domenica 3 agosto 2014

I poeti suicidi

La passione personale per la poesia italiana dell'Ottocento e del Novecento ha fatto sì che notassi, leggendo la biografia dei poeti compresi nei secoli citati, la cospicua presenza di suicidi. Ogniqualvolta venivo a conoscenza della morte per suicidio di un determinato poeta, nasceva in me la voglia di approfondire le informazioni sulla sua vita e aumentava l'interesse personale per i suoi versi. Tutto ciò per un motivo semplice: perchè era molto probabile che codesto poeta non fosse un mentore, non un falso, ma che le sue poesie nascessero da una esigenza interiore e quindi fossero, ancor che belle, sincere. Questo non vuol dire affatto, naturalmente, che i poeti non suicidi abbiano scritto dei versi insinceri, tutt'altro; ma è certamente innegabile che la poesia "vera" molte volte nasce da situazioni, pensieri e stati d'animo colmi di disperazione. Nel secolo XIX togliersi la vita spesso rappresentava un gesto estremo di protesta nei confronti della società, oppure, ultimo atto di un romanticismo esasperato, poteva scaturire dal folle amore per una donna o una ragazza che non aveva compreso o ricambiato il sentimento provato dal poeta. Ma già duecento anni fa pare certo che esistesse il cosiddetto mal de vivre, cioè una sorta di depressione che porta una persona a vedere la vita come una cosa totalmente inutile, priva di qualsiasi significato e, di conseguenza, a preferire la morte. Nel Novecento si nota di più quest'ultima tendenza, soprattutto in anime particolarmente sensibili e indifese quali sono quelle di molti poeti, costretti a vivere in una società sempre più spietata e indifferente, incapace totalmente o quasi di apprezzare la poesia così come altre forme artistiche nate da una profonda spiritualità; una società dove si presta attenzione soltanto al denaro, al piacere fisico e alle cose superficiali: in sostanza una società pregna di capitalismo e, di conseguenza, materialista. Ecco quindi un folto gruppo di poeti suicidi che avevano un'idea diversa dell'esistenza rispetto alla stragrande maggioranza degli uomini, e per tal motivo, non potendo e non riuscendo a vivere, decisero di morire.



I POETI SUICIDI


GIULIO UBERTI. Nacque a Brescia nel 1806; dopo la laurea in legge iniziò a insegnare materie letterarie e musica fino a quando fu costretto all'esilio per aver partecipato ai moti del 1848. Tornato in Italia, si stabilì a Milano fino a settant'anni, quando, già anziano, decise di porre fine alla sua vita gettandosi da una finestra a causa di un amore calunniato.

GIOVANI CAMERANA. Nacque a Casale Monferrato nel 1845. Dopo gli studi fatti a Pavia fu per un periodo a Milano e qui entrò in contatto con alcuni scrittori della scapigliatura tra i quali Arrigo Boito e Emilio Praga. Si interessò di pittura, frequentando a Torino lo studio dell'artista Fontanesi, di cui in pratica divenne discepolo; anche in questo ambiente ebbe modo di stringere amicizie con alcuni pittori (Lorenzo Delleani) e alcuni scultori (Leonardo Bistolfi) i quali in seguito ispirarono i suoi versi migliori. Divenuto magistrato decide di astenersi, per rigore professionale, dal pubblicare le sue poesie. Scrisse versi praticamente per tutta la vita, cioè fino a quando, nel 1905, si uccise con un colpo di rivoltella.

GIULIO PINCHETTI. Nato a Como nel 1845, compì i suoi studi in un collegio comasco per poi trasferirsi a Pavia, dove si laureò in legge. Presto cominciò a provare profondo dolore morale sia per la perdita del padre (1864) che per quella della donna amata, conosciuta nel 1865 (tale Luisa) e morta dopo nemmeno un anno. Fece vari tentativi professionali ma poi si indirizzò verso l'attività giornalistica e iniziò a scrivere versi, pubblicando l'unico volume ufficiale nel 1868. Trasferitosi a Milano, dovette fronteggiare altri avvenimenti tragici quali la morte della madre e quella del suo caro amico Ariodante Botta. Ossessionato dall'idea del suicidio, provò a togliersi la vita ingerendo del veleno e gettandosi da un treno in corsa; fu però al terzo tentativo che perì, dopo essersi sparato due colpi di rivoltella a soli venticinque anni.

