domenica 5 aprile 2015

I versi dell'infanzia

Ecco venti componimenti in versi che contraddistinsero gli anni della mia infanzia. Sto parlando di oltre quaranta anni fa, quando, frequentando le scuole elementari e medie, mi capitava di dover leggere e, in alcuni casi, imparare a memoria delle poesie. Spesso, questa operazione forzata, non mi portava ad apprezzare moltissimo quei versi: a volte ebbi anche dei brutti voti sul registro scolastico perchè non seppi o non volli imparare perfettamente a memoria una certa poesia. Ma, ritrovati quei vecchi libri scolastici e, riletti dopo tanti anni quei versi, mi è sopravvenuta un'enorme nostalgia per un tempo perduto e irripetibile; ed ora so apprezzare quelle poesie così come quei poeti che, coi loro futili versi, riempivano le pagine delle antologie scolastiche di qualche decennio fa.
Leggendole attentamente, si noterà che prevalgono alcuni autori noti come Giovanni Pascoli o Gianni Rodari, ma non mancano illustri sconosciuti che in vita, spesso e volentieri, professarono l'insegnamento, e solo per passione scrissero dei versi in genere destinati ai bambini. Gli argomenti dei testi qui presenti riguardano in molti casi la natura, le stagioni dell'anno e gli eventi festivi: cose che col passare degli anni erroneamente vengono marginalizzate a vantaggio di altre assai meno importanti ed emozionanti; sono però presenti anche un paio di componimenti prettamente patriottici che non potevano assolutamente mancare, data la loro rilevanza e dato che rimangono particolarmente impressi nella memoria anche a distanza di tanti anni. Quasi tutte le poesie sono state trascritte direttamente dai testi scolastici e da altri indirizzati al pubblico infantile che ancora posseggo; fa eccezione La notte santa di Guido Gozzano, che non compare in alcuno dei libri da me consultati, ma che ben ricordo di aver scritto sul mio quadernetto sotto dettatura della maestra.





X AGOSTO
di Giovanni Pascoli (1855-1912)

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de' suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!

(Da "Quante strade, vol I", Loffredo, Napoli 1976)





A MIA MADRE
di Edmondo De Amicis (1846-1908)

Non sempre il tempo la beltà cancella
O la sfioran le lacrime e gli affanni;
Mia madre ha sessant’anni,
E più la guardo e più mi sembra bella.

Non ha un detto, un sorriso, un guardo, un atto
Che non mi tocchi dolcemente il core;
Ah se fossi pittore
Farei tutta la vita il suo ritratto.

Vorrei ritrarla quando inchina il viso
Perch’io le baci la sua treccia bianca,
O quando inferma e stanca
Nasconde il suo dolor sotto un sorriso.

Ma se fosse un mio prego in cielo accolto
Non chiederei del gran pittor d’Urbino
Il pennello divino
Per coronar di gloria il suo bel volto;

Vorrei poter cangiar vita con vita,
Darle tutto il vigor degli anni miei,
Veder me vecchio, e lei
Dal sacrifizio mio ringiovanita.

(Da "Nuova guida al comporre", Casa Editrice A. & C., Torino-Roma)





APRILE
di Graziella Ajmone (1912-1993)

Aprile che ridi
con occhi turchini,
che il dono del sole
accogli con gridi
di bimbi e di rondini;

Aprile che odori
di vento e di viole,
di prati e di fiori,

Aprile giocondo,
tu sei mio fratello:
un bimbo che vede
bellissimo il mondo.

(Da "Il fiore d'oro 2. Letture del 1° ciclo", Editrice Noseda, Como 1970)





UN BAMBINO AL MARE
di Gianni Rodari (1920-1980)

Conosco un bambino così povero
che non ha mai veduto il mare:

a Ferragosto lo vado a prendere
in treno a Ostia lo voglio portare.

- Ecco, guarda – gli dirò -
questo è il mare, pigliane un po’! -

Col suo secchiello, fra tanta gente,
potrà rubarne poco o niente:

ma con gli occhi che sbarrerà
il mare intero si prenderà.

(Da "I Quindici, I: Poesie e rime", Roma 1968)






I DODICI MESI
di Elda Bossi (1901-1996)

Gennaio porta il ceppo e la Befana,
Febbraio carnevale e tramontana,
Marzo le pratoline e le viole,
le rondinelle Aprile e il dolce sole.
Salutan Maggio gli uccellini in coro;
Giugno ha tra il fieno lucciolette d’oro;
Luglio è biondo di grano al sole;
Agosto porta frutta dolci e buone;
Settembre ha l’uva d’oro e di rubino,
Ottobre poi la pigia dentro il tino;
Novembre porta i fiori al Camposanto;
Dicembre culla i semi sotto il manto.

