domenica 11 gennaio 2026

La sera nella poesia italiana decadente e simbolista

 Nelle numerose poesie dedicate alle ore serali dai poeti italiani decadenti e simbolisti, spesso si respira un’aria magica: in quella precisa parte del giorno accadono eventi - più o meno reali o tangibili - che non si notano nel resto del dì; ad esempio Enrico Cavacchioli in La sera, ascoltando i rumori dei versi di alcuni animali che gli sono vicini (ma non riesce a vederli) e, nello stesso tempo, guardando il paesaggio naturale che lo circonda, prova delle sensazioni paniche, e si sente tutt’uno con la natura. Alla stessa maniera, l’atmosfera tutta particolare che offre l’oscurità della sera, facilita la nascita di riflessioni e di pensieri di una profondità fuori dal comune, spesso riconducibili ad uno stato d’animo nostalgico o malinconico; e questo il caso della poesia Alla sera di Luigi Gualdo. In altri casi la sera acquisisce un’aura di mistero, e si verificano dei fatti che non hanno una spiegazione logica (a tal proposito si legga L’invetriata di Dino Campana). Ma la sera può divenire anche il momento più propizio per l’atto amoroso, come accade nella poesia Di sera, lungo il fiume di Diego Angeli. A proposito di amore e di personaggi femminili, ne La sera di Gabriele D’Annunzio, una donna molto affascinante, che è in compagnia del poeta nelle ore serali, diviene, a seguito di suppliche reiterate dello stesso, una sorta di angelo consolatorio, perdendo del tutto l’attrattiva sensuale che pure gli appartiene. In Sorpresi dalla sera di Giulio Gianelli, i ruoli s’invertono, e il poeta si trasforma in angelo protettore di una ipotetica “sorella”, stringendola a sé e guidandola sulla strada di casa, mentre lei trema per una sensazione improvvisa di freddo, causata dal repentino arrivo della sera invernale. Nelle due poesie di Cosimo Giorgieri Contri, la sera acquista un significato prettamente simbolico, diventando la penultima fase della vita umana; per questo il poeta è spinto a fare i suoi bilanci esistenziali, enumerando i dolori, gli amori, i ricordi, i rimpianti e infine le rassegnazioni di tutta la sua vita (come se fosse già vecchio). Infine, si nota che tra i mesi dell’anno è il maggio quello più citato: in queste sere di primavera inoltrata, i poeti rintracciano delle situazioni a volte colme di misticismo, altre volte di sensualità, meno percepibili negli altri mesi dell’anno.


 

Poesie sull’argomento


Diego Angeli: "Tristezze di una sera d'Inverno" in "La città di Vita" (1896).

Diego Angeli: "Di sera, lungo il fiume" in "L'Oratorio d'Amore. 1893-1903" (1904).

Gustavo Botta: "Grottesca" in "Alcuni scritti" (1952).

Dino Campana: "L'invetriata" in "Canti Orfici" (1914).

Antonello Caprino: "La sera" in "Il Tirso", luglio 1906.

Enrico Cavacchioli: "Una sera (I e II)" in "L'Incubo Velato" (1906).

Francesco Cazzamini Mussi: "Voci nella sera" in "Le allee solitarie" (1920).

Girolamo Comi: "Perle d'ardori e di malinconia" in "Lampadario" (1912).

Auro D'Alba: "Impressioni di tutte le sere" in "Baionette" (1915).

Gabriele D'Annunzio: "La sera" in "Poema paradisiaco" (1893).

Giuliano Donati Pétteni: "Sera in provincia" e "Prime sere di primavera" in "Intimità" (1926).

Enrico Fondi: "Convalescenza" in "Poesia", agosto 1909.

Luisa Giaconi: "Invocazione alla sera" in "Tebaide" (1909).

Giulio Gianelli: "Sorpresi dalla sera" in "Intimi vangeli" (1908).

Cosimo Giorgieri Contri: "La parola" in "Il convegno dei cipressi" (1894).

Cosimo Giorgieri Contri: "Sera sull'Adriatico" in "Primavere del desiderio e dell'oblio" (1903).

Corrado Govoni: "Un organo di Barberia" in "Armonia in grigio et in silenzio" (1903).

