domenica 25 gennaio 2026

Riviste: la "Gazzetta Letteraria"

 La Gazzetta Letteraria artistica e scientifica è il titolo di un settimanale artistico-letterario che fu fondato a Torino da Vittorio Bersezio nel 1876, come supplemento del quotidiano La Gazzetta Piemontese; le sue ultime pubblicazioni comparvero nel 1902. Pur inserendo, nelle sue pagine, articoli inerenti a discipline assai diverse fra loro, la poesia qui trovò sempre ampio spazio, e così alcuni tra i poeti italiani più illustri - sia quelli di fine Ottocento che d'inizio Novecento - pubblicarono svariati componimenti in versi sulla rivista torinese; a proposito di poeti che compaiono sulle pagine della Gazzetta Letteraria, si ricordano i nomi di Enrico Panzacchi, Domenico Milelli, Edmondo De Amicis, Arturo Graf, Contessa Lara, Arturo Colautti, Giovanni Marradi, Luigi Conforti, Ugo Fleres, Marino Marin, Pompeo Bettini, Alfredo Baccelli, Giuseppe Lesca, Augusto Ferrero, Diego Garoglio, Guido Menasci, Gustavo Balsamo Crivelli, Cosimo Giorgieri Contri, Ernesto Ragazzoni, Guelfo Civinini, Aurelio Ugolini, Vincenzo Gerace, Giuseppe Lipparini, Térésah, Francesco Gaeta, Gustavo Botta. Le poesie pubblicate dalla rivista, probabilmente furono lette e tenute ben presenti dai poeti crepuscolari provenienti dal capoluogo piemontese (Gozzano, Chiaves, Gianelli, Oxilia e altri ancora), che di lì a poco avrebbero pubblicato i loro versi su altre riviste e in volume. Ecco, infine, tre poesie uscite per la prima volta sulla Gazzetta Letteraria: sono tre sonetti di tre poeti che, in modi differenti, furono molto vicini alle poetiche del decadentismo e del simbolismo, molto in voga durante il periodo temporale in cui uscì la Gazzetta Letteraria. Sarebbe a mio parere opportuno non trascurare questa rivista, se in futuro qualcuno volesse porre l'attenzione sulla nascita e lo sviluppo della poesia decadente e simbolista italiana.






LA DAMA DELLA MENTE, ANGELICATA…

di Alberto Sormani (1866-1893)


La Dama della mente, angelicata,

biancovelata e quasi trasparente,

verso di me veniva dolcemente:

la mano mi sporgea di fiori ornata.


Ed ai suoi piedi appassionatamente

io mi gettai e con voce accorata

- Ritorna, dissi, come sei già stata!

L'ideal non è questo della mente.


Immortale sarà l'amore mio,

puro e sublime come tu lo vuoi! -

ma tu non star troppo vicina a Dio, -


diventa un po' più pura, perdi l'ale,

riprendi i "nervi" ed i difetti tuoi, -

ritorna calda, tenera, mortale!


(dalla «Gazzetta Letteraria», 23 marzo 1889)





«ERRANS PER LUMINA VESPERI»

di Cosimo Giorgieri Contri (1870-1943)


Spesso in questi oziosi ermi tramonti

ov'io solitario, entro la pace

che pei viali limpida si piace

e cui tu, morituro astro, sormonti,


spesso a la vista mia, più che ai non pronti

spirti, qualche mulièbre ombra fugace

appare e ogni altro affanno in me si tace:

ch'io vo membrando le soavi fronti


i belli occhi che amai, li occhi lontani,

le fronti or forse in languid'atto inchine

sul cereo fior delle convulse mani;


e una tristezza lenta in me si posa

come cadenti sopra un molle crine

silenziosi petali di rosa.


(dalla «Gazzetta Letteraria», 15 agosto 1891)





LA BIFRONTE

di Giuseppe Lipparini (1877-1951)


Il poeta foggiò, sognando, un vago 

idolo: e diede vita a la bifronte 

erma; e rifulse su l'alterna fronte 

il pallor di una molto amata imago.