(Da "Paese 3. Letture del 2° ciclo", Editrice Le Stelle, Milano 1973)





FOGLIE GIALLE
di Trilussa (Carlo Alberto Salustri, 1871-1950)

Ma dove ve ne andate,
povere foglie gialle
come farfalle
spensierate?
Venite da lontano o da vicino,
da un bosco o da un giardino?
E non sentite la malinconia
del vento stesso che vi porta via?

(Da "Paese 4. Letture del 2° ciclo", Editrice Le Stelle, Milano 1973)





MEZZOGIORNO
di Aldo Palazzeschi (1885-1974)

Chiesoline di campagna
lontane e vicine,
i vostri campanilini fumano
come tanti comignoli di cucine.
Mezzogiorno !
«Bambini si va a mangiare».

(Da "I Quindici, I: Poesie e rime", Roma 1968)





LA MIA STELLA
di Francesco Pastonchi (1874-1953)

Gli altri bimbi solo essi eran bimbi:
Io no. Io ero un bimbo che guardava
vivere gli altri, capitato a caso
tra gli altri sulla terra: certo un bimbo
caduto da una stella, ecco. E la notte
scivolavo dal letto per cercarla
di là dai vetri, al buio, la mia stella.

(Da "I Quindici, I: Poesie e rime", Roma 1968)





MILITE IGNOTO
di Renzo Pezzani (1898-1951)

Fratello senza nome e senza volto,
da una verde trincea t'han dissepolto.
Dormivi un sonno quieto di bambino,
un colpo avea distrutto il tuo piastrino.
Eri soltanto un fante della guerra,
muto perché t'imbavagliò la terra.
Ora dormi in un'urna di granito,
sempre di lauro fresco rinverdito.
E le madri che più non han veduto
tornare il figlio, come te, caduto,
né sanno dove l'abbiano sepolto,
ti chiamano e rimangono in ascolto,
se mai la voce ti donasse Iddio
per dire: «O madre, il figlio tuo son io».

(Da "Paese 4. Letture del 2° ciclo", Editrice Le Stelle, Milano 1973)





NEL GIORNO DEI MORTI
di Maggiorina Castoldi

Piove nebbia sulle croci. Poche voci
van nell'aria, pianamente;
cantilene
dolci e tristi, bisbigliate,
fra le tombe seminate.

Va la gente
lenta, assorta; altra ne viene,
altra sosta al tuo cancello
per segnarsi, o campicello
benedetto.

Sulle braccia tese ha un fiore
ogni croce, e più d'un lume
fioco spande il suo chiarore
nelle brume.

(Da "Paese 5. Letture del 2° ciclo", Editrice Le Stelle, Milano 1972)

  



LA NOTTE SANTA
di Guido Gozzano (1883-1916)

- Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell’osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.

Il campanile scocca
lentamente le sei.

- Avete un po’ di posto, o voi del Caval Grigio?
Un po’ di posto per me e per Giuseppe?
- Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;
son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe

Il campanile scocca
lentamente le sette.

- Oste del Moro, avete un rifugio per noi?
Mia moglie più non regge ed io son così rotto!
- Tutto l’albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
Tentate al Cervo Bianco, quell’osteria più sotto.

Il campanile scocca
lentamente le otto.

- O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno
avete per dormire? Non ci mandate altrove!
- S’attende la cometa. Tutto l’albergo ho pieno
d’astronomi e di dotti, qui giunti d’ogni dove.

Il campanile scocca
lentamente le nove.

- Ostessa dei Tre Merli, pietà d’una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!
- Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi persiani, egizi, greci...

Il campanile scocca
lentamente le dieci.

- Oste di Cesarea... - Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
non amo la miscela dell’alta e bassa gente.

Il campanile scocca
le undici lentamente.

La neve! - ecco una stalla! - Avrà posto per due?
- Che freddo! - Siamo a sosta - Ma quanta neve, quanta!
Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue...
Maria già trascolora, divinamente affranta...

Il campanile scocca
La Mezzanotte Santa.

È nato!

Alleluja! Alleluja!

È nato il Sovrano Bambino.
La notte, che già fu sì buia,
risplende d’un astro divino.
Orsù, cornamuse, più gaje
suonate; squillate, campane!
Venite, pastori e massaie,
o genti vicine e lontane!
Non sete, non molli tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill’anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.
Per quattro mill’anni s’attese
quest’ora su tutte le ore.
È nato! È nato il Signore!
È nato nel nostro paese!
Risplende d’un astro divino
La notte che già fu sì buia.
È nato il Sovrano Bambino.
È nato!

Alleluja! Alleluja!

(Da "L'incanto del Natale", Paoline Editoriale libri, Milano 1996)





I PASTORI
di Gabriele D'Annunzio (1863-1938)

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natía
rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
il sole imbionda sí la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
264
Isciacquío, calpestío, dolci romori.

Ah perché non son io co’ miei pastori?

