lunedì 25 aprile 2016

La Resistenza in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

Ecco altre dieci poesie che parlano della Resistenza e della 2° Guerra Mondiale. Le pubblico nel giorno 25 aprile, per ribadire, in tempi in cui vanno troppo di moda stupide nostalgie, quanto sia fondamentale per la nostra esistenza la liberazione dal nazifascismo. Alcuni versi descrivono gli orrori di una guerra che fu tra le più tremende della storia dell'umanità; altre vogliono celebrare i partigiani italiani, così importanti per il raggiungimento dell'obiettivo, così coraggiosi se si pensa alle torture di cui furono vittime molti di loro, e alle conseguenti morti avvenute, spesso, in giovane età. Sono, tutti, versi bellissimi, perché sinceri, spontanei, e perché la migliore poesia nasce anche e soprattutto da esperienze dolorose.




HO DORMITO L'ULTIMA NOTTE
di Elio Filippo Accrocca (1923-1996)

Ho dormito l’ultima notte
nella casa di mio padre
al quartiere proletario.

La guerra, aborto d’uomini
dementi, è passata sulla
mia casa di San Lorenzo.

Il cuore ha le sue distruzioni
come le macerie di spettri,
eppure il cuore ancora grida,

geme, dispera, ma vive
come la madonna di Raffaello
salvata tra i sassi della mia casa

e un paio di calzoni grigioverdi.

(Da "Portonaccio", Scheiwiller, Milano 1949)




RETROVIA
di Giorgio Bassani (1916-2000)

Non li vedi, tu, gli angeli tutelari
che còmpitano la tua croce.
Hanno come te gli occhi chiari,
quasi puerile la voce.

Li vedessi, forse sorrideresti.
Non portan clamidi stole o tocchi;
polverosi, sono, rotti
di fatica: hanno tute celesti.

Parlano. Li senti bisbigliare
di non sai che pace, che speranza:
in un paese di là dal mare
questa è sera di vacanza.

Nella sera il monte odora
oleandri da una tomba di sassi.
la vita non è più, ora,
per te che un dileguare di passi.

(Da "Storie di poveri amanti", Astrolabio, Roma 1946)




CANTO DEGLI ULTIMI PARTIGIANI
di Franco Fortini (1917-1994)

Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell'acqua della fonte
La bava degli impiccati.

Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull'erba secca del prato
I denti dei fucilati.

Mordere l'aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d'uomini
Mordere l'aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d'uomini.

Ma noi s'è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l'hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.

(Da "Foglio di via e altri versi", Einaudi, Torino 1946)




ANNIVERSARIO
di Alfonso Gatto (1909-1976)

Io ricordo quei giorni: nell’ignoto
mattino ove a svegliarci era il terrore
d’esser rimasti soli, udivo il cielo
come una voce morta. E già la luce
abbandonata dai morenti ai vetri
mi toccava la fronte, sui capelli
lasciava l’orma del suo sonno eterno.

Un grido umano che s’udisse, nulla
solo la neve - e tutti erano vivi
dietro quel muro a piangere, il silenzio
beveva a fiumi il pianto della terra.

Oh, l’Europa gelata nel suo cuore
mai più si scalderà: sola, coi morti
che l’amano in eterno, sarà bianca
senza confini, unita dalla neve.

(Da "La storia delle vittime", Mondadori, Milano 1966)




MORTE DEL PARTIGIANO
di Corrado Govoni (1884-1965)

Dorme nei suoi capelli, vegetali
fili che il sole e il vento scioglieranno
vivi all’alba: una buia sventagliata
di mitra lo sferzò tra capo e collo
come brusca manata di un amico:
così cadde supino, per voltarsi
a riconoscerlo e a scambiare il colpo.
Non sentì allontanarsi per la riva
i passi dei fucilatori, dopo
che gli diedero un calcio per saluto
gridandogli: «Carogna!», e dentro il fiume
scaricarono l’arma e un po’ più avanti
graffiarono rabbiosamente il ponte
di bombe a mano: troppo poco a fare,
anche se così complice od assente,
che la notte straripi di terrore
per un sol sparo secco. Dorme, dorme
lungo disteso, stretto il gonfio collo
nella sciarpa di sangue larga e morbida
sempre più gelida; e il lungo cappotto
indurito di brina è il suo sepolcro.
E la sua patria è l'erba.

