lunedì 30 marzo 2015

La Settimana santa in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

MERCOLEDÌ SANTO
di Nicola Moscardelli (1894-1943)

Le ore passano frettolose quasi timorose d'essere riconosciute.
Dietro i cancelli belano gli agnelli come se sapessero d'essere già stati venduti. Il loro belato purifica l'aria. Se il profumo delle margherite avesse una voce sarebbe simile a quella dell'agnello. La giornata passa presto tra sole e nuvolo come di marzo. Se un canto di donna si leva, subito si spegne.
Gli abitanti del paese sono distratti e sui calzoni di tutti i giorni portano la giacca nuova, perché la giornata è metà lavoro e metà festa.
Il tramonto arriva quando meno ci si pensa: rosso come d'estate.
Il belato degli agnelli nella sera che odora come un prato si ode appena appena, come se il sangue del tramonto fosse il loro.

(Da "Le grazie della terra", Carabba, Lanciano 1928)





LE MANI DI GIUDA
di Nicola Valenza (1890-?)

Ne l'ultima Cena
appena Gesù dice:
"La mano di colui che mi tradisce
è meco a tavola"
gli occhi dei Discepoli
inorriditi si spiano
ma quelli di Giuda
fiori di precipizio
vorrebbero sorridere al Maestro.

E mentre tutte le mani tremano d'angoscia
come a carezzare il cuore sanguinante del Signore
quelle di Giuda
pian piano sotto la mensa scivolano
e pur celate
si sentono perdute.

Vorrebbero, gelide, avvincersi...

Ma come stroncate
da monconi pendono.

(Da "Getsemani", Milia Russo, Caltanissetta 1927)





GIOVEDÌ SANTO
di Biagia Marniti (1921-2006)

Un crepuscolo continuo rende umida la notte.
La luna velata d'azzurro sorride di luce.
L'infinito tace e si ascolta.
Più gli alberi
verso l'imo da cui scesero,
immoti calici ricevono
le voci sommerse dell'acqua
dalle fistole bianche che tremano.
I tesi rami
cercano il mistero che scorre.
Un bisbiglio. Si sporgono.
È volata una foglia.
Più chiare oscillano
le varie fiammelle dell'aria.
L'aria candida, pudica
si spoglia, anela il vento che manca.
Si è mossa la ghiaia.
Un'ombra entrata nell'ombra.
Odi un passo? È nell'orto la Morte.

(Da "Nero amore rosso amore", Fiumana, Milano 1951)





GESÙ ENTRA NELL'ORTO
di Elena Bono (1921-2014)

La carne è stanca.
Gli uomini non veglieranno con me.
Voi grandi alberi
che sempre parlate col vento,
notturni uccelli
che non dormite,
notte che accogli nel grembo
tutte le cose
vegliate voi con me,
non mi lasciate.
Non lasciatemi solo col mio cuore.

(Da "Alzati Orfeo", Milano 1958)





VENERDÌ SANTO
di Fausto Maria Martini (1886-1930)

Nulla, credi, è più dolce per i nostri
occhi di questo giorno senza sole,
con i monti velati di viole
perché la primavera non si mostri...

Venerdì santo! E ieri sera tu
ti rimendavi quest'abito, tutto
grigio, un abito come a mezzo lutto
per la morte del povero Gesù...

Traevi dalla tua cassa di noce
qualche grigio merletto secolare:
così vestita, accoglierà l'altare
la buona amante con le mani in croce...

Prega per me, prega per te, pel nostro amore,
per nostra cristiana tenerezza,
per la casa malata di tristezza,
e per il grigio Venerdì che muore:

Venerdì santo, entrato in agonia,
non ha la sua campana che lo pianga...
come un mendico, cui nulla rimanga,
rassegnato si muore sulla via...

Prega, e ricorda nella tua preghiera
tutte le cose che ci lasceranno:
anche il ramo d'olivo che l'altr'anno
ci donò, per la Pasqua, Primavera.

Quante volte l'olivo benedetto
vide noi moribondi nel piacere,
e vide le nostre due anime, in nere
vesti, per noi pregare a capo al letto!