(Da "Quante strade, vol I", Loffredo, Napoli 1976)





QUANTI PESCI CI SONO NEL MARE?
di Gianni Rodari (1920-1980)

Tre pescatori di Livorno
disputarono un anno e un giorno
per stabilire e sentenziare
quanti pesci ci sono nel mare.

Disse il primo: «Ce n’è più di sette,
senza contare le acciughette».
Disse il secondo: «Ce n’è più di mille,
senza contare scampi ed anguille».
Il terzo disse: «Più di un milione!»
E tutti e tre avevano ragione.

(Da "I Quindici, I: Poesie e rime", Roma 1968)




LA QUERCIA CADUTA
di Giovanni Pascoli (1855-1912)

Dov’era l’ombra, or sè la quercia spande
morta, nè più coi turbini tenzona.
La gente dice: Or vedo: era pur grande!

Pendono qua e là dalla corona
i nidietti della primavera.
Dice la gente: Or vedo: era pur buona!

Ognuno loda, ognuno taglia. A sera
ognuno col suo grave fascio va.
Nell’aria, un pianto... d’una capinera

che cerca il nido che non troverà.

(Da "Paese 5. Letture del 2° ciclo", Editrice Le Stelle, Milano 1972)





IL ROSPO E IL VILLANO
di Ferruccio Orsi

Stava nel mezzo a un prato
un grosso rospo mezzo addormentato.

Avvenne che di lì passando a caso,
lo vide un certo contadin, un certo Maso.

Tolse dal vicin campo un grosso palo
per dare al rospo con quel palo addosso.

«Fermati!» disse il povero animale.
«O che t’ho fatto, Maso mio, di male?

Io non ti rubo nulla, anzi ti netto
i prati e i campi d’ogni tristo insetto.

Sono brutto, lo so, ma, caro mio,
e se son brutto, che colpa ce n'ho io?».

Commosso e vergognoso, quel villano,
tosto il palo gettò a sé lontano

e disse: «Poveretto, hai ben ragione!
io commettevo una cattiva azione.

Ma di già rospo mio, per dar molestia,
spesso l’uomo è più bestia della bestia».

(Da "Nuova guida al comporre", Casa Editrice A. & C., Torino-Roma)





SAN MARTINO
di Giosuè Carducci (1835-1907)

La nebbia a gl'irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo
dal ribollir de' tini
va l'aspro odor dei vini
l'anime a rallegrar.

Gira su' ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando
sta il cacciator fischiando
su l'uscio a rimirar

tra le rossastre nubi
stormi d'uccelli neri,
com'esuli pensieri,
nel vespero migrar.

(Da "Nuova guida al comporre", Casa Editrice A. & C., Torino-Roma)





SCUOLA DI CAMPAGNA
di Renzo Pezzani (1898-1951)

È fuori dal borgo due passi
di là del più fresco ruscello
recinta di muro e cancello
la piccola scuola di sassi.

Agnella staccata dal branco
col suono che al collo le han messo
richiama ogni bimbo al suo banco
nell’aula che odora di gesso.

C’è ancora la vecchia lavagna
con su l’alfabeto mal fatto:
lo scrisse un bambino distratto
dal verde di quella campagna.

E lei, che mi vide a sei anni,
c’è ancora. La voce un po’ fioca,
vestita d’identici panni,
la vecchia signora che gioca.

C’è ancora il vasetto d’argilla
che m’ebbe suo buon giardiniere;
è verde, fiorito di lilla,
e un bimbo gli porta da bere.

Il tempo passò senza lima
su queste memorie. Ritorno
lo stesso bambino d’un giorno
sereno, nell’aula di prima.

E in punta di piedi, discreto,
nell’ultimo banco mi metto
e canto, nel dolce coretto
dei bimbi, l’antico alfabeto.

(Da "Parliamo la nostra lingua", De Agostini, Novara 1974)





LA SPIGOLATRICE DI SAPRI
di Luigi Mercantini (1821-1872)

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Me ne andavo al mattino a spigolare,
quando vidi una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore;
e alzava una bandiera tricolore;
all'isola di Ponza s'è fermata,
è stata un poco e poi è ritornata;
è ritornata ed è venuta a terra;
sceser con l'armi, e a noi non fecer guerra.

Sceser con l'armi, e a noi non fecer guerra,
ma s'inchinaron per baciar la terra,
ad uno ad uno li guardai nel viso;
avean tutti una lagrima e un sorriso.
Lì, li dissero: ladri usciti dalle tane,
ma non portaron via nemmeno un pane;
ma li sentii mandare un solo grido:
«Siam venuti a morir pel nostro lido».