(Da "Stradario della primavera", Neri Pozza, Venezia 1958)




CANTO POPOLARE DEL PATRIOTA MARCHIGIANO
di Franco Matacotta (1916-1978)

Fucile e baionetta l'ho gettato
Sputando sangue e fiele ad una svolta
Al mio paese sono ritornato
Per riabbracciare i cani d'una volta.

Ah più non credo, più non spero in nulla.
Troppe certezze sono già cadute.
Addio, vacca rognosa, o Roma, culla
D'angeli neri e rosse prostitute.

E qua chi cerco? Dove sono i campi
Perduti nei crepuscoli viola?
Nel fragoroso turbine dei lampi
Ritrovo la mia casa vuota e sola.

Sono fuggiti mio padre e mia madre
Fuggito è il gatto, fuggito il cavallo.
Salvo allo scempio delle folle ladre
È restato a cantare solo il gallo.

Almeno nelle botti il vino austero
Fosse rimasto alla mia gola secca.
Presso la chiesa un cane magro e nero
Su una chiazza di sangue a lungo lecca.

Trac! Dalla finestra dirimpetto
Qualcuno ha sventagliato la mitraglia.
Un ragazzo col capo entro il petto
Sanguina in mezzo al fango ed alla paglia.

Madonna mia, Gesù. Una donna ha urlato
Nel labirinto fetido dei vicoli.
La succosa nipote del curato
Sta alla finestra per rifarsi i riccioli.

L'amico sputa fuoco sull'amico.
Il fratello è in agguato del vicino.
E devo torturarmi se il panìco
Non c'è più per sfamare il canarino?

No, non posso più piangere, non posso
Più gridare né a Cristo né alle stelle.
Che colpa abbiamo se ci scroscia addosso
La risata frenetica e ribelle?

Siamo accecati d'odio e di dolore.
Mordiamo a sangue l'aria dura e avara.
Ma per salvarti abbiamo ancora il cuore,
O Italia, cagna nera, patria cara!

(Da "Fisarmonica rossa", Darsena, Roma-Milano 1945)




TU NON SAI LE COLLINE
di Cesare Pavese (1908-1950)

Tu non sai le colline
dove si è sparso il sangue.
Tutti quanti fuggimmo
Tutti quanti gettammo
l’arme e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morì
sotto il muro, tacendo.
Ora è un cencio di sangue
e il suo nome. Una donna
ci aspetta alle colline.

(Da "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi", Einaudi, Torino 1951)




ALLE FRONDE DEI SALICI
di Salvatore Quasimodo (1901-1968)

E come potevano noi cantare
Con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

(Da "Giorno dopo giorno", Mondadori, Milano 1947)




I LUPI
di Nelo Risi (1920-2015)

La mia città deserta
un nero vento invade,
la mia città dolora
all'alba delle case.

Il muro non misura
più di tre metri: il sonno
di quel ragazzo steso
a lato è un peso eterno

I lupi sono scesi
visitano le strade,
autunno o primavera
non mutano paese

La mia città deserta
ha occhi di rovina,
le rose del suo sangue
c'è già chi le coltiva.

(Da "L'Esperienza", Edizioni «La Meridiana», Milano 1949)




IL PERIODO CLANDESTINO
di Mario Tobino (1910-1991)

Fu un amore, amici,
che doveva finire;
credemmo che gli uomini fossero santi,
i cattivi uccisi da noi,
credemmo diventasse tutta festa e perdono,
le piante stormissero fanfare di verde,
la morte premio che brilla
come sul petto del bambino
la medaglia alle scuole elementari.
Con pena, con lunga ritrosia,
ci ricredemmo.
Rimane in noi il giglio di quell’amore.


