domenica 28 dicembre 2025

Salmo

   O miei piovosi inverni,

umidità delle mie strade antiche

e voi chiese grondanti,

cimiteri dentro alle nuvole -

sola sera una fiamma

d'aperto cielo accende

il sanguigno mattone dei ruderi

solitario sui prati spenti.

 

  Cuor mio, tu pure attendi

sui tuoi colori muti

il salmo dell'ora serale.







COMMENTO

Salmo è il titolo di una poesia di Giorgio Vigolo (Roma 1894 - ivi 1983), che fu pubblicata per la prima volta all'interno della raccolta poetica intitolata Conclave dei sogni, pubblicata dall'editore Novissima di Roma nel 1935. La medesima poesia fu riproposta dallo scrittore romano nella prima sezione (che porta proprio il titolo Conclave dei sogni) del volume La luce ricorda (Mondadori, Milano 1967) che ricapitola parzialmente la produzione poetica di Vigolo dal 1931 alla data di uscita della raccolta; l'unica differenza nel testo di Salmo si trova all'inizio del verso 8, dove Cuor mio viene sostituito con Mia vita. Nel primo libro in cui Vigolo presentò ai lettori esclusivamente testi poetici (in Canto fermo, uscito nel 1931, son presenti soltanto poche liriche che chiudono il volume), si notano delle peculiarità piuttosto differenti da quelle che caratterizzeranno le future raccolte del poeta romano; come lui stesso scrisse nell'autopresentazione che precede una selezione di sue poesie, nell'antologia Poesia italiana contemporanea 1909-1959 (Guanda, Parma 1964), l'ispirazione della maggior parte dei versi di questa raccolta nasce dal mondo onirico; ve ne sono molti esempi, ma credo che Salmo rappresenti un'eccezione; in questi versi, Vigolo descrive una volta di più le sue particolarissime e personalissime sensazioni, trovandosi di fronte agli straordinari spettacoli che sa offrire la città di Roma in qualsiasi stagione dell'anno. Qui si parla di un non precisato punto della capitale italiana, visto dal poeta in un'ora serale di un inverno decisamente piovoso; l'umidità delle antiche strade, le chiese che grondano acqua piovana, uniti all'oscurità sopraggiungente nel momento in cui sta calando la sera, trasmettono al poeta una sensazione di cupezza, che gli fa venire in mente dei cimiteri virtuali, fantasiosamente situati all'interno dei nuvoloni grigi che, nel cielo, ancora circondano la città eterna. Soltanto la presenza di uno squarcio permette a un raggio di luce - l'ultimo, prima della sera - di penetrare e illuminare i rossi mattoni di un rudere, che, forse per via dell'oscurità incombente, assumono un colore simile a quello del sangue, contribuendo alla visione quasi macabra del poeta; al colore vivo dei mattoni, fa contrasto quello dei prati circostanti, che sono "spenti", cioè grigi, incolori. In quest'atmosfera tutt'altro che rassicurante, al poeta non rimane altro che abbandonarsi alla fede, ovvero al "salmo dell'ora serale". Probabilmente Vigolo, quando scrisse questa poesia, stava per recarsi in una chiesa del centro di Roma, ad assistere alla messa serale; d'altronde, in questa e nelle raccolte successive del Nostro, sono tanti i riferimenti ai luoghi religiosi - particolarmente belli e misteriosi - di cui è ricchissimo il capoluogo laziale; luoghi amati e visitati da Vigolo, al di là e al di sopra della sua fede cristiana. Da ricordare infine che il "salmo" è una composizione poetica ebraica che non ha un argomento specifico, ma nella maggior parte dei casi vuole essere una lode o una invocazione a Dio; nei tempi antichi la recita del salmo era accompagnata da uno strumento a corda, e poteva diventare un vero e proprio canto spirituale. Il testo che si può leggere nella foto sopra riportata, è quello della raccolta La luce ricorda (p. 47); l'altro invece si trova alla pagina 38 della ristampa di Conclave dei sogni (San Marco dei Giustinani, Genova 2005).  

domenica 21 dicembre 2025

Poeti dimenticati: Alberto Rondani

 Nacque a Parma nel 1846 e ivi morì nel 1911. Appassionato di pittura, inizialmente frequentò lo studio del disegno all'Accademia delle Belle Arti della sua città; in seguito, abbandonò le arti figurative per dedicarsi appieno alla letteratura ed alla critica d'arte. Insegnò in diversi istituti scolastici parmensi. La maggioranza dei suoi scritti risulta pubblicata in giornali e riviste del secondo Ottocento. La sua arte poetica fu influenzata da tre eminenti figure: Alessandro Manzoni, Giuseppe Revere e Giosuè Carducci. Nelle poche raccolte di versi che diede alle stampe si riscontra una predilezione per il sonetto, mentre i suoi temi ricorrenti si possono sintetizzare in un appassionato patriottismo, una romantica sensibilità amorosa e la capacità non comune di descrivere paesaggi particolarmente affascinanti.



Opere poetiche


"Versi", Tip. e Lit. G. Ferrari e Figli, Parma 1871.

