mercoledì 15 agosto 2012

Da "Buffonate, Satire e Fantasie" di Giovanni Papini

Questa mia repugnanza per qualunque azione, per minima che sia, mi strozza ogni piacere, mi serra ogni strada. Ho incontrato donne che mi piacevano, ragazze che avrei potuto far mie — amanti possibili di un giorno o di un anno, mogli eventuali di tutta la vita. Ma v'immaginate voi ch'io potessi fare quel che si chiama la corte; quei primi approcci, tentativi ed assalti che son necessari per impadronirsi di un individuo del sesso avverso? Chi mi avrebbe dato la voglia e il coraggio di scriver le famose lettere, di lavorare cogli occhi, colle mani, coi piedi, di passar le ore sotto una finestra; di mandare i fiori, i regalucci, gli espressi, le ambasciate e tutte le altre diavolerie amorose così seccanti eppur tanto necessarie?
Accompagnare una donna a far passeggiate, a teatro, a casa; doverla tentare, assalire.... Ahimè! Non son capace. Piuttosto ne faccio a meno. Rinunzio all'amore e a tutte le belle del mondo. Se venissero da sé, senza dichiarazioni, senza preparativi, senza lotte — spontaneamente, semplicemente — allora non avrei nulla in contrario. Ma questa parte di cacciatore inquieto e sudato, questo lavorìo complesso e infinito di seduzione e di conversazione, mi spaventa — e più che altro mi spaventa per le piccole noie, per i meschini imbarazzi, per le ridicole attese e finzioni, non per il resto.
Mi succede lo stesso anche in altre faccende della vita. Io sento d'avere in me, per esempio, la possibilità  di scrivere qualcosa che non sarebbe una nauseabonda rifrittura di roba già detta. Vedo il mondo a modo mio, ho una personalità che non mi sembra comune; mi vengono in testa, a volte, pensieri non del tutto imbecilli. Ma indietreggio subito davanti alla tentazione di essere un uomo stampato quando intravedo la necessità di dover comprare l'inchiostro, la penna, la carta, eppoi, quel ch'è peggio, di dover inzuppare la penna in quell'inchiostro chissà quante volte e di dover ricoprire, quella carta, io, colla mia mano, di migliaia e migliaia di lettere. Non è possibile. E rimango un uomo oscuro, senza speranza di gloria.
Per le stesse ridicole ragioni ogni forma di gioia mi è impedita. Avrei abbastanza denari per viaggiare ma son fermato dall'impossibilità fisica di compulsare un orario, di andare alla stazione all'ora precisa, di scegliere un albergo, di chieder da mangiare. Non vado alle esposizioni per non dover discutere cogli amici; non entro mai in un teatro per non dover comprare il biglietto ; non frequento le biblioteche per non aver da scrivere schede. Sto in una casa fredda, scomoda, senza luce, eppure tremo all'idea di andare in un migliore appartamento, tanto mi atterrisce la visione infernale dello sgombero, della roba sui carri, delle trattative, dei nuovi accomodamenti. Per fortuna non ho dovuto fare il soldato altrimenti mi avrebbero fucilato il giorno dopo. Piuttosto che muovere una foglia o scansarmi da un posto mi lascerei cascare il mondo addosso. Neppur la vicinanza della morte mi scuote. Son l'eroe dell'apatia.
Apatia ? Non credo, non mi pare. Io sono appassionato per un'infinità di cose. L'ho già detto: tutto mi attira. Ma non vorrei far nulla per andare verso ciò che mi piace; vorrei che tutto fosse attirato da me, sì da poterlo godere senza passare per la triste dogana dello sforzo.


(Da "Buffonate, Satire e Fantasie" di Giovanni Papini, Libreria della Voce, Firenze 1914, pp. 69-71)

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