(Da "L'asso di picche", Vallecchi, Firenze 1955)

domenica 24 aprile 2016

Augusto Cardile: un poeta sfortunato

Augusto Cardile nacque a Taranto nel 1909. Ben presto dovette affrontare con coraggio alcune situazioni drammatiche che coinvolsero la sua famiglia. Stabilitosi a Firenze, nel capoluogo toscano sembrò trovare una tranquillità che in vero durò poco, visto che nel 1937 decise di togliersi la vita. I suoi versi, mai pubblicati in volume, uscirono nella rivista "Letteratura" nel 1938, arricchiti da una struggente testimonianza del critico Oreste Macrì.  
Di seguito si possono leggere due brevi composizioni in versi che ben testimoniano tutta la sofferenza interiore vissuta da questo sfortunato poeta.



NON FUI

Non fui,
malinconia dei lunghi anni trascorsi
in questa casa solitaria:
né sorriso cercai
né dolcezza.
Mi parve buona ebbrezza
quella dei morti libri.

(Dalla rivista «Letteratura», ottobre, 1938)


* * *


IDDIO CHE VEDI...

Iddio che vedi, non posso più andare
ho nell'anima un male profondo
come gorgo senza fine
e se porgessi a te il mio cuore
piegare la mia mano vedresti
sotto il peso.

Non posso camminare
e nella notte
sotto fili di stelle
m'accascerò per sempre.

(Dalla rivista «Letteratura», ottobre, 1938)

Poeti dimenticati: Armando Perotti

Nacque a Bari nel 1865 e morì a Cassano delle Murge nel 1924. Figlio di un militare e di una giornalista, dopo la maturità classica frequentò per un breve periodo l'Università di Roma per poi trasferirsi, sempre per brevi periodi, in varie località italiane; a Perugia si laureò in giurisprudenza e, dopo qualche altro spostamento, tornò finalmente nella regione natale stabilendosi a Bari; qui cominciò a collaborare assiduamente con giornali e riviste locali, pubblicando articoli che avevano come argomento portante la tradizione della terra pugliese. Pubblicò libri di poesie e di prose (tra questi ultimi si ricorda Bari vecchia del 1908).
Fu un poeta prevalentemente carducciano, anche se non mancano nei suoi versi riferimenti riconducibili al Pascoli e al D'Annunzio. Fu, in sostanza, un cantore della sua terra e, soprattutto, del suo mare, visto che i paesaggi marini ritornano spesso nelle sue liriche migliori. 



Opere poetiche

"Sul Trasimeno: 15 sonetti", Vecchi, Trani 1887.
"Il libro dei canti", Vecchi, Trani 1890.
"Castro: terze rime", Tip. Alighieri, Bari 1904.
"Da Le Nereidi: nuovi canti del mare", Vecchi e C., Trani 1907.
"Poesie", Laterza, Bari 1926.







Presenze in antologie

 "Dai nostri poeti viventi", 3° edizione, a cura di Eugenia Levi, Lumachi, Firenze 1903 (pp. 323-324).



Testi

SPIAGGIA ADRIATICA

Venti casette bianche, addormentate
nel meriggio d'agosto: il mar le culla,
e veglia intorno la scogliera brulla,
arsa dallo scirocco e dalla state.

Due povere vecchiette accovacciate
rattoppano le reti; una fanciulla,
come può meglio, canta e si trastulla
fra le mobili dune arroventate.

Viene dal largo intanto una paranza
spinta a forza di remi, e via sull'onde
echeggia una canzon marinaresca;

una canzon che parla di speranza,
di mari ignoti, di lontane sponde,
di donne belle e d'amore e di pesca.

(Da "Il libro dei canti") 




IL CADUTO È UN FANCIULLO...

Il caduto è un fanciullo, un giovinetto,
prole d'ignoti. Niun lo piangerà,
fuori del can, con cui spartiva il letto.

Tenne dal mare la maternità:
dalle calate l'han raccolto a un bordo;
era destino: donde venne va.

Piombando urlò nel labile ricordo:
Mamma! Poi vide il legno che fuggiva,
sentì la bocca del gran mostro ingordo

sugger muggendo la sua carne viva;
s'abbandonò, mancò pria che morisse.
E galleggiava sull'acqua nativa.

Un salvagente a lato gli s'affisse:
oh le sembianze pallide e leggiadre!
Oh, decoro infantil, chiome prolisse

che non sapeste mai bacio di madre!


