domenica 24 maggio 2020

I ragni in 10 poesie di 10 poeti italiani del Novecento


I ragni, che tutti ben conosciamo, non sono insetti, ma animali invertebrati appartenenti al tipo degli artropodi e all'ordine degli aracnidi. Ve ne sono, di varia grandezza, un po' in tutto il mondo, e alcuni di essi hanno fama di essere particolarmente velenosi. Però, almeno sul territorio italiano, è difficile imbattersi in ragni pericolosi: la stragrande maggioranza di questi animali sono praticamente innocui, ed è facile vederli anche all'interno delle abitazioni, soprattutto se si trovano in zone di campagna. Devo ammettere che da bambino temevo in modo spropositato i ragni, che mi apparivano come piccoli e orribili mostri; ma la verità è che non mi hanno mai fatto alcun male, a parte lo spavento che provavo nel vederli, ed oggi certamente non mi fanno più paura. Nelle dieci poesie che seguono questo preambolo, il ragno è descritto in modo benevolo, poiché si loda la sua industriosità e la sua maestria nel costruire la ragnatela: trama sottile, invisibile e perfetta che gli abbisogna per catturare le prede, ovvero gli insetti di cui si nutre. In alcuni casi, nella ragnatela, si nota l'assenza dell'animaletto, che a volte viene invocato dal poeta affinché torni al più presto. In altri versi il poeta si paragona al ragno, poiché similmente a lui tesse versi, sogni e amore, sperando che il suo certosino lavoro possa avere una gratificazione; ma, in realtà, si accorge che le sue speranze andranno sempre deluse, e che basterà un niente per demolire ciò che ha pazientemente costruito, così come basta un po' di vento per distruggere una tela di ragno.





L'OPERA DEL RAGNO
di Antonino Anile (1869-1943)

Un piccol ragno argenteo s'apprende
a un bronco, che mi appar tra foglie e foglie:
d'un tratto s'abbandona a l'aria e scende
pendulo al filo che da lui si scioglie.

Arde il meriggio, ed ei sospeso attende,
fin che all'attesa il vento lo ritoglie,
e, tratto al bronco opposto, il fil si tende
in arco e il ragno la sua mèta coglie.

Or va, riviene sopra il filo teso,
che s'addoppia s'incerchia si rinforza
in braccia e teli, e si compon la rete.

Io mi chieggo com'abbia il ragno appreso
usar d'occulta a lui cosmica forza;
e ascolto il ritmo d'armonie segrete.

(da "Sonetti religiosi", Zanichelli, Bologna 1923, p. 25)




IL RAGNO
di Ferdinando Bernini (1891-1954)

Il ragno ha tessuto le file
d'un tenue grigior di capello
senile,

tra 'l vecchio tetto forato
da sprazzi di cielo biancastro,
affocato,

e l'erba che, verde, fermenta
calore di stalla ed odore
di menta.

Il ragno risale e discende,
tessendo il suo filo; s'arresta
ed attende

la preda: la falce, la ronca
fienaia, la mano d'un bimbo
lo tronca

quel filo: s'allunga, aderisce
al muro, alle vesti del bimbo,
sparisce.

Eppur, sarà certo domani
là dove l'han tolto, non pie,
due mani.

La vita ci strappa l'ordito
de' sogni, e poi lo ritesse,
infinito.

(da «Aurea Parma», luglio/agosto 1920)




PARTENZA
di Gustavo Botta (1880-1948)

Sul muro sta l'ombra
di un ragno gambuto.
«Camera mia sgombra,
parto; e ti saluto.

Or vuota rimani
di canti e d'incanti».
Non sanno il domani
i miei piedi erranti.

«Deserta rimani
col ragno, col topo...»
Via!, rimpianti vani!
Non pensiamo al dopo!

Via, senza compagno!
- Spengo la candela -
«E tu, saggio ragno,
fila la tua tela».

(da "Alcuni scritti", Ariel, Milano 1952, p. 36)




IL RAGNO
di Enrico Cavacchioli (1885-1954)

Foglie di rose gialle
al vento che le chiama
risospinte alla rama:
che voli di farfalle!

Che risa d'albicocchi!
Guardano nella luna
la notte che s'aduna
spalancando quattr'occhi.

S'adornano mortelle
profumate di notte,
mentre con interrotte
voci chiaman le stelle,

ed un insetto acquatico
sopra una ragnatela
nell'insidia si vela
con un passo acrobatico.

Il ragno aspetta: Sirio
sfavilla: la sua bocca
fila nubi alla rocca
d'un tacito delirio,

e con un inconsulto
moto d'orco restìo
si volge a lunatìo
perché trema un virgulto,

e corre in contro, e attira
la preda che vacilla,
mentre che il filo brilla
e dondola, e si stira.

Su quel filo d'argento,
movendo dieci gambe,
incontro a stelle strambe
va il ragno sotto vento.

Or trova quattro rondini
e si nasconde, e trema:
con dieci gambe rema
piccolo sopra ai mondi.

Trova un areoplano
e dondola la testa:
le stelle ornate a festa,
lo chiamano pian piano,

e fan cadere tracce
visibili di pianto,
mentre velan l'incanto
nivale delle facce.

