venerdì 1 maggio 2026

Il 1° Maggio in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

 Sebbene nel titolo del post si parli di XX secolo, mi pare giusto precisare che diverse poesie qui presenti appartengono agli albori del Novecento e, in qualche caso, all'ultima decade dell'Ottocento. Ciò si spiega soprattutto col fatto che la festa del Primo Maggio fosse molto più sentita in quel periodo storico ormai lontanissimo, caratterizzato da una massiccia serie di manifestazioni, cortei, rivendicazioni e scioperi promossi dal movimento operaio e socialista italiano proprio in concomitanza col primo giorno di maggio (cose simili avvennero anche in altri stati europei). Un nuovo fervore, somigliante solo in parte a quello ora descritto, si verificò dopo la fine della 2° Guerra Mondiale, e in questo caso - parlando del ristretto ambito poetico - furono i cosiddetti "poeti del Neorealismo" (Accrocca, Cerroni, Scotellaro e Vivaldi) a mettere in versi le sensazioni personali e collettive provate in questo giorno, compresi i malumori dei lavoratori ancora sfruttati e sottopagati. Non mancano, in questa selezione, poesie che pongono l'accento su aspetti meno "impegnati" dell'ultima festività primaverile.




IL 1° MAGGIO IN 10 POESIE DI 10 POETI ITALIANI DEL XX SECOLO




MATTINO DI MAGGIO

di Elio Filippo Accrocca (1923-1996)


Mi bevo quest'immensa

luce che s'apre dinanzi

alla mia casa nuova.


Dal cuore ampio si leva

questo mattino di maggio.

Nascono oggi i nidi delle rondini.


1 maggio 1944


(da "Ritorno a Portonaccio", Mondadori, Milano MCMLIX, p. 76)





MAGGIO, 1

di Giorgio Caproni (1912-1990)


  Aveva la stola rossa:

parlava della gioia.

Sentivo dentro l'ossa

scuotersi la mia noia.


  Sentivo folle un nome

colmare la navata:

parlava di resurrezione

e di speranza, squillata.


  Il giorno era il Primo Maggio:

la pasqua dei lavoratori.

Accanto a te che coraggio

nel petto, e che clamori

alzava nel mio orecchio

la tenebra d'un apparecchio!


(da "L'opera in versi", Mondadori, Milano 2001, p. 229)





PRIMO MAGGIO SUL CORMÒR

di Mario Cerroni (1921-1957)


La palude scola nel canale

sotto il cielo che è basso come un tetto.

Ogni uomo ha il suo badile sul telaio

della bicicletta, i volti delle donne

fanno muro sull'argine.


Su un lungo palo il vento

sbatte uno straccio rosso,

e un pugno di sangue brucia

il grigio del giorno.


Sul Cormòr si scava

col badile su un ritmo

che pare di vene, e non conta

se nessun'ora sarà ora di pranzo,

non contano la fame, gli occhi rossi,

le piaghe dei piedi,

purché l'Italia sia più verde, i frutti

sotto le nostre mani si facciano

più dolci sui rami.

Contano solo le mani

che scavano scavano scavano,

e quel rosso sul palo.


Poi se arrestano uno di noi

c'è sempre una donna che prende

il posto di lui nel canale.

Una donna ci ama davvero

se ama il canale più di noi,

se da un furgone che ci porta via

nella galera dei ricchi,

ferme laggiù le vediamo

decise nel fango

col piede premuto sul filo

del nostro badile.


Non importa la fatica.

Più sotto il peso del sacco

che ci schiaccia le spalle, la scarpa

affonderà nella terra, più saremo

uomini di questo mondo.

Poi sempre ci sarà canto di donna

a bagnarci la gola. 


(da "Poesie", AGRAF, Udine 1972, pp. 147-148)





ASCENSIONE DI PRIMO MAGGIO

di Ettore Fabietti (1876-1962)


  Salìano a frotte in dorso alla montagna,

chiamandosi con voci alte e con risa

piene, erompenti su da i cuori liberi

di tedio, in quella prima alba di Maggio.

