martedì 2 agosto 2016

I gatti in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

Sornioni, sonnacchiosi, lamentevoli, furbi, giocherelloni, curiosi, sospettosi, teneri, orgogliosi, indipendenti... e quanti altri aggettivi si potrebbero trovare per descrivere i gatti: animali domestici tra i più amati dagli esseri umani. Certo, esistono anche coloro che li detestano, o che fanno stupidi confronti o classifiche coinvolgendo altri animali. Ma chi li ama non sente ragioni, io compreso, che giudico il gatto come uno degli esseri viventi più belli e simpatici. Ho trovato molte poesie dedicate a questi piccoli felini; le dieci che ho selezionato tendono a descrivere determinati comportamenti, a sottolineare alcune specificità, a celebrarli quasi fossero vere e proprie divinità. Sono versi scritti da dieci poeti che, in un modo o in un altro, hanno amato i gatti; a questo proposito cito, per chiudere, una frase di Corrado Govoni presente, a mo' di epigrafe, alla fine di una sua famosa opera poetica:
"I gatti sono i poeti degli animali
come i poeti sono i gatti degli uomini"    




GATTI SUI TETTI
di Francesco Cazzamini Mussi (1888-1952)

Spalanco la finestra,
e sovra i tetti in faccia
alla mia stanza, nel grigior dell'alba
entro la luce scialba,
benché l'aria sia diaccia,
stan due gatti e si guardan miagolando.

Le vostre pene, o care bestie amiche,
molto compiango e vi darei ristoro,
ma non sapete che il silenzio è d'oro
per le umane fatiche?
Miagolerete, dite, fino a quando?

Ma la pace non viene
e forse di lor pene
fatti più acerbi ed anche più feroci
mescono sbruffi, acuti sgraffii e morsi.
E quei del vicinato tutti accorsi
— la famiglia dei gatti è numerosa —
discutono la cosa...

Fin presso la grondaia il più piccino
è scivolato ed io mi dico: è morto!
Ma no, che per miracolo risorto,
agguanta l'altro e giù lo scaraventa...
La famiglia dei gatti tutt'attenta
applaude al vincitore,
poiché pure tra i gatti il vinto ha torto
e perduto ha l'onore.

Torna il silenzio. Guardo. Già lontano
ogni gatto scompare discutendo,
e le lor voci ormai più non intendo.
Quand'ecco, una penombra, di soppiatto,
esce da un abbaino...
Ma il vincitore che si lecca i baffi,
benché malconcio, il muso tutto a sgraffi,
corre presso la bella del suo cuore...
onde la mia finestra chiudo in fretta
per salvar la morale
e l'etichetta.

Non darti l'aria, o cuore,
di rigido censore
ché fosti gatto e ancora lo sarai,
e sovra i tetti andrai
miagolando alle notti azzurre e pure
tutto il dolore delle graffiature.

(Da "Le allee solitarie", Ricciardi, Napoli 1920)




IL GATTO E LA LUNA
di Sergio Corazzini (1886-1907)

Luna nel cielo, lume su la porta.
Questa notte morirono le stelle,
le nuvole hanno fatto da barelle,
lampeggiarono i ceri della scorta.

Vagò, di cimitero in cimitero,
solo, con le pupille avide, rosse,
ardenti per continuo tormento,
il gatto enorme, il gatto enorme e nero,
come se in lui la notte atra si fosse,
materiata per incantamento.
Or va, torna col vento, ma se il vento
spegne il lume ad un tratto, nella via
rimangono due stelle in cui la pia
luna in sua dolce meraviglia è assorta.

(Dalla rivista «Marforio», ottobre 1904)




ALLA SUA GATTA PERSIANA
di Beniamino Del Fabbro (1910-1989)

Sotto i gerani a primavera ascolti
il tepore del marmo.
Sulle travi nevose avari passi
ti scavi. Non ami che i folti
di rose, le mie mani
sul dorso scarno.

(Da "Epigrammi", Ed. del Cavallino, Venezia 1944)




ALTRO GATTO
di Luciano Erba (1922-2010)

Figura tutte le lettere
dell'alfabeto latino
del cirillico anche e ahimè del runico
quando si allunga si dimena e stira
nero su fondo bianco
il mio gatto ecumenico.

(Da "L'ipotesi circense", Garzanti, Milano 1995)




DEL TUO TIMIDO GATTO...
di Franco Fortini (1917-1994)

Del tuo timido gatto
che scendeva la scala
dell'orto la mattina
con la sua ombra fina
lungo le terrecotte

cosa è rimasto? Nulla
fuor che l'impronta impressa
dalle sue zampe nella
gettata di cemento
dove annusava incerto

fra le tue grida: «Via,
via di lì, stupidino!»
Era luglio, era aperto
il cielo. Pensai: «Certo
rimarrà sempre un segno».

Ora il cemento è pietra
alle piogge d'ottobre.
Ostinate lo coprono
le foglie senza forma.
Toglile e potrai leggere

l'orma di quegli unghiòli.

(Da "Paesaggio con serpente", Einaudi, Torino 1984)




I GATTI BIANCHI
di Corrado Govoni (1884-1965)

Gatti candidi e taciturni,
misteriosi come i pipistrelli;
esseri ambigui, mistici, notturni,
pieni d’insidie e di tranelli.

Gatti candidi e sornioni
che amano far le fusa tra le stoffe,
e sui divani, in mille pose goffe,
darsi l’aria di padroni.

Gatti candidi e sonnacchiosi
che s’accovacciano di tra le gonne
e sopra le finestre de le nonne
tra i vasetti di tuberosi.