(Da "Poesie")

domenica 17 aprile 2016

I giardini, i parchi e gli orti nella poesia italiana decadente e simbolista

Il parco, il giardino e l'orto sono tra i luoghi più citati e amati dai poeti simbolisti, decadenti, crepuscolari e liberty. Si possono rintracciare infatti una enorme quantità di versi dedicatigli. Questi luoghi hanno spesso delle caratteristiche comuni: sono in abbandono, deserti; nel loro interno si possono incontrare statue e fontane (anch'esse in stato di degrado e di incuria); in genere la stagione è quella autunnale, il che comporta una copiosa caduta di foglie dagli alberi e un tempo tra il grigio ed il piovoso, sì da rendere tali luoghi ancor più tristi e squallidi. Molti critici, a tal proposito, hanno paragonato i giardini-parchi-orti ad una sorta di rifugio dell'anima; in quei posti così appartati, quasi segreti, è infatti possibile per i nostri poeti creare immagini nate dai sogni, dalle nostalgie di un passato che ormai non c'è più, da intimi desideri impossibili a realizzarsi. Insomma sono questi i territori dove c'è l'opportunità di isolarsi aristocraticamente e vivere in un mondo al di fuori del mondo. La desolazione che presentano, oltre ad esternare uno stato di profonda demoralizzazione, dimostra la consapevolezza di essere in uno stato di esclusione, di emarginazione se non di totale separazione; e ciò va riferito anche alle loro aspirazioni: semplici, modeste, quasi insignificanti, eppure impossibili, non realizzabili. Naturalmente, questo discorso vale soprattutto per i poeti che gravitano intorno al crepuscolarismo; se si vuole invece allargare la prospettiva, si notano differenti elementi, a volte legati al mistero e alla favola, altre volte all'eros ed alla psiche. Più raramente (e mi riferisco alle poesie di Palazzeschi) in questi delimitati spazi si osserva la presenza di situazioni, forme ed entità assai inquietanti: frutti avvelenati, muffe, fanghiglie, figure ombrose e misteriose che si aggirano all'interno ecc. Per spiegare tal contesto bisogna risalire ad uno dei romanzi decadenti per eccellenza: A ritroso di Joris-Karl Huysmans, dove si ricorderanno le mostruose piante amate dal protagonista del romanzo, il quale le fa arrivare dai luoghi più reconditi perché possano rendere il suo giardino unico ed orrido nello stesso tempo.    