Con gli occhi azzurri e i capelli d'oro
un giovin camminava innanzi a loro.
Mi feci ardita, e, presol per mano,
gli chiesi: «Dove vai, bel capitano?»
Guardandomi, rispose: «Cara sorella...
vado a morir per la mia patria bella».
Io mi sentii tremare tutto il core,
che non potei dirgli: «V'aiuti il Signore!»

Quel giorno dimenticai di spigolare,
e dietro a loro decisi d'andare.
Due volte si scontrar con li gendarmi,
e l'una e l'altra li spogliar dell'armi;
ma quando fur della Certosa ai muri,
s'udirono suonar trombe, gridi e tamburi;
e tra fumo, spari, urla e scintille
piombaro loro addosso più di mille.

Eran trecento, e non vollero fuggire;
parean tremila e vollero morire:
vollero morir col ferro in mano,
e avanti a loro correa di sangue il piano:
fin che pugnar vid'io per lor pregai;
ma a un tratto venni men, né più guardai;
io non vedeva più fra mezzo a loro
quegli occhi azzurri e quei capelli d'oro.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

(Da "Tamburino '65. Sussidiario 5°", Editrice Le Stelle, Milano 1974)






SPERANZA
di Milly Dandolo (1895-1946)

C’è un grande albero spoglio
in mezzo all’orto: pare
che soffra e non si possa
coprire e riscaldare.
Vola sui nudi rami
un passero sperduto,
e cinguetta più forte
in segno di saluto.
Geme l’albero: “Un tempo
fui giovane e fui bello:
candidi fiorellini
erano il mio mantello.”
Il passero cinguetta:
“Oh vecchio albero, spera!
Si scioglieran le nevi:
verrà la primavera."

(Da "Paese 4. Letture del 2° ciclo", Editrice Le Stelle, Milano 1973)





L’ULTIMA ORA DI VENEZIA
di Arnaldo Fusinato (1817-1888)

È fosco l’aere,
    È l’onda muta!...
    Ed io sul tacito
    Veron seduta,
    In solitaria
    Malinconia,
    Ti guardo, e lagrimo,
    Venezia mia!

Sui rotti nugoli
    Dell’Occidente
    Il raggio perdesi
    Del sol morente,
    E mesto sibila,
    Per l’aura bruna,
    L’ultimo gemito
    Della laguna.

Passa una gondola
    Della città:
    ― Ehi! della gondola
    Qual novità ?
    ― Il morbo infuria...
    Il pan ci manca...
    Sul ponte sventola
    Bandiera bianca! ―

No, no, non splendere
    Su tanti guai,
    Sole d’Italia,
    Non splender mai!
    E sulla veneta
    Spenta fortuna
    Sia eterno il gemito
    Della laguna!

Venezia, l’ultima
    Ora è venuta;
    Illustre martire,
    Tu sei perduta;
    Il morbo infuria,
    Il pan ti manca,
    Sul ponte sventola
    Bandiera bianca!

Ma non le ignivome
    Palle roventi,
    Nè i mille fulmini,
    Su te stridenti,
    Troncan ai liberi
    Tuoi dì lo stame:
    Viva Venezia:
    Muor della fame!

Sulle tue pagine
    Scolpisci, o Storia,
    Le altrui nequizie
    E la tua gloria,
    E grida ai posteri
    Tre volte infame
    Chi vuol Venezia
    Morta di fame.

Viva Venezia!
    Feroce, altiera,
    Difese intrepida
    La sua bandiera;
    Ma il morbo infuria,
    Il pan le manca;
    Sul ponte sventola
    Bandiera bianca!

Ed ora infrangasi
    Qui sulla pietra,
    Finch’è ancor libera,
    Questa mia cetra.
    A te, Venezia,
    L’ultimo canto,
    L’ultimo bacio,
    L’ultimo pianto!

Ramingo ed esule
    Sul suol straniero,
    Vivrai, Venezia,
    Nel mio pensiero;
    Vivrai nel tempio
    Qui del mio cuore,
    Come l’imagine
    Del primo amore.

Ma il vento sibila,
    Ma l’onda è scura,
    Ma tutta in gemito
    È la natura:
    Le corde stridono,
    La voce manca,
    Sul ponte sventola
    Bandiera bianca!


(Da "Tamburino '65. Sussidiario 5°", Editrice Le Stelle, Milano 1974)

2 commenti:

  1. Bravo Leonardo a ricordare e ricopiare queste belle poesie.Io sono più vecchia di te ed ogni tanto copio qualche poesia dai miei vecchi libri .Buona Pasquetta...

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    1. Queste poesie, al di là della loro bellezza, probabilmente rientrano nei ricordi scolastici di molte generazioni, fra cui anche la tua. Per decenni, sui banchi delle scuole italiane, gli studenti più piccoli hanno imparato a memoria o, comunque, letto e studiato alcune delle poesie sopra riportate; e chissà quanti ricordano oggi con piacere quel periodo ormai lontano. Buona Pasquetta.

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