"Affetti e meditazioni", Tip. e Lit. G. Ferrari e Figli, Parma 1875.

"Voci dell'anima", Battei, Parma 1883.

"Savoia e Caprera", Tip. Rossi-Uboldi, Roma 1884. 

"Rime scelte (1871-1906)", Battei, Parma 1956.





Presenze in antologie


"Dai nostri poeti viventi", 3° edizione, a cura di Eugenia Levi, Lumachi, Firenze 1903 (pp. 358-363).

"I Poeti Italiani del secolo XIX", a cura di Raffaello Barbiera, Treves, Milano 1913 (p. 1248).

"I poeti minori dell'Ottocento", a cura di Ettore Janni, Rizzoli, Milano 1955-1958 (vol. III, pp. 391-398).



Testi



RIMPIANTO


Grande ti parve , o cor, quella pensosa

Che un dì ti governò malinconia,

Onde cara ti fu la china erbosa

E il sol che dietro l'Appennin fuggia.


Che speranze, che mondo all'animosa

Mente allor componea la fede mia!

Ahi quelle si sfioraro e alla sdegnosa

Alma quel mondo splendido vanìa.


Qual pellegrin che da montana cresta

Ripiega il guardo e il picciol bosco addita

Che interminata gli sembrò foresta,


Degli anni acerbi desïoso invano,

Tal raffiguro la trascorsa vita…

Nulla è sublime se non quanto è arcano.


(da "Affetti e meditazioni", Tip. e Lit. G. Ferrari e Figli, Parma 1875)





MARINA


Salian dal golfo bisbigliando i venti

di misteri ineffabili e d'amori,

ed assentìan coi vertici fluenti

i tamarici carichi di fiori:


mentre rompea sui larghi ondeggiamenti,

sotto morbide e glauche ombre, i chiarori

il novo sol, che su pei firmamenti

agitava purpurëi vapori.


Splendean da lunge i culmini montani

d'indaco, verde ed ôr , come il collare

dei colombi: opalini erano i piani.


Seminato di gemme, aspro di chiare

frangie di seta e di ricami strani,

pareva un drappo di broccato il mare.


(da «per l'Arte», 11 febbraio 1894)





CHIOSTRO


E tu mi serri il cor nello sgomento

tu mi trascendi in vision beate,

nudo, deserto, squallido convento,

spoglia e fantasma dell'età passate.


Amo i tuoi freschi portici e l'arcate

che rimandano in suono di lamento

l'eco de' passi; amo le tue binate

colonne e i fregi e il terso pavimento


sparso di gialle lapidi spezzate,

e, nel cortil, solingo monumento,

la fonte, che, fra l'erbe inseminate,


lacrima eterna un pianto freddo e lento,

sulle pietre che il musco ha vellutate,

e le lumache rigano d'argento.


(da "Dai nostri poeti viventi", Lumachi, Firenze 1903, p. 358)

domenica 14 dicembre 2025

La poesia di Cesare Pavese

 Per me i "versi di Pavese", quando avevo poco più di vent'anni, erano soltanto un frammento tratto dal testo della canzone Il treno, di Riccardo Cocciante (un brano musicale che allora amavo particolarmente ed ascoltavo spesso). Per il resto, ricordo di aver visto, forse quand'ero poco più di un ragazzino, un breve filmato dedicato a Pavese, trasmesso all'interno di una vecchia trasmissione televisiva: L'almanacco del giorno dopo. Come mi successe in altre occasioni, ebbi modo di conoscere la poesia di Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo 1908 - Torino 1950) grazie ai vecchi libri di scuola che avevo in casa, o alle antologie incentrate sulla poesia italiana del Novecento. In seguito acquistai due libri che raccolgono l'intera produzione poetica dello scrittore torinese, certo più famoso per le opere in prosa che per quelle in versi: Lavorare stanca e Poesie del disamore. Per quanto concerne il primo libro, si può ben dire che, quando uscì nel 1936, rappresentò qualcosa di nuovo e di rivoluzionario: in netto contrasto con l'ermetismo imperante. Quest'opera poetica è dominata da composizioni in versi lunghi, che ricordano quelli dell'americano Walt Whitman (al poeta statunitense Pavese si interessò molto, focalizzandovi anche la sua tesi di laurea) e, parlando della nostra nazione, del suo concittadino Enrico Thovez e di Piero Jahier. La sua è una sorta di poesia-racconto caratterizzata da versi narrativi; i temi che spesso si ripetono, sono quelli relativi ad una contrapposizione tra città e campagna, dove una volta di più, la prima assume valori decisamente negativi, ampliando la sensazione di solitudine di chi decide o non può fare a meno di viverci. Ma, in generale, la raccolta parla di un'umanità sofferente per svariate ragioni, che cerca una via di fuga al proprio malessere senza mai riuscirvi. Nel secondo libro, sono riunite le poesie scartate dalla prima raccolta - risalenti quindi a quel periodo temporale - e le ultime: scritte poco prima del suicidio del poeta torinese, e pubblicate l'anno dopo la sua morte in una piccola raccolta. Qui si nota un drastico cambiamento di rotta da parte di Pavese che, tornato all'ordine, scrisse dei versicoli simili a quelli delle canzonette, la maggior parte hanno come argomento portante la relazione amorosa che ebbe con l'attrice americana Constance Dowling, e che si concluse poco prima della sua scomparsa. Se i critici ritennero questa estrema fase poetica del Nostro, inferiore o addirittura irrilevante rispetto alla precedente, non fu così per il pubblico, poiché generazioni e generazioni di liceali, nella seconda metà del XX secolo ebbero una sorta di adorazione nei confronti di queste poesie, che ancora oggi sono conosciutissime. Ecco infine l'elenco delle opere poetiche di Pavese, seguito da tre sue composizioni in versi. 





