mercoledì 28 gennaio 2015

La poesia ironica e malinconica di Pompeo Bettini

È certamente da annoverare tra i migliori poeti del secondo Ottocento italiano, il nome di Pompeo Bettini, nato a Verona nel 1862 e vissuto quasi sempre a Milano, dove è morto nel 1896. Povero, malato fin dall'adolescenza e senza affetti per buona parte della sua esistenza, lavorò come correttore di bozze presso l'editore Sonzogno. Si interessò di politica e aderì al socialismo. Pubblicò i suoi versi in un volume uscito nel 1887, in collaborazione con l'artista Attilio Pusterla. Altri versi ancora, alcuni dei quali erano usciti su riviste dell'epoca, furono stampati in un libro edito l'anno successivo alla sua morte. Bettini fu anche egregio prosatore, drammaturgo e traduttore, ma è indubbio che come poeta egli diede il meglio di sè; ciò è dimostrato pure dal fatto che alcuni illustri intellettuali italiani si interessarono alla sua opera in versi: Benedetto Croce per esempio, che mezzo secolo dopo la sua dipartita pubblicò un volume che raccogliesse tutte le sue poesie. Considerato da alcuni quale prosecutore della poetica scapigliata, da altri anticipatore di certo crepuscolarismo, Bettini fu sicuramente poeta ironico, a volte malinconico e contemplativo; più raramente polemico e impegnato. Forse i suoi versi migliori sono proprio quelli in cui emerge una sincera disperazione, dovuta sia alle precarie condizioni fisiche, sia ad una tendenza spontanea verso la tristezza (in questo preciso contesto indimenticabili sono le sue Liriche di primavera)Chiudo riportando, dapprima l'elenco delle opere poetiche di Bettini, quindi un elenco di antologie che comprendono i suoi versi, infine tre liriche fra le mie predilette.    



Opere poetiche

"Versi e acquerelli", Quadrio, Milano 1887.
"Poesie", Brigola, Milano 1897.
"Le poesie", Laterza, Milano 1942.
"Poesie e prose", Cappelli, Bologna 1970.





Presenze in antologie

"Antologia della lirica italiana", a cura di Angelo Ottolini, R. Caddeo & C., Milano 1923 (pp. 268-269)."Poeti minori del secondo Ottocento italiano", a cura di Angelo Romanò, Guanda, Bologna 1955 (pp. 366-368).
"Le più belle pagine dei poeti d'oggi", 2° edizione, a cura di Olindo Giacobbe, Carabba, Lanciano 1928 (vol. I, pp. 93-101).
"Antologia della lirica italiana. Ottocento e Novecento", nuova edizione, a cura di Carlo Culcasi, Garzanti, Milano 1947 (pp. 169-171).
"Poeti minori del secondo Ottocento italiano", a cura di Angelo Romanò, Guanda, Bologna 1955 (pp. 366-368).
"Un secolo di poesia", a cura di Giovanni Alfonso Pellegrinetti, Petrini, Torino 1957 (pp. 47-49).
"Poeti minori dell'Ottocento", a cura di Luigi Baldacci, Ricciardi, Napoli 1958 (pp.1009-1025).
"Poeti della scapigliatura", a cura di Mario Petrucciani e Neuro Bonifazi, Argalia, Urbino 1962 (pp. 273-281).
"L'antologia dei poeti italiani dell'ultimo secolo", a cura di Giuseppe Ravegnani e Giovanni Titta Rosa, Martello, Milano 1963 (pp. 105-113).
"Poeti minori dell'Ottocento italiano", a cura di Ferruccio Ulivi, Vallardi, Milano 1963 (pp. 743-752).
"Poesia dell'Ottocento", a cura di Carlo Muscetta ed Elsa Sormani, Einaudi, Torino 1968 (volume secondo, pp. 1927-1940).
"Secondo Ottocento", a cura di Luigi Baldacci, Zanichelli, Bologna 1969 (pp.1152-1160).
"Poeti simbolisti e liberty in Italia", a cura di Glauco Viazzi e Vanni Scheiwiller, Scheiwiller, Milano 1967-1972 (vol. 2, pp. 26-27)
"Dio borghese", a cura di Adolfo Zavaroni, Mazzotta, Milano 1978 (pp. 125; 218-219).
"Poeti della rivolta", a cura di Pier Carlo Masini, Rizzoli, Milano 1978 (pp. 281-289).
"Poeti italiani dell'Ottocento", a cura di Maurizio Cucchi, Garzanti, Milano 1978 (pp. 465-471).
"Poeti del riflusso", a cura di Rina Gagliardi, Savelli, Roma 1979 (pp. 57-58; pp. 67-68).
"Lirici della Scapigliatura", seconda edizione aggiornata a cura di Gilberto Finzi, Mondadori, Milano 1997 (pp. 303-318).
"Dagli scapigliati ai crepuscolari", a cura di Gabriella Palli Baroni, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 2000 (pp. 338-380).