Poesie sull'argomento

Diego Angeli: "Il parco" e "Orto botanico" in "La Città di Vita" (1896).
Diego Angeli: "In un giardino di sera" in "L'Oratorio d'Amore. 1893-1903" (1904).
Antonio Beltramelli: "Il giardino del dolore" in "I Canti di Faunus" (1908).
Dino Campana: "Giardino autunnale" in "Canti Orfici" (1914).
Francesco Cazzamini Mussi: "Nel giardino dell'osteria «La Vita»" in "Le allee solitarie" (1920).
Giovanni Alfredo Cesareo: "Flamma ardescens" in "Poesie" (1912).
Carlo Chiaves: "Nel giardino del cuore" in "Tutte le poesie edite e inedite" (1971).
Sergio Corazzini: "Giardini" in "Dolcezze" (1904).
Gabriele D'Annunzio: "Hortus conclusus" e "Hortus larvarum" in "Poema paradisiaco" (1893).
Alfredo Galletti: "Il giardino obliato" in "Odi ed elegie" (1903).
Luisa Giaconi: "L'Orto" in «L'Idea Liberale», aprile 1895.
Luisa Giaconi: "Il giardino chiuso" in «Il Marzocco», luglio 1897.
Luisa Giaconi: "Orto antico" in «Il Marzocco», settembre 1897.
Cosimo Giorgieri Contri: "Il vecchio giardino" in "Il convegno dei cipressi" (1895).
Cosimo Giorgieri Contri: "Giardino delle rosine" in "La donna del velo" (1905).
Emilio Girardini: "Giardino abbandonato" e "Il parco" in "Chordae cordis" (1920).
Corrado Govoni: "Giardini chiusi" in "Le fiale" (1903).
Corrado Govoni: "Il giardino dell'anima" in "Gli aborti" (1907).
Corrado Govoni: "Giardino antico" in "Poesie elettriche" (1911).
Luigi Gualdo: "Nel parco" in Le nostalgie" (1883).
Amalia Guglielminetti: "Vecchio parco" e "Il giardino segreto" in "Le Seduzioni" (1909).
Marco Lessona: "In giardino" e "Nel parco" in "Ritmi" (1902).
Marco Lessona: "Il giardino" in "Versi liberi" (1920).
Giuseppe Lipparini: "Il giardino" in "Lo specchio delle rose" (1898).
Nicola Marchese: "Orto claustrale" e "Villa Pamphily" in "Le Liriche" (1911).
Tito Marrone: "Desolazione" in "Cesellature" (1899).
Tito Marrone: "Corinna" in "Liriche" (1904).
Fausto Maria Martini: "Il giardino di Psyche" in "Panem nostrum" (1907).
Pietro Mastri: "Il giardino dei felici" in "La meridiana" (1920).
Marino Moretti: "Hortus incultus" e "Angolo d'hortulus" in "Poesie scritte col lapis" (1910).
Marino Moretti: "Il giardino della stazione" in "Poesie 1905-1914" (1919).
Ada Negri: "Il giardino dell'Adolescente" in "Dal profondo" (1910).
Aldo Palazzeschi: "Parco umido" in "Lanterna" (1907).
Giovanni Pascoli: "Nel giardino" in "Myricae" (1900).
Francesco ed Emilio Scaglione: "Orto chiuso" in "Limen" (1910).
Emanuele Sella: "Il giardino delle stelle" in "Il giardino delle stelle" (1907).
Giovanni Tecchio: "Il giardino" in "Canti" (1931).
Domenico Tumiati: "Il rosaio" in "Liriche" (1937).
Carlo Vallini: "Sola nel parco, a vespero.." in "La rinunzia" (1907).
Mario Venditti, "L'amplesso" in "Il terzetto" (1911).
Giuseppe Villaroel: "Giardino pubblico" in "La tavolozza e l'oboe" (1918).
Remigio Zena: "Nell'orticello della mia coscienza" in "Le pellegrine" (1894).



Testi

UN GIARDINO ABBANDONATO
di Enrico Nencioni

Grigio-giallastro, di lunghe striscie,
Di larghe macchie d'umido, sordido,
Tutt'orlato di folte gramigne,
Di selvatici fiori, di musco;

Alto, remoto d'ogni frequente
Strada, ermo, tacito, inaccessibile
Qual di rigido chiostro ove chiude
Il Carmelo sue sacre colombe,

È il vecchio muro. Largo cancello
A cui sormonta l'arme Medicea,
Colle palle di pietra consunte
E verdastre dal musco di secoli.

Di punte armato, sui ferrei cardini
Aspro-girante, rosso di ruggine,
Apre il varco a un antico giardino,
A un antico vial fiancheggiato

Da verde-cupi alti cipressi,
Che, come lunghi diti di scheletri,
Sopra il cielo d'autunno disegnano
Le lor file monotone e triste.

Vecchi sedili di pietra appaiono
Fra pianta e pianta. Laggiù nel fondo
È una vasca con acqua stagnante
Dove foglie ingiallite galleggiano

Fitte, ed i morti rami s' affollano
Presso le sponde. Tremante Naiade
Su dal mezzo si leva marmorea,
Obliato l'antico zampillo

Che un dì slanciavasi alto, e l'antico
Murmure, e i vispi pesci dorati
Che guizzavan fra l'acque purissime,
Sorridendo i fanciulli alla sponda.

Oh! come in folla tornano, accorrono,
E il petto m'agitan care memorie!
Qui mia madre, allor giovine donna,
Conducevami spesso fanciullo.

Su quel muscoso banco la vedo
Lunghe ore assisa col suo ricamo,
Mentr'io lieto gridando, correndo,
A lei porto le colte viole.

Sovra il pensoso magro tuo viso
Rideva, o madre, il sol di maggio;
Ti cantavan sul capo gli uccelli,
Ridea l'erba stellata di fiori.

Ed ora, o madre, di qualche argentea
Riga ho il crin sparso: tu sottoterra
Sei distesa recente cadavere,
Nè un tuo bacio più asciuga il mio pianto.