Opere poetiche


"Lavorare stanca", Ediz. di «Solaria», Firenze 1936.

"Lavorare stanca" (2° edizione aumentata), Einaudi, Torino 1943.

"Verrà la morte e avrà i tuoi occhi", Einaudi, Torino 1951.

"Poesie edite e inedite", Einaudi, Torino 1962.

"8 poesie inedite", Scheiwiller, Milano 1964.




Testi


MATTINO


La finestra socchiusa contiene un volto

sopra il campo del mare. I capelli vaghi

accompagnano il tenero ritmo del mare.


Non ci sono ricordi su questo viso.

Solo un’ombra fuggevole, come di nube.

L’ombra è umida e dolce come la sabbia

di una cavità intatta, sotto il crepuscolo.

Non ci sono ricordi. Solo un sussurro

che è la voce del mare fatta ricordo.


Nel crepuscolo l’acqua molle dell’alba

che s’imbeve di luce, rischiara il viso.

Ogni giorno è un miracolo senza tempo,

sotto il sole: una luce salsa l’impregna

e un sapore di frutto marino vivo.


Non esiste ricordo su questo viso.

Non esiste parola che lo contenga

o accomuni alle cose passate. Ieri,

dalla breve finestra è svanito come

svanirà tra un istante, senza tristezza

né parole umane, sul campo del mare.


(da "Lavorare stanca", Einaudi, Torino 1993, p. 33)





LO STEDDAZZU


L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio

e le stelle vacillano. Un tepore di fiato

sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,

e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nulla

può accadere. Perfino la pipa tra i denti

pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquìo.

L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami

e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare

tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.


Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno

in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara

che l’inutilità. Pende stanca nel cielo

una stella verdognola, sorpresa dall’alba.

Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco

a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;

vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne

dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora

è spietata, per chi non aspetta più nulla.


Val la pena che il sole si levi dal mare

e la lunga giornata cominci? Domani

tornerà l’alba tiepida con la diafana luce

e sarà come ieri e mai nulla accadrà.

L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.

Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,

l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.


(da "Lavorare stanca", Einaudi, Torino 1993, p. 119)






YOU, WIND OF MARCH


Sei la vita e la morte.

Sei venuta di marzo

sulla terra nuda –

il tuo brivido dura.

Sangue di primavera

- anemone o nube –

il tuo passo leggero

ha violato la terra.

Ricomincia il dolore.


Il tuo passo leggero

ha riaperto il dolore.

Era fredda la terra

sotto povero cielo,

era immobile e chiusa

in un torpido sogno,

come chi più non soffre.

Anche il gelo era dolce

dentro il cuore profondo.

Tra la vita e la morte

la speranza taceva.


Ora ha una voce e un sangue

ogni cosa che vive.

Ora la terra e il cielo

sono un brivido forte,

la speranza li torce,

li sconvolge il mattino,

li sommerge il tuo passo,

il tuo fiato d’aurora.

Sangue di primavera,

tutta la terra trema

di un antico tremore.


Hai riaperto il dolore.

Sei la vita e la morte.

Sopra la terra nuda

sei passata leggera

come rondine o nube,

e il torrente del cuore

si è ridestato e irrompe

e si specchia nel cielo

e rispecchia le cose –

e le cose, nel cielo e nel cuore

soffrono e si contorcono

nell’attesa di te.

È il mattino, è l’aurora,

sangue di primavera

tu hai violato la terra.


La speranza si torce,

e ti attende ti chiama.

Sei la vita e la morte.

Il tuo passo è leggero.


