domenica 26 gennaio 2014

La neve in 10 poesie di 10 poeti italiani del XIX secolo

Le dieci poesie seguenti furono scritte tutte negli anni del XIX secolo. Gli autori sono poeti italiani attivi particolarmente nella seconda metà dell'Ottocento e molti di loro furono (a torto) considerati minori. Leggendole si intuirà che spesso si privilegia la visione, la descrizione dell'evento atmosferico e, secondariamente, le emozioni, i pensieri che tale evento suscita nelle anime nobili di chi scrive dei versi. Si differenziano dalle altre le poesie di Corrado Corradino, Severino Ferrari e Enrico Panzacchi (potrebbe essere aggiunto anche Giovanni Pascoli, ma ciò che cambia l'atmosfera rassicurante del testo è, nel suo caso, il solo titolo); questi tre poeti non si soffermano ad elencare i particolari del paesaggio innevato, ma si concentrano su temi spiccatamente sociali: vogliono cioè mettere in risalto il fatto che la neve e il freddo possono divenire una tragedia per chi non ha i mezzi per affrontarli adeguatamente.





FOLTA È LA NEVE
di Giovanni Camerana (1845-1905)

    Folta è la neve
Sui nodi biechi dei tronchi e sui rami
Atteggiati da scheletro
Nel cielo buio e greve.

    Laggiù i tugùri
Sonnecchiano di freddo e di tristezza;
Paion sepolcri e tumuli
I lor profili oscuri.

    Torpido fuma
Un comignolo, il segno unico vivo;
Filo vago e nericcio
Sopra il fondo di bruma.

    Vedi! è deserta
La strada, è tutta candida, e si perde
In mezzo alle casupole
Tortuosa ed incerta;

    È bianca, è queta,
Fa pensare al Natale ed ai Re Magi;
Rivolge la memoria
Verso l’infanzia lieta;

    Verso le aurore
Traversate dai cento cherubini
Della speranza, e i rosei
Nimbi del primo amore;

    Giorni lontani
Come una vela nel mare, e svaniti
Come fanno le nuvole
E i grandi echi montani;

    Ed io ripenso
Le precoci sepolte, e guardo i rami
Atteggiati da scheletro
Nel grigio umido e denso.

(Da "Versi", Streglio, Torino 1907)





NEVICATA
di Giosuè Carducci (1835-1907)

Lenta fiocca la neve pe 'l cielo cinerëo: gridi,
suoni di vita piú non salgon da la città,

non d'erbaiola il grido o corrente rumore di carro,
non d'amor la canzon ilare e di gioventú.

Da la torre di piazza roche per l'aere le ore
gemon, come sospir d'un mondo lungi dal dí.

Picchiano uccelli raminghi a' vetri appannati: gli amici
spiriti reduci son, guardano e chiamano a me.

In breve, o cari, in breve - tu càlmati, indomito cuore -
giú al silenzio verrò, ne l'ombra riposerò.

(Da "Odi barbare", Zanichelli, Bologna 1910)





IDILLIO NOTTURNO
di Corrado Corradino (1852-1923)

«Noi veniamo dal ciel, dove più d'uno
Direbbe volentieri: io ci rimango.
Noi veniamo dal ciel vuoto, importuno,
E discendiamo in terra a far del fango.»

Così diceano i fiocchi della neve
Lenti per la notturna aria danzando:
Era tutto silenzio, e solo un lieve
Fischio di vento udivi a quando a quando.

Delle case i domestici genietti
Seduti sulle cappe dei camini
Si narravano certo a denti stretti
I misteri dei tepidi stanzini,

'U l'aria è piena del romor dei baci
Sotto le molli coltrici sonanti,
E nel sonno si stringono tenaci
I corpi dei bambini e degli amanti;

Ove sul capo degli addormentati
Si addensan l'ombre del divino oblio,
E nei cor dalle veglie affaticati
La quiete discende, unico iddio.

Allor sì, che i domestici genietti
Gridavan per le canne dei camini:
«State tranquilli dentro i vostri letti;
Che freddo acuto fuor degli stanzini!»

Che freddo! e di che sconce lividure
Segnava d'una misera la faccia!
Si trascinava per le strade oscure
E nude al ciel levava ambo le braccia.

Nel suo cammino ell'era tutta sola
E i muri rasentando barcollava;
Dicea la neve: Povera figliola!
Ma intorno e accanto a lei l'uomo russava.

Con le gonne facea velo alla testa
La sciagurata, ed al livido seno;
E per gli squarci della poca vesta
Apparia degli strani occhi il baleno.

E intanto camminava, camminava
Pel fangoso sentier, pur barcollando;
E così fra sé stessa bestemmiava
Pazzamente come ebbra sghignazzando:

— Viva il mondo perdio! con la sua prole
Il buon Signore fa le cose spicce;
Figlie, a noi dice, scaldatevi al sole!
E alle dame : Per voi ci ho le pellicce.

Damine immacolate, al vigil lume
Della lucerna oh come il sonno è grato,
Mentre distesa in sul guancial di piume
La comoda virtù vi russa allato!

Intanto che col placido sposino
Voi ricambiate un bacio e uno sbadiglio
Io qui, megera lurida, trascino
Il mio vizio e me stessa nel motriglio.

(Da "Su pe 'l calvario", Casanova, Torino 1889)





NEVICATA (VICINO A LEIDA)
di Edmondo De Amicis (1846-1908)

I.