E pregavamo, come se morisse
qualcuno: un poco, sempre, morivamo...
Ma sempre sull'aurora nuova, il ramo
d'olivo i lieti amanti benedisse!

Ora col nuovo tu lo cambierai:
anche devi pregare per gli specchi
velati, per i libri, per i vecchi
abiti che tu più non vestirai...

È sera: un riso labile si perde
sulle tue labbra, mentre t'inginocchi:
io guardo, dietro la veletta, gli occhi...
due perle nere in una rete verde.

(Da "Poesie provinciali", Ricciardi, Napoli 1910)





VENERDÌ SANTO
di Francesco Tentori Montalto (1924-1995)

Torna l'inverno, torna
l'ufficio delle tenebre.
Pasqua intrisa di pioggia, che non osa
far sonare le squille della gioia
ma a capo chino ripete il confiteor,
i salmi della penitenza.
Gocciano lacrime i ceri,
vestita a lutto va la processione
tra le oscure crociere e gli ambulacri
che sospirano ai verdi porticati.

(Da "Migrazioni", Passigli, Firenze 1997)





VIA CRUCIS
di David Maria Turoldo (1916-1992)

La bocca rotta dalla pena
i denti legati
dal dolore.
Intanto la luna si alza
e una musica arriva
sul selciato delle case
a morire.

(Da "Io non ho mani", Bompiani, Milano 1948)





L'ORA SESTA
di Franco Berardelli (1908-1932)

Il sangue scorre da la bionda testa
coronata di spine, lungo il viso,
e asconde ai fili l'ultimo sorriso.
Urla la folla e ondeggia. È l'ora sesta.

Guardate intorno, voi che fate festa
e schiamazzate per averlo ucciso!
Il velo del gran tempio s'è diviso:
s'apre la terra e mugge la tempesta.

Mirate! Il ciel si schianta, il sol s'oscura,
sfolgora il lampo, rumoreggia il tuono;
grida al delitto e freme ogni creatura.

È l'ora nona. Dal divino trono
il Padre placa, a un cenno, la natura,
e pace ai peccatori offre e perdono.

(Da "I sonetti", Tip. Mantellate, Roma 1931)





PER IL SABATO SANTO 1953
di Gherardo Del Colle (1920-1978)

Il gallo s'è sgolato per millenni.
E Cefa ha pianto. E dondolò dall'albero
lo scheletro di Giuda. - Balza fuori
rovescia sopra il tetro nostro suolo,
o Signore, la pietra che Ti chiude.

Te Risorto presentono nei solchi
turgide gemme e pallidi frumenti.
Ripercorrono ansiosi i Due di Emmaus
l'antica strada. E là Maria di Magdala
nell'orto attende che Tu la sorprenda.

Hora est jam: il tedio e il lamento
vano, che noi tardi di cuore a credere
a guardia riponemmo del Sepolcro,
un Tuo urlo disperda, o Tu più forte
d'ogni morte, Gesù: de somno surge.

E gli Angioli, alleluja, e le campane
annuncino, alleluja, che Tu ritorni.
Per domani, Signore? Oh, da domani
s’inizino coll’alba i giorni nuovi,
alleluja, viso Domino. Alleluia!

(Da "Biancospino", La locusta, Vicenza 1957)





SABATO SANTO
di Francesco Gaeta (1879-1927)

Ritornavo: morìa sabato santo.
M'ero stancato i suoi piedi a baciare;
su quei piccoli piedi avevo pianto
le insensate mie lacrime più rare.

Movevan negri nuvoli lor manto
lacero su 'l baglior crepuscolare
di primavera; l'aer tutto quanto
echeggiava di reduci fanfare.

E il brulicar pasquale, e un repentino
odor di terra smossa con la brezza,
tra case alte accigliate, da un giardino,

pareanmi, tra il bruciar de le mie cave
mani, una mia seconda fanciullezza
accompagnare d'un sorriso grave.

(Da "Sonetti voluttuosi ed altre poesie", Roux & Viarengo - Roma-Torino 1906)

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