Poi, quando i primi rosei fantasimi
Al guardo attonito risero, e l' anima
sentì il verso de' grandi poeti,
Senti il palpito primo d'amore;

Là sotto, pullulati tra 'l putridume
Fradicio, rosei funghi venefici;
Strane forme di gelidi insetti
Lente strisciano in quei labirinti.

Dove la giovine erba spargevasi
Di margherite dal seno d'oro,
Popolosa famiglia d'ortiche
Gravi esala miasmi d'attorno.

Poi quando abbuia Novembre torbido,
Il pluvioso vento si leva
Ed aggira le morte tue foglie
Come l'alme del cerchio ov'è Dido.

Rossastre, gialle, grigie, violacee,
Luride, pallide di pallor etico,
Ei le accumula in funebri mucchii
Cui cementan la pioggia e la neve.

Ma quando ai primi tepidi soli
Di marzo il verde ramarro scaldasi,
E sull'orme di neve recente
La pervinca fiorisce e la mammola;

Nelle prim'ore pomeridiane,
Ai tuoi viali queti s'avviano
Malinconici visitatori
Che sol cercan la pace e il silenzio.

Convalescenti pallidi seggono
Un'ora al sole, taciti, immobili:
Lunghe file di bimbe precedono
Una Suora dal niveo cappello.

E a rivederti, vecchio giardino,
Anch'io ritorno; torno diverso
Come te da quel ch'ero, e dai casi
Assai più che dagli anni, prostrato.

Siam due ruine, vecchio giardino,
Siam due ruine sacre alla morte.
Ma se brilla su te gualche raggio,
E fra i cardi in te spunta un sol fiore;

Se a me fra i gemiti dal cuore esala
Un delicato sospir d'affetto ;
Se un umano pensiero io rivesto
Di un accento che i cuori commova;

O malinconico vecchio giardino,
O vecchio muro, vecchi viali,
Non morremo incompianti o esecrati.
Non avrem sempre indarno vissuto!

(Da "Poesie")




HORTUS CONCLUSUS
di Gabriele D'Annunzio

Giardini chiusi, appena intraveduti,
o contemplati a lungo pe' cancelli
che mai nessuna mano al viandante
smarrito aprì come in un sogno! Muti
giardini, cimiteri senza avelli,
ove erra forse qualche spirto amante
dietro l'ombre de' suoi beni perduti!

Splendon ne la memoria i paradisi
inaccessi a cui l'anima inquieta
aspirò con un'ansia che fu viva
oltre l'ora, oltre l'ora fuggitiva,
oltre la luce de la sera estiva
dove i fiori effondean qualche segreta
virtù da' lor feminei sorrisi,

e i bei penduli pomi tra la fronda
puri come la carne verginale
parean serbare ne la polpa bionda
sapori non terrestri a non mortale
bocca, e più bianche nel silenzio intente
le statue guardavan la profonda
pace e sognavano indicibilmente.

Qual mistero dal gesto d’una grande
statua solitaria in un giardino
silenzioso al vespero si spande!
Su i culmini dei rigidi cipressi,
a cui le rose cingono ghirlande,
inargentasi il cielo vespertino;
i fonti occulti parlano sommessi;

biancheggiano ne l’ombra i curvi cori
di marmo, ora deserti, ove s’aduna
il concilio degli ultimi poeti;
tenue su la messe alta dei fiori
passa la falce de la nova luna;
ne l’ombra i fonti parlano segreti;
rare sgorgan le stelle, ad una ad una;

un cigno con remeggio lento fende
il lago pura imagine del cielo
(desìo d’amori umani ancor l’accende?
memoria è in lui del nuzial suo lito?)
e fluttua nel lene solco il velo
de l’antica Tindaride, risplende
su l’acque il lume de l’antico mito.

Di sovrumani amori visioni
sorgono su da’ vasti orti recinti
che mai una divina a lo straniero
aprirà coronata di giacinti
per lui condurre in alti labirinti
di fiori verso il triplice mistero
cantando inaudite sue canzoni.

