mercoledì 3 agosto 2016

I gatti in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

Sornioni, sonnacchiosi, lamentevoli, furbi, giocherelloni, curiosi, sospettosi, teneri, orgogliosi, indipendenti... e quanti altri aggettivi si potrebbero trovare per descrivere i gatti: animali domestici tra i più amati dagli esseri umani. Certo, esistono anche coloro che li detestano, o che fanno stupidi confronti o classifiche coinvolgendo altri animali. Ma chi li ama non sente ragioni, io compreso, che giudico il gatto come uno degli esseri viventi più belli e simpatici. Ho trovato molte poesie dedicate a questi piccoli felini; le dieci che ho selezionato tendono a descrivere determinati comportamenti, a sottolineare alcune specificità, a celebrarli quasi fossero vere e proprie divinità. Sono versi scritti da dieci poeti che, in un modo o in un altro, hanno amato i gatti; a questo proposito cito, per chiudere, una frase di Corrado Govoni presente, a mo' di epigrafe, alla fine di una sua famosa opera poetica:
"I gatti sono i poeti degli animali
come i poeti sono i gatti degli uomini"    




GATTI SUI TETTI
di Francesco Cazzamini Mussi (1888-1952)

Spalanco la finestra,
e sovra i tetti in faccia
alla mia stanza, nel grigior dell'alba
entro la luce scialba,
benché l'aria sia diaccia,
stan due gatti e si guardan miagolando.

Le vostre pene, o care bestie amiche,
molto compiango e vi darei ristoro,
ma non sapete che il silenzio è d'oro
per le umane fatiche?
Miagolerete, dite, fino a quando?

Ma la pace non viene
e forse di lor pene
fatti più acerbi ed anche più feroci
mescono sbruffi, acuti sgraffii e morsi.
E quei del vicinato tutti accorsi
— la famiglia dei gatti è numerosa —
discutono la cosa...

Fin presso la grondaia il più piccino
è scivolato ed io mi dico: è morto!
Ma no, che per miracolo risorto,
agguanta l'altro e giù lo scaraventa...
La famiglia dei gatti tutt'attenta
applaude al vincitore,
poiché pure tra i gatti il vinto ha torto
e perduto ha l'onore.

Torna il silenzio. Guardo. Già lontano
ogni gatto scompare discutendo,
e le lor voci ormai più non intendo.
Quand'ecco, una penombra, di soppiatto,
esce da un abbaino...
Ma il vincitore che si lecca i baffi,
benché malconcio, il muso tutto a sgraffi,
corre presso la bella del suo cuore...
onde la mia finestra chiudo in fretta
per salvar la morale
e l'etichetta.

Non darti l'aria, o cuore,
di rigido censore
ché fosti gatto e ancora lo sarai,
e sovra i tetti andrai
miagolando alle notti azzurre e pure
tutto il dolore delle graffiature.

(Da "Le allee solitarie", Ricciardi, Napoli 1920)




IL GATTO E LA LUNA
di Sergio Corazzini (1886-1907)

Luna nel cielo, lume su la porta.
Questa notte morirono le stelle,
le nuvole hanno fatto da barelle,
lampeggiarono i ceri della scorta.

Vagò, di cimitero in cimitero,
solo, con le pupille avide, rosse,
ardenti per continuo tormento,
il gatto enorme, il gatto enorme e nero,
come se in lui la notte atra si fosse,
materiata per incantamento.
Or va, torna col vento, ma se il vento
spegne il lume ad un tratto, nella via
rimangono due stelle in cui la pia
luna in sua dolce meraviglia è assorta.

(Dalla rivista «Marforio», ottobre 1904)




ALLA SUA GATTA PERSIANA
di Beniamino Del Fabbro (1910-1989)

Sotto i gerani a primavera ascolti
il tepore del marmo.
Sulle travi nevose avari passi
ti scavi. Non ami che i folti
di rose, le mie mani
sul dorso scarno.

