domenica 26 ottobre 2014

I cimiteri in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

CAMPOSANTO SUL MARE
di Mario Alessandrini

Un muricciolo mezzo diroccato
tiene in grembo sul greto
il camposanto vecchio:
quattro croci fiorite
fra l'erba alta battuta dal vento.
Il mare mugghia sotto la scogliera,
drizza l'onde squamate sulle rocce.
È tutto irsuto: si dibatte e squassa
e di rabbia s'imbava e vane schiume.
I morti han pace e gli elementi guerra.

(Dalla rivista «Maestrale», febbraio/marzo 1941)





DAI CIMITERI
di Paolo Buzzi (1874-1956)

Noi siamo i più reclusi dei reclusi, noi.
Non ci han voluto neppure più sulla terra.
Potevano gettarci capofitti nel mare
appenderci ad un aerostato senza ritorno.
Ci diedero la bolgia di Papa Bonifazio;
le sere, venite a vedere le fiamme se rampollano!
Siamo i più queti, non i più morti, credete!
Le nostre folle incubano i vostri letarghi.
Il terremoto, forse, è la nostra convulsione di noia.
Giorno verrà che dietro ogni porta, nelle vostre case,
a sera bassa, troverete uno scheletro di sentinella.
Allora darete tutte le salme alla pira!
Il mondo avrà più fiamma, più luce, più libertà.
Frattanto, noi ci gloriamo de' nostri fosfori freddi,
dei nostri fiori notturni pieni di lucciole bianche
e delle nostre lampade flebili
aspettando gl'incendi cadaverici dell'Avvenire!

(Da "Aeroplani", 1909)





IL CAMPOSANTO NUOVO
di Francesco Chiesa (1871-1973)

Un sol morto nella pallida deserta
vastità del camposanto... Quattro muri,
bianchi, nuovi, un cancel nero e un morto, solo...
Un giallognolo rialzo, e il verde magro
della zolla intorno intorno, qualche paglia...
Una croce, senza croci in compagnia...
L'ombra, in terra, d'una croce che s'allunga,
con l'aiuto della luna, a ricercare...
Una lampadina sola, nella notte
di novembre, che si dondola a far segno
di lontano, verso i vivi. Ma niun ode
ciò che grida a' suoi fratelli il derelitto.
- Perché - grida, mi lasciate così solo?
Pur, m'avete, coricandomi, cantato:
Dormi in pace!... Ma non è la pace, questa.
È il deserto con intorno quattro muri.
O fratelli, nessun viene? (Io ben verrei,
tanta gioia è star coi vivi): - Ohimè, venite -
grida l'uomo abbandonato. E scuote il suo
lumicino, quando già da ore ed ore
con un soffio gliel'ha spento il vento.

(Da "La stellata sera", 1933)





CAMPOSANTO DEGLI INGLESI
di Franco Fortini (1917-1994)

Ancora, quando fa sera, d'ottobre,
e pei viali ai platani la nebbia,
ma leggera, fa velo, come a quei nostri
tempi, fra i muri d'edera e i cipressi
del Camposanto degli Inglesi, i custodi
bruciano sterpi e lauri secchi.
                                               Verde
il fumo delle frasche
come quello dei carbonai nei boschi
di montagna.
                     Morivano
quelle sere con dolce strazio a noi
già un poco fredde. Allora m'era caro
cercarti il polso e accarezzarlo. Poi
erano i lumi incerti, le grandi ombre
dei giardini, la ghiaia, il tuo passo pieno e calmo
e lungo i muri delle cancellate
la pietra aveva, dicevi, odore d'ottobre e il fumo
sapeva di campagna e di vendemmia.
Si apriva la cara tua bocca rotonda nel buio
lenta e docile uva.
                   Ora è passato
molto tempo, non so dove sei, forse vedendoti
non riconoscerei la tua figura. Sei certo
viva e pensi talvolta a quanto amore
fu, quegli anni, tra noi, a quanta vita
è passata. E talvolta al ricordare
tuo, come al mio che ora ti parla, vana
ti geme, e insostenibile, una pena;
una pena di ritornare, quale
han forse i poveri morti, di vivere
là, ancora una volta, rivedere
quella che tu sei stata andare ancora
per quelle sere di un tempo che non esiste più
che non ha più alcun luogo
anche se io scendo a volte per questi viali
di Firenze ove ai platani la nebbia,
ma leggera, fa velo e nei giardini
bruciano i malinconici fuochi d'alloro.