Così animato dal novello mago 

specchiossi il marmo ne la pura fonte 

che zampillava giù da l'ermo monte 

e facea tra i mirteti un picciol lago.


«Quand'ella venne meco nei pomari

misteriosi ove Afrodite impera

— ricorda — così bianca ell'era e muta.»


Or la duplice imagine quei chiari

occhi fissa ne l'alto, e la preghiera

non la scuote. Anche in sogno, ella rifiuta.


(dalla «Gazzetta Letteraria», 2 gennaio 1897)

domenica 18 gennaio 2026

Le filatrici

 

Sono fanciulle e filano pian piano,

Sparge sovr'esse la lucerna d'oro.

Tace, ognuna; ma va la bianca mano

Lenta al fuso, con l'altre, come in coro.

L'una non vede l'altra o storna o incita;

Vede il suo filo ognuna: la sua vita.

Narra al filo, dal filo ascolta, tanto!

Terge la bianca mano, spesso, il pianto.

 

 

 

COMMENTO

 

Le filatrici è il titolo di una poesia di Renato Rinaldi (Portole 1889 – ivi 1914); più precisamente, è la prima poesia della sezione Miniature, che si trova nella raccolta intitolata Canti (Fratelli Niccolini, Pola 1910). Io l’ho trascritta dall’antologia Poeti italiani d’oltre i confini (Sansoni, Firenze 1914); qui, Rinaldi è presente con sette poesie, tutte facenti parte di Canti. Il titolo, così come il tema della poesia qui riportata, ricordano molto alcune opere figurative del passato; in particolare, è molto pertinente la famosa tela che porta il medesimo titolo, realizzata nel XVII secolo dal pittore spagnolo Diego Velázquez, che si può ammirare nella foto sottostante.


Diego Velázquez, "Las hilanderas"
(da questa pagina Web)


domenica 11 gennaio 2026

La sera nella poesia italiana decadente e simbolista

 Nelle numerose poesie dedicate alle ore serali dai poeti italiani decadenti e simbolisti, spesso si respira un’aria magica: in quella precisa parte del giorno accadono eventi - più o meno reali o tangibili - che non si notano nel resto del dì; ad esempio Enrico Cavacchioli in La sera, ascoltando i rumori dei versi di alcuni animali che gli sono vicini (ma non riesce a vederli) e, nello stesso tempo, guardando il paesaggio naturale che lo circonda, prova delle sensazioni paniche, e si sente tutt’uno con la natura. Alla stessa maniera, l’atmosfera tutta particolare che offre l’oscurità della sera, facilita la nascita di riflessioni e di pensieri di una profondità fuori dal comune, spesso riconducibili ad uno stato d’animo nostalgico o malinconico; e questo il caso della poesia Alla sera di Luigi Gualdo. In altri casi la sera acquisisce un’aura di mistero, e si verificano dei fatti che non hanno una spiegazione logica (a tal proposito si legga L’invetriata di Dino Campana). Ma la sera può divenire anche il momento più propizio per l’atto amoroso, come accade nella poesia Di sera, lungo il fiume di Diego Angeli. A proposito di amore e di personaggi femminili, ne La sera di Gabriele D’Annunzio, una donna molto affascinante, che è in compagnia del poeta nelle ore serali, diviene, a seguito di suppliche reiterate dello stesso, una sorta di angelo consolatorio, perdendo del tutto l’attrattiva sensuale che pure gli appartiene. In Sorpresi dalla sera di Giulio Gianelli, i ruoli s’invertono, e il poeta si trasforma in angelo protettore di una ipotetica “sorella”, stringendola a sé e guidandola sulla strada di casa, mentre lei trema per una sensazione improvvisa di freddo, causata dal repentino arrivo della sera invernale. Nelle due poesie di Cosimo Giorgieri Contri, la sera acquista un significato prettamente simbolico, diventando la penultima fase della vita umana; per questo il poeta è spinto a fare i suoi bilanci esistenziali, enumerando i dolori, gli amori, i ricordi, i rimpianti e infine le rassegnazioni di tutta la sua vita (come se fosse già vecchio). Infine, si nota che tra i mesi dell’anno è il maggio quello più citato: in queste sere di primavera inoltrata, i poeti rintracciano delle situazioni a volte colme di misticismo, altre volte di sensualità, meno percepibili negli altri mesi dell’anno.