(Da "Epigrammi", Ed. del Cavallino, Venezia 1944)




ALTRO GATTO
di Luciano Erba (1922-2010)

Figura tutte le lettere
dell'alfabeto latino
del cirillico anche e ahimè del runico
quando si allunga si dimena e stira
nero su fondo bianco
il mio gatto ecumenico.

(Da "L'ipotesi circense", Garzanti, Milano 1995)




DEL TUO TIMIDO GATTO...
di Franco Fortini (1917-1994)

Del tuo timido gatto
che scendeva la scala
dell'orto la mattina
con la sua ombra fina
lungo le terrecotte

cosa è rimasto? Nulla
fuor che l'impronta impressa
dalle sue zampe nella
gettata di cemento
dove annusava incerto

fra le tue grida: «Via,
via di lì, stupidino!»
Era luglio, era aperto
il cielo. Pensai: «Certo
rimarrà sempre un segno».

Ora il cemento è pietra
alle piogge d'ottobre.
Ostinate lo coprono
le foglie senza forma.
Toglile e potrai leggere

l'orma di quegli unghiòli.

(Da "Paesaggio con serpente", Einaudi, Torino 1984)




I GATTI BIANCHI
di Corrado Govoni (1884-1965)

Gatti candidi e taciturni,
misteriosi come i pipistrelli;
esseri ambigui, mistici, notturni,
pieni d’insidie e di tranelli.

Gatti candidi e sornioni
che amano far le fusa tra le stoffe,
e sui divani, in mille pose goffe,
darsi l’aria di padroni.

Gatti candidi e sonnacchiosi
che s’accovacciano di tra le gonne
e sopra le finestre de le nonne
tra i vasetti di tuberosi.

Gatti candidi e sognatori
chiusi come gli ignoti poeti;
gatti che celano i loro secreti
come i profumi certi fiori.

Gatti bianchi per i cimiteri,
su le tombe e tra le croci di legno;
gatti bianchi nei monasteri
tutti candidi: il loro vero regno.

Gatti bianchi, che nelle chiese
s’inebriano d’incenso e di frescore;
gatti da le pupille accese
di tradimento e di languore.

(Da "Armonia in grigio et in silenzio", Lumachi, Firenze 1903)




IL GATTO
di Tito Marrone (1882-1967)

Il gatto al sole pigro si grogiola,
socchiusi gli occhi, come se un brivido
    di freddo scorra nelle sue
        fibre, e distendesi mollemente.

Ma se l'inganno della perfidia
celata, o uomo, stolto dimentichi,
    e sfiori con la mano, lieve
        lieve, il sericeo dorso, ei balza

d'un tratto, ostile, pronto alla piccola
battaglia: spiega l'unghie; una rosea
    ferita traccia su la tua
        mano, e pacifico torna al sole.

(Da "Liriche", Artero, Roma 1904)




CANTO PER IL GATTO ALVARO
di Elsa Morante (1912-1985)

Fra le mie braccia è il tuo nido,
o pigro, o focoso genio, o lucente,
o mio futile! Mezzogiorni e tenebre
son tue magioni, e ti trasformi
di colomba in gufo, e dalle tombe
voli alle regioni dei fumi.
Quando ogni luce è spenta, accendi al nero
le tue pupille, o doppiero
del mio dormiveglia, e s'incrina
la tregua solenne, ardono effimere
mille torce, tigri infantili
s'inseguono nei dolci deliri.
Poi riposi le fatue lampade
che saranno al mattino il vanto
del mio davanzale, il fior gemello
occhibello.

           E t'ero uguale!
Uguale! Ricordi, tu,
arrogante mestizia? Di foglie
tetro e sfolgorante, un giardino
abitammo insieme, fra il popolo
barbaro del Paradiso. Fu per me l'esilio,
ma la camera tua là rimane,
e nella mia terrestre fugace passi
giocante pellegrino. Perché mi concedi
il tuo favore, o selvaggio?