GIACINTO RICCI SIGNORINI. Nacque a Massalombarda nel 1861; dopo il Ginnasio frequentò la facoltà di Lettere dell'Università di Bologna dove ebbe come maestro Giosuè Carducci. Laureatosi iniziò l'attività d'insegnante di liceo; per lavoro si trasferì prima a Campobasso e quindi a Catanzaro. Ritornò nel 1887 nella sua regione di nascita, dove insegnò (a Cesena) presso il Liceo regio «Vincenzo Monti»; l'anno seguente pubblicò il suo primo volume di "Rime" e iniziò a collaborare al giornale "Il Cittadino". Sempre più tormentato dai lutti che lo colpirono e dalla netta sensazione di essere un fallito si uccise nella sua abitazione di Cesena a soli trentadue anni, poco dopo avere pubblicato la sua quarta raccolta poetica "Elegie di Romagna".

MARIO GIOBBE. Nacque a Napoli nel 1863; si distinse quale precoce talento laureandosi appena diciottenne in giurisprudenza, ma all'avvocatura preferì la professione giornalistica cominciando a collaborare, coi suoi particolarissimi articoli, a varie testate italiane, tra le quali si citano: «Il Piccolo» e «Il Corriere di Napoli». Ben presto maturò in lui l'interesse per la poesia che si tramutò in traduzioni ottime di opere di autori famosi e in versi suoi che raccolse in due volumi: "I primi versi" (1889) e "Gli amori" (1891) che mettono in rilievo la sua simpatia per la poesia di Olindo Guerrini e di Gabriele D'Annunzio. Dopo il matrimonio si manifestò in lui una crisi depressiva che cogli anni peggiorò, fino al suicidio avvenuto nell'ottobre del 1906.

MARIO MALFETTANI. Tra le poche cose che si conoscono di lui si sa che nacque a Genova nel 1875, che si laureò in legge e che in gioventù frequentò un cenacolo poetico creatosi nel capoluogo ligure di cui facevan parte anche Alessandro Giribaldi e Alessandro Varaldo, coi quali pubblicò un volume di versi: "Il 1° libro dei trittici" (1897); alcuni anni dopo uscì la sua ultima opera poetica: "Fiori vermigli" (1906). In seguito si allontanò decisamente dagli ambienti letterari abbracciando la politica socialista. Morì suicida nel 1911.

FRANCESCO GAETA (1879-1927). Visse sempre a Napoli dove, finito il liceo, frequentò l'Università ma non giunse mai alla laurea. Si impose come giornalista letterario collaborando a riviste quali «La Tribuna», «Il Gionale d'Italia» e «I Mattaccini», fondato quest'ultimo da lui e dal suo amico Alfredo Catapano; ebbe buona fama anche come poeta grazie agli apprezzamenti di Benedetto Croce che considerò i suoi versi come i migliori tra quelli in circolazione all'inizio del Novecento. La sua fine, avvenuta nel 1927, fu inaspettata: tornato dal cimitero dove aveva assistito alla sepoltura della madre, scrisse una lettera con le seguenti parole: «Mia dolce mamma, ti seguo» e quindi si uccise. La sua opera poetica fu pubblicata postuma dal grande critico letterario nonché suo estimatore Benedetto Croce.

ALFREDO CATAPANO (1881-1927). Napoletano, si laureò in Legge professando poi l'avvocatura. Cominciò a scrivere versi ancora giovanissimo e pubblicò alcune raccolte poetiche che furono considerate anche da insigni critici. Morì suicida poco tempo dopo rispetto al suo amico Francesco Gaeta. Di lui disse il critico Giuseppe Antonio Borgese: «Ci rimane nel ricordo, più che altro, come un'astratta immagine di gloria, che sì e no prende color di carne... Perciò il Catapano tacque quasi subito: poeta di limbo, che prima ancora di prender piede nella realtà scivolava verso l'assoluto».

