domenica 19 dicembre 2021

Poeti dimenticati: Francesco Meriano

 

Nacque a Torino nel 1896 e morì a Kabul (Afganistan) nel 1934. Poeta, giornalista e politico, pubblicò la sua prima raccolta di versi appena diciottenne; ancora giovanissimo diresse la rivista La Brigata insieme a Bino Binazzi; collaboratore con versi, articoli e saggi della Diana, del Popolo d'Italia e del Giornale del Mattino, fu anche vice-direttore del Resto del Carlino. Dedicatosi alla politica a partire dal 1924, ebbe, fino alla prematura morte, diversi e prestigiosi incarichi all'estero. Poeticamente parlando, Meriano fa parte di quella generazione che subì le influenze di correnti e movimenti fondamentali quali crepuscolarismo e futurismo; egli ne fu inizialmente un seguace; in seguito però, si avvicinò decisamente ad un frammentismo sia prosastico che poetico, caro agli scrittori della Voce. Da quest'ultima tendenza scaturirono i migliori risultati letterari di Meriano, sia che si parli di versi veri e propri, sia di prose poetiche o narrative.



 

Opere poetiche

 

"Gli Epicedi e altre poesie", «La Fiorita», Teramo 1914.

"Equatore notturno - Parole in libertà", Edizioni Futuriste di «Poesia», Milano 1916.

"Croci di legno", Vallecchi, Firenze 1919.

 




Presenze in antologie

 

"Antologia della lirica italiana", a cura di Angelo Ottolini, R. Caddeo & C., Milano 1923 (pp. 405-407).

"Le più belle pagine dei poeti d'oggi", 2° edizione, a cura di Olindo Giacobbe, Carabba, Lanciano 1928 (vol. 5, pp. 42-49).

"I poeti del Futurismo 1909-1944" a cura di Glauco Viazzi, Longanesi & C., Milano 1978 (pp. 399-406).

 



Testi

 

CONFESSIONE

 

Anima, mi raccolgo

col tuo solo dolore,

odo la tua parola,

il tuo profumo colgo

come un solingo fiore,

sento il verso che vola

dal tuo dolce mistero

come il corvo rapace

nella notte verace

s'alza da un cimitero.

 

Anima, non godemmo

dell'altra gioventù,

che freme nella vita;

l'ebrezza non bevemmo.

Quel che ghirlanda fu

ora è fronda appassita.

Tardi? Perché, contrari

a tutto ciò che è gioia,

preferimmo la noia

di studi solitari?

 

Ricordo. Noi guardammo

negli occhi della folla

gelida, muta, ostile;

ed odio vi trovammo:

e non l'odio che scrolla

ma l'odio che fa vile.

Ah non per quelle bocche

fu pane il nostro canto!

Si ribevvero il pianto

le nostre stesse bocche.

 

E cantammo in un angolo

del mondo, il più deserto,

il Dolore, ove pochi,

i profughi del fango,

quelli che più han sofferto,

tengono accesi i fuochi

delle loro speranze.

Oh, più del vostro amore,

il nostro alto dolore

è ricco d'esultanze!

 

Cantammo nell'angoscia

il pianto che divora,

lo scherno che distrugge,

la risata che scroscia,

ma non l'odio che accora,

la menzogna che fugge,

l'insulto che ha paura.

Fu limpido ogni verso,

ogni pensiero terso

ed ogni strofe pura.

 

La Morte ora s'appressa.

Non ho più forze; sono

debole, sono vuoto.

L'anima si confessa,

l'anima vuol perdono,

il cuore è quasi immoto.

Rimpiango il sacrifizio,

la gioventù perduta,

la coppa non bevuta

per non cedere al vizio.

 

Sono come precinto

romito che si muore

e nelle fibre dure

sente, non ancor vinto,

lo stimolo d'amore,

e il sole agogna. E pure

nella sua cella oscura

gli toccherà morire,

e la vedrà riempire

di brame e di paura.

 

Voglio godere! E pure

stanca è la man, la fronte

pesa, il capo riarde.

Godon l'altre creature

la loro vita d'onte

e di fedi bugiarde.

Oh, anch'io! Ch'io provi

la vita coi suoi mali,

le sue gioie fatali,

i suoi palpiti nuovi!

 

Anima, viver voglio

quest'orgia della gloria

che m'arde in ogni vena.

Per il mio vasto orgoglio

la Musa è una Vittoria,

la Despota è una Menade;

i versi son l'assenzio

che inebria e che rapisce,

gli steli che fiorisce

l'angoscia del Silenzio.

 

Inebriami di canto!

Del canto più selvaggio,

del canto più sfrenato,

non più pregno di pianto,

ma che sappia di maggio

e di fieno falciato.

Ch'io senta sulla bocca

un'altra bocca, quella

della dolce sorella,

che un bacio ardente scocca.

 

(da "Gli Epicedi ed altre poesie", 1914)

 

 

 

 

SPLEEN

 

Primavera di penitenza,

tutto è spento e incenerito.

Una spettrale sonnolenza

ci addormenta nell'infinito.

 

E quelle ali così stanche,

così inutili e pesanti!

E le strade afose e bianche

sotto il passo dei mendicanti!

 

Disperazione delle ore

che si annoiano a misurare

con triste meccanico cuore

tutte le gocce di questo mare!

 

Di questo mare desolato,

come un lago calmo ed uguale

dove ogni ricordo è annegato

in una pace mortale!

 

O Primavera malata,

nel letargo della natura,

dalla nera terra è sbocciata

una malvagia fioritura.

 

Fiori di tutte le voglie,

fiori d'amari peccati,

che uccidono chi li coglie

coi profumi avvelenati...

 

Non ci sono che i loro colori

sulla terra addormentata:

sotto il male di cui tu muori,

O Primavera avvelenata!

 

[da "Croci di legno (1916-1919)", 1919]

 

 

 

 

 

 

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