Mentre i tuoi pari, gli animali celesti
gustan le folli indolenze, le antelucane feste
di guerre e cacce senza cuori, perché
tu qui con me? Perenne, tu, libero, ingenuo,
e io tre cose ho in sorte:
prigione peccato e morte.
Fra lune e soli, fra lucenti spini, erbe e chimere
saltano le immortali giovani fiere,
i galanti fratelli dai bei nomi: Ricciuto,
Atropo, Viola, Fior di Passione, Palomba,
nel fastoso uragano del primo giorno...
E tu? Per amor mio?

Non mi rispondi? Le confidenze invidiate
imprigioni tu, come spada di Damasco le storie d'oro
in velluto zebrato. Segreti di fiere
non si dicono a donne. Chiudi gli occhi e cantami
lusinghe lusinghe coi tuoi sospiri ronzanti,
ape mia, fila i tuoi mieli.
Si ripiega la memoria ombrosa
d'ogni domanda io voglio riposarmi.
L'allegria d'averti amico
basta al cuore. E di mie fole e stragi
coi tuoi baci, coi tuoi dolci lamenti,
tu mi consoli,
o gatto mio!

(Da "Alibi", Garzanti, Milano 1988)




MESSAGGIO
di Gianni Rodari (1920-1980)

Domando al gatto: che ne dici?

Che te ne pare e sembra?
Qual è la tua opinione
e spassionata sentenza?

Muove un orecchio. È un segno?
Significato o significante?
Un affettuoso riflesso?
Un consiglio? Una chiave?

Certo della mia attenzione
non apre nemmeno un occhio,
che io intenda o no il messaggio
non richiede suo controllo.

Muove un orecchio puntuto
alle sedici e cinquantuno,
né aggiunge l'emittente
un banale: Passo e chiudo.

(Da "Il cavallo saggio", Editori Riuniti, Roma 1990)




GATTO
di Tiziano Rossi (1935)

Il tempo cruciale, il più ampio svanire;
e il gatto malato per dissenteria
(roba maligna) scenderà per dove
dormono i morti senza suffragio.

Perciò ha azzerato qualunque movimento
- risorsa elementare, tecnica pertinente -
il caro, saggio mucchietto di ossa. Tuttavia
cosa vuoi che gli dica, e anche lui del resto...

I suoi baffi non sono più gran che,
il pelo gramo rabbrividisce;
e poi sta ognuno dentro sé recluso:
nocciolo inarrivabile.

Ci si sbalestra da tutti i focolari,
però questa volta niente insegnamenti,
se non la tua felina
signorilità, la poca lagna.

(Da "Miele e no", Garzanti, Milano 1988)





