sabato 3 settembre 2016

La perdita della mamma in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

La perdita della madre è uno degli eventi più tragici e dolorosi che si possano presentare nell'arco della vita di un essere umano, e non sto certo a spiegarne i motivi, poiché sono ovvii. Le dieci poesie di seguito riportate, le ho scelte in parte per la loro bellezza e, in parte, perché molto mi ricordano la storia personale vissuta da poco. Vi compaiono ancora una volta versi di alcuni poeti da me prediletti: Pascoli, Sinisgalli, Valeri, Vigolo ecc. Qualche lirica è molto famosa, come, ad esempio, La madre di Giuseppe Ungaretti, che, quando uscì in volume, fu molto apprezzata anche dal critico Benedetto Croce, troppo spesso severo nel giudicare le opere del poeta di Alessandria d'Egitto.
Dedico queste dieci poesie alla mia mamma.




APPRENDO UN ALTRO SILENZIO
di Raffaele Carrieri (1905-1984)

Apprendo un altro silenzio
Alla fine del giorno:
La sera attendo
Il tuo ritorno.

Con la tua mano
Al posto vuoto
La polvere tolgo
A poco a poco.

In ciascun giorno
Di nuovo ti perdo.
In ciascun angolo
Ancora ti aspetto.

Col tuo occhio
Mi guardo intorno:
Dietro ogni muro
Mi trovo solo.

Di silenzio in silenzio
Ti scorgo, ti sento
E parlo da solo
Tutto l'inverno.

(Da "Stellacuore", Mondadori, Milano 1970)





MAMMA, IL MARTIRIO TUO DURÒ DUE GIORNI
di Giuseppe Casalinuovo (1885-1942)

Mamma, il martirio tuo durò due giorni,
al terzo giorno non vivevi più.

Parvero quei due giorni pel tuo male
lunghi quanto due secoli son lunghi.

In quei due giorni tu moristi sempre,
sempre e poi sempre, cento volte all'ora;

dopo due giorni di continua morte,
al terzo giorno non moristi più.

(Da "Dall'ombra", Soc. Tipografico-Editrice Nazionale, Torino 1907)





IL DURO FILAMENTO
di Mario Luzi (1914-2005)

«Passa sotto la nostra casa qualche volta,
volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti.
Ma non ti soffermare troppo a lungo».
La voce di colei che come serva fedele
chiamata si dispose alla partenza,
pianse ma preparò l’ultima cena
poi ascoltò la sentenza nuda e cruda
così come fu detta, quella voce
con un tremito appena più profondo,
appena più toccante ora che viene
di là dalla frontiera d’ombra e lacera
come può la cortina d’anni e fora
la coltre di fatica e d’abiezione,
cerca il filo del vento, vi s’affida
finché il vento la lascia a sé, s’aggira
ospite dove fu di casa, timida
e spersa in queste prime albe dell’anno.

L’ora è quell’ora cruda appena giorno
che il freddo mette a nudo la città
livida nelle sue pietre, tagliente
nei suoi spigoli e, dentro, nell’opaco
versano latte nelle tazze, tostano
pane, il bambino mezzo desto biascica
mentre appunta sul diario il nuovo giorno.

Nel grumo di calore che è più suo,
nella bolla di vita ch’è più tenera
per lei cresciuta alla pazienza in terre
povere, pie, l’ascolto, voce fievole,
tendersi a queste ancora grevi, ancora
appannate dal lungo sonno, chiedere
asilo, volersi mescolare.
Dico: abbi pace, abbi silenzio. Dico...

Udire voci trapassate insidia
il giusto, lusinga il troppo debole,
il troppo umano dell’amore. Solo
la parola all’unisono di vivi
e morti, la vivente comunione
di tempo e eternità vale a recidere
il duro filamento d’elegia.
È arduo. Tutto l’altro è troppo ottuso.

«Passa sotto la nostra casa qualche volta,
volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti.
Ma non ti soffermare troppo a lungo».

