sabato 13 aprile 2013

Sognai...


Sognai. L'orrido sogno ho in mente impresso
In un avel calati eram per gioco...
Scende il coperchio immane a poco a poco,
Ci chiude. Eternità siede sovr'esso.


Una lirica che in pochi versi ben rappresenta la classica poetica di Igino Ugo Tarchetti (1839-1869) e della scapigliatura. Fa parte di Disjecta, unica opera in versi dello scrittore lombardo, pubblicata l'anno stesso in cui morì. L'incipit è ben chiaro: si tratta di un sogno lugubre, orrendo, praticamente un incubo; il tutto nasce da un gioco che consiste nel porsi all'interno di una tomba, fingendo probabilmente di essere morti, ma proprio nel momento in cui sono entrati nell'avello ecco che un coperchio lentamente si cala sugli sventurati che rimangono intrappolati nella tomba da vivi. Sopra al sarcofago il Tarchetti forse s'immagina di vedere in forma umana l'Eternità, ovvero colei che ha ordito questo tremendo scherzo e che vuole significare l'assoluto pessimismo del poeta, il quale vede la vita come un gioco assurdo che termina con una morte beffarda senza possibiltà di ritorno.

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