giovedì 28 luglio 2016

Antologie: "Nuovi poeti italiani contemporanei" a cura di Roberto Galaverni

Questa antologia, uscita da ormai venti anni (fu pubblicata a Rimini da Guaraldi/Gu.Fo Edizioni nel 1996), è stata per me basilare. Pur avendo già approfondito la personale conoscenza della poesia italiana novecentesca, avevo deciso di escludere, dai miei interessi, gli ultimi venti anni del secolo. Il motivo risiedeva nel fatto che ero convinto di non trovare alcun talento tra i giovani poeti attivi in quegli anni. Il mio disinteresse nasceva soprattutto dall'aver letto qualche altra antologia recente senza avervi trovato (a parte qualche rara eccezione) niente di entusiasmante o interessante. Fu leggendo questa antologia che mi accorsi, con grande sorpresa, della presenza di alcuni validi poeti, fino ad allora a me del tutto sconosciuti. Nuovi poeti italiani contemporanei comprende diciotto poeti italiani relativamente giovani (i più anziani non arrivavano a cinquant'anni e i più giovani avevano appena superato i trenta). Vi è un solo poeta dialettale, mentre, per quel che concerne le aree geografiche, le più rappresentate (con tre poeti ciascuna) sono l'Emilia Romagna, le Marche ed il Lazio (anche se, per quest'ultima, si parla di poeti prettamente romani). Complessivamente poco presente il sud (soltanto due poeti), completamente assenti le isole. Tutto questo discorso vale soltanto come statistica, poiché mi sembra ovvio che chiunque voglia selezionare i migliori poeti di un determinato periodo storico di una determinata nazione, non deve mai preoccuparsi della loro appartenenza geografica. Ritornando al discorso iniziale, la lettura di questa antologia mi fece scoprire alcuni talenti poetici; in particolare ne cito quattro: Antonella Anedda, Claudio Damiani, Umberto Fiori e Valerio Magrelli; in verità, di Magrelli avevo già letto qualcosa (se pur non approfonditamente), avendo lo scrittore romano già alle spalle una quindicina di anni di attività poetica (si rivelò giovanissimo nella famosa antologia del 1978: La parola innamorata). Non posso comunque dire che il resto dei poeti selezionati da Galaverni sia da buttare, tutt'altro... Penso infine che questa fondamentale antologia si ponga come limite estremo per ciò che riguarda la poesia italiana del Novecento; di conseguenza, ritengo che, tutte le generazioni seguenti di poeti (ovvero coloro che nell'anno di uscita del volume in questione non avevano ancora compiuto trent'anni) appartengano già al primo secolo del nuovo millennio. Ecco infine l'elenco dei poeti che figurano in questa ottima antologia.    



NUOVI POETI ITALIANI CONTEMPORANEI



Ferruccio Benzoni, Gianni D'Elia, Valerio Magrelli, Roberto Mussapi, Remo Pagnanelli, Alessandro Ceni, Francesco Scarabicchi, Patrizia Valduga, Beppe Salvia, Fabio Pusterla, Davide Rondoni, Umberto Fiori, Claudio Damiani, Gian Mario Villalta, Edoardo Albinati, Antonella Anedda, Andrea Gibellini, Antonio Riccardi.

lunedì 25 luglio 2016

Poeti dimenticati: Giosuè Borsi

Nacque a Livorno nel 1888 e morì a Zagora nel 1915. Dopo gli studi classici, ancora diciannovenne, cominciò a pubblicare i suoi versi. Si laureò in Giurisprudenza nel 1913. Dopo alcuni importanti lutti familiari si convertì al cattolicesimo e quindi partì volontario per la Grande Guerra, dove trovò la morte a soli ventisette anni. Le sue liriche, nel solco della tradizione, ebbero un discreto, momentaneo successo. Fu, in sostanza, un seguace del Carducci.




Opere poetiche

"Versi", Gazzetta Livornese, Livorno 1905.
"Primus fons", Zanichelli, Bologna 1907.
"Scruta obsoleta", Zanichelli, Bologna 1910.
"Versi 1905-1912", Le Monnier, Firenze 1922.





Presenze in antologie

"Antologia della lirica italiana", a cura di Angelo Ottolini, R. Caddeo & C., Milano 1923 (pp. 288-290).
"Le più belle pagine dei poeti d'oggi", 2° edizione, a cura di Olindo Giacobbe, Carabba, Lanciano 1928 (vol. I, pp. 151-163).
"Antologia della lirica contemporanea dal Carducci al 1940", a cura di Enrico M. Fusco, SEI, Torino 1947 (pp. 190-192).
"Antologia della lirica italiana. Ottocento e Novecento", nuova edizione, a cura di Carlo Culcasi, Garzanti, Milano 1947 (p. 312).




Testi

NEBBIA

Lodo la nebbia: sia ch'essa vapori
d'una bianca corona i monti oscuri
e li ricuopra di velami puri,
di virginali impenetrati albori;

sia che pènetri grigia e trascolori
le città grige nelle vie, tra i muri,
e in fantasmi silenti trasfiguri
i frettolosi incerti viatori;

sia che col ciel si fonda in una densa
bianchezza, come un velo, sopra le onte
della misera Terra triste immensa,

e, coi candori immacolati e belli,
limitando d'intorno l'orizzonte,
impiccolisca il Mondo e lo cancelli.


