domenica 25 gennaio 2015

Due poesie di Paolo Buzzi

Accanto al più conosciuto Paolo Buzzi: poeta impetuoso, ribelle e propenso agli esperimenti, ve n'è un altro ben diverso, quasi contrastante col primo. È un uomo meditativo, che sembra a volte rattristarsi per ciò che non è successo e che poteva succedere; altre volte i suoi versi evidenziano un rimorso per dei comportamenti istintivi sbagliati, che lo hanno posto ai margini della società. Certamente Buzzi non è stato mai vicino alla poetica dei crepuscolari, come successe invece ad altri futuristi, ma esistono anche nei suoi versi delle tristezze e delle malinconie che qua e là affiorano, ed è quindi facile metterle in evidenza, come ho fatto riportando queste due poesie. La prima proviene dalla raccolta Aeroplani, del 1909, ed è uno dei volumi poetici più importanti del movimento futurista; la seconda appartiene al Poema dei quarantanni (1922), che è una sorta di autobiografia in versi di eccezionale valore. Sono due poesie bellissime, che meritano nuova attenzione, così come la merita il poeta, troppo sbrigativamente etichettato e considerato soltanto nell'ambito del movimento futurista.


Paolo Buzzi (Milano 1874 - ivi, 1956)



I BIMBI

Quasi più non vivo coi bimbi.
Quasi, li ignoro.
E quelli ch'erano bimbi con me
perdon le chiome o imbiancano, han già le lunghe barbe.
E molti bimbi fecero.
Io, bimbi, no. I miei fratelli, pure,
son orfani di figli. Stagna il mio sangue
come gora fra sassi alti, nel continuo torrente della vita.

Amo, senza invidiarli, i bimbi.

Io non so se m'amino. Uno s'appressa
al pianoforte ov'io suono Danze Macabre sovente.
E mi guarda come si guarderebbe un Dio. Un'altra
(bella come l'amore che non s'incontra)
mi siede sulle ginocchia, quando scrivo,
e mi domanda - Tu scrivi alla Madonna?

Innocenze. Son figli

di stranieri. Nulla so
de' lor sangui, de' lor sogni: donde vengano,
chi li aspetti.
Entrano dalla mia porta aperta sempre.
E se ne vanno con qualche chicca in bocca.
Certo han le madri giovani. Ed io le fuggo
per non dar loro fratelli adulterini.
Lui m'ha chiamato - Zio! - ieri.
Lei, domani, può chiamarmi - Nonno! -
Sentono che son vecchio.
E, in fondo, già mi burlano
per tale. Se mi vedessero cadere nel fango, in istrada,
sarebbe un'altra risata, come pel vecchio Parini.
Ed io m'avrei quel tema per un'altra Ode.
Tutto ciò è un poco triste.
Ma non bisogna uccidersi, per questo. Anche i bimbi
diventano vecchi, a giorno a giorno.

(da "Aeroplani", Edizioni Futuriste di "Poesia", Milano 1909, pp. 159-160)





MISANTROPIA

Non amo gli uomini.
Nessun male profondo mi fecero
ché nessun male, pur lieve, io lor feci né farò.
Ma la suprema letizia mia è di sfuggirli.
Pagherò questo capriccio da sultano.
Morrò senza due righe di commento alle gazzette
assai simile all'ultimo dei consueti,
io, fenomeno degno delle meraviglie,
io che veramente avrò vissuto, sovra l'ali
una vita di sogno, di musica, di maestà.
Bimbo,
anelavo appiattarmi nei cantoni. Il buio
in solitudine mai m'impaurì.
La mia stanza chiusa,
la mia alcova velata,
il mio silenzio duro:
la parola alle carte, ai testi. Per ciò
credo alla futura e eterna grande Felicità.
Bocca chiusa nella bara chiusa dentro la tomba chiusa.
E dimenticato dagli uomini dimenticati.

(da "Poema dei quarantanni", Edizioni Futuriste di "Poesia", Milano 1922, pp. 346-347) 

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