(da "Poesie del disamore", Einaudi, Torino 1977, pp. 78-79)


domenica 7 dicembre 2025

I giocattoli in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

 Vista la prossimità delle festività natalizie, mi sembra opportuno pubblicare dieci composizioni poetiche in cui i giocattoli la fanno da protagonisti. Penso che il Natale e l'Epifania siano due feste dedicate specificatamente ai bambini; sono loro infatti, che in questi due giorni speciali ricevono i regali più belli, e questi regali consistono quasi esclusivamente in giocattoli. Certo, quelli di oggi sono assai differenti da quelli di ieri: lo so bene anch'io che, ai miei tempi esultavo quando sotto l'albero di Natale, dopo aver scartato i colorati e infiocchettati pacchetti in cui erano racchiusi, vi trovavo soldatini e automobiline (erano questi i miei giocattoli preferiti). In verità non so cosa ricevano in regalo a Natale e nel giorno della Befana i bambini di oggi, ma comunque sia credo che sempre si tratti di giocattoli. Nei versi trascritti di seguito, compaiono soprattutto giocattoli "antichi": aquiloni, cavalli a dondolo, trombette e le immancabili bambole; ciò che conta, a mio avviso, è la imparagonabile felicità dei bambini dei tempi che furono e dei tempi odierni, quando utilizzano a loro piacimento oggetti semplici o complicati, poveri o costosi, di grandi dimensioni o minuscoli… insomma, quel che conta è che si parli in ogni caso di meravigliosi, immortali giocattoli.




I GIOCATTOLI IN 10 POESIE DI 10 POETI ITALIANI DEL XX SECOLO




LE SCATOLE DI SOLDATINI

di Paolo Buzzi (1874-1956)


Certo, adorai gli eserciti

piccoli, ma equipaggiati a perfetto

d'armi e bagagli nel piombo dei minî sgargianti.

Rivedo i profili stereotipi

delle soldatesche ordinate e l'oro pazzo

dei grandi marescialli e dei capi tamburi.

Schierati sulla tavola,

io li guardava camminar fermi

nel passo di marcia, al suon delle fanfare mute.

E le guancie dei trombettieri minuscoli erano gonfie.

Certo, io mi godeva l'anima

degl'Imperatori equestri

che guardano con maschera pallida

passare le forze e le bellezze dell'Impero.

E conosceva i miei capitani

segnati d'un nome d'Eroe. E già la Storia

era la grande maestra alla mia Vita.

Piccole truppe adorate,

in quale abisso di caldaia

si crogiolò la vostra policroma materia?

Dove siete rinati? Né mai più ci rivedremo?

Pur nel fondo del feretro che mi chiuderà?


(da "Poema dei quarantanni", Edizioni Futuriste di "Poesia", Milano 1922, pp. 82-83)




I GIOCATTOLI

di Edmondo Corradi (1873-1931)


Giocavi tu, bambina mia, con grave

atteggiamento, allor che in lunga fila

mettevi i soldatini

sul ponte di una nave

a inseguire un brigante della Sila

uscito da' confini,

oppure un Pulcinella

o un altro burattino:

quello che si trovava più vicino.

La nave galleggiava

entro una catinella

e il brigante scappava

dietro un volume delle «Mie prigioni»

in barba a tutti quanti gli squadroni;

e per questo nessuno lo arrestava.

Così bimba, parlavi:

- Scappa! Scappa! La nave è alla sponda.

I soldati si buttano nell'onda

salgono sulla riva…

Scappa, scappa!

              E il brigante

di stagnola fuggitiva,

né lo coglieano i lacci e la catena.

Giorni lieti e soavi

di tua infanzia serena!

Oh quante volte e quante,

infrangevi i balocchi con le mani

piccine e fremebonde! E quanti, quanti

eroi di stagno infranti!

Più di un bandito io vidi, moribondo,

piegar, fra le tue mani e dorso e testa!

Oh possa tu, domani,

mia bimba, far la festa

a tutti i Pulcinella e i burattini

ed a tutti i banditi e i malandrini

che incontrerai nel mondo!


(da "Dolce infanzia serena", Cappelli, Rocca San Casciano 1919, pp. 32-33) 




LA BAMBOLA E LA BIMBA

di Willy Dias (Fortunata Morpugno Petronio, 1872-1956)


Tanti, tanti anni or sono. E una gioconda

Fanciulla inconscia, ignara

Sognava sempre una bambola bionda

Che lunghi, aurei capelli

Avesse, e gli occhi belli.

- Era una bimba ignara. –


Ed ella ebbe la bambola, ma al breve

Corpo di crusca pieno

Senza saperlo una ferita lieve

Con uno spillo un giorno

Che le giocava intorno,

Ella infisse nel seno.


E la bambola bionda un po’ per volta

La crusca – ahimé – perdeva.

Non se ne avvide pria, la bimba stolta,

Del dì che floscio e vuoto

Il picciol corpo immoto

Più forma non aveva.


E nessuno, nessun, lo seppe mai

Ed ella nulla disse;

Da quel giorno appari mutata assai,

Scherzò delle speranze.

Folleggiò tra le danze.

— Ma nulla, nulla, disse. —


E presto si sentì stanca, la lieta

Gioventù non le arrise;

Nel cuor portava la morte segreta..

Ella no 'l disse mai,

Nessun lo seppe mai;..

La ferita l'uccise.


(da "Poeti italiani d'oltre i confini", Sansoni, Firenze 1914, pp. 248-249)




IL MIO CERCHIO

di Donata Doni (Santina Maccarone, 1913-1972)


Dov'è andato

il mio cerchio

di legno,

il grande cerchio,

tutta la mia

felicità bambina?


Chi me l'ha

perduto?

A chi

l'ho donato?

Perché

non lo trovo più?