Corrado Govoni: "Oro appassito e lilla smontato" in "Fuochi d'artifizio" (1905).

Corrado Govoni "Sera di maggio" e "Sera" in "Gli aborti" (1907).

Corrado Govoni: "Sera" in "Poesie elettriche" (1911).

Luigi Gualdo: "Alla sera" in "Le Nostalgie" (1883).

Giorgio Lais: "Dopo il tramonto" in "La Vita Letteraria", ottobre 1905.

Enzo Marcellusi: "Una sera di maggio, dunque: tiepida" in "Il giardino dei supplizi" (1909).

Tito Marrone: "La tregua" in «Varietas», ottobre 1906.

Mario Morasso: "Scena" in "I Prodigi" (1894).

Marino Moretti: "La prima sera del «mese di maggio»" in "Poesie scritte col lapis" (1910).

Nicola Moscardelli: "Sera provinciale" in "Abbeveratoio" (1915).

Nino Oxilia: "A sera, quando..." in "Gli orti" (1918).

Giovanni Pascoli: "Sera ed alba" in "Poesie varie" (1912).

Emilio Scaglione: "Sera" in "Limen" (1910).

Alberto Sormani: "Simbolo" in "Cronaca d'arte", I, II, 1891.

Giovanni Tecchio: "Mysterium" in "Mysterium" (1894).

Aurelio Ugolini: "La sera" in "Viburna" (1905).

Teofilo Valenti: "Crepuscolo de la sera" in "Le Visioni" (1906).

Diego Valeri: "Poi che la sera..." in "Crisalide" (1919).

Mornor Yadolphe: "Fosforescenza" in "I Nauti del Sogno" (1929).

 

 

 

Testi

 

TRISTEZZE DI UNA SERA D'INVERNO

di Diego Angeli

 

«E tornerò domani nel dolente

giardino in mezzo a tante foglie morte,

vedrò due donne nel dolore assorte

piangere sopra il lor padre morente.»

 

Io penso quel giardino dove lente

gocciole cadon dalle rame storte.

Ah s'io potessi aprir tutte le porte,

valico immenso al tuo dolore ardente!

 

Troppo le tue pupille inardite

fissati lunge verso oscure cose

fuor della vita, ed ora in van disperi.

Io so di un Saggio che dicea: Voi dite

che ogni mattino arreca nuove rose...

Oh sì! Ma dove son quelle di ieri?

 

(da "La Città di Vita", Premiata Tip. dell'Umbria, Spoleto 1896, p. 15)

 

 

 

 

SORPRESI DALLA SERA

di Giulio Gianelli

 

Stringiti a me, non abbia il tuo cuore neppure un sussulto.

Rabbrividisci? è nulla, o quasi; un remoto singulto

di rivo sotto gli archi di gelo; o che al gelo un virgulto

s’infranse. Torniamo, ora: che importa se il dì ci abbandoni?

Torniamo con passi fratelli: i tuoi passi son buoni,

non isfioran la terra, non hanno che docili suoni:

non li temono i fiori, l’erbetta li ama, li vuole... O Maria,

che parole da bimbo ti dico! ma abbrevian la via.

Guarda: il sole adescato dai monti, con tatti leggeri

raccoglie i veli ed esula: restano ciechi i sentieri.

Parla anche tu, sorella. Che pensi ?... Ah quella campana

è in estasi di pianto! (un’ anima che s’allontana).

È bene... ascoltare. Che angoscia nel rotto lamento!

Vuole, forse, col grido raggiungere nel firmamento

l’anima fuggitiva... o, forse, ella piange, ella suona

per dir che la terra saluta, ricorda, perdona.

Ma non pianger tu pure, non piangere, ora;

verranno le lacrime nostre, o sorella, col tempo; e saranno

le benvenute, sai? sicuro: le gemme de l’anno.

Torniamo che fa buio; già stridono porte e cancelli

chiudendosi a la notte: torniamo con passi fratelli:

giova ascoltar le funebri squille, pensare agli avelli.

 

(da "Intimi vangeli", Streglio, Torino-Genova 1908, pp. 50-51)


Adolphe Appian, "Un soir d'automne, environs de Roussillon"
(da questa pagina Web)


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