 

Poesie sull’argomento


Diego Angeli: "Tristezze di una sera d'Inverno" in "La città di Vita" (1896).

Diego Angeli: "Di sera, lungo il fiume" in "L'Oratorio d'Amore. 1893-1903" (1904).

Gustavo Botta: "Grottesca" in "Alcuni scritti" (1952).

Dino Campana: "L'invetriata" in "Canti Orfici" (1914).

Antonello Caprino: "La sera" in "Il Tirso", luglio 1906.

Enrico Cavacchioli: "Una sera (I e II)" in "L'Incubo Velato" (1906).

Francesco Cazzamini Mussi: "Voci nella sera" in "Le allee solitarie" (1920).

Girolamo Comi: "Perle d'ardori e di malinconia" in "Lampadario" (1912).

Auro D'Alba: "Impressioni di tutte le sere" in "Baionette" (1915).

Gabriele D'Annunzio: "La sera" in "Poema paradisiaco" (1893).

Giuliano Donati Pétteni: "Sera in provincia" e "Prime sere di primavera" in "Intimità" (1926).

Enrico Fondi: "Convalescenza" in "Poesia", agosto 1909.

Luisa Giaconi: "Invocazione alla sera" in "Tebaide" (1909).

Giulio Gianelli: "Sorpresi dalla sera" in "Intimi vangeli" (1908).

Cosimo Giorgieri Contri: "La parola" in "Il convegno dei cipressi" (1894).

Cosimo Giorgieri Contri: "Sera sull'Adriatico" in "Primavere del desiderio e dell'oblio" (1903).

Corrado Govoni: "Un organo di Barberia" in "Armonia in grigio et in silenzio" (1903).

Corrado Govoni: "Oro appassito e lilla smontato" in "Fuochi d'artifizio" (1905).

Corrado Govoni "Sera di maggio" e "Sera" in "Gli aborti" (1907).

Corrado Govoni: "Sera" in "Poesie elettriche" (1911).

Luigi Gualdo: "Alla sera" in "Le Nostalgie" (1883).

Giorgio Lais: "Dopo il tramonto" in "La Vita Letteraria", ottobre 1905.

Enzo Marcellusi: "Una sera di maggio, dunque: tiepida" in "Il giardino dei supplizi" (1909).

Tito Marrone: "La tregua" in «Varietas», ottobre 1906.

Mario Morasso: "Scena" in "I Prodigi" (1894).

Marino Moretti: "La prima sera del «mese di maggio»" in "Poesie scritte col lapis" (1910).

Nicola Moscardelli: "Sera provinciale" in "Abbeveratoio" (1915).

Nino Oxilia: "A sera, quando..." in "Gli orti" (1918).

Giovanni Pascoli: "Sera ed alba" in "Poesie varie" (1912).

Emilio Scaglione: "Sera" in "Limen" (1910).

Alberto Sormani: "Simbolo" in "Cronaca d'arte", I, II, 1891.

Giovanni Tecchio: "Mysterium" in "Mysterium" (1894).

Aurelio Ugolini: "La sera" in "Viburna" (1905).

Teofilo Valenti: "Crepuscolo de la sera" in "Le Visioni" (1906).

Diego Valeri: "Poi che la sera..." in "Crisalide" (1919).

Mornor Yadolphe: "Fosforescenza" in "I Nauti del Sogno" (1929).

 

 

 

Testi

 

TRISTEZZE DI UNA SERA D'INVERNO

di Diego Angeli

 

«E tornerò domani nel dolente

giardino in mezzo a tante foglie morte,

vedrò due donne nel dolore assorte

piangere sopra il lor padre morente.»

 

Io penso quel giardino dove lente

gocciole cadon dalle rame storte.

Ah s'io potessi aprir tutte le porte,

valico immenso al tuo dolore ardente!

 

Troppo le tue pupille inardite

fissati lunge verso oscure cose

fuor della vita, ed ora in van disperi.

Io so di un Saggio che dicea: Voi dite

che ogni mattino arreca nuove rose...

