domenica 10 marzo 2013

Genio e sperimentalismo nella poesia di Paolo Buzzi

Si può ben dire che, parlando di futurismo e in particolare di poesia futurista, dopo il fondatore del movimento artistico, ovvero Filippo Tommaso Marinetti, il poeta più importante sia stato Paolo Buzzi; presente in maniera non marginale nella prima antologia poetica: I poeti futuristi (1912), è anche autore del primo volume di versi, cronologicamente parlando, propriamente futurista: Aeroplani, uscito per le edizioni di "Poesia" (rivista letteraria creata da Marinetti) nel 1909, stesso anno di pubblicazione del famoso Manifesto marinettiano nel quale si proclamavano i punti principali alla base dell'innovativo movimento nato in Italia e divenuto famoso anche all'estero; una ristampa di questa opera che definirei basilare del poeta milanese è stata pubblicata in edizione anastatica qualche anno fa da Lampi di stampa (vedi foto in alto a dstra). È indiscutibile, secondo me, il talento poetico di Buzzi, certamente il migliore rappresentante, comprendendo anche Marinetti, della poesia futurista; la medesima cosa deve aver pensato anche l'insigne critico Pier Vincenzo Mengaldo che ha inserito Buzzi nella sua severa selezione dell'antologia Poeti italiani del Novecento, Mondadori, Milano 1978, dove, nel profilo critico che precede la scelta dei testi dice:
«Fra i poeti della prima ondata futurista Buzzi, che certo è particolarmente fornito di doti, rappresenta la posizione insieme più letteraria e più eclettica, per cui fin dall'inizio il suo futurismo è, nella prassi, privo di oltranza e contaminatorio».
Quindi Buzzi espresse in poesia il miglior futurismo, quello più letterario, ma non solo, come afferma lo stesso Mengaldo, il poeta di "Aeroplani" prosegue in modo egregio la migliore tradizione letteraria lombarda, essendo in parte legato al movimento della scapigliatura.
Un altro critico importante, Luciano De Maria, parlando di Buzzi nel suo libro Marinetti e i futuristi (Garzanti, Milano 1994), dice:
«Poeta culto, solidamente formatosi sulla tradizione greco-latina e italiana, sui grandi contemporanei Carducci, Pascoli e D'Annunzio, con palesi innesti lombardo-scapigliati e chiare assidue frequentazioni francesi, Buzzi seppe amalgamare con esiti alterni, ma spesso rilevanti, i frutti della sua profonda cultura classica con lo sperimentalismo futurista».
Insomma Buzzi è un poeta che non può essere posto ai margini della poesia novecentesca come a volte è successo, perchè, insieme ad altri scrittori (Lucini, Palazzeschi, Govoni, Folgore, Soffici) ha contribuito al rinnovamento della poesia italiana sia dal versante dei contenuti, sia da quello della metrica, essendo tra i pionieri del verso libero.
Accanto a questo volume, tra le migliori opere di Paolo Buzzi è giusto ricordare anche le poesie di Versi Liberi (1913) e il romanzo sperimentale L'Ellisse e la Spirale (1915); dispiace il fatto che gli ultimi volumi ricapitolanti l'excursus poetico buzziano risalgano a più di cinquanta anni or sono (si parla di Selecta del 1955 e di Poesie scelte del 1961, entrambi curati da Francesco Flora) e si auspica una solerte ristampa che magari comprenda l'intera opera letteraria di questo "gigante" del Novecento italiano.

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