Nelle numerose poesie dedicate alle ore serali dai poeti italiani decadenti e simbolisti, spesso si respira un’aria magica: in quella precisa parte del giorno accadono eventi - più o meno reali o tangibili - che non si notano nel resto del dì; ad esempio Enrico Cavacchioli in La sera, ascoltando i rumori dei versi di alcuni animali che gli sono vicini (ma non riesce a vederli) e, nello stesso tempo, guardando il paesaggio naturale che lo circonda, prova delle sensazioni paniche, e si sente tutt’uno con la natura. Alla stessa maniera, l’atmosfera tutta particolare che offre l’oscurità della sera, facilita la nascita di riflessioni e di pensieri di una profondità fuori dal comune, spesso riconducibili ad uno stato d’animo nostalgico o malinconico; e questo il caso della poesia Alla sera di Luigi Gualdo. In altri casi la sera acquisisce un’aura di mistero, e si verificano dei fatti che non hanno una spiegazione logica (a tal proposito si legga L’invetriata di Dino Campana). Ma la sera può divenire anche il momento più propizio per l’atto amoroso, come accade nella poesia Di sera, lungo il fiume di Diego Angeli. A proposito di amore e di personaggi femminili, ne La sera di Gabriele D’Annunzio, una donna molto affascinante, che è in compagnia del poeta nelle ore serali, diviene, a seguito di suppliche reiterate dello stesso, una sorta di angelo consolatorio, perdendo del tutto l’attrattiva sensuale che pure gli appartiene. In Sorpresi dalla sera di Giulio Gianelli, i ruoli s’invertono, e il poeta si trasforma in angelo protettore di una ipotetica “sorella”, stringendola a sé e guidandola sulla strada di casa, mentre lei trema per una sensazione improvvisa di freddo, causata dal repentino arrivo della sera invernale. Nelle due poesie di Cosimo Giorgieri Contri, la sera acquista un significato prettamente simbolico, diventando la penultima fase della vita umana; per questo il poeta è spinto a fare i suoi bilanci esistenziali, enumerando i dolori, gli amori, i ricordi, i rimpianti e infine le rassegnazioni di tutta la sua vita (come se fosse già vecchio). Infine, si nota che tra i mesi dell’anno è il maggio quello più citato: in queste sere di primavera inoltrata, i poeti rintracciano delle situazioni a volte colme di misticismo, altre volte di sensualità, meno percepibili negli altri mesi dell’anno.
Poesie sull’argomento
Diego
Angeli: "Tristezze di una sera d'Inverno" in "La città di
Vita" (1896).
Diego
Angeli: "Di sera, lungo il fiume" in "L'Oratorio d'Amore.
1893-1903" (1904).
Gustavo
Botta: "Grottesca" in "Alcuni scritti" (1952).
Dino
Campana: "L'invetriata" in "Canti Orfici" (1914).
Antonello
Caprino: "La sera" in "Il Tirso", luglio 1906.
Enrico
Cavacchioli: "Una sera (I e II)" in "L'Incubo Velato"
(1906).
Francesco
Cazzamini Mussi: "Voci nella sera" in "Le allee solitarie"
(1920).
Girolamo
Comi: "Perle d'ardori e di malinconia" in "Lampadario"
(1912).
Auro
D'Alba: "Impressioni di tutte le sere" in "Baionette"
(1915).
Gabriele
D'Annunzio: "La sera" in "Poema paradisiaco" (1893).
Giuliano
Donati Pétteni: "Sera in provincia" e "Prime sere di
primavera" in "Intimità" (1926).
Enrico
Fondi: "Convalescenza" in "Poesia", agosto 1909.
Luisa
Giaconi: "Invocazione alla sera" in "Tebaide" (1909).
Giulio
Gianelli: "Sorpresi dalla sera" in "Intimi vangeli" (1908).
Cosimo
Giorgieri Contri: "La parola" in "Il convegno dei cipressi"
(1894).
Cosimo
Giorgieri Contri: "Sera sull'Adriatico" in "Primavere del
desiderio e dell'oblio" (1903).
Corrado
Govoni: "Un organo di Barberia" in "Armonia in grigio et in
silenzio" (1903).
Corrado
Govoni: "Oro appassito e lilla smontato" in "Fuochi
d'artifizio" (1905).