(Da "Poesie 1905-1912")

sabato 23 luglio 2016

La giovinezza nella poesia italiana decadente e simbolista

La gioventù è stata simboleggiata in vari modi, ad esempio, per ciò che riguarda la flora, con i fiori di primula e con gli alberi sempreverdi (soprattutto se si parlava di eterna giovinezza); mentre tra gli animali è il cavallo quello maggiormente utilizzato quale emblema di gioventù. Da notare che spesso, i poeti simbolisti italiani tendono a personificare la giovinezza, a volte con le sembianze di donna (vedi Cosimo Giorgieri Contri), altre volte con una musica suadente (quella dell'oboe nella poesia di Graf) e, in rari casi (come in una poesia di Carlo Chiaves) si attua una sorta di dialogo con essa. Comunque il simbolo principale della gioventù è senz'altro il ritratto, anche se talvolta, come nel caso della lirica di Guido Gozzano, è sostituito da una foto.



Poesie sull'argomento

Enrico Cavacchioli: "La serenata" in "L'Incubo Velato" (1906).
Francesco Cazzamini Mussi: "Alla giovinezza" in "Le amare voluttà" (1910).
Carlo Chiaves: "Richiamo" in "Sogno e ironia" (1910).
Guglielmo Felice Damiani: "Nel bosco d'un tempo" in "Lira spezzata" (1912).
Gabriele D'Annunzio: "O Giovinezza!" in "Poema paradisiaco" (1893).
Adolfo De Bosis, "Ultimamente..." in "Amori ac silentio e Le rime sparse" (1914).
Giulio Gianelli: "Carità" in «Gazzetta del Popolo della Domenica», gennaio 1907.
Cosimo Giorgieri Contri: "Bianca passeggiatrice" e "Ombra di giovinezza" in "Primavere del desiderio e dell'oblio" (1903).
Corrado Govoni: "Giovinezze sfiorite" in "Gli aborti" (1907).
Guido Gozzano: "I colloqui" e "In casa del sopravvissuto" in "I colloqui" (1911).
Arturo Graf: "Vaneggiamento notturno" in "Le Danaidi" (1905).
Luigi Gualdo: "Semper et ubique" in "Le Nostalgie" (1883).
Virgilio La Scola: "Primo incontro" in "La placida fonte" (1907).
Giuseppe Lipparini: "La Chimera" in "Le foglie dell'alloro. Poesie (1898-1913)" (1916).
Enzo Marcellusi: "Morta! È morta la primavera" in "Il giardino dei supplizi" (1909).
Enzo Marcellusi: "Epigramma redibitorio" in "I canti violetti" (1912).
Enrico Panzacchi: "Nella calma" in "Poesie" (1908).
Romolo Quaglino: "O profili diafani squisiti" in "I Modi. Anime e simboli" (1896).
Emanuele Sella: "Perfluens sonitus" in "L'Ospite della Sera" (1922).



Testi

RICHIAMO
di Carlo Chiaves

La gioventù declina: pure, arrivata a l'estremo
passo, si volge e dice: — Oh! non lasciarmi morire!
tendimi ancora la mano, ch'io possa teco venire!
vedrai quant'altra strada insieme percorreremo! —

Chiama con voce lenta, con voce triste, profonda,
prega con fissi gli occhi e con le mani protese:
Io penso: «Quale amante, quale altra un giorno mi chiese
mercé con simil voce, che vela l'oblio e circonda?

Mia gioventù — rispondo — non fosti buona e non sei;
non è dunque ventura che tu per sempre scompaia?
forse con altro lume sarà la vita più gaia,
forse: per quale insano amore ti richiamerei?».

Tacqui: ed a poco a poco reclinò il capo, smarrita,
ella, e s'avviò piangendo verso la soglia fatale.
Allora, dentro al cuore, mi sorse un terribile male,
una tristezza immensa, più vasta di tutta la vita.