Oh sì! Ma dove son quelle di ieri?

 

(da "La Città di Vita", Premiata Tip. dell'Umbria, Spoleto 1896, p. 15)

 

 

 

 

SORPRESI DALLA SERA

di Giulio Gianelli

 

Stringiti a me, non abbia il tuo cuore neppure un sussulto.

Rabbrividisci? è nulla, o quasi; un remoto singulto

di rivo sotto gli archi di gelo; o che al gelo un virgulto

s’infranse. Torniamo, ora: che importa se il dì ci abbandoni?

Torniamo con passi fratelli: i tuoi passi son buoni,

non isfioran la terra, non hanno che docili suoni:

non li temono i fiori, l’erbetta li ama, li vuole... O Maria,

che parole da bimbo ti dico! ma abbrevian la via.

Guarda: il sole adescato dai monti, con tatti leggeri

raccoglie i veli ed esula: restano ciechi i sentieri.

Parla anche tu, sorella. Che pensi ?... Ah quella campana

è in estasi di pianto! (un’ anima che s’allontana).

È bene... ascoltare. Che angoscia nel rotto lamento!

Vuole, forse, col grido raggiungere nel firmamento

l’anima fuggitiva... o, forse, ella piange, ella suona

per dir che la terra saluta, ricorda, perdona.

Ma non pianger tu pure, non piangere, ora;

verranno le lacrime nostre, o sorella, col tempo; e saranno

le benvenute, sai? sicuro: le gemme de l’anno.

Torniamo che fa buio; già stridono porte e cancelli

chiudendosi a la notte: torniamo con passi fratelli:

giova ascoltar le funebri squille, pensare agli avelli.

 

(da "Intimi vangeli", Streglio, Torino-Genova 1908, pp. 50-51)


Adolphe Appian, "Un soir d'automne, environs de Roussillon"
(da questa pagina Web)


domenica 4 gennaio 2026

Antologie: "Poesia surrealista italiana"

 Il surrealismo è stato un movimento letterario e artistico nato e sviluppatosi in Francia subito dopo la fine della Grande Guerra. Malgrado tale movimento fosse già ben presente da svariati anni, ufficialmente nacque nel 1924, quando il poeta francese André Breton pubblicò il primo Manifesto del surrealismo; nel medesimo anno uscì anche il primo numero della rivista La révolution surréaliste. Il surrealismo, che fu rappresentato, oltre che da Breton , da Aragon, Soupault, Eluard e tanti altri scrittori non esclusivamente transalpini, ebbe, come punto di riferimento ed antecedente storico, il movimento dadaista; ma, mentre quest’ultimo si dimostrò fortemente eversivo nelle sue teorie e nei suoi programmi, il surrealismo si poneva in modo più costruttivo; i surrealisti, così come i dadaisti, avevano certamente l’intento di rovesciare l’ordine borghese, ritenuto stravecchio e quindi obsoleto, ma, nello stesso tempo, si proponevano di contribuire alla nascita di una umanità “nuova”; per fare ciò essi andarono alla ricerca dell’autenticità degli esseri umani e delle cose, scavando in profondità, e seguendo strade del tutto inusuali, che non avevano la loro base su regole razionali, né su schemi logici.

Questo lungo preambolo, è servito ad introdurre un breve commento dedicato ad un’antologia che, nel 2007 – anno di pubblicazione – rappresentò sicuramente una novità nel settore, poiché raccoglieva testi poetici di scrittori italiani del Novecento, vicini al movimento surrealista; da qui il titolo: Poesia surrealista italiana, che la curatrice Beatrice Sica volle dare a questa interessantissima opera antologica. Si parte da Dino Campana e si giunge a Ferdinando Albertazzi; nelle 289 pagine di questo volume edito da San Marco dei Giustiniani di Genova, sono presenti versi e prose poetiche di 40 scrittori del nostro paese, suddivisi nelle seguenti sezioni: Avanguardia storica; Ermetismo e postermetismo; Neoavanguardia e parasurrealismo.