Vaporavano, effusi aliti al fresco,

tutti gli effluvi de la terra, e i fiori

umili aprìan su i passi le corolle

a gli amori del sole, e dentro i cuori

sentìa ciascuno crescere un'immensa

fiorita di speranze; ché un pensiero

unico tutti rendea buoni e in tutti

il senso antico rimettea de i vincoli

con la terra e de gli uomini fra loro.


  Salìano ansiosi, con un desiderio

di luce e d'orizzonti ampi ne gli occhi

fisi all'estremo culmine del monte,

come a la realtà de l'Ideale:

e la fiamma che ardea dentro gli spiriti

facea lievi le membra anche a i più stanchi,

e a ognuno uscìa di memoria la valle,

quasi dovesse non tornarvi mai

più, e fosse volto a l'altura - vivendo

nella pienezza de' tempi - a fondarvi

l'ordine nuovo.


                       A un tratto, ecco li avvolge

entro il suo nimbo il sole che si leva

e par saluto di luce, a chi ascende.

Tutti si volgono da la radura

a mirar la vallèa, come percossi

da silenzioso stupore. In oceani

di luce passa sul mondo uno spirito

suscitatore, e celebra la vita

in cielo, in terra e nel cuore de gli uomini

il suo diuturno trionfo, ancor giovine

come nel primo suo giorno che nacque

e nell'ultimo suo giorno morrà.

(Buona è per sé la vita, e se pur gli uomini

le si affannino attorno, egri, ad opprimerla,

d'ogni lor maleficio essa trionfa.)


  Raccolti su la radura, guardavano

essi la valle: infinita apparìa

a' loro occhi la terra, e in alto il sole

s'era levato per tutti, e dal grembo

di lei, con brivido ascoso, nascevano

l'erbe in famiglia infinita, ignorando

che presso ogni lor filo eravi a guardia

un uomo che dicea: cresci, sei mio!

Essi guardavano ancora: sentìano

l'antico errore de l'uom solitario

che ara il suo breve solco e dà volta,

e in mille singoli sforzi disperde

inutilmente la sua possa, e muore,

gemendo l'infelicità comune.


  Alto era il sole ormai: tutte viveano

sotto il suo raggio le cose di fervida

vita immortale: l'uom solo era stanco!


(da "Canti del trifoglieto", Treves, Milano 1913, pp. 88-90)





PRIMO MAGGIO 1902

di Severino Ferrari (1856-1905)


Oh benvenuto colle rose in testa,

mese di maggio, mese degli amori!

oh benvenuto primo maggio, festa

della natura e dei lavoratori!


La man cercò la man oltre la cresta

dei monti, i fiumi algenti, i territori

cotti dal sole! nella stretta onesta

s'ergean le menti e s'addolciano i cuori.


Or la catena è salda: il vecchio mondo

che a Cristo e al re dava puntello il boia

serrar sente la spira al collo intorta.


Di rose soffocatelo, l'immondo!

Di giustizia o d'amor, pur ch'egli muoia,

e tosto, il modo del morir che importa?


(da "Tutte le poesie", Cappelli, Rocca San Casciano 1966, pp. 566-567)





INNO D'OPERAI

(Per il 1° Maggio)

di Giovanni Lanzalone (1852-1936)


Coi fiori, coi canti, col tepido raggio, 

che ingemma e rallegra l'umano sudor, 

coi limpidi azzurri del cielo di maggio, 

che luce e speranza riflette nei cor, 

da le stelle, ove un dì ti sognammo, 

vieni in terra, e la vita ci abbella, 

o Giustizia! O divina fiammella, 

che rischiari l'errante pensier.


Non furia d'incendio, che investe e divora 

con l'orride vampe capanne e città, 

ma luce tranquilla di fulgida aurora, 

che annunzia la gloria del sol che verrà. 

Giù la face de l'odio e la scure! 

Queste mani, ove, simile a l'oro, 

splende l'orma del nostro lavoro, 

a la pace son sacre e al dover!


O ricchi, o felici! Stringete le mani 

che v'offron l'ulivo dal candido fior: 

più bello a le menti sorride il domani, 

se mutua ci scaldi la fiamma d'amor: 

queste ruvide mani vi diero 

la superba mollezza de gli agi, 

i teatri, le ville, i palagi, 

ove il fasto trionfa e il piacer.