Gatti candidi e sognatori
chiusi come gli ignoti poeti;
gatti che celano i loro secreti
come i profumi certi fiori.

Gatti bianchi per i cimiteri,
su le tombe e tra le croci di legno;
gatti bianchi nei monasteri
tutti candidi: il loro vero regno.

Gatti bianchi, che nelle chiese
s’inebriano d’incenso e di frescore;
gatti da le pupille accese
di tradimento e di languore.

(Da "Armonia in grigio et in silenzio", Lumachi, Firenze 1903)




IL GATTO
di Tito Marrone (1882-1967)

Il gatto al sole pigro si grogiola,
socchiusi gli occhi, come se un brivido
    di freddo scorra nelle sue
        fibre, e distendesi mollemente.

Ma se l'inganno della perfidia
celata, o uomo, stolto dimentichi,
    e sfiori con la mano, lieve
        lieve, il sericeo dorso, ei balza

d'un tratto, ostile, pronto alla piccola
battaglia: spiega l'unghie; una rosea
    ferita traccia su la tua
        mano, e pacifico torna al sole.

(Da "Liriche", Artero, Roma 1904)




CANTO PER IL GATTO ALVARO
di Elsa Morante (1912-1985)

Fra le mie braccia è il tuo nido,
o pigro, o focoso genio, o lucente,
o mio futile! Mezzogiorni e tenebre
son tue magioni, e ti trasformi
di colomba in gufo, e dalle tombe
voli alle regioni dei fumi.
Quando ogni luce è spenta, accendi al nero
le tue pupille, o doppiero
del mio dormiveglia, e s'incrina
la tregua solenne, ardono effimere
mille torce, tigri infantili
s'inseguono nei dolci deliri.
Poi riposi le fatue lampade
che saranno al mattino il vanto
del mio davanzale, il fior gemello
occhibello.

           E t'ero uguale!
Uguale! Ricordi, tu,
arrogante mestizia? Di foglie
tetro e sfolgorante, un giardino
abitammo insieme, fra il popolo
barbaro del Paradiso. Fu per me l'esilio,
ma la camera tua là rimane,
e nella mia terrestre fugace passi
giocante pellegrino. Perché mi concedi
il tuo favore, o selvaggio?

Mentre i tuoi pari, gli animali celesti
gustan le folli indolenze, le antelucane feste
di guerre e cacce senza cuori, perché
tu qui con me? Perenne, tu, libero, ingenuo,
e io tre cose ho in sorte:
prigione peccato e morte.
Fra lune e soli, fra lucenti spini, erbe e chimere
saltano le immortali giovani fiere,
i galanti fratelli dai bei nomi: Ricciuto,
Atropo, Viola, Fior di Passione, Palomba,
nel fastoso uragano del primo giorno...
E tu? Per amor mio?

Non mi rispondi? Le confidenze invidiate
imprigioni tu, come spada di Damasco le storie d'oro
in velluto zebrato. Segreti di fiere
non si dicono a donne. Chiudi gli occhi e cantami
lusinghe lusinghe coi tuoi sospiri ronzanti,
ape mia, fila i tuoi mieli.
Si ripiega la memoria ombrosa
d'ogni domanda io voglio riposarmi.
L'allegria d'averti amico
basta al cuore. E di mie fole e stragi
coi tuoi baci, coi tuoi dolci lamenti,
tu mi consoli,
o gatto mio!

(Da "Alibi", Garzanti, Milano 1988)




MESSAGGIO
di Gianni Rodari (1920-1980)

Domando al gatto: che ne dici?

Che te ne pare e sembra?
Qual è la tua opinione
e spassionata sentenza?

Muove un orecchio. È un segno?
Significato o significante?
Un affettuoso riflesso?
Un consiglio? Una chiave?

Certo della mia attenzione
non apre nemmeno un occhio,
che io intenda o no il messaggio
non richiede suo controllo.

Muove un orecchio puntuto
alle sedici e cinquantuno,
né aggiunge l'emittente
un banale: Passo e chiudo.

(Da "Il cavallo saggio", Editori Riuniti, Roma 1990)




GATTO
di Tiziano Rossi (1935)

Il tempo cruciale, il più ampio svanire;
e il gatto malato per dissenteria
(roba maligna) scenderà per dove
dormono i morti senza suffragio.

Perciò ha azzerato qualunque movimento
- risorsa elementare, tecnica pertinente -
il caro, saggio mucchietto di ossa. Tuttavia
cosa vuoi che gli dica, e anche lui del resto...

I suoi baffi non sono più gran che,
il pelo gramo rabbrividisce;
e poi sta ognuno dentro sé recluso:
nocciolo inarrivabile.

Ci si sbalestra da tutti i focolari,
però questa volta niente insegnamenti,
se non la tua felina
signorilità, la poca lagna.

(Da "Miele e no", Garzanti, Milano 1988)





4 commenti:

  1. Grazie! Non ne conoscevo nemmeno una, fa molto piacere constatare che anche i poeti italiani siano stati catutrati da questa splendida creatura. Lo dicevo, non poteva esserci solo "Il gatto" di Baudelaire

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    1. E ne potevo inserire anche altre, magari comprendendo nella scelta anche i poeti italiani dell'Ottocento o gli stranieri. La poesia di Baudelaire da te citata è certamente la più famosa che abbia come argomento il gatto, ma ne esistono tante altre poco conosciute che meriterebbero un po' di attenzione.

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  2. Ti ringraziamo in tre:io, Sissi Coscetti e Miro!

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