martedì 6 dicembre 2011

Desolazione del povero poeta sentimentale


I

Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?
 
 
II

Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le mie gioie furono semplici,
semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.
Oggi io penso a morire.
 
 
III

Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;
solamente perché i grandi angioli
su le vetrate delle cattedrali
mi fanno tremare d'amore e di angoscia;
solamente perché, io sono, oramai,
rassegnato come uno specchio,
come un povero specchio melanconico.
Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.
 
 
IV

Oh, non maravigliarti della mia tristezza!
E non domandarmi;
io non saprei dirti che parole così vane,
Dio mio, così vane,
che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire.
Le mie lagrime avrebbero l'aria
di sgranare un rosario di tristezza
davanti alla mia anima sette volte dolente,
ma io non sarei un poeta;
sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo
cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme.
 
 
V

Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù.
E i sacerdoti del silenzio sono i romori,
poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.
 
 
VI

Questa notte ho dormito con le mani in croce.
Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo
dimenticato da tutti gli umani,
povera tenera preda del primo venuto;
e desiderai di essere venduto,
di essere battuto
di essere costretto a digiunare
per potermi mettere a piangere tutto solo,
disperatamente triste,
in un angolo oscuro.
 
 
VII

Io amo la vita semplice delle cose.
Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,
per ogni cosa che se ne andava!
Ma tu non mi comprendi e sorridi.
E pensi che io sia malato.
 
 
VIII

Oh, io sono, veramente malato!
E muoio, un poco, ogni giorno.
Vedi: come le cose.
Non sono, dunque, un poeta:
io so che per esser detto: poeta, conviene
viver ben altra vita!
Io non so, Dio mio, che morire.
Amen.
 

È la poesia più famosa di Sergio Corazzini (1886-1907), poeta italiano scomparso a soli ventun'anni. I versi sopra riportati costituiscono un testamento e una sincera confessione che è rarissimo ritrovare in altri componimenti poetici. Corazzini afferma di non essere un poeta perché inadeguato, non all'altezza del ruolo che in quel periodo era divenuto insopportabilmente superbo e presuntuoso, ben rappresentato da Gabriele D'Annunzio che poteva definirsi la personificazione del mito nietzchiano del superuomo, così in voga all'inizio del XX secolo, e così colmo di atteggiamenti non lontani da una cieca superficialità unita ad una stupidità che sconfinava spesso nell'idiozia pura. Corazzini, assumendo un pensiero contro corrente, nel titolo si definisce "povero poeta sentimentale", ma poi, nel testo, dichiara immediatamente la sua inadeguatezza a ricoprire quel ruolo, anche fosse svilito, ridotto e ridicolizzato; dice: «io non so che morire» il che equivale a dire: «non son capace di vivere» dove vivere è inteso nel senso della super-esistenza di cui già detto. Ma nella frase di Corazzini c'è anche una triste verità, infatti il poeta romano sarebbe deceduto un anno dopo aver scritto questi versi a causa della tisi.
"Desolazione del povero poeta sentimentale" fu pubblicata da Sergio Corazzini nel 1906 in un volumetto intitolato "Piccolo libro inutile", il quale comprendeva poche poesie sue e del suo fraterno amico Alberto Tarchiani.

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