Testi

I. NELLA VALLE SONORA MANCA IL GIORNO

Nella valle sonora manca il giorno,
giran le nubi per le cime intorno.
Io salgo al cimitero.

Coi bracci aperti disperatamente
le croci chiaman nell'ombra crescente
al loro amplesso fiero.

Saltan gli insetti per il cupo verde,
fischia un convoglio, e nel sasso si perde:
la nebbia stende il velo.

Io guardo ai monti che mi dicon forte:
Ama d'un sol amor fino alla morte,
e guarda spesso in cielo.


Porta la data: Wassen, agosto 1885 e fu quindi scritta nella località svizzera dove il poeta stava trascorrendo le vacanze estive. Riguardo al verso 8, ecco cosa disse il grande critico Luigi Baldacci: Wassen è un villaggio del cantone di Uri nel cui territorio corrono le gallerie elicoidali della ferrovia del Gottardo.





II. A UN TRATTO LE CAMPANE

A un tratto le campane
che annuncian mezzodì
mi dan voglia di piangere.
Quando le udii cosi?

Stamane m'ero alzato
con la mente serena,
ma poi sempre il passato
idee tristi rimena.

Oh che pensiero amaro
è quello di morire!
T'amo come un avaro,
o mio corto avvenire!


Questa è la settima delle dieci Liriche di primavera uscite per la prima volta sulla rivista Vita moderna nel marzo del 1892. Furono poi ristampate in Poesie, Brigola, Milano 1897 e in tutte le successive raccolte poetiche di Bettini.  È uno dei componimenti in cui si ravvisa di più la poetica dei crepuscolari; c'è una percezione della morte prossima a verificarsi, che in qualche modo ricorda certi versi di Guido Gozzano.





III. LE MIE BRACCIA SON GREVI

Le mie braccia son grevi
come rami coperti dalle nevi,
la mia faccia è severa
e fisso gli occhi nella primavera.

Cammino a passo lento,
guardo le cose ad una ad una, e sento
invadermi un languore
ch'è senza oggetto, ma sarebbe amore.

Il vento soffia e rade
i viali e le strade;
i fiori delle piante, fecondati,
lascian cadere i petali sui prati,

e nuvole grandiose,
senza tinte scherzose,
viaggiano nel cielo a somma altezza,
sospese in una frigida purezza.


È l'ottava Lirica di primavera in cui si palesa sia un amore fortissimo nei confronti della natura, sia una fatica di vivere, sottolineata già nei primi versi da una pesantezza corporea e una predisposizione dell'animo alla rigorosità (quest'ultimo concetto è evidenziato dal verso 3: la mia faccia è severa), sia una velata consapevolezza di vivere in una realtà indifferente e distante (come dimostra l'ultimo verso in cui le nuvole sono viste sospese in una frigida purezza). 

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