CARLO MICHELSTAEDTER. Nacque a Gorizia nel 1887; mostrò precocemente il suo talento per alcune discipline quali il disegno e la musica. Frequentò per un periodo la facoltà di Matematica dell'Università di Vienna per poi trasferirsi a Firenze dove iniziò  e completò i suoi studi filosofici. Nel contempo, a partire dalla giovanissima età, si dedicò alla scrittura di versi che non pubblicò mai. A soli ventitre anni, dopo un diverbio con la madre, impugnò una pistola e si uccise. Le sue poesie, insieme ai suoi trattati filosofici, uscirono postume nel 1912.

CARLO STUPARICH. Fratello minore del celebre scrittore Giani, nato a Trieste nel 1894, dopo il Ginnasio frequentò la facoltà di Lettere all'Università di Firenze; qui venne in contatto con alcuni scrittori che collaborarono alla famosa rivista "La Voce". Irredentista, si arruolò all'inizio della prima Guerra Mondiale e partì per il fronte. Dopo un'azione, nel maggio del 1916, essendo rimasto solo ed avendo la certezza di cadere nelle mani del nemico austriaco, decise di uccidersi. Tre anni dopo la sua morte uscirono in un volume i suoi scritti che si compongono di poesie, prose e lettere in cui emerge il carattere romantico dello scrittore triestino.
 
AGOSTINO RICHELMY. Nacque a Torino nel 1900 da una famiglia celebre e benestante. Svolse l'attività di traduttore con ottimi risultati (di grande valore sono le sue traduzioni da Musset, Virgilio, Fedro e Voltaire). Coltivò simultaneamente una grande passione per la poesia scrivendo versi già in giovane età che cominciò a pubblicare molto in là cogli anni (la sua prima raccolta di versi è del 1965). Le sue poesie dimostrano una propensione per i classici italiani (Petrarca, Leopardi, Pascoli e Saba) e una particolare attenzione alle bellezze della natura. Tragica fu la sua scomparsa, avvenuta nella sua casa di Collegno nel 1991, qui fu infatti ritrovato già morto insieme alla moglie; entrambi si suicidarono ingerendo del veleno.

ENRICO FRACASSI. Nacque a Roma nel 1902 e morì suicida a soli ventidue anni a Marano de' Marsi. Poco prima di uccidersi mise in salvo alcuni versi e alcune brevi prose poetiche che furono pubblicate grazie al critico Enrico Falqui nel 1948. Leggendo le poesie di Fracassi si intuisce la sua simpatia per lo stile dei cosiddetti frammentisti della "Voce", e in particolare per Vincenzo Cardarelli.

CESARE PAVESE. Nacque a Santo Stefano Belbo, nelle Langhe, nel 1908 e visse quasi sempre a Torino. Giovanissimo cominciò a frequentare il gruppo di intellettuali piemontesi che si opponevano al regime fascista; per antifascismo subì il carcere e poi il confino. Collaborò a varie riviste con saggi, traduzioni e poesie; pubblicò romanzi, racconti e versi; tra questi ultimi risultano fondamentali nella storia della poesia italiana novecentesca: "Lavorare stanca" (1943) e "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi" (postuma, 1951). Leggendo le sue opere ci si accorge che Pavese ha avuto sempre in mente il suicidio, unica soluzione per risolvere quello stato di sofferenza permanente causatogli da un senso di esclusione totale dalla vita collettiva. La morte se la procurò in una stanza di un albergo romano ingerendo molte bustine di sonnifero. Non aveva compiuto quarantadue anni. 

AUGUSTO CARDILE. Nato a Taranto nel 1909, ben presto dovette affrontare con coraggio alcune situazioni drammatiche che coinvolsero la sua famiglia. Stabilitosi a Firenze, nel capoluogo toscano sembrò trovare una tranquillità che in vero durò poco, visto che nel 1937 decise di togliersi la vita. I suoi versi, mai pubblicati in volume, uscirono nella rivista "Letteratura" nel 1938, arricchiti da una struggente testimonianza del critico Oreste Macrì.  

