domenica 17 aprile 2016

I giardini, i parchi e gli orti nella poesia italiana decadente e simbolista

Il parco, il giardino e l'orto sono tra i luoghi più citati e amati dai poeti simbolisti, decadenti, crepuscolari e liberty. Si possono rintracciare infatti una enorme quantità di versi dedicatigli. Questi luoghi hanno spesso delle caratteristiche comuni: sono in abbandono, deserti; nel loro interno si possono incontrare statue e fontane (anch'esse in stato di degrado e di incuria); in genere la stagione è quella autunnale, il che comporta una copiosa caduta di foglie dagli alberi e un tempo tra il grigio ed il piovoso, sì da rendere tali luoghi ancor più tristi e squallidi. Molti critici, a tal proposito, hanno paragonato i giardini-parchi-orti ad una sorta di rifugio dell'anima; in quei posti così appartati, quasi segreti, è infatti possibile per i nostri poeti creare immagini nate dai sogni, dalle nostalgie di un passato che ormai non c'è più, da intimi desideri impossibili a realizzarsi. Insomma sono questi i territori dove c'è l'opportunità di isolarsi aristocraticamente e vivere in un mondo al di fuori del mondo. La desolazione che presentano, oltre ad esternare uno stato di profonda demoralizzazione, dimostrano la consapevolezza di essere in uno stato di esclusione, di emarginazione se non di totale separazione; e ciò va riferito anche alle loro aspirazioni: semplici, modeste, quasi insignificanti, eppure impossibili, non realizzabili. Naturalmente, questo discorso vale soprattutto per i poeti che gravitano intorno al crepuscolarismo; se si vuole invece allargare la prospettiva, si notano differenti elementi, a volte legati al mistero e alla favola, altre volte all'eros ed alla psiche. Più raramente (e mi riferisco alle poesie di Palazzeschi) in questi delimitati spazi si osserva la presenza di situazioni, forme ed entità assai inquietanti: frutti avvelenati, muffe, fanghiglie, figure ombrose e misteriose che si aggirano all'interno ecc. Per spiegare tal contesto bisogna risalire ad uno dei romanzi decadenti per eccellenza: A ritroso di Joris-Karl Huysmans, dove si ricorderanno le mostruose piante amate dal protagonista del romanzo, il quale le fa arrivare dai luoghi più reconditi perché possano rendere il suo giardino unico ed orrido nello stesso tempo.    



Poesie sull'argomento

Diego Angeli: "Il parco" e "Orto botanico" in "La Città di Vita" (1896).
Diego Angeli: "In un giardino di sera" in "L'Oratorio d'Amore. 1893-1903" (1904).
Antonio Beltramelli: "Il giardino del dolore" in "I Canti di Faunus" (1908).
Dino Campana: "Giardino autunnale" in "Canti Orfici" (1914).
Francesco Cazzamini Mussi: "Nel giardino dell'osteria «La Vita»" in "Le allee solitarie" (1920).
Giovanni Alfredo Cesareo: "Flamma ardescens" in "Poesie" (1912).
Carlo Chiaves: "Nel giardino del cuore" in "Tutte le poesie edite e inedite" (1971).
Sergio Corazzini: "Giardini" in "Dolcezze" (1904).
Gabriele D'Annunzio: "Hortus conclusus" e "Hortus larvarum" in "Poema paradisiaco" (1893).
Alfredo Galletti: "Il giardino obliato" in "Odi ed elegie" (1903).
Luisa Giaconi: "L'Orto" in «L'Idea Liberale», aprile 1895.
Luisa Giaconi: "Il giardino chiuso" in «Il Marzocco», luglio 1897.
Luisa Giaconi: "Orto antico" in «Il Marzocco», settembre 1897.
Cosimo Giorgieri Contri: "Il vecchio giardino" in "Il convegno dei cipressi" (1895).
Cosimo Giorgieri Contri: "Giardino delle rosine" in "La donna del velo" (1905).
Emilio Girardini: "Giardino abbandonato" e "Il parco" in "Chordae cordis" (1920).
Corrado Govoni: "Giardini chiusi" in "Le fiale" (1903).
Corrado Govoni: "Il giardino dell'anima" in "Gli aborti" (1907).
Corrado Govoni: "Giardino antico" in "Poesie elettriche" (1911).
Luigi Gualdo: "Nel parco" in Le nostalgie" (1883).
Amalia Guglielminetti: "Vecchio parco" e "Il giardino segreto" in "Le Seduzioni" (1909).
Marco Lessona: "In giardino" e "Nel parco" in "Ritmi" (1902).
Marco Lessona: "Il giardino" in "Versi liberi" (1920).
Giuseppe Lipparini: "Il giardino" in "Lo specchio delle rose" (1898).
Nicola Marchese: "Orto claustrale" e "Villa Pamphily" in "Le Liriche" (1911).
Tito Marrone: "Desolazione" in "Cesellature" (1899).
Tito Marrone: "Corinna" in "Liriche" (1904).
Fausto Maria Martini: "Il giardino di Psyche" in "Panem nostrum" (1907).
Pietro Mastri: "Il giardino dei felici" in "La meridiana" (1920).
Marino Moretti: "Hortus incultus" e "Angolo d'hortulus" in "Poesie scritte col lapis" (1910).
Marino Moretti: "Il giardino della stazione" in "Poesie 1905-1914" (1919).
Ada Negri: "Il giardino dell'Adolescente" in "Dal profondo" (1910).
Aldo Palazzeschi: "Parco umido" in "Lanterna" (1907).
Giovanni Pascoli: "Nel giardino" in "Myricae" (1900).
Francesco ed Emilio Scaglione: "Orto chiuso" in "Limen" (1910).
Emanuele Sella: "Il giardino delle stelle" in "Il giardino delle stelle" (1907).
Giovanni Tecchio: "Il giardino" in "Canti" (1931).
Domenico Tumiati: "Il rosaio" in "Liriche" (1937).
Carlo Vallini: "Sola nel parco, a vespero.." in "La rinunzia" (1907).
Mario Venditti, "L'amplesso" in "Il terzetto" (1911).
Giuseppe Villaroel: "Giardino pubblico" in "La tavolozza e l'oboe" (1918).
Remigio Zena: "Nell'orticello della mia coscienza" in "Le pellegrine" (1894).