Sulla campagna squallida e pensosa
Scende la neve a larghi fiocchi e lenti,
E sui morbidi strati rilucenti,
Immaculata e tacita si posa;

Scende, d'un fitto vel copre ogni cosa,
Copre casette, ponti, acque dormenti,
E colma fossi e imbianca bastimenti.
E scende senza fine e senza posa;

E via pei campi, dietro al bianco velo,
Gli alti mulini in grande atto severo
Tendon le braccia irrigidite al cielo;

E del piano bianchissimo al confine
Segna la vecchia Leida un arco nero...
Nevica senza posa e senza fine.


II.

Io veggo nelle tepide casine
Gli olandesi panciuti ed opulenti
Seduti intorno ai caminetti ardenti
Sbuffare il fumo in larghe onde azzurrino,

Stare a mensa con le fronti chine
Argomentando in riposati accenti,
E macinar gli arrosti succulenti
Con le lente mascelle elefantine;

Veggo le caste mogli e i grossi putti,
E il placido gatton lucido e bello
E monti di formaggi e di prosciutti;

E i larghi letti insidiati invano
Su cui l'Amore ha scritto a stampatello:
Chi va piano va sano e va lontano.

(Da "Poesie", Treves, Milano 1880)





NEVE
di Severino Ferrari (1856-1905)

Neve, te canti allegra fata il poeta stolto,
mentre coi piedi caldi sta centellando il ponce;
e a chi 'l granaio scricchia nel peso del raccolto
e s'alzano legnaie d'olmi e querciuoli acconce.

Ma t'odia cui l'inverno con doppia spada offende,
la fame e il freddo acuti. Chi poi sotterra ha care
memorie, ad ogni falda che sulle tombe scende
dentro ti sente crescere e sopra il cuor pesare.

(Da "Nuovi versi", Stab. tipo-litografico Pietro conti, Faenza 1888)





NEVE IN CITTÀ
di Giovanni Marradi (1852-1922)

E da una striscia argentea di cielo,
che fra i neri edifici alta serpeggia,
neve e neve giù giù fiocca e volteggia
muta al tuo muto soffio, aria di gelo.

E nel freddo silenzio, a quando a quando,
fra i palagi di marmo, ove ancor bella
vive in refugi tepidi la vita,
qualche ombra umana affrettasi, pestando,
sotto il fioccar che ogni orma ne cancella,
quel candor molle come una fiorita.
E in bianca pioggia di fiori infinita
vien danzando giù giù neve su neve,
lieve a ogni soffio che tu soffii lieve
fra i palagi di marmo, aria di gelo.

(Da "Poesie", Barbera, Firenze 1907)





LA NEVE
di Guido Mazzoni (1859-1943)

Mite è la neve. Lieve vien giù da un cielo di perla
Come il piovente fiore de' biancospini;

Silenziosa vien giù, s'aggira volando, sussulta,
Come farfalle lungo la siepe nuova.

Sopra le vie fangose, su le arse campagne da' ghiacci,
Morbida, bianca, scende la neve pia,

Ed al maligno verno che sta su le terre domate
Tanto squallore splendidamente cela.

Crescon per lei sicure le timide punte del grano:
Sognano il raggio de' rinfiammati soli;

Cresce per lei la speme di messi fiorenti; e il colono
Sogna la falce tra le mature spighe.

Mira il fanciullo a' vetri che il fiato fumante gli appanna;
Forti trastulli dona la neve a lui.

Mira alla lente il dotto; di stelle e di rigidi fiori
Studio sagace dona la neve a lui.

Tace per lei l'imbelle stridor delle vie cittadine;
Tra gli alti monti bollono urlando i fiumi:

D'una feroce gioia esultano i fiumi, che presto
Gonfi a ruina diserteranno il piano.

Colpa ne ha la neve. Lei, vergine bianca, dall'alto
Delle montagne traggono a forza seco,

Strappanle il manto puro. Di que' lutolenti all'amplesso
Cede la neve, vergine bianca, e muore.

(Da "Poesie", Zanichelli, Bologna 1913)





NEVICATA
di Ada Negri (1870-1945)

Sui campi e su le strade
Silenziosa e lieve,
Volteggiando, la neve
                    Cade.

Danza la falda bianca
Ne l'ampio ciel scherzosa
Poi sul terren si posa
                    Stanca.

In mille immote torme
Sui tetti e sui camini,
Sui cippi e nei giardini
                    Dorme.

Tutto dintorno è pace:
Chiuso in oblio profondo,
Indifferente il mondo
                    Tace....

Ma ne la calma immensa
Torna ai ricordi il core,
E ad un sopito amore
                    Pensa.

(Da "Fatalità", Treves, Milano 1892)





NELLA NEVE
di Enrico Panzacchi (1840-1904)

Sull'alba, è intatta al suolo
la grande nevicata
che fioccò tutta notte.

Poi sul bianco lenzuolo
appar qualche pedata:
piè grandi e scarpe rotte.

Soffre la vita o dorme.
Ai bimbi il verno è crudo
come all'età cadente.

Veggo, fra l'altre, l'orme
d'un picciol piede ignudo
che m' attrista la mente.

Ahi, ahi!, chi vi ristora,
o tremanti piedini
di fanciullo errabondo?

E vi son dunque ancora
dei poveri bambini
che van, scalzi, pe'l mondo?

(Da "Poesie", Zanichelli, Bologna 1908)





ORFANO
di Giovanni Pascoli (1855-1912)

Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca.
Senti: una zana dondola pian piano.
Un bimbo piange, il piccol dito in bocca;
canta una vecchia, il mento sulla mano.

La vecchia canta: Intorno al tuo lettino
c’è rose e gigli, tutto un bel giardino.
Nel bel giardino il bimbo s’addormenta.
La neve fiocca lenta, lenta, lenta.

(Da "Myricae", Giusti, Livorno 1903)

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