Era il giuoco

più caro,

il più bello

tra i miei balocchi,

quello

che mi faceva

correre,

ansare,

gridare

di felicità.

Quello

che mi faceva

inseguire,

sempre,

fin d'allora

qualcosa

che mi fuggiva.


                                                Forlì 17 gennaio 1937


(da "Neve e mare", Edizioni di Storia e Letteratura", Roma 1973, pp. 114-115) 




GIOCATTOLI

di Mario Gori (Mario Antonio Di Pasquale, 1926-1976)


La mia infanzia passò senza giocattoli,

nessuno mi donò treni di latta

per la festa dei morti.


Mio nonno restò povero anche in cielo

e non poté mai scendere. Nessuno

volle in cambio del cuore

vendergli un palloncino colorato.


(da "Opera poetica", Libreria Editrice G. B. Randazzo, Gela 1991, p. 177)




LA TROMBETTINA

di Corrado Govoni (1884-1965)


Ecco che cosa resta

di tutta la magia della fiera:

quella trombettina,

di latta azzurra e verde, 

che suona una bambina 

camminando, scalza, per i campi. 

Ma, in quella nota sforzata,

ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi, 

c'è la banda d' oro rumoroso,

la giostra coi cavalli, l'organo, i lumini. 

Come, nel sgocciolare della gronda,

c'è tutto lo spavento della bufera, 

la bellezza dei lampi e dell'arcobaleno; 

nell'umido cerino d'una lucciola 

che si sfa su una foglia di brughiera,

tutta la meraviglia della primavera.


[da "Poesie scelte (1903-1918)", Taddei, Ferrara 1920, p. 361]




L'AQUILONE

di Giovanni Pascoli (1855-1912)


C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole,

anzi d'antico: io vivo altrove, e sento

che sono intorno nate le viole.


Son nate nella selva del convento

dei cappuccini, tra le morte foglie

che al ceppo delle quercie agita il vento.


Si respira una dolce aria che scioglie

le dure zolle, e visita le chiese

di campagna, ch'erbose hanno le soglie:


un'aria d'altro luogo e d'altro mese

e d'altra vita: un'aria celestina

che regga molte bianche ali sospese...


sì, gli aquiloni! È questa una mattina

che non c'è scuola. Siamo usciti a schiera

tra le siepi di rovo e d'albaspina.


Le siepi erano brulle, irte; ma c'era

d'autunno ancora qualche mazzo rosso

di bacche, e qualche fior di primavera


bianco; e sui rami nudi il pettirosso

saltava, e la lucertola il capino

mostrava tra le foglie aspre del fosso.


Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino

ventoso: ognuno manda da una balza

la sua cometa per il ciel turchino.


Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,

risale, prende il vento; ecco pian piano

tra un lungo dei fanciulli urlo s'inalza.


S'inalza; e ruba il filo dalla mano,

come un fiore che fugga su lo stelo

esile, e vada a rifiorir lontano.


S'inalza; e i piedi trepidi e l'anelo

petto del bimbo e l'avida pupilla

e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.


Più su, più su: già come un punto brilla

lassù lassù... Ma ecco una ventata

di sbieco, ecco uno strillo alto... - Chi strilla?


Sono le voci della camerata

mia: le conosco tutte all'improvviso,

una dolce, una acuta, una velata...


A uno a uno tutti vi ravviso,

o miei compagni! e te, sì, che abbandoni

su l'omero il pallor muto del viso.


Sì: dissi sopra te l'orazïoni,

e piansi: eppur, felice te che al vento

non vedesti cader che gli aquiloni!


Tu eri tutto bianco, io mi rammento.

solo avevi del rosso nei ginocchi,

per quel nostro pregar sul pavimento.


Oh! te felice che chiudesti gli occhi

persuaso, stringendoti sul cuore

il più caro dei tuoi cari balocchi!


Oh! dolcemente, so ben io, si muore

la sua stringendo fanciullezza al petto,

come i candidi suoi pètali un fiore


ancora in boccia! O morto giovinetto,

anch'io presto verrò sotto le zolle

là dove dormi placido e soletto...


Meglio venirci ansante, roseo, molle

di sudor, come dopo una gioconda

corsa di gara per salire un colle!


Meglio venirci con la testa bionda,

che poi che fredda giacque sul guanciale,

ti pettinò co' bei capelli a onda


tua madre... adagio, per non farti male.


(da "Primi poemetti", Zanichelli, Bologna 1907, pp. 85-87)




UN PO' PER UNO

di Lina Schwarz (1876-1947)


È vero? Sei un povero

Bambino, che non hai

né dolci né giocattoli,

E non ne avesti mai?


Io, senza i miei giocattoli,

non so come farei...

Bambino, se vuoi prenderli,

Te ne darò dei miei.


Guarda! Pare impossibile!

Io tanti e tu nessuno;

Sarà assai meglio, credilo,

Averne un po' per uno.


(da "Il libro dei bimbi", Arcobaleno, Milano 2015, p. 34)




IL PALLONCINO ROSSO

di Giovanni Tecchio (1872-?)


