lunedì 20 gennaio 2014

La neve in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

La caduta della neve può essere un evento usuale o eccezionale a seconda dei luoghi dove si verifichi questo fenomeno atmosferico che è tipicamente invernale; anche se, non di rado, può avvenire nelle stagioni che precedono o seguono l'inverno. Comunque sia, è certo che dopo una intensa nevicata il paesaggio cambia drasticamente aspetto: il bianco copre ogni cosa e domina su tutti gli altri colori. Per tale motivo, visivamente, la neve rappresenta una sorpresa e spinge un po' tutti ad osservare con più attenzione i luoghi che ha ricoperto. La maggior parte delle poesie qui sotto riportate vogliono descrivere lo stupore che tale visione suscita in chi osserva l'avvenimento. Ma ci sono anche poesie che vogliono esprimere un intenso dolore (quasi che la neve e il freddo ne siano i simboli) nato da fatti drammatici o da perdite affettive importanti. C'è infine, in alcuni versi, anche qualche accenno al sociale (si legga la poesia di Di Ruscio) e, immancabilmente, all'amore.



NEVE
di Giosuè Borsi (1888-1915)

Nel mattino d'inverno, che dirada
con luce scialba le notturne bende,
il suo candore immacolato stende
la coltre della neve in su la strada.

Il freddo punge, e volto e mani agghiada
al viator che va per sue faccende
e risonare il lastrico s'intende
per ogni goccia che dai tetti cada.

Ecco: si desta la città, si desta
la piccioletta opra e il lavoro umano,
lavoro di catelli irti e ringhiosi.

Da piedi e da veicoli calpesta,
la neve il suo candore a mano a mano
perde e s'ammucchia in cumuli fangosi.

("Versi 1905-1912", Le Monnier, Firenze 1922)





ATQUE IN PERPETUUM, FRATER...
di Giorgio Caproni (1912-1990)

Quanto inverno, quanta
neve ho attraversato, Piero,
per venirti a trovare.

Cosa mi ha accolto?

                    Il gelo
della tua morte, e tutta
tutta quella neve bianca
di febbraio - il nero
della tua fossa.

               Ho anch'io
detto le mie preghiere
di rito.

       Ma solo,
Piero, per dirti addio
e addio per sempre, io
che in te avevo il solo e vero
amico, fratello mio.

(Da "Tutte le poesie", Garzanti, milano 1993)





LA NEVE
di Bartolo Cattafi (1922-1979)

Saltano intoppi calcoli barriere
s'aprono un varco:
limpidi lunghi filati snodati
ora è acqua nel fiume
la neve di ieri.

(Da "Ultime", Idola Novecento, Palermo 2000)





NEVICA...
di Francesco Chiesa (1871-1973)

Nevica... La melanconia rilascia
sul regio ostello i suoi crini canuti;
né più le torri ostentano gl'irsuti
gesti: si stanno pallidi d'ambascia.

Lieto il cielo che torbido si sfascia,
sotto il peso che frange i guizzi acuti
dei cipressi e i rosai piega lanuti
di vecchiezza, ogni volontà s'accascia.

Ma allor che giacea prono, il suo nerbo
raccogliendo ad un tratto, la solinga
fronda raddrizza nell'inverno acerbo.

Ergesi pronto all'immortal lusinga
della vita, come un gesto superbo
che il funereo lenzuolo respinga.

(Da "Calliope", Avanguardia, Lugano 1907)





RACCOLGONO LA NEVE
di Luigi Di Ruscio (1930-2011)

Raccolgono la neve
con le mani coperte di sangue guasto
la mettono sulla bocca
per tutti i gelati che quest'estate non hanno avuto
montano su pezzi di legno
e scivolano per tutti i sogni che non hanno fatto
e sarà giorno di festa anche per loro
fuori delle case
con le vesti bucate le scarpe sfondate
mentre la neve fascia di gelo le case
in questa vostra terra
dove dio ci ha fatto bastardi.

(Da "Non possiamo abituarci a morire", Schwarz, Milano 1953)





HANNO SPARATO A MEZZANOTTE
di Alfonso Gatto (1909-1976)

Hanno sparato a mezzanotte, ho udito
il ragazzo cadere sulla neve
e la neve coprirlo senza un nome.

Guardare i morti alla città rimane
e illividire sotto il cielo. All'alba,
con la neve cadente dai frontoni,
dai fili neri, sempre più rovina
accasciata di schianto sulla madre
che carponi s'abbevera a quegli occhi
ghiacci del figlio, a quei capelli sciolti
nei fiumi azzurri della primavera.

(Da "La storia delle vittime", Mondadori, Milano 1966)





NEVE
di Guido Marta (1882-?)