Pensai: «Dunque più fosca sarà la vita domani?
più incerto ancora il fato che mi sovrasta e minaccia?»
Ell'era su la soglia, ed io le tesi le braccia,
io la chiamai tremando: «Mia giovinezza, rimani!».

Pronta tornommi a canto. «Tu dunque ancora mi vuoi?»
«Sì! sì! ti voglio, intendi? Oh! non lasciamoci ancora!
Meglio il tuo lume torbo, lo sguardo che mi addolora,
ma ch'io conosco bene. Rimani ancora, se puoi!

Fin che potrai! poi, quando l'ora verrà, che a le porte
il mio destin mi tragga, senza mercé di ritorno,
fuggi, ma ch'io non senta, ch'io non lo sappia, e d'attorno
al cor duri il bagliore dei sogni, fino a la morte!».

(Da "Sogno e ironia")




PERFLUENS SONITUS
di Emanuele Sella

Chi sei? fluita e trema
nel vespero il tuo volto;
tu parli e invan t'ascolto,
dirti chi sei non so.

Sei forse tu lo mnéma
d'una consunta vita,
o d'un'età fuggita
sei tu il ricordo, no?

Perché, nel sogno mio,
sboccia la tua parola?
non sai ch' il tempo vola
e non ritorna più?

Ah, ti ravviso: addio!
io non ho più speranza:
tu sei la rimembranza

della mia gioventù.

(Da "L'ospite della sera")



Albert Lynch, "A Young Woman"

domenica 17 luglio 2016

Poeti dimenticati: Costantino Nigra

Non si vuole qui parlare del Costantino Nigra diplomatico e ambasciatore, poiché da questo punto di vista, il personaggio è già molto noto. Lo è meno il traduttore dal latino, il glottologo, lo studioso delle tradizioni popolari piemontesi e, soprattutto, il poeta. In vero, anche in questo campo Nigra ebbe una certa notorietà, grazie al lungo poema patriottico La Rassegna di Novara. Ma, a mio avviso, questo poeta oggi dimenticato diede il meglio di sé negli Idilli: pubblicati in età molto avanzata, questi pochi componimenti in versi mostrano un uomo legato alla propria terra, ai paesaggi di campagna e agli affetti familiari. Perspicace fu Benedetto Croce, che leggendo queste liriche le paragonò a quelle dell'Astichello di Giacomo Zanella: nelle une e nelle altre si respira un'aria genuina, si descrivono sentimenti, emozioni, malinconie, luoghi e anime in modo semplice e piacevole.




Opere poetiche

"La Rassegna di Novara", Barbera, Roma 1875.
"Idilli", Tipografia della Camera, Roma 1893.
"Poesie originali e tradotte", Sansoni, Firenze 1914.
"Le poesie", Zanichelli, Bologna 1961.





Presenze in antologie

"Fiori della poesia italiana antica e moderna", a cura di Carolina Michaelis, Loescher, Roma-Torino-Firenze 1871 (pp. 374-375).
"Dai nostri poeti viventi", 3° edizione, a cura di Eugenia Levi, Lumachi, Firenze 1903 (pp. 277-280).
"I Poeti Italiani del secolo XIX", a cura di Raffaello Barbiera, Treves, Milano 1913 (pp. 888-895).
"Antologia della lirica italiana", a cura di Angelo Ottolini, R. Caddeo & C., Milano 1923 (pp. 182-183).
"Poeti minori del secondo Ottocento italiano", a cura di Angelo Romanò, Guanda, Bologna 1955 (pp. 103-106).
"I poeti minori dell'Ottocento", a cura di Ettore Janni, Rizzoli, Milano 1955-1958 (vol. II, pp. 371-380).
"Poeti minori dell'Ottocento", a cura di Luigi Baldacci, Ricciardi, Napoli 1958 (pp. 747-763).
"Poeti minori dell'Ottocento italiano", a cura di Ferruccio Ulivi, Vallardi, Milano 1963 (pp. 357-362).
"Poesia dell'Ottocento", a cura di Carlo Muscetta ed Elsa Sormani, Einaudi, Torino 1968 (volume secondo, pp. 1518-1531).
"Poesia italiana dell'Ottocento", a cura di Maurizio Cucchi, Garzanti, Milano 1978 (pp. 274-279).