È il tenue filo al bimbo della mano,

Che stretto stretto lo tenea, sfuggito;

E al palloncino rosso già lontano

Fissa lo sguardo trepido e stupito.


E batte i piedi e piange e piange invano

Il suo balocco in alto ormai sparito;

E pace non si dà di quello strano

Improvviso sparir nell'infinito.


Pure così, negli anni, ad una ad una

Sen van le illusioni più gioconde

Disperse al vento della rea fortuna;


E se amor con la speme non infonde

Virtù che sola in cor la fede aduna,

Astro non brilla in tenebre profonde.


(da "Canti", Monanni, Milano 1931, p. 111)




CAVALLO A DONDOLO

di Giuseppe Zucca (1887-1959)


                                                      lontananze

        Mi pare ieri.

La nonna Befana, la vecchia

che ama i bimbi buoni e sonnecchia

        lassù nella cappa del camino,

        s'era accorta d'un bambino

neppur troppo buono: di me:

        e dei miei desideri.


        Così che,

una mattina, (che freddo in camiciòla!)

una mattina (non c'era scuola,

        perché era Pasqua Epifania)

        ebbi la felicità mia:

un cavallo che andava su e giù;

        un cavallo da re.


        Lo rivedo

come fosse qui: le orecchie acute,

la criniera e la coda fioccute,

        i finimenti imbullettati

        e gli occhi spalancati:

due occhi castani, umani,

        tristi: li rivedo.


        Per monti e piani

cavallo di legno, al galoppo, al galoppo!

Il gioco non è mai troppo!

        Su e giù, tra la gioia e la gioia!

        Non c'era tempo alla noia,

allora, col mio cavallo a dondolo!

        Giorni lontani!


        Oggi, è assai più

grande il cavallo: né io lo governo.

Oscilla tra il cielo e l'inferno,

        lento ratto, ratto o lento,

        in un perpetuo ondeggiamento.

Ma, come l'altro, non sposta gran che.

        Su e giù, su e giù.


Perché, perché

— su e giù, tra rieri e il domani! —

perché questi galoppi vani?

        Lo sapete voi, forse, o sperduti

        spiriti ignoti, che muti

e lievi talvolta balzate

        in sella con me?


(da "Io", Formiggini, Roma 1919, pp. 22-23)



Thomas Eakins, "Baby at Play"
(da questa pagina Web)


domenica 30 novembre 2025

Riviste: "Aretusa"

 Aretusa è il titolo di una rivista fondata a Napoli nel 1944 da Francesco Flora. Dal 4° numero (settembre-ottobre 1944), a Flora subentrò Fausto Nicolini. Una nuova e decisiva svolta per la rivista si ebbe a partire dal 7° numero (marzo 1945), perché la sede si trasferì a Roma, da bimestrale divenne mensile e alla sua direzione passò Carlo Muscetta. Aretusa chiuse i battenti nell'agosto del 1946. Nata quando ancora non erano del tutto chiare le sorti dell'Italia in guerra, la rivista si pose subito in contrasto con la dittatura fascista, rivendicando una purezza della parola scritta e un umanesimo volto alla libertà in senso lato. Con Muscetta alla direzione, Aretusa si incanalò verso temi concernenti una disamina del ventennio appena trascorso, e di una nuova, fruttuosa collaborazione tra anime appartenenti a varie e diverse opinioni di pensiero. Le pagine della rivista romana non videro soltanto articoli e testi letterari, poiché vi comparvero anche saggi di politica, storia e arte in generale. Tra i collaboratori più illustri di Aretusa si ricordano i nomi di Benedetto Croce, Corrado Alvaro, Vitaliano Brancati, Walter Binni, Alberto Moravia e Libero Bigiaretti. Ecco, per finire, tre poesie comparse per la prima volta su Aretusa.


Prima pagina del primo numero di "Aretusa"
(da questa pagina web)



LA CASA SUL MARE

di Sergio Ortolani


Avevo, nel tempo, una casa

toccata ogn'intorno dal mare.

S'udiva per dentro la scala

il succhio delle onde gonfiare.


Al sommo le cento vetrate

tinnivano fragili ai venti:

era una materia vibratile

musicata dagli elementi.


In quella casa solitaria

cresciuta per me dalle spume

tanto era il mare che l'aria

prendeva un verdissimo lume.


E sulle ignude pareti

che aveano la grana del sale

mettean le tempeste magnetiche

cangianti fluori d'opale.


A volte cortine di fiamme

iridate d'arcobaleni,

come siderali orifiamme

frangiavano i cieli sereni.


Poi diaccia la notte d'acciaio

rendeva ogni luce dal mondo.

I denti d'un solo ghiacciaio

bucavano il mare di piombo.


Passavano bastimenti

con velature d'argento,

senza ciurma, a lumi spenti,

le sartie fischiavano al vento.


Con la fronte alla vetrata

li vedea naufragare pian piano

e quella musica delirata

mi strappava il cuore lontano.


(da «Aretusa», maggio/giugno 1944)





VERSI A GIAIME PINTOR

di Antonio Russi


È permesso a chi cadde nella lotta

di marcire

solo?