Neve, neve, neve;
come lieve!
tu sei stanca, tu sei fredda, non ài voglia
più d'andare:
se ti stendi sulla soglia,
non ti levi più: mi pare
di vederti in un gran letto
dalle candide lenzuola:
tu sei fredda, tu sei sola — e sei malata.

Neve, neve, quanta pace nel tuo male!
è il tuo male
grande come il mondo:
tutto il mondo è un ospedale
(quanti letti, quante suore,
quante cose fredde e bianche!);
passa l'ombra del dolore,
senza voce.

Una strada, un'altra strada: ecco, una croce
sul tuo corpo: non più strade, non più croci,
non dolori: tutto eguale:
la città, la piana, il monte,
tutto bianco l'orizzonte,
come un mare
di serenità.

Passa un uomo; una pedata
dietro l'altra, e ti fa male;
ma tu scendi lieve e buona
tu distruggi il suo cammino, in un momento,
come quella che perdona al suo morire.
Passa il vento e ti scompiglia:
tu, serena, ricomponi il tuo languore,
un candore senza fine.

Ma se il sole viene, vai:
te ne vai senza parlare,
come certe malate che si muoiono
nell'inverno di riviera
— tra le viole di una falsa primavera, —
con le mani bianche
trasparenti di sole.

Te ne vai poco per volta:
la tua anima che fuma sotto il sole:
casolari che rigettano la vesta
di candore, quasi vecchi imbronciati
la maschera della festa;
alberi che piangono la loro
serenità perduta.
Una grande scena muta: un morire
lento: cose che stillano, strade bagnate,
campi bagnati;
resta come dei malati:
pianto solo.

Io mi penso di morire —
nei momenti di tristezza —
come tu, neve, sai morire:
un po' per volta, lasciando
un poco del mio candore
dietro ad ogni amore, un poco
di giovinezza dietro ad ogni sogno,
un po' di vita dietro ad ogni gioia
e il sole che mi farà morire
sarà la gioia che durerà di più.

(Da "La neve in giardino", Il Giornale dell'Isola, Catania 1922)





NEVE
di Rocco Scotellaro (1923-1953)

E queste nubi sono così ferme
a raggiera di viola, sovrastano
gli uomini sviati sui pendii.
Se pure danno uno spillo di sangue,
queste giornate dell’ultimo inverno
sono più larghe di cuore nella sera.
Tu puoi sentire nella notte fonda
lievitare la neve sopra i vetri
e come si cerne fina al setello,
acceca i finestrelli delle case.
Quando il cielo porta la bufera
il più vecchio si muove dalla seggiola
a spalare la cenere bianca:
- Non uscite, lo so io cosa accadde!
Non rasparono più la terra
i cavalli atterriti nel valico,
il polvischio radeva sibilando,
il trainiere portava il nostro sale,
lo trovammo con la mano di pietra
spingeva ancora le ruote affogate.

(Da "È fatto giorno", Mondadori, Milano 1954)





NEVE
di Giovanni Tecchio (1872-?)

E neve e neve e neve...
E tutto intorno imbianca:
Passa un sussurro breve,
Il fru d'un'ala stanca.

Mentre nell'aria lieve
Danza la ridda bianca,
Una tristezza greve
Scende col dì che manca.

Chi studia a un lume fioco,
Chi dorme in letto morbido,
Chi ride accanto al foco;

Va un vecchierel lontano,
Un pan cercando e querulo
Stende la scarna mano.

(Da "Canti", Monanni, Milano 1931)





LA BALLATA DELLA NEVE
di Paolo Volponi (1924-1994)

Sono scesi i passeri a branchi
dai calanchi di neve;
si sono posati tutt'insieme
sulle peste davanti a casa
come se la tua veste
tenessero per gli orli,
sfrenati nel volo
quasi per una pena del cuore.

È solo il tuo sguardo, amore,
che li tiene in vita,
o il loro stesso timore
di presto morire.

Se appena ti chiamo,
altri volano dai pagliai:
l'inverno si spalanca
nel tuo grembiule celeste,
un filo d'oro di paglia
resta a metà nell'aria.

È d'oro la tua medaglia
ogni sabato d'inverno
e bianca è la tua pelle
nel nido sopra il ginocchio.

Salendo lentamente a germinare,
la stagione mantiene
il seme del tuo pudore:
l'una e l'altro maturano insieme
e cantano in silenzio
come il vento e la neve
nel tuo piccolo paesaggio
che arriva appena a domani.

Anche i passeri al tramonto
tremando sui rami,
vivi uno per uno
e tutt'insieme come le stelle,
ti chiamano in silenzio
per arrivare a domani.


(Da "Poesie 1946-1994", Einaudi, Torino 2001)

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