Testi

NELL'ORTO

Sotto la torre cadente, nitido
splendeva l'orto al sole;
tra l'erbe e l'umili piante domestiche
olezzavano all'ombra le viole,

nell'aria mite fresche olezzavano
dentro ai cespugli ascose;
rovi e stellate pervinche cerule
faceano siepe alle crescenti rose.

E la mia giovine madre, nel vespero
versava su gli steli
l'acqua, e benigni su lei versavano
la bionda luce del tramonto i cieli.

Acri del tenue fior di basilico
si diffondean gli aromi,
con lieve crepito qua e là sbocciavano
i bottoncini dei non nati pomi;

pendean le ciocche delle robinie
gravi di miele, e scosse
dal vespertino soffio di zeffiro
lucean precoci le ciliege rosse;

ad ora ad ora gli ultimi petali
sul capo dell'amata
innaffiatrice lenti cadevano
come fiocchi di neve immacolata.

Mia madre è morta... da un pezzo. Crebbero
gli arbusti in tronchi enormi.
Madre, da tanto tempo si chiusero
gli occhi tuoi buoni e nella tomba dormi.

Ed io ti vedo sempre, nel vespero,
chinata su gli steli
Versar nell'orto l'acqua, e a te versano,
madre, la luce del tramonto i cieli.


(Da "Le poesie")

giovedì 14 luglio 2016

Antologie: L'Albero (a cui tendevi la pargoletta mano)

Questa è un'antologia dedicata ai "vecchi" bambini, ovvero a coloro che frequentarono la scuola elementare e quella media molti anni or sono. Si tratta infatti, di un corposo numero di poesie italiane che moltissimi alunni ebbero modo di leggere o imparare a memoria sui banchi scolastici o a casa. Per quel che concerne gli autori selezionati dai due anonimi che hanno curato questa interessante antologia, si parte da Vincenzo Monti e si arriva a Guido Gozzano: dall'alba del diciannovesimo secolo all'alba del ventesimo. Il libro uscì più di trentacinque anni fa, ma, come ho già spiegato, risulta attuale per i vecchi studenti (me compreso). Chi volesse consultarlo, noterà che, accanto ai nomi illustri di Foscolo, Manzoni, Leopardi, Carducci, Pascoli e D'Annunzio, compaiono quelli dei cosiddetti poeti minori (Berchet, Grossi, Zanella, Stecchetti, Cena ecc.) con poesie che oggi sono totalmente ignorate, ma che per noi furono in qualche modo importanti, se non per il fatto che rimangono nei nostri migliori ricordi, perlomeno per quello di averle dovute ripetere a memoria. Personalmente sono molto legato ad alcune poesie di Giacomo Leopardi e di Giovanni Pascoli, ma apprezzo ancora i canti patriottici di Arnaldo Fusinato e di Luigi Mercantini, così come le semplici e forse ingenue strofe di Angiolo Silvio Novaro della sua Che dice la pioggerellina di marzo? Ecco infine l'elenco dei poeti qui presenti.




L'ALBERO 


Vincenzo Monti, Ugo Foscolo, Giovanni Berchet, Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni, Tommaso Grossi, Niccolò Tommaseo, Giuseppe Giusti, Aleardo Aleardi, Giovanni Prati, Arnaldo Fusinato, Giacomo Zanella, Luigi Mercantini, Giovanni Visconti Venosta, Giosue Carducci, Emilio Praga, Enrico Panzacchi, Lorenzo Stecchetti, Edmondo De Amicis, Giuseppe Giacosa, Arturo Graf, Giovanni Pascoli, Gabriele D'Annunzio, Angiolo Silvio Novaro, Giovanni Bertacchi, Giovanni Cena, Guido Gozzano.

