mercoledì 11 novembre 2020

La fornace

 

Bambina, nelle sere di novembre

poi che sui monti c'era

la guerra

e la legna costava

assai – come il latte, come il pane –

e la nebbia pesava

gelida sulla terra,

la mamma mi portava

– per scaldarci –

alla fornace.

 

Riflessi di brace

tingevano l'androne nero:

rossa nel fondo

divampava

la cupola del forno.

Dall'alto un vecchio scagliava

fascine e fascine.

Giù i tegoli in cerchio

sembravano una ruota

immota

a cui fosse mozzo la fiamma.

 

Si arrossava

la creta al centro:

verde era ancora al margine

dove più lento

arrivava il calore.

Si sgranavano in uno stupore

d'incanto – le pupille bambine.

Il vecchio dall'alto scagliava

fascine e fascine.

 

Si ritornava

per l'androne nero

con un bruciore di vampa negli occhi.

Fuori, un'immensa fontana

nella nebbia lanciava

il suo getto bianco e faceva

rabbrividire.

La casa pareva

lontana,

la strada sembrava non finire

più. Era notte, era novembre,

sui monti c'era

la guerra.

 

16 settembre 1933

 



 

La fornace è il titolo di una poesia scritta da Antonia Pozzi (Milano 1912 - ivi 1938) e la si può rintracciare nel volume La giovinezza che non trova scampo. Poesie e lettere, pubblicato dall'editore Scheiwiller nel 1995. All'interno di questo libriccino vi sono quattro sezioni; nella prima, alle pagine 32 e 33 (foto sopra), si trova la poesia che ho trascritto. Gli stessi versi, che fino a quel momento erano del tutto inediti, furono quindi inseriti nel volume Parole (Garzanti, Milano 1998) con tutte le poesie della Pozzi, edite e inedite.

Come si può intuire facilmente, in questi versi la poetessa fa rivivere un ricordo infantile, che appartiene agli ultimi anni della Prima Guerra Mondiale (1917 o 1918); era certamente un periodo molto difficile, più che mai per coloro che, soldati, combattevano al fronte; ma anche le famiglie rimaste nelle case, composte quasi esclusivamente da donne, anziani e bambini, dovettero affrontare anni di stenti e privazioni, proprio a causa del conflitto che si stava svolgendo. Il ricordo della Pozzi riguarda l'inizio della stagione invernale, che dalle parti dove nacque, coincide con la seconda metà di novembre. Il freddo che cominciava a farsi sentire in quei giorni, come dice la poetessa, spingeva la madre a recarsi insieme a lei presso una fornace non lontana dalla loro abitazione. Si trattava del luogo più vicino in cui era possibile scaldarsi, facendo scomparire del tutto la sensazione di gelo che era facile provare in luoghi totalmente privi di fonti di calore. La Pozzi, benché ancora molto giovane (quando scrisse questi versi aveva appena ventun'anni), è riuscita a creare un'atmosfera cupa e nello stesso tempo affascinante, descrivendo una situazione realmente vissuta da lei, sebbene in età infantile, avendo la rara capacità di farla rivivere in modo del tutto particolare: mostrandola così come a lei appariva allora, con i suoi occhi e con la sua mente di bambina; ecco allora profilarsi una serie d'immagini avvolte nel mistero, che sembrano far parte di un romanzo gotico, o di una favola terribile. Insomma, ecco un altro capolavoro poetico di una ragazza che aveva un talento straordinario e che, purtroppo, assai presto decise di andarsene da questo mondo.  

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