venerdì 6 aprile 2012

Poi fu la luce immensa

E allora il Cristo salì al Calvario
piangendo piangendo senza un grido,
e una folla immensa lo seguiva
silenziosa di calzolai,

e di vecchie filatrici
lavandaie e cenciosi
sciancati,
vecchi e bambini e cani
capo basso, e povere meretrici
colle carni a brandelli. E sciancati ancora.

E cani e pecore. Randagi. E cani e pecore.
E tutta una folla immensa e silenziosa,
piangendo piangendo senza un grido,
grigia, senza termine, curva.
E avanti le schiere metalliche dei soldati,
a tre a tre, sino a che non si giunse al sommo
del Calvario, sinché non si giunse
al sommo del monte,
oggi, domani, per secoli di secoli
piangendo piangendo.


 
Grande poesia di Umberto Bellintani che descrive la Via Crucis di Gesù in chiave sociale. Il Cristo è un uomo triste che soffre e piange per l'umanità vilipesa. Mentre sale verso il Calvario, dietro di lui si forma una folla immensa di esseri umani e di animali, accomunata dal dolore e dalla sofferenza, rappresentata principalmente da poveri, umili lavoratori, portatori di handicap. Tra gli animali si nominano i cani e le pecore, ovvero quelli più propensi a fidarsi dell'uomo e che simboleggiano la fedeltà e la mansuetudine. Vi si trovano, identificabili come parte più debole del genere umano, anche i vecchi, i bambini e le donne; quest'ultime rappresentate principalmente dalle prostitute con la pelle ormai consumata e quindi in condizioni pietose. La folla che segue il Cristo è interminabile, perché tale è la quantità di esseri viventi che si sono trovati in una situazione di dolore e di sofferenza profonda e interminabile. Il colore grigio della folla stessa sta a simboleggiare questo stato di tristezza perenne; il capo basso e lo stare curvi, oltre che la sudditanza verso coloro i quali tengono in scacco questi poveri esseri (nella poesia possono essere identificabili nelle "schiere metalliche dei soldati"), indica la loro infinita umiltà. La scena della Via Crucis si è ripetuta per millenni, e si ripete, e si ripeterà per milleni ancora, perché i poveri sono sempre poveri, perché a sofferenza si aggiunge ogni anno sofferenza e a dolore si aggiunge dolore. Così Gesù continuerà per moltissimo tempo a salire verso il Calvario piangendo, seguito da un numero sempre maggiore di anime tristi. Il titolo sembra però indicare la fine dell'interminabile tunnel: quella luce immensa che, dopo la fine della vita sulla Terra, annuncerà il Regno dei Cieli, dove, come ha detto Gesù nelle "Beatitudini", chi ha più sofferto troverà la sua contropartita.
La poesia "Poi fu la luce immensa" fa parte della raccolta "E tu che m'ascolti" (1963), che è stata riproposta per intero da Bellintani in un volume uscito pochi anni prima della sua morte, intitolato "Nella grande pianura" (1998).

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