Corrado
Govoni "Sera di maggio" e "Sera" in "Gli aborti"
(1907).
Corrado
Govoni: "Sera" in "Poesie elettriche" (1911).
Luigi
Gualdo: "Alla sera" in "Le Nostalgie" (1883).
Giorgio
Lais: "Dopo il tramonto" in "La Vita Letteraria", ottobre
1905.
Enzo
Marcellusi: "Una sera di maggio, dunque: tiepida" in "Il
giardino dei supplizi" (1909).
Tito
Marrone: "La tregua" in «Varietas», ottobre 1906.
Mario
Morasso: "Scena" in "I Prodigi" (1894).
Marino
Moretti: "La prima sera del «mese di maggio»" in "Poesie scritte
col lapis" (1910).
Nicola
Moscardelli: "Sera provinciale" in "Abbeveratoio" (1915).
Nino
Oxilia: "A sera, quando..." in "Gli orti" (1918).
Giovanni
Pascoli: "Sera ed alba" in "Poesie varie" (1912).
Emilio
Scaglione: "Sera" in "Limen" (1910).
Alberto
Sormani: "Simbolo" in "Cronaca d'arte", I, II, 1891.
Giovanni
Tecchio: "Mysterium" in "Mysterium" (1894).
Aurelio
Ugolini: "La sera" in "Viburna" (1905).
Teofilo
Valenti: "Crepuscolo de la sera" in "Le Visioni" (1906).
Diego
Valeri: "Poi che la sera..." in "Crisalide" (1919).
Mornor
Yadolphe: "Fosforescenza" in "I Nauti del Sogno" (1929).
Testi
TRISTEZZE
DI UNA SERA D'INVERNO
di
Diego Angeli
«E
tornerò domani nel dolente
giardino
in mezzo a tante foglie morte,
vedrò
due donne nel dolore assorte
piangere
sopra il lor padre morente.»
Io
penso quel giardino dove lente
gocciole
cadon dalle rame storte.
Ah
s'io potessi aprir tutte le porte,
valico
immenso al tuo dolore ardente!
Troppo
le tue pupille inardite
fissati
lunge verso oscure cose
fuor
della vita, ed ora in van disperi.
Io
so di un Saggio che dicea: Voi dite
che
ogni mattino arreca nuove rose...
Oh
sì! Ma dove son quelle di ieri?
(da
"La Città di Vita", Premiata Tip. dell'Umbria, Spoleto 1896, p. 15)
SORPRESI
DALLA SERA
di
Giulio Gianelli
Stringiti
a me, non abbia il tuo cuore neppure un sussulto.
Rabbrividisci?
è nulla, o quasi; un remoto singulto
di
rivo sotto gli archi di gelo; o che al gelo un virgulto
s’infranse.
Torniamo, ora: che importa se il dì ci abbandoni?
Torniamo
con passi fratelli: i tuoi passi son buoni,
non
isfioran la terra, non hanno che docili suoni:
non
li temono i fiori, l’erbetta li ama, li vuole... O Maria,
che
parole da bimbo ti dico! ma abbrevian la via.
Guarda:
il sole adescato dai monti, con tatti leggeri
raccoglie
i veli ed esula: restano ciechi i sentieri.
Parla
anche tu, sorella. Che pensi ?... Ah quella campana
è
in estasi di pianto! (un’ anima che s’allontana).
È
bene... ascoltare. Che angoscia nel rotto lamento!
Vuole,
forse, col grido raggiungere nel firmamento
l’anima
fuggitiva... o, forse, ella piange, ella suona
per
dir che la terra saluta, ricorda, perdona.
Ma
non pianger tu pure, non piangere, ora;
verranno
le lacrime nostre, o sorella, col tempo; e saranno
le
benvenute, sai? sicuro: le gemme de l’anno.
Torniamo
che fa buio; già stridono porte e cancelli
chiudendosi
a la notte: torniamo con passi fratelli:
giova
ascoltar le funebri squille, pensare agli avelli.
(da
"Intimi vangeli", Streglio, Torino-Genova 1908, pp. 50-51)
![]() |
| Adolphe Appian, "Un soir d'automne, environs de Roussillon" (da questa pagina Web) |

Nessun commento:
Posta un commento