Ma vede il ragno e adesca
una rondine strega:
spezzata si ripiega
la sottil via ragnesca....

. . . . . . . . . . . . . .

Intesso ora i miei sogni
ad un telaio meccanico:
passa il vento oceanico
ebbro di tre cotogni.

E giunge la tempesta:
cozzan barche alla riva,
che per l'onda cattiva
han perduto la testa.

Sbatton vele frementi
simili a fazzoletti;
vibran cordami, stretti
in duri abbracciamenti....

Odore di maretta
ho sentito e di pesca,
e la tua bocca fresca
la mia bocca ha costretta!

(da "Le ranocchie turchine", Edizioni di «Poesia», Milano 1909, pp. 167-170)




IL RAGNO
di Urbano Forti (?-?)

S'arrampica leggero
il ragno con la vita
da porre all'infinita
compagine; e mistero

non gli vieta lo stame
da lui tessuto; è franco
come il sole sul bianco
uscio e in vetta alle rame

intenerite e vene
ben congiunte la foglia
che cresce. E con sua voglia
da re la cerchia tiene

che noi si' crudamente
incarcera. E se fugge
a raffica, non strugge
di conoscere il vento

nemico: il vento nero
e di luce a cui chiede,
l'anima nostra, fede
d'esser cara al mistero.

(da "Maestrale", aprile/maggio 1941)




TELA DI RAGNO
di Alessandro Giribaldi (1874-1928)

Tela di ragno, a chi tendi l'agguato
senza il tuo Re?
Egli t'ha disertato,
forte di sé.

Quando fu mai che un Re lasciò cantando
la sua città,
lontan, lontan cercando
la libertà?

Se non cantava il tuo, ché un ragno egli era,
vedea però
di fuor la Primavera,
e ti lasciò.

Ben tu somigli al folle pensier mio
che amore ordì;
questi è partito, ed io
sol resto, qui.

E tendo invan l'agguato a mosche d'oro
come fai tu!
Amor fuggì con loro:
né torna più...

(da "I canti del prigioniero", Emiliano degli Orfini, Genova 1940, pp. 47-48)




IL RAGNO
di Luigi Grilli (1858-1931)

Del paziente ragno,
che geniale la sua tela fabbrica
e niuno ha per compagno,
splende l'opra magnifica:

ché di sue perle roride
la trapunta la pura alba, e l'aurora
di rutilanti porpore
la veste e la colora.

Né il sol le nega raggi
e sprazzi e lampeggio mobile d'iridi...
Vive de' suoi miraggi
l'industrioso artefice.

Ed è felice. Anch'io,
che nella mia tranquilla solitudine
con fervente desìo
godo mie rime intessere,

(qualche musa benevola
forse m'arride pur nell'ora tarda!)
vorrei la mia che compio
non fosse opra bugiarda;

ma rispecchiasse il fascino,
onde ogni grazia d'ingenua arte svela
nella sua vaga tela
l'artefice minuscolo.

Ben so: fugge il momento
sovra gli orditi delicati e fragili...
Sia lieve al ragno il vento,
mite al poeta il critico!

(da «Cordelia», ottobre 1930)




ARACNE
di Achille Leto (1870-1963)

C'è un ragno che tesse da secoli
la tela fra due bianchi nulla;
che tesse, dall'ilare culla
al funebre avello, ogni dì.

E tesse, mai stanco, la fragile
sua tela di sogni nell'aria -
un'ala, che va solitaria,
vi batte e l'ordito finì.

(da "La tibia", Spinnato, Palermo MCMVIII)




IL RAGNO
di Alessandro Parronchi (1914-2007)

Nell'ombra aperta tra due rami immoti
ho ritrovato la tela di ragno
che vidi ieri, ma il ragno non c'era.
E da tutto appariva
che non sarebbe ritornato più.

E ora senza ragno
che farà il ramo e l'ombra tra i due rami,
che farà il bosco e che farà la tela
che dell'ombra misura le distanze?
Si leva il vento e porta giù le spoglie
e qualcuna s'impiglia nella tela
un po' la sciupa, un orlo ne scompiglia.

Ragno ritorna, tu del bosco sei
l'anima ancora, l'anima dell'ombra,
tu geometra sapiente dello spazio
che tra due rami può alterare il vento
dai dell'ombra la stabile misura.
E l'autunno lo so che porta via
tutto, ma perché duri nel ricordo,
quel ciuffo, in cima, ha toccato di rosso.

(da "Le poesie", Polistampa, Firenze 2000, volume I, p. 276)




L'ARTEFICE
di Leonardo Sinisgalli (1908-1981)

Ieri sera il ragno ha abbandonato il suo trabocchetto, così poco redditizio. Si sarà accorto di noi ed è scomparso, nottetempo, lasciando armi e bagagli. Ma bastano poche ore per costruire una nuova trappola. L'artefice industrioso si porta il materiale nello stomaco. Fabbrica i suoi tranelli cominciando sempre daccapo e sputando angoli sempre eguali e segmenti paralleli.

(da "L'età della luna", Mondadori, Milano 1962, p. 27)


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