mercoledì 22 ottobre 2014

Le foglie in 10 poesie di 10 poeti italiani del XIX secolo

LE FOGLIE
di Arrigo Boito (1842-1919)

Nascean le stelle; la lontana chiesa
Emanava armonie. Reprobamente
Vagolando pe’ campi io le sentivo;
        E una voce, repente,
Surta dall’ombra e che parea d’un vivo
Gridommi a lato: — «Tutto ciò che pesa,
        Uomo, ha peccato.»

Io tutto mi restrinsi per paura,
Nè corpo vidi che paresse accanto;
La notte s’avanzava e in bel celeste
        Cangiava l’amaranto.
Era l’ora che fa le cose meste,
Quando negli orti — fra le vecchie mura
        Errano i morti.

La sinistra parola m’avea scosse
Le radici del core e all’aura bruna
Vagavo al pari di corsier che aòmbra.
        Le foglie ad una, ad una,
Cadean dai rami lor, pagine d’ombra,
E in vol scosceso — parean carche e mosse
        Da un grave peso.

Se non è fatua visïon che illuda
La mente mia, pensai, qual è il peccato
Che sì vi fuga o foglie intorno, intorno?
        E allor la larva a lato
«Esse tremar di voluttà quel giorno,»
— Mi rispondeva — «che covrir la nuda
        Bellezza d’Eva.»

(Da "Il libro dei versi", 1902)





L'ULTIMA FOGLIA
di Contessa Lara (Evelina Cattermole, 1849-1896)

Dal ramo ischeletrito
L'ultima foglia pende:
E, come d'oro, splende
Al sol che, smorto, non ha fiamme più.

Esita, al freddo invito
Della caduta neve;
Poi, sospirando lieve,
Rassegnata si stacca e piomba giù.

(Da "Nuovi versi", 1897)





FOGLIE MORTE
di Giuseppe Deabate (1857-1928)

Dai rami sui quali poc'anzi l'ebbrezza 
Saliva esultando dei fulgidi dì, 
Cacciate dal primo rigor della brezza, 
Scendete, fogliuzze, scendete, così. 

Scendete sui campi lucenti di sole, 
Sui solchi bagnati di tanto sudor; 
Su gli ampii giardini, su l'umili aiuole, 
Sui mille del mondo ignoti dolor. 

Narrate ai felici, ai ricchi, ai potenti. 
Che tutto è una fuga di foglie quaggiù. 
Si sveglia l'aprile sui rami languenti...
L'april della vita non svegliasi più! 

Coprite gli amori dei giovani assorti 
Nei miti, autunnali tramonti del sol; 
Coprite le tombe dei poveri morti 
Dormienti nell'alto silenzio del suol. 

È questo il mio sogno: — Fogliuzza smarrita 
Sul margine ascoso d'un triste sentier, 
Fogliuzza sperduta nel mar della vita, 
Col giorno che muore anch'io cader; 

Col bacio dei sacri miei vecchi sul fronte, 
E un' ultima fede perduta nel cuor; 
Volgendo lo sguardo al mesto orizzonte, 
Sognando il mio primo, il mio ultimo amor! 

Quel giorno, o fogliuzze, che oscuro poeta 
L'estremo saluto al mondo darò; 
Se santa fu sempre del verso la mèta, 
Se all'umile canto un cuor palpitò, 

Quel giorno l'eterna parola mi dite, 
Che sola la fede nel mondo ci dà; 
Cingetemi il fronte, fogliuzze avvizzite... 
L'alloro sognato... il vostro sarà! 

(Da "Il canzoniere del villaggio", 1898)





FOGLIE SECCHE
di Arturo Graf (1848-1913)

Oh, come lugubre
Veder sull’arido
Suolo cinereo
Discolorite,
Tremule, tacite
Cader dagli alberi
Le foglie morte!

Oh, come lugubre
Veder da un’anima
Cader le povere
Fedi tradite
E i segni gracili
Cui franse l’invida
Man della sorte!

(Da "Le poesie", 1922)





IMITAZIONE
di Giacomo Leopardi (1798-1837)

Lungi dal proprio ramo,
Povera foglia frale,
Dove vai tu? — Dal faggio
Là dov'io nacqui, mi divise il vento.
Esso, tornando, a volo
Dal bosco alla campagna,
Dalla valle mi porta alla montagna.
Seco perpetuamente
Vo pellegrina, e tutto l'altro ignoro.
Vo dove ogni altra cosa,
Dove naturalmente
Va la foglia di rosa,
E la foglia d'alloro.

(Da "Canti", 1974)





CADUTA DI FOGLIE
di Giovanni Marradi (1852-1922)

Non più di trilli argute risonanze
per la montagna. In voce di lamento
geme la selva, cui rapisce il vento
le prime foglie e l' ultime fragranze.

Quando il pallido autunno d'improvvise
tristezze aduggia e scolorisce il mondo,
e piangono le pioggie alla campagna,
tutta l'alpestre via di fango intrise
copron le foglie, che stormìan giocondo
l'inno dell'albe in vetta alla montagna.
E al faticoso viator, cui bagna
di pianto gli occhi una stanchezza nova,
ad ogni passo che in quel fango ei muova,
sembra di calpestar sogni e speranze.