La parte antologica è preceduta da una preziosa introduzione della curatrice, che ivi, tra le altre cose, chiarisce i rapporti ben identificabili tra i poeti italiani ed i migliori esponenti stranieri del surrealismo. Dulcis in fundo, si può leggere una breve poesia di Aldo Palazzeschi che, come dice la stessa Sica:

 

«È una nota a margine, una piccola riflessione finale, attraverso la penna lieve e sapiente di Palazzeschi, che nel 1972 si chiede e ci fa chiedere, con grazia tutta sua, che cosa sia la poesia: menzogna, verità, sogno, fantasia? “Poesia è solamente una realtà / una realtà / al di sopra della realtà”. Ovvero, in altre parole, una surrealtà.»¹

 

Chiudo, come è mio solito, riportando i nomi di tutti i poeti che sono presenti in questa antologia.

 




POESIA SURREALISTA ITALIANA

Dino Campana, Ardengo Soffici, Giovanni Papini, Aldo Palazzeschi, Massimo Bontempelli, Alberto Savinio, Carlo Carrà, Giuseppe Raimondi, Bruno Corra, Mario Carli, Farfa, Paolo Buzzi, Sebastiano Carta, Corrado Govoni, Arturo Onofri, Girolamo Comi, Alfonso Gatto, Libero De Libero, Mario Luzi, Andrea Zanzotto, Raffaele Carrieri, Piero Bigongiari, Ruggero Jacobbi, Antonio Delfini, Vittorio Bodini, Emilio Villa, Edoardo Cacciatore, Alfredo Giuliani, Elio Pagliarani, Edoardo Sanguineti, Antonio Porta, Nanni Balestrini, Adriano Spatola, Giorgio Celli, Corrado Costa, Amelia Rosselli, Giuseppe Guglielmi, Gian Pio Torricelli, Giuliano Scabia, Ferdinando Albertazzi.

 

 

 

 NOTE

1)     Da: Poesia surrealista italiana, San Marco dei Giustiniani, Genova 2007, p. 72)

 

domenica 28 dicembre 2025

Salmo

   O miei piovosi inverni,

umidità delle mie strade antiche

e voi chiese grondanti,

cimiteri dentro alle nuvole -

sola sera una fiamma

d'aperto cielo accende

il sanguigno mattone dei ruderi

solitario sui prati spenti.

 

  Cuor mio, tu pure attendi

sui tuoi colori muti

il salmo dell'ora serale.