È permesso alla foglia imputridita dall'autunno

di sciogliersi nella terra

per sempre?


È permesso alla rondine

abbandonata all'inverno straniero

di nascondersi tra la neve

la testa sotto l'ala?


È permesso al figlio di un paese defunto

di lasciarsi morire con in bocca

un pugno della terra

che si chiama ancora

Italia?


(da «Aretusa» maggio/giugno 1944)





SERENATA

di Giorgio Bassani


Ora che in lenti vortici come una chioma di neve

che oscure dita tormentano, la nebbia delle paludi

fuma alla tua finestra, e una bufera di buie

lacrime ti ridesta dentro sudate e grevi


coltrici; ora che è gelo e tenebra, dà voce

chiusa forma in ascolto a quel tuo tetro grammofono.

Uscita dalla nube al vetro, atroce

calma mano salutami, amaro riso sepolto.


(da «Aretusa», gennaio/febbraio 1946)



domenica 23 novembre 2025

Porta Venezia

 I castagnai dei bastioni 

Di nuovo accendono i fuochi. 

La giostra della nebbia 

I lumi di Porta Venezia. 

Seduta al parapetto 

Mi parli all'orecchio. 

L'odore  di neve, 

Le tue parole. 

Piove non piove.





COMMENTO

Porta Venezia è il titolo di una poesia di Raffaele Carrieri (Taranto 1905 - Pietrasanta 1984). Io l'ho trascritta dal volume Stellacuore, pubblicato dalla Mondadori di Milano nel 1970, dove la si può leggere alla pagina 176 (vedi foto sopra); in questo volume c'è la possibilità di leggere anche quasi tutti i versi di Carrieri, dai suoi esordi (la prima raccolta poetica che diede alle stampe nel 1945 s'intitola Lamento del Gabelliere) al 1970. Io lessi per la prima volta questi versi in una antologia della poesia italiana del Novecento pubblicata dalla Garzanti di Milano nel 1980 (ma la comperai una dozzina di anni dopo). Fu tramite la lettura delle sei poesie presenti in quest'opera antologica, che mi accorsi della indubbia bravura di Raffaele Carrieri: un poeta ancora oggi sottovalutato o addirittura dimenticato. I nove versi di questa composizione poetica si concentrano su alcuni particolari fondamentali per chi li ha scritti, perché gli hanno destato di più l'attenzione, lasciandogli un ricordo incancellabile di una parte di una giornata trascorsa al centro di Milano. Innanzi tutto c'è da dire che Porta Venezia è una delle sei porte principali di Milano, e si trova nella zona est del capoluogo lombardo; c'è da aggiungere che Carrieri trascorse a Milano diversi anni della sua esistenza, lavorando irregolarmente in svariati settori. Volendoci ora dedicare alla mera descrizione dei versi, si può affermare che fotografino un giorno tra la fine dell'autunno e l'inizio dell'inverno; l'ora, stando ad alcuni particolari come i lumi accesi, potrebbe essere tardo-pomeridiana o serale; il luogo, come detto, è il centro di Milano (presso Porta Venezia), dove il poeta si trovava forse per una passeggiata, insieme ad una donna che, probabilmente, era la sua compagna. Ed ecco una serie di piccoli accadimenti che si susseguono in questo preciso contesto, descritti in modo magistrale, che praticamente immortalano quel momento: i castagnai che si sono appostati presso le mura spagnole di Milano (i famosi bastioni), stanno accendendo i fuochi sui quali pongono - all'interno di una padella forata - le castagne, per poterle cuocere e quindi venderle (le squisite caldarroste che è possibile gustare anche al centro di Roma); l'immancabile, tipica nebbia milanese che si muove come fosse una giostra; i lumi già accesi nella piazza per il calare della visibilità; le parole segrete, dette sottovoce dalla donna (che è seduta su un parapetto) vicino all'orecchio del poeta; un odore di neve che preannuncia l'inizio della stagione invernale e che fa pensare ad una temperatura vicina allo zero; l'eco delle parole della donna che rimane impresso nella mente del poeta e infine una pioviggine discontinua. Una serie di elementi, quindi, che possono essere paragonati ad una serie di scatti fotografici atti a cristallizzare dei momenti particolari, all'apparenza di un giorno qualunque, ma in realtà importanti, perché è molto probabile che il poeta stesse vivendo un giorno o un periodo d'intensa felicità, e volesse immortalarlo con una piccola sequenza di versi, capaci di ben rappresentare quello stato di benessere fisico e mentale. 