ANTONIA POZZI. Nacque nel 1912 a Milano da famiglia benestante, nel capoluogo lombardo frequentò il liceo e poi l'università (facoltà di filologia) dove conobbe Vittorio Sereni e Luciano Anceschi. Nel frattempo andava coltivando la passione per la poesia riempiendo di versi quaderni su quaderni che non toccò più dopo la sera del 3 dicembre 1938, quando in preda ad una "disperazione mortale" (come scrisse in una lettera) si tolse la vita ingerendo dei barbiturici. Le sue poesie furono pubblicate postume a partire dal 1939.

PRIMO LEVI. Nacque a Torino nel 1919 da una famiglia di origini ebraiche, sempre a Torino studiò fino alla laurea in Chimica raggiunta nel 1941. Partigiano e antifascista fu catturato dai tedeschi e deportato ad Auschwitz; lì rimase dal febraio del 1944 al gennaio del 1945. Tornato dal lager cominciò a scrivere romanzi che raccontassero la sua esperienza nel campo di concentramento; nel contempo scrisse anche delle poesie che pubblicò nel volume definitivo "Ad ora incerta" (1984). Primo Levi morì nell'aprile del 1987; il suo cadavere fu trovato alla base della tromba delle scale di casa sua. Ancora non si sa se la sua morte sia stata causata da una caduta accidentale o da suicidio.

GIORGIO CESARANO. Nacque nel 1928 a Milano da famiglia aristocratica. Aderì al fascismo e poi, dopo il 1945, al comunismo. Scrisse volumi di versi tra il 1959 ed il 1966 entrando in contatto con alcuni intellettuali milanesi tra i quali Franco Fortini. Lavorò come traduttore ed autore televisivo. Si uccise con un colpo di pistola al cuore a Milano nel 1975.

AMELIA ROSSELLI. Figlia di Carlo Rosselli, antifascista e teorico del socialismo liberale, nacque a Parigi nel 1930. Trasferitasi, a causa dell'assassinio del padre, in Svizzera e quindi negli Stati Uniti, studiò in modo irregolare. Lavorò inizialmente come traduttrice continuando a coltivare i suoi interessi per la musica, la letteratura e la filosofia. Conobbe quindi vari intellettuali che la spinsero a pubblicare i suoi versi su alcune riviste. Pubblicò la sua prima raccolta di versi ("Variazioni belliche") nel 1964 attirando l'attenzione di molti critici e poeti illustri. Insieme a ulteriori raccolte poetiche diede alle stampe anche racconti e saggi. La sua fine giunse in seguito ad un esaurimento nervoso causatogli dalla morte della madre e da malattie croniche mai accettate. Si suicidò nella sua abitazione romana l'11 febbraio del 1996.

EROS ALESI. Nato a Ciampino nel 1951, dopo varie vicende sfortunate e spiacevoli come la prematura morte del padre e la decisiva esperienza della droga che lo portò alla morte a soli venti anni. Pur scrivendo versi profondi, strazianti e, per certi versi scioccanti, non pubblicò mai libri. Fu inserito però da Giuseppe Pontiggia nel volume collettivo "L'Almanacco dello specchio" del 1973. Di lì a poco sarebbe stato inserito in varie antologie importanti sulla poesia italiana degli anni '70.

BEPPE SALVIA. Nacque a Potenza nel 1954. Appassionato della poesia, collaborò coi suoi versi a riviste tra le quali si ricordano "Nuovi Argomenti", "Prato pagano" e "Braci" (di quest'ultima fu il cofondatore). La sua morte arrivò improvvisa il 6 aprile del 1985, giorno in cui Salvia si gettò nel vuoto dalla finestra della sua casa romana lasciando stupefatti i suoi amici ed i suoi conoscenti. Le poesie di Salvia uscirono in volume postume; "Un solitario amore" è il titolo della raccolta che contiene gran parte della sua opera in versi.


REMO PAGNANELLI. Nacque a Macerata nel 1955. Studio in modo regolare e si laureò in Lettere moderne nel 1978. Fu critico letterario e poeta pubblicando vari volumi di saggistica e di versi. Morì suicidandosi a soli 32 anni nella sua città natale. Tra le sue raccolte poetiche più significative si ricordano: "Dopo" (1982), "Musica da viaggio" (1984) e "Atelier d'inverno" (1985). 

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