COMMENTO

Salmo è il titolo di una poesia di Giorgio Vigolo (Roma 1894 - ivi 1983), che fu pubblicata per la prima volta all'interno della raccolta poetica intitolata Conclave dei sogni, pubblicata dall'editore Novissima di Roma nel 1935. La medesima poesia fu riproposta dallo scrittore romano nella prima sezione (che porta proprio il titolo Conclave dei sogni) del volume La luce ricorda (Mondadori, Milano 1967) che ricapitola parzialmente la produzione poetica di Vigolo dal 1931 alla data di uscita della raccolta; l'unica differenza nel testo di Salmo si trova all'inizio del verso 8, dove Cuor mio viene sostituito con Mia vita. Nel primo libro in cui Vigolo presentò ai lettori esclusivamente testi poetici (in Canto fermo, uscito nel 1931, son presenti soltanto poche liriche che chiudono il volume), si notano delle peculiarità piuttosto differenti da quelle che caratterizzeranno le future raccolte del poeta romano; come lui stesso scrisse nell'autopresentazione che precede una selezione di sue poesie, nell'antologia Poesia italiana contemporanea 1909-1959 (Guanda, Parma 1964), l'ispirazione della maggior parte dei versi di questa raccolta nasce dal mondo onirico; ve ne sono molti esempi, ma credo che Salmo rappresenti un'eccezione; in questi versi, Vigolo descrive una volta di più le sue particolarissime e personalissime sensazioni, trovandosi di fronte agli straordinari spettacoli che sa offrire la città di Roma in qualsiasi stagione dell'anno. Qui si parla di un non precisato punto della capitale italiana, visto dal poeta in un'ora serale di un inverno decisamente piovoso; l'umidità delle antiche strade, le chiese che grondano acqua piovana, uniti all'oscurità sopraggiungente nel momento in cui sta calando la sera, trasmettono al poeta una sensazione di cupezza, che gli fa venire in mente dei cimiteri virtuali, fantasiosamente situati all'interno dei nuvoloni grigi che, nel cielo, ancora circondano la città eterna. Soltanto la presenza di uno squarcio permette a un raggio di luce - l'ultimo, prima della sera - di penetrare e illuminare i rossi mattoni di un rudere, che, forse per via dell'oscurità incombente, assumono un colore simile a quello del sangue, contribuendo alla visione quasi macabra del poeta; al colore vivo dei mattoni, fa contrasto quello dei prati circostanti, che sono "spenti", cioè grigi, incolori. In quest'atmosfera tutt'altro che rassicurante, al poeta non rimane altro che abbandonarsi alla fede, ovvero al "salmo dell'ora serale". Probabilmente Vigolo, quando scrisse questa poesia, stava per recarsi in una chiesa del centro di Roma, ad assistere alla messa serale; d'altronde, in questa e nelle raccolte successive del Nostro, sono tanti i riferimenti ai luoghi religiosi - particolarmente belli e misteriosi - di cui è ricchissimo il capoluogo laziale; luoghi amati e visitati da Vigolo, al di là e al di sopra della sua fede cristiana. Da ricordare infine che il "salmo" è una composizione poetica ebraica che non ha un argomento specifico, ma nella maggior parte dei casi vuole essere una lode o una invocazione a Dio; nei tempi antichi la recita del salmo era accompagnata da uno strumento a corda, e poteva diventare un vero e proprio canto spirituale. Il testo che si può leggere nella foto sopra riportata, è quello della raccolta La luce ricorda (p. 47); l'altro invece si trova alla pagina 38 della ristampa di Conclave dei sogni (San Marco dei Giustinani, Genova 2005).  

domenica 21 dicembre 2025

Poeti dimenticati: Alberto Rondani

 Nacque a Parma nel 1846 e ivi morì nel 1911. Appassionato di pittura, inizialmente frequentò lo studio del disegno all'Accademia delle Belle Arti della sua città; in seguito, abbandonò le arti figurative per dedicarsi appieno alla letteratura ed alla critica d'arte. Insegnò in diversi istituti scolastici parmensi. La maggioranza dei suoi scritti risulta pubblicata in giornali e riviste del secondo Ottocento. La sua arte poetica fu influenzata da tre eminenti figure: Alessandro Manzoni, Giuseppe Revere e Giosuè Carducci. Nelle poche raccolte di versi che diede alle stampe si riscontra una predilezione per il sonetto, mentre i suoi temi ricorrenti si possono sintetizzare in un appassionato patriottismo, una romantica sensibilità amorosa e la capacità non comune di descrivere paesaggi particolarmente affascinanti.



Opere poetiche


"Versi", Tip. e Lit. G. Ferrari e Figli, Parma 1871.

"Affetti e meditazioni", Tip. e Lit. G. Ferrari e Figli, Parma 1875.

"Voci dell'anima", Battei, Parma 1883.

"Savoia e Caprera", Tip. Rossi-Uboldi, Roma 1884. 

"Rime scelte (1871-1906)", Battei, Parma 1956.





Presenze in antologie


"Dai nostri poeti viventi", 3° edizione, a cura di Eugenia Levi, Lumachi, Firenze 1903 (pp. 358-363).

"I Poeti Italiani del secolo XIX", a cura di Raffaello Barbiera, Treves, Milano 1913 (p. 1248).

"I poeti minori dell'Ottocento", a cura di Ettore Janni, Rizzoli, Milano 1955-1958 (vol. III, pp. 391-398).



Testi



RIMPIANTO


Grande ti parve , o cor, quella pensosa

Che un dì ti governò malinconia,

Onde cara ti fu la china erbosa

E il sol che dietro l'Appennin fuggia.


Che speranze, che mondo all'animosa

Mente allor componea la fede mia!

Ahi quelle si sfioraro e alla sdegnosa

Alma quel mondo splendido vanìa.