Testi

UN GIARDINO ABBANDONATO
di Enrico Nencioni

Grigio-giallastro, di lunghe striscie,
Di larghe macchie d'umido, sordido,
Tutt'orlato di folte gramigne,
Di selvatici fiori, di musco;

Alto, remoto d'ogni frequente
Strada, ermo, tacito, inaccessibile
Qual di rigido chiostro ove chiude
Il Carmelo sue sacre colombe,

È il vecchio muro. Largo cancello
A cui sormonta l'arme Medicea,
Colle palle di pietra consunte
E verdastre dal musco di secoli.

Di punte armato, sui ferrei cardini
Aspro-girante, rosso di ruggine,
Apre il varco a un antico giardino,
A un antico vial fiancheggiato

Da verde-cupi alti cipressi,
Che, come lunghi diti di scheletri,
Sopra il cielo d'autunno disegnano
Le lor file monotone e triste.

Vecchi sedili di pietra appaiono
Fra pianta e pianta. Laggiù nel fondo
È una vasca con acqua stagnante
Dove foglie ingiallite galleggiano

Fitte, ed i morti rami s' affollano
Presso le sponde. Tremante Naiade
Su dal mezzo si leva marmorea,
Obliato l'antico zampillo

Che un dì slanciavasi alto, e l'antico
Murmure, e i vispi pesci dorati
Che guizzavan fra l'acque purissime,
Sorridendo i fanciulli alla sponda.

Oh! come in folla tornano, accorrono,
E il petto m'agitan care memorie!
Qui mia madre, allor giovine donna,
Conducevami spesso fanciullo.

Su quel muscoso banco la vedo
Lunghe ore assisa col suo ricamo,
Mentr'io lieto gridando, correndo,
A lei porto le colte viole.

Sovra il pensoso magro tuo viso
Rideva, o madre, il sol di maggio;
Ti cantavan sul capo gli uccelli,
Ridea l'erba stellata di fiori.

Ed ora, o madre, di qualche argentea
Riga ho il crin sparso: tu sottoterra
Sei distesa recente cadavere,
Nè un tuo bacio più asciuga il mio pianto.

Poi, quando i primi rosei fantasimi
Al guardo attonito risero, e l' anima
sentì il verso de' grandi poeti,
Senti il palpito primo d'amore;

Là sotto, pullulati tra 'l putridume
Fradicio, rosei funghi venefici;
Strane forme di gelidi insetti
Lente strisciano in quei labirinti.

Dove la giovine erba spargevasi
Di margherite dal seno d'oro,
Popolosa famiglia d'ortiche
Gravi esala miasmi d'attorno.

Poi quando abbuia Novembre torbido,
Il pluvioso vento si leva
Ed aggira le morte tue foglie
Come l'alme del cerchio ov'è Dido.

Rossastre, gialle, grigie, violacee,
Luride, pallide di pallor etico,
Ei le accumula in funebri mucchii
Cui cementan la pioggia e la neve.

Ma quando ai primi tepidi soli
Di marzo il verde ramarro scaldasi,
E sull'orme di neve recente
La pervinca fiorisce e la mammola;

Nelle prim'ore pomeridiane,
Ai tuoi viali queti s'avviano
Malinconici visitatori
Che sol cercan la pace e il silenzio.