(Da "Versi scelti", 1990)





CIMITERO
di Guido Marta (1882-?)

Presso la chiesa bianca, al limitare
del villaggio, la Morte un suo giardino
pien di croci s'è fatto, un suo giardino
con un muro, due pietre, un cancelliino
sempre aperto per chi volesse entrare.

(Da "La neve in giardino", 1922)





PICCOLO CIMITERO LUNGO IL MARE
di Angiolo Silvio Novaro (1866-1938)

Piccolo cimitero lungo il mare
Stipato d'erbe amare
E di croci!
L'erbe non v'è chi le falci
E le croci aprono i tralci
Delle braccia tese al sole
Che le bacia come suole
E le fa nel bacio eguali.

Il recinto somiglia
Una chiara conchiglia.
Ombra non v'è che dentro vi si cali
Né moto d'aria o d'ali
Né sospiro o suono d'ore
Né vi fa l'onda rumore
Più del battito d'un cuore
Che nel sonno si assottiglia.

Sotto le croci i morti
Alleggeriti di beni e di mali
Ancoràti a sicuri porti
Posano in giusta pace
Aspettando come a Dio piace
Che un angelo spieghi le ali
E una tromba loro porti
L'annunzio che sono risorti.

(Da "Tempietto", 1939)





SORPRESA
di Luigi Pirandello (1867-1936)

Mi parea, sù da quei greppi scoscesi,
che fosser pannilini di bucato,
gli arredi, forse, d ’un bambino, stesi
su questo verde tenero del prato.

Lapidi! Un cimitero abbandonato...

(Da "Tutte le poesie", 1991)





LUCE BIANCA
di Antonia Pozzi (1912-1938)

All'alba entrai 
in un piccolo cimitero. 
Fu in un paese lontano 
ai piedi di una torre grigia 
senza più voce alcuna 
di campane – 
mentre ancora le nebbia 
inargentava 
le querce oscure, 
le siepi alte, 
l'erica 
viola – 

Nel piccolo cimitero 
le pietre 
volte all'Oriente 
come in un riso 
bianco 
parevano visi di ciechi 
che allineati marciassero 
incontro al sole. 

(Da "Parole", 1998)





NEL CIMITERO DI CHISWICK
di Salvatore Quasimodo (1901-1968)

Risonanze di mortelle
nel recinto verde di morti
antichi, dove Foscolo posò la testa
dentro un sarcofago in un tempo d'amore
per gli inglesi. La sua pietra
porta la data di nascita e di morte. Di fronte,
nella curva della strada si beve birra
forte in un pub di legno
a spiovente nordico. Una ruota gira,
un vecchio picchia con un martello su una tavola.
L'amore per le ombre foscoliane è più qui
che in Santa Croce, ancora nell'armatura
dell'esilio. I timidi carnefici lombardi
temperavano aste e scuri, misuravano
l'uomo sugli stipiti delle porte
come oggetto utile alle armi.

(Da "Tutte le poesie", 1995)





A GUARDARTI M'INDUGIO INTENERITO
di Camillo Sbarbaro (1888-1967)

A guardarti m’indugio intenerito,
d’oltre il muretto basso che ti cinta,
piccolo cimitero di campagna.
Aperto al celo, alla mercé del vento
della pioggia, vegliato dalle stelle,
tu ancora partecipi alla vita.
Soave come l’improvviso sonno
che chiude gli occhi al piccolo che piange,
l’erba qui addormenta le speranze
delle fanciulle, l’ansia delle madri
e tutto il nostro affaccendarci invano...

Qui la vita e la morte si dan mano
come sorelle...
                      Tutto ciò che è,
è un poco ciò che fu, un poco ciò
che sarà...
                Qui è facile pensare
che quella farfalletta che là alia,
chiusa la sua vicenda, rivivrà
nel geranio fiammante del balcone
o nei capelli d’una donna amata...

Piccolo cimitero di campagna,
in questo poco sole di settembre
è così dolce quel che insegni al cuore
ch’egli di gratitudine si gonfia.
E, uscendo da me stesso, mi vedo,
in altre forme in sempre nuove forme
essere eternamente come i cieli.

(Da "L'opera in versi e in prosa", 1985)

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