Qual pellegrin che da montana cresta

Ripiega il guardo e il picciol bosco addita

Che interminata gli sembrò foresta,


Degli anni acerbi desïoso invano,

Tal raffiguro la trascorsa vita…

Nulla è sublime se non quanto è arcano.


(da "Affetti e meditazioni", Tip. e Lit. G. Ferrari e Figli, Parma 1875)





MARINA


Salian dal golfo bisbigliando i venti

di misteri ineffabili e d'amori,

ed assentìan coi vertici fluenti

i tamarici carichi di fiori:


mentre rompea sui larghi ondeggiamenti,

sotto morbide e glauche ombre, i chiarori

il novo sol, che su pei firmamenti

agitava purpurëi vapori.


Splendean da lunge i culmini montani

d'indaco, verde ed ôr , come il collare

dei colombi: opalini erano i piani.


Seminato di gemme, aspro di chiare

frangie di seta e di ricami strani,

pareva un drappo di broccato il mare.


(da «per l'Arte», 11 febbraio 1894)





CHIOSTRO


E tu mi serri il cor nello sgomento

tu mi trascendi in vision beate,

nudo, deserto, squallido convento,

spoglia e fantasma dell'età passate.


Amo i tuoi freschi portici e l'arcate

che rimandano in suono di lamento

l'eco de' passi; amo le tue binate

colonne e i fregi e il terso pavimento


sparso di gialle lapidi spezzate,

e, nel cortil, solingo monumento,

la fonte, che, fra l'erbe inseminate,


lacrima eterna un pianto freddo e lento,

sulle pietre che il musco ha vellutate,

e le lumache rigano d'argento.


(da "Dai nostri poeti viventi", Lumachi, Firenze 1903, p. 358)

domenica 14 dicembre 2025

La poesia di Cesare Pavese

 Per me i "versi di Pavese", quando avevo poco più di vent'anni, erano soltanto un frammento tratto dal testo della canzone Il treno, di Riccardo Cocciante (un brano musicale che allora amavo particolarmente ed ascoltavo spesso). Per il resto, ricordo di aver visto, forse quand'ero poco più di un ragazzino, un breve filmato dedicato a Pavese, trasmesso all'interno di una vecchia trasmissione televisiva: L'almanacco del giorno dopo. Come mi successe in altre occasioni, ebbi modo di conoscere la poesia di Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo 1908 - Torino 1950) grazie ai vecchi libri di scuola che avevo in casa, o alle antologie incentrate sulla poesia italiana del Novecento. In seguito acquistai due libri che raccolgono l'intera produzione poetica dello scrittore torinese, certo più famoso per le opere in prosa che per quelle in versi: Lavorare stanca e Poesie del disamore. Per quanto concerne il primo libro, si può ben dire che, quando uscì nel 1936, rappresentò qualcosa di nuovo e di rivoluzionario: in netto contrasto con l'ermetismo imperante. Quest'opera poetica è dominata da composizioni in versi lunghi, che ricordano quelli dell'americano Walt Whitman (al poeta statunitense Pavese si interessò molto, focalizzandovi anche la sua tesi di laurea) e, parlando della nostra nazione, del suo concittadino Enrico Thovez e di Piero Jahier. La sua è una sorta di poesia-racconto caratterizzata da versi narrativi; i temi che spesso si ripetono, sono quelli relativi ad una contrapposizione tra città e campagna, dove una volta di più, la prima assume valori decisamente negativi, ampliando la sensazione di solitudine di chi decide o non può fare a meno di viverci. Ma, in generale, la raccolta parla di un'umanità sofferente per svariate ragioni, che cerca una via di fuga al proprio malessere senza mai riuscirvi. Nel secondo libro, sono riunite le poesie scartate dalla prima raccolta - risalenti quindi a quel periodo temporale - e le ultime: scritte poco prima del suicidio del poeta torinese, e pubblicate l'anno dopo la sua morte in una piccola raccolta. Qui si nota un drastico cambiamento di rotta da parte di Pavese che, tornato all'ordine, scrisse dei versicoli simili a quelli delle canzonette, la maggior parte hanno come argomento portante la relazione amorosa che ebbe con l'attrice americana Constance Dowling, e che si concluse poco prima della sua scomparsa. Se i critici ritennero questa estrema fase poetica del Nostro, inferiore o addirittura irrilevante rispetto alla precedente, non fu così per il pubblico, poiché generazioni e generazioni di liceali, nella seconda metà del XX secolo ebbero una sorta di adorazione nei confronti di queste poesie, che ancora oggi sono conosciutissime. Ecco infine l'elenco delle opere poetiche di Pavese, seguito da tre sue composizioni in versi. 