domenica 10 luglio 2016

Poeti dimenticati: Emilio Cecchi

Nacque a Firenze nel 1884 e morì a Roma nel 1966. Fu collaboratore di importanti riviste e giornali come Il Leonardo, Hermes, La Voce, La Riviera Ligure, La Ronda, La Tribuna, Il Corriere della Sera. Notevolissima la sua attività di critico letterario che gli valse dapprima la nomina di accademico d'Italia (1940) e quindi il diritto a far parte dell'Accademia dei Lincei (1947). Lavorò anche all'estero: in Inghilterra come inviato del Manchester Guardian; Negli Stati Uniti come insegnante di cultura italiana presso l'Università di Berkley. La sua non abbondante attività poetica appare oggi totalmente dimenticata. Eppure, se si escludono i versi che Cecchi scrisse giovanissimo (decisamente legati al passato e senza alcuna attrattiva) e leggendo attentamente gli altri, pubblicati quasi tutti sulla Riviera Ligure tra il 1913 ed il 1916, ci si accorge di quanto siano sorprendentemente innovativi e si nota pure come ben s'inseriscano nell'ambito del cosiddetto "frammentismo lirico" nato dopo il primo decennio del XX secolo; queste si potrebbero definire "poesie sperimentali", in quanto posseggono delle peculiarità non riscontrabili in autori di versi della sua generazione e, tanto meno, in coloro che lo hanno preceduto. Se c'è un poeta che può in qualche modo somigliargli è certamente Riccardo Bacchelli: in particolare l'autore dei Poemi lirici; ad unirli è una non rara sentenziosità ed una tendenza a ricordare particolari eventi della vita. Per certi aspetti, le liriche di Cecchi posseggono ulteriori elementi che si avvicinano a correnti artistiche come il surrealismo e l'ermetismo; riguardo a quest'ultimo, a mio modo di vedere, potrebbe benissimo esserne considerato l'anticipatore.




Opere poetiche

"Inno primo", Ciardelli, Firenze 1908.
"Inno", Carabba, Lanciano 1910.
"L'uva acerba", Garzanti, Milano 1947.




Presenze in antologie

"Poeti d'oggi: 1900-1925", a cura di Giovanni Papini e Pietro Pancrazi, Vallecchi, Firenze 1925 (pp. 492-496).
"Le più belle pagine dei poeti d'oggi", 2° edizione, a cura di Olindo Giacobbe, Carabba, Lanciano 1928 (vol. 2, pp. 48-58).
"Antologia della poesia italiana 1909-1949", a cura di Giacinto Spagnoletti, Guanda, Bologna 1952 (pp. 155-161).




Testi

PRIMAVERA

L'amore è questione di spazio.
Essere occupati. Occupare.
E però tristezza, infelicità.
Tristezza calma come viaggiare
mettendo in valore le stagioni.
Nell’animo infatti a chi viaggia,
le donne dischiudono il paesaggio,
emblemi più puri.

E ora l'acquate di primavera
trapungono con frizzore d'aghi
scritture di celeste e d'oro
sopra le arene vaghe
a' termini della vuota città.
Le bimbe di gambe virili
sedute agli uscioli
si cuciono le vesti leggere
e il limpido capriccioso mattino
oscilla e cade a' loro piedi.

Per gli ariosi archi rosati
e il verde spessore sotto gli alberi
mi segue un pensiero di te.
E porto i tuoi occhi
come un urto nel cuore,
per pena di quando
non ti vedevo e eri accanto.

Oh essere un paese tuo!
Nutrizione dei destini inferiori.
E a' crocevia dove la materia
s'ingolfa in me fresca e polverosa
ritrovo i primi sapori.
Una regione amorosa
si crea del mio transito a te
nel mio corpo più fino.
Il gelo dei tuoi bracci carnosi
m'invera i silenzi
delle case attente sui colli
a' giochi del viziato mattino.

(Dalla rivista «La Riviera Ligure», anno XXII, n. 60, 1916)