Cercammo le gemme pei vostri monili 

nel sen de la terra, nel seno del mar: 

le facili sete, le stoffe gentili 

che stenti, che ansie, che sangue costar! 

L'oro istesso, onde l'opre e la vita 

e talvolta l'onor vi vendemmo, 

noi fiammante dal suolo il traemmo 

e plasmato vel demmo in poter.


Le mense fumanti di cibi squisiti, 

le tazze lucenti, l'ardente liquor, 

che accende la gioia dei vostri conviti, 

son gioie fiorite da mille dolor! 

Ma la forza dei secoli invitta 

tutti spinge a più nobile vita.

e si sveglia la mente assopita 

a l'aurora del giusto e del ver.


Fratelli felici! Stringete le mani

che v'offron l'ulivo del candido fior; 

più bello a le menti sorride il domani, 

se mutua ci scaldi la fiamma d'amor. 

Da le stelle, ove un dì ti sognammo 

scendi in terra e la vita ci abbella, 

o Giustizia! O divina fiammella 

che rischiari l'umano pensier!


1896


(da "Speranze umane", Tip. Ed. Ubaldo Guidetti, Reggio Emilia 1919, pp. 35-37)





INNO A MAGGIO

di Ernesto Ragazzoni (1870-1920)


Maggio, stagione amica delle anime ribelli,

delle nevi, dei venti grande dissipator;

Maggio, che infiori i prati, le aiuole e i freddi avelli,

e illumini le fronti bagnate di sudor.


Sono infinite le anime che languono nell'ombra

della miseria squallida, fra inumani martir!

O Maggio, Maggio santo, tu che sei grande, sgombra

da questa afflitta terra le lacrime e i sospir.


Riscalda il casolare col tuo tiepido raggio,

ove durante il verno regnò la fame e il gel;

e tra i profumi verdi che con te rechi, o Maggio,

l'ultima lotta audace, porta con te dal ciel.


L'ira nemica atterra; vinci gli odii; la nera

viltà disperdi, o Maggio, ch'è nel fraterno acciar;

Tu spingi avanti e illumina la fiammante bandiera

che mai soffio di vento non valse a ripiegar.


Ridesta della lotta l'istinto puro e santo

in questa incosciente, stanca generazion;

vinci gli inerti e intona della battaglia il canto

che nell'oppresso susciti la santa ribellion.


(da "Buchi nella sabbia e pagine invisibili", Einaudi, Torino 2000, p. 192)





Da "FRAMMENTI"

di Rocco Scotellaro (1923-1953)


13

Nella Lombardia operaia

ti porta fortuna il mazzolino di mughetti

che raccogli il giorno del 1° Maggio.


[1948-49]


(da "Tutte le poesie 1940-1953", Mondadori, Milano 2004, p. 302)





PRIMO MAGGIO

di Elisa Tacchi (?-?)


È la festa gioconda del lavoro;

a mucchi, sui barrocci inghirlandati,

vanno ragazze stornellanti in coro

e vanno giovinotti spensierati.


Vanno a tuffarsi in questo sole d'oro

che domattina non godranno più,

vanno tra' campi, con vocìo canoro,

a godersi la balda gioventù.


Chi lo sa quanta festa là sui prati,

che bisbiglio di tenere parole,

che folgorar di sguardi innamorati!


E domani, al lavoro ritornati,

i dolci accenti ridiran le spole,

i colpi del martello cadenzati.


E né tetri opifici affumicati,

avran l'anime, ancora, un po' di sole.


(da «Rivista di Roma», 25 aprile 1905)





PRIMO MAGGIO

di Cesare Vivaldi (1925-1999)


Chiara gioia se andando s'accompagna

ai nostri passi leggeri d'amanti

la bella primavera, e la campagna

apre davanti


agli occhi nostri con sottili mani

d'erba, e ci avvolge nella sua quiete.

Mi sento come avessimo dieci anni

oggi, se io e te


a un fresco vento di ruote, levando

alta la fronte salutiamo: in viaggio

camions di verde gioventù, cantando

nel Primo Maggio.


(da "Poesie scelte 1952/1992", Newton Compton, Roma 1993, p. 19)