Opere poetiche


"Lavorare stanca", Ediz. di «Solaria», Firenze 1936.

"Lavorare stanca" (2° edizione aumentata), Einaudi, Torino 1943.

"Verrà la morte e avrà i tuoi occhi", Einaudi, Torino 1951.

"Poesie edite e inedite", Einaudi, Torino 1962.

"8 poesie inedite", Scheiwiller, Milano 1964.




Testi


MATTINO


La finestra socchiusa contiene un volto

sopra il campo del mare. I capelli vaghi

accompagnano il tenero ritmo del mare.


Non ci sono ricordi su questo viso.

Solo un’ombra fuggevole, come di nube.

L’ombra è umida e dolce come la sabbia

di una cavità intatta, sotto il crepuscolo.

Non ci sono ricordi. Solo un sussurro

che è la voce del mare fatta ricordo.


Nel crepuscolo l’acqua molle dell’alba

che s’imbeve di luce, rischiara il viso.

Ogni giorno è un miracolo senza tempo,

sotto il sole: una luce salsa l’impregna

e un sapore di frutto marino vivo.


Non esiste ricordo su questo viso.

Non esiste parola che lo contenga

o accomuni alle cose passate. Ieri,

dalla breve finestra è svanito come

svanirà tra un istante, senza tristezza

né parole umane, sul campo del mare.


(da "Lavorare stanca", Einaudi, Torino 1993, p. 33)





LO STEDDAZZU


L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio

e le stelle vacillano. Un tepore di fiato

sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,

e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nulla

può accadere. Perfino la pipa tra i denti

pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquìo.

L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami

e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare

tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.


Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno

in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara

che l’inutilità. Pende stanca nel cielo

una stella verdognola, sorpresa dall’alba.

Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco

a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;

vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne

dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora

è spietata, per chi non aspetta più nulla.


Val la pena che il sole si levi dal mare

e la lunga giornata cominci? Domani

tornerà l’alba tiepida con la diafana luce

e sarà come ieri e mai nulla accadrà.

L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.

Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,

l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.


(da "Lavorare stanca", Einaudi, Torino 1993, p. 119)






YOU, WIND OF MARCH


Sei la vita e la morte.

Sei venuta di marzo

sulla terra nuda –

il tuo brivido dura.

Sangue di primavera

- anemone o nube –

il tuo passo leggero

ha violato la terra.

Ricomincia il dolore.


Il tuo passo leggero

ha riaperto il dolore.

Era fredda la terra

sotto povero cielo,

era immobile e chiusa

in un torpido sogno,

come chi più non soffre.

Anche il gelo era dolce

dentro il cuore profondo.

Tra la vita e la morte

la speranza taceva.


Ora ha una voce e un sangue

ogni cosa che vive.

Ora la terra e il cielo

sono un brivido forte,

la speranza li torce,

li sconvolge il mattino,

li sommerge il tuo passo,

il tuo fiato d’aurora.

Sangue di primavera,

tutta la terra trema

di un antico tremore.


Hai riaperto il dolore.

Sei la vita e la morte.

Sopra la terra nuda

sei passata leggera

come rondine o nube,

e il torrente del cuore

si è ridestato e irrompe

e si specchia nel cielo

e rispecchia le cose –

e le cose, nel cielo e nel cuore

soffrono e si contorcono

nell’attesa di te.

È il mattino, è l’aurora,

sangue di primavera

tu hai violato la terra.


La speranza si torce,

e ti attende ti chiama.

Sei la vita e la morte.

Il tuo passo è leggero.


(da "Poesie del disamore", Einaudi, Torino 1977, pp. 78-79)