domenica 16 novembre 2025

I rumori nella poesia italiana decadente e simbolista

I rumori, nei versi di questi poeti hanno diverse origini e variegate simbologie. La Aganoor, associa il suono delle sonagliere nel cuore della notte a pensieri “miti” e “mansueti” di “rinuncia”. Un rumore notturno è anche quello udito da Enrico Annibale Butti, seppure di diversa natura: il poeta infatti viene bruscamente svegliato da una sorta di sibilo; difficile è capire quale sia l’origine del rumore percepito dall’uomo, il quale si fa delle domande al riguardo, non trovando alcuna risposta. Notturni sono anche i passi del poeta Dino Campana, che cammina sulla prora di una nave e rimane quasi incantato dal ritmico battere delle sue scarpe sul pavimento dell’imbarcazione. Rimanendo in ambito notturno, inquietante a dir poco è il suono di un misterioso squillo di tromba udito dagli esseri umani di ogni parte del globo terrestre che, spaventati da quell’intenso e improvviso rumore si riversano sui campi e sulle strade cittadine in cerca dell’origine di quel suono che si perpetua in una notte infinita, e sembra annunciare la fine del mondo. Ancora la notte, e ancora dei rumori inquietanti sono i protagonisti della poesia di Satta, dove il poeta non può riposare perché infastidito e tormentato dal martellare continuo di un corvo su “rotte rupi”, così come dal ronzio ininterrotto del fuso che fila una parca: entrambi i rumori simboleggiano qualcosa di sinistro, forse le ossessioni che angustiano lo stesso poeta. Assillante, continuo e infinito è anche il rumore provocato dai colpi di un’accetta, proveniente dalla parte più profonda di un parco, presente nella poesia di Guelfo Civinini; ovviamente è misteriosa l’origine di questi colpi, anch’essi di valore simbolico. Il ronzio di un bombo che sbatte sul vetro esterno della finestra di una casa, diviene, nella poesia del Pascoli, qualcosa di particolarmente enigmatico: è come se l’insetto cercasse di entrare nell’abitazione del poeta, perché fortemente intenzionato a riferirgli una notizia importante, che lo riguarda direttamente; oppure nel bombo potrebbe essersi reincarnata una persona deceduta, cara al poeta, ansiosa di rimettersi in contatto con lui. Due tarli: uno reale ed uno simbolico, sono i protagonisti della poesia di Arturo Colautti; il primo è quello che erode il legno del vecchio letto che si trova nella casa dove vive, e dove vissero i suoi antenati; il secondo invece dimora nella testa del poeta, e scava anche lui – non il legno ma il cervello del malcapitato – che si affligge perché incerto sulla sincerità dell’amore dichiaratogli dalla donna che lui sa di amare alla follia.

 

 

Poesie sull’argomento

 

Vittoria Aganoor: "Sonagliere" in "Nuove liriche" (1908).

Ugo Betti: "Il cuore sepolto" in "Il Re pensieroso" (1922).

Enrico Annibale Butti: "Sonno interrotto" in "Dai nostri poeti viventi" (1903).

Dino Campana: "Batte botte" in "Canti Orfici" (1914).

Enrico Cavacchioli: "Rêverie" in "L'Incubo Velato" (1906).

Francesco Cazzamini Mussi: "Veglia" in «Poesia», ottobre 1909.

Giovanni Alfredo Cesareo: "Il campanello" in "Poesie" (1912).

Guelfo Civinini: "L'accetta" in "I sentieri e le nuvole" (1911).

Arturo Colautti: "Il tarlo" in "Canti virili" (1896).

Alessandro Giribaldi: "Su l'alba" in "Canti del prigioniero e altre liriche" (1940).

Arturo Graf: "Lo squillo" in "Morgana" (1901).

Angiolo Orvieto: "Selva e mare" in "La Sposa Mistica. Il Velo di Maya" (1898).

Aldo Palazzeschi: "La ferita del silenzio" in "I cavalli bianchi" (1905).

Giovanni Pascoli: "Il nunzio" in "Myricae" (1900).

Francesco Pastonchi: "Tramontata è la luna" in "Il pilota dorme" (1913).

Antonio Rubino: "Cavalcata" in «Poesia», ottobre 1908.

Sebastiano Satta: "Notte tra i monti" in "Canti barbaricini" (1910).

Mario Venditti, "Notturno" in "Il terzetto" (1911).

 

 

 

Testi

 

LA FERITA DEL SILENZIO

di Aldo Palazzeschi

 

Fa un lento romore costante

la fonte ch'è sotto l'arcata del ponte

che il monte riunisce pel passo dei treni.

 

(da "I cavalli bianchi. Lanterna. Poemi", Empirìa, Roma 1996, p. 27)

 

 

 

 CAVALCATA

di Antonio Rubino

 

Varca i cieli un velario di festoni

straziato dal vento a brano a brano:

in sui confini dei settentrioni

rigurgita di nembi l'uragano.

 

Le mostruose conflagrazioni

covano un sordo brontolio lontano:

flagella il vento gli ermi torrioni

dell'erma rupe, mugolando vano.

 

Ma un inno, un corruscar d'armi lucenti,

vivi rompendo dai più folti grembi,

pervadono il dominio dei venti;

 

qual fremito di trilli e di nitriti

corre, o Notte, la tua chioma di nembi,

o Notte, o madre dei cantanti miti?

 

(da «Poesia», ottobre 1908, p. 5)

 

 

Ferdinand Hodler," Holzfaeller"
(da questa pagina Web)