Ma quegli, folle del profumo effuso
dal cor degli invisibili rosai,
chino a la soglia come quando adora,
pieni d’un sogno non sognato mai
gli occhi mortali, giù per l’ombre esplora
nel profondo crepuscolo in confuso
il dominio silente ch’egli ignora.

Così la prima volta io vi guardai
con questi occhi mortali. Voi, signora,
siete per me come un giardino chiuso.

(Da "Poema paradisiaco")




PARCO UMIDO
di Aldo Palazzeschi

Il parco è serrato serrato serrato,
serrato da un muro ch'è lungo
le miglia le miglia le miglia,
da un muro coperto di muffe,
coperto di verdi licheni,
grondante di dense fanghiglie.
Né un varco soltanto nel parco traspare
né un foro vi luce,
soltanto si posson le muffe cadenti
vedere, soltanto
le dense fanghiglie grondanti.
Altissimi i cedri ne passano il muro,
i pini dal fusto robusto ne sporgon l'ombrello
s'innalzan cipressi, rossastre magnolie,
e salici, e salici tanti
piangenti di pianti lontani,
che mischian sul muro cadenti
le lagrime ai verdi licheni,
a grige fanghiglie grondanti.
Di fuori ecco il parco serrato,
serrato da un muro
eh'è lungo le miglia e le miglia.
Fra l'ombre, fra l'ombre potenti
nel folto degli alberi grandi
soltanto tre donne s'aggirano lento,
bellissime donne: Regine Parenti.
S'aggirano lento in silenzio
ne l'ombre del parco serrato,
pesante trascinano il manto di lutto, le Donne,
coperte da un velo
che appena il pallore del volto ne scopre.

(Da "Lanterna")




Santiago Rusinol, "Giardino abbandonato"

sabato 16 aprile 2016

Da una lettera di Enrico Thovez

[...] Ho letto in questi giorni qualche brano della conferenza del Fogazzaro a Parigi sul «poeta dell'avvenire». Quando ho letto che il poeta futuro dovrà avere un alto concetto della femminilità; ristabilire nella letteratura gli elevati tipi ideali di altri tempi, se vorrà che la sua arte sia grande, ho provato come un bisogno di gridare di sdegno e di dolore. Io non so se esista un poeta più di me convinto di quella necessità; io non credo che nessuno mai sia come me nato con un violento, struggente bisogno di elevatezza amorosa, con una fede più salda, più ingenua nell'idealità femminile. Ma dove è il cuore che avrebbe potuto conservare intatto quel tesoro, attraverso una vita come la mia? Se anche io potessi rinunciare all'amore, se potessi rassegnarmi a vivere soltanto dei fantasmi della mente, non potrei più rievocare quell'ideale scaduto, sgretolatosi giorno per giorno in quindici anni di disinganni. Io non sono pessimista per partito preso, come (xxx), il quale per consolarsi delle amarezze sofferte coinvolge in un uguale disprezzo tutta la femminilità; io dico soltanto che la sorte mi ha impedito di conoscere quei rari casi di femminilità degna, che pure debbono esistere. Quando penso che non c'è in tutta la mia città un viso che mi faccia sognare, un cuore che mi desti uno slancio d'entusiasmo! Quando penso che tutto ciò che vedo, che odo intorno all'amore è basso, ignobile o quanto meno mediocre, che non posso nemmeno consumarmi in segreto come da fanciullo, perché nulla di degno v'è più anche fra l'irraggiungibile! Quando penso che io vivo fra le ripulse di una sartina ed i sorrisi ironici di un'istitutrice, e che queste derisioni di amore mi sono pure invidiate da mio fratello, da (xxx) e forse da te, e insidiate poi da moltissimi! Idealizzare questa realtà meschina? È ciò che faccio. Ma se io posso avvolgere della poesia del mio desiderio la banalità della materialità amorosa, non posso però creare delle anime che non esistono e infonderle in quei corpi che non potrebbero contenerle. Brutta cosa non essere un letterato puro! Avere una sensibilità e possedere una tecnica pittorica e plastica! non è più possibile sorvolare sulla corrispondenza intima fra la sostanza e la forma, fra l'anima e il corpo. [...]

(Da una lettera di Enrico Thovez datata: 25 marzo 1898)