (1887-1976)

Arrivato anche a questa stazione
del viaggio della mia vita.
Nell'attesa di ripartire
verso un'altra stazione
del viaggio della mia vita.

Poche lampade fioche,
annegate in un giallastro grigiore
viscido di vernice...

Dentro la nera cornice
del finestrone di fondo,
vedo la sera che muore,
tenero barlume biondo,
soave musica muta,
sui tetri giardini
della città sconosciuta.
Alle spalle, sento il lucido gelo
della strada d'acciaio che va,
immota sotto l'immoto cielo,
attraverso l'immensità.

Un fischio lontano; un vicino brusio
di voci; un trito scampanellio,
senza posa, senza posa.

Tra un cupo silenzio improvviso,
venuta chissà di dove,
una campana d'avemaria
mi posa
una molle carezza sul viso,
m'apre il cuore, vi piove
la dolcezza della casa lontana,
il sorriso della donna lontana,
tutto il canto e tutto il pianto
della mia vita lontana.
O passione vana
della mia vita vana,
ti chiamo e t'amo disperatamente,
come nell'ora dell'agonia!
T'amo e ti chiamo disperatamente,
con tutta l'anima mia...

Guardo intorno. Qualche triste ombra umana
si muove per il grigiore giallastro.
Le vetrate sono ora turchine,
d'un terso turchino, trasparente, incantato,
con qualche bianco brivido d'astro.

Chi mi trarrà da questo fondo di perdizione?
Chi strapperà alla sua sorte
il ferito senza nome,
il disperso,
abbandonato alla notte e alla morte,
solo, con la sua disperazione,
su l'ultimo confine dell'universo?...

(Da "Ariele", Mondadori, Milano-Roma 1924)





STAZIONE
di Giorgio Vigolo (1894-1983)

In sere d'eterno
diluvio m'è grato rifugio
la cupola inferna
della stazione; e mi basta
sentire l'odore di solfo
del fumo dei treni
perché subito si sfreni
la mia fantasia sedentaria
e via se ne fugga
fuor della scura tettoia
cercando nel buio dei prati
la gioia
dell'erba nera che succhia la pioggia.

Cammino su e giù per l'asfalto
di questa gran piazza coperta
che simula un vuoto mercato
o una cattedrale smessa.
I greci avevano il portico candido,
ma a noi meglio si conviene
questo fumoso chiesone
sconsacrato, ridotto a stazione.
Chiaror di lampi celebra
sotto l'arco di ferro
il puro altare delle montuose nevi.

(Da "Conclave dei sogni", Novissima, Roma 1935)

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