Convalescenti pallidi seggono
Un'ora al sole, taciti, immobili:
Lunghe file di bimbe precedono
Una Suora dal niveo cappello.

E a rivederti, vecchio giardino,
Anch'io ritorno; torno diverso
Come te da quel ch'ero, e dai casi
Assai più che dagli anni, prostrato.

Siam due ruine, vecchio giardino,
Siam due ruine sacre alla morte.
Ma se brilla su te gualche raggio,
E fra i cardi in te spunta un sol fiore;

Se a me fra i gemiti dal cuore esala
Un delicato sospir d'affetto ;
Se un umano pensiero io rivesto
Di un accento che i cuori commova;

O malinconico vecchio giardino,
O vecchio muro, vecchi viali,
Non morremo incompianti o esecrati.
Non avrem sempre indarno vissuto!

(Da "Poesie")




HORTUS CONCLUSUS
di Gabriele D'Annunzio

Giardini chiusi, appena intraveduti,
o contemplati a lungo pe' cancelli
che mai nessuna mano al viandante
smarrito aprì come in un sogno! Muti
giardini, cimiteri senza avelli,
ove erra forse qualche spirto amante
dietro l'ombre de' suoi beni perduti!

Splendon ne la memoria i paradisi
inaccessi a cui l'anima inquieta
aspirò con un'ansia che fu viva
oltre l'ora, oltre l'ora fuggitiva,
oltre la luce de la sera estiva
dove i fiori effondean qualche segreta
virtù da' lor feminei sorrisi,

e i bei penduli pomi tra la fronda
puri come la carne verginale
parean serbare ne la polpa bionda
sapori non terrestri a non mortale
bocca, e più bianche nel silenzio intente
le statue guardavan la profonda
pace e sognavano indicibilmente.

Qual mistero dal gesto d’una grande
statua solitaria in un giardino
silenzioso al vespero si spande!
Su i culmini dei rigidi cipressi,
a cui le rose cingono ghirlande,
inargentasi il cielo vespertino;
i fonti occulti parlano sommessi;

biancheggiano ne l’ombra i curvi cori
di marmo, ora deserti, ove s’aduna
il concilio degli ultimi poeti;
tenue su la messe alta dei fiori
passa la falce de la nova luna;
ne l’ombra i fonti parlano segreti;
rare sgorgan le stelle, ad una ad una;

un cigno con remeggio lento fende
il lago pura imagine del cielo
(desìo d’amori umani ancor l’accende?
memoria è in lui del nuzial suo lito?)
e fluttua nel lene solco il velo
de l’antica Tindaride, risplende
su l’acque il lume de l’antico mito.

Di sovrumani amori visioni
sorgono su da’ vasti orti recinti
che mai una divina a lo straniero
aprirà coronata di giacinti
per lui condurre in alti labirinti
di fiori verso il triplice mistero
cantando inaudite sue canzoni.

Ma quegli, folle del profumo effuso
dal cor degli invisibili rosai,
chino a la soglia come quando adora,
pieni d’un sogno non sognato mai
gli occhi mortali, giù per l’ombre esplora
nel profondo crepuscolo in confuso
il dominio silente ch’egli ignora.

Così la prima volta io vi guardai
con questi occhi mortali. Voi, signora,
siete per me come un giardino chiuso.

(Da "Poema paradisiaco")




PARCO UMIDO
di Aldo Palazzeschi

Il parco è serrato serrato serrato,
serrato da un muro ch'è lungo
le miglia le miglia le miglia,
da un muro coperto di muffe,
coperto di verdi licheni,
grondante di dense fanghiglie.
Né un varco soltanto nel parco traspare
né un foro vi luce,
soltanto si posson le muffe cadenti
vedere, soltanto
le dense fanghiglie grondanti.
Altissimi i cedri ne passano il muro,
i pini dal fusto robusto ne sporgon l'ombrello
s'innalzan cipressi, rossastre magnolie,
e salici, e salici tanti
piangenti di pianti lontani,
che mischian sul muro cadenti
le lagrime ai verdi licheni,
a grige fanghiglie grondanti.
Di fuori ecco il parco serrato,
serrato da un muro
eh'è lungo le miglia e le miglia.
Fra l'ombre, fra l'ombre potenti
nel folto degli alberi grandi
soltanto tre donne s'aggirano lento,
bellissime donne: Regine Parenti.
S'aggirano lento in silenzio
ne l'ombre del parco serrato,
pesante trascinano il manto di lutto, le Donne,
coperte da un velo
che appena il pallore del volto ne scopre.

(Da "Lanterna")




Santiago Rusinol, "Giardino abbandonato"

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