(Da "Poesie", 1907)





CADON LE FOGLIE
di Cesare Rossi (1852-1927)

Odi una flebile
come si lagna
nota di cembalo
per la campagna:
pian quella musica
l'anima accoglie.
Cadon le foglie.

Cantano l'ilari
vendemmiatrici
spiccando i grappoli
per le pendici,
poi meste lasciano
le viti spoglie -
Cadon le foglie.

Corre degli agili
vetri la muta
che i lepri timidi
vigile fiuta:
Ottobre in pallido
pianto si scioglie -
Cadon le foglie.

Rosseggia l'edera
pei casolari,
la fiamma crepita
su' focolari,
ma i vecchi guardano
tristi a le soglie -
Cadon le foglie.

Con occhi languidi,
senza parole,
saluta il tisico
l'ultimo sole.
Spera ma un brivido
sottil lo coglie -
Cadon le foglie.

(Da "Dai nostri poeti viventi", 1896)





FOGLIE
di Ulisse Tanganelli (1853-1931)

Al sospirar di maggio
Dal primaticcio mandorlo
Volano vie le bianche foglioline:
Le dànno il buon viaggio,
Col tremolìo dei calici
Dei peschi le fogliuzze carnicine:
Quindi al ramo natìo
Dicon pur esse addio.

O vaga pioggia, lieta
Di rosei spruzzi e candidi,
Che discende negli orti e li ricama.
Sottil, come di seta,
Presto germoglia e svolgesi,
Collo sviluppo della verde trama,
Una chioma abbondante
Sopra tutte le piante.

Allor corre una voce
Che i poeti comprendono
E i savi no, dai tronchi alla vermena!
Il melo, il fico, il noce
Un bel terzetto cantano
Del teatro campestre in su la scena:
Cantano i boschi in coro
Dal cipresso all'alloro.

Comprendon coi poeti
Quella voce ineffabile
La cingallegra, il merlo e la ghiandaia.
L'usignol sui roveti
E sui castagni il tortore
Gorgheggian, coaliscono, alla gaia
Prosperità dei nidi
Soavemente fidi.

Quanta molle verdezza
Velo alla immensa Cerere,
Chiara stormisce dalla valle ai monti,
Eterna giovinezza
Rinnovellando! Han gli alberi
Increspature e luccichìi di fonti
Nel gran frescheggiamento
Del pomeriggio al vento.

Ora sacra! Le capre
Le note balze tornano
Desiderose dello stabbio. Intanto
Alle memorie s'apre,
Come a notte un convolvolo,
L'anima vinta da un serale incanto,
E la tristezza sente
Accidiosamente!

Fischia la mandriana
Alle sbrancate; e intorbida
Forse di pianto le pupille e il cuore
Di ricordanza arcana!
L'acuto fischio scivola
Fra le dolcezze del giorno che muore,
Come squillo pugnace
In un inno di pace!

Ma poiché l'aria imbruna
Le verdi foglie perdono
La singolarità folta e smerlata.
E vanno, ad una ad una,
Gradatamente a fondersi,
Come fine cesello
Che torni nel fornello.

(Da "La buona dea", 1892)





IO VADO ERRANDO LONTANO DALLA MIA PATRIA
di Igino Ugo Tarchetti (1839-1969)

Io vado errando lontano dalla mia patria, e veggo aggirarsi per l’aria una foglia di cipresso trasportata dal vento. Dove te ne vai, o piccola foglia di cipresso, dove te ne vai? Noi ci faremo compagnia. Nello stesso modo che tu vieni trasportata pel cielo dal turbine impetuoso, io sono cacciato dal mio destino per terre non conosciute... Ohimé! tu non potrai piú ritornare al tuo albero! povera foglia! povera foglia!

Maledetta la mano che ti ha distaccata dal tuo ramo. Io sono pure allontanato dalla mia patria da una mano maledetta. Precedimi, o piccola foglia di cipresso nel cammino doloroso dell’esiglio: il mio destino non sarà mai diverso dal tuo; tu anzi sopravviverai forse a me stesso, e sbattuta dopo tanti anni dal vento, verrai un giorno a riposarti inconsapevole sul mio sepolcro. Precedimi dunque, o povera foglia, noi ci faremo compagnia. Giovine ancora senza affetti, e senza speranze, io vado errando sulla terra come una foglia trasportata dal vento.

(Da "Tutte le opere", 1967)





A UNA FOGLIA
di Niccolò Tommaseo (1802-1874)

Foglia, che lieve a la brezza cadesti 
sotto i miei piedi, con mite richiamo 
forse ti lagni perch’io ti calpesti. 

Mentr’eri viva sul verde tuo ramo, 
passai sovente, e di te non pensai; 
morta ti penso, e mi sento che t’amo.

Tu pur coll’aure, coll’ombre, co’ rai 
venivi amica nell’anima mia; 
con lor d’amore indistinto t’amai.

Conversa in loto ed in polvere, o pia, 
per vite nuove il perpetuo concento 
seguiterai della prima armonia. 

E io, che viva in me stesso ti sento, 
cadrò tra breve, e darò del mio frale 
al fiore, all’onda, all’elettrico, al vento. 

Ma te, de’ cieli nell’alto, sull’ale 
recherà grato lo spirito mio; 
e, pura idea, di sorriso immortale 

sorriderai nel sorriso di Dio. 

(Da "Poesie e prose", 1942)

Nessun commento:

Posta un commento