(Da "Dal fondo delle campagne", Einaudi, Torino 1965)





LA VOCE
di Giovanni Pascoli (1855-1912)

C'è una voce nella mia vita,
che avverto nel punto che muore;
voce stanca, voce smarrita,
col tremito del batticuore:

voce d'una accorsa anelante,
che al povero petto s'afferra
per dir tante cose e poi tante,
ma piena ha la bocca di terra:

tante tante cose che vuole
ch'io sappia, ricordi, sì... sì...
ma di tante tante parole
non sento che un soffio... Zvanî...

Quando avevo tanto bisogno
di pane e di compassione,
che mangiavo solo nel sogno,
svegliandomi al primo boccone;

una notte, su la spalletta
del Reno, coperta di neve,
dritto e solo (passava in fretta
l'acqua brontolando, Si beve?);

dritto e solo, con un gran pianto
d'avere a finire così,
mi sentii d'un tratto daccanto
quel soffio di voce... Zvanî...

Oh! la terra, com'è cattiva!
la terra, che amari bocconi!
Ma voleva dirmi, io capiva:
- No... no... Di' le devozioni!

Le dicevi con me pian piano,
con sempre la voce più bassa:
la tua mano nella mia mano:
ridille! vedrai che ti passa.

Non far piangere piangere piangere
(ancora!) chi tanto soffrì!
il tuo pane, prega il tuo angelo
che te lo porti... Zvanî... -

Una notte dalle lunghe ore
(nel carcere!), che all'improvviso
dissi - Avresti molto dolore,
tu, se non t'avessero ucciso,

ora, o babbo! - che il mio pensiero,
dal carcere, con un lamento,
vide il babbo nel cimitero,
le pie sorelline in convento:

e che agli uomini, la mia vita,
volevo lasciargliela lì...
risentii la voce smarrita
che disse in un soffio... Zvanî...

Oh! la terra come è cattiva!
non lascia discorrere, poi!
Ma voleva dirmi, io capiva:
- Piuttosto di' un requie per noi!

Non possiamo nel camposanto
più prendere sonno un minuto,
ché sentiamo struggersi in pianto
le bimbe che l'hanno saputo!

Oh! la vita mia che ti diedi
per loro, lasciarla vuoi qui?
qui, mio figlio? dove non vedi
chi uccise tuo padre... Zvanî?... -

Quante volte sei rivenuta
nei cupi abbandoni del cuore,
voce stanca, voce perduta,
col tremito del batticuore:

voce d'una accorsa anelante
che ai poveri labbri si tocca
per dir tante cose e poi tante;
ma piena di terra ha la bocca:

la tua bocca! con i tuoi baci,
già tanto accorati a quei dì!
a quei dì beati e fugaci
che aveva i tuoi baci... Zvanî!...

che m'addormentavano gravi
campane col placido canto,
e sul capo biondo che amavi,
sentivo un tepore di pianto!

che ti lessi negli occhi, ch'erano
pieni di pianto, che sono
pieni di terra, la preghiera
di vivere e d'essere buono!

Ed allora, quasi un comando,
no, quasi un compianto, t'uscì
la parola che a quando a quando
mi dici anche adesso... Zvanî...

(Da "Canti di Castelvecchio", Zanichelli, Bologna 1907)





IN UN CIMITERO DI MONTI
di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (1871-1919)

Tarda il sentiero in un silenzio d’erba
che ingialla di rammarico, e rinverde
non mietuta, tra un vel d’aridi gambi.
Una rosa selvatica, una stella
di iride azzurra, affacciansi talora
da quel deserto come un sogno...; un sogno
che intende co le pallide pupille
a un altro sogno, lungi, interminato.

Un suon di foglia, che sul gambo oscilla,
il vol silenzioso d’una magra
farfalla bianca, il canto d’un uccello;
o il vento che tra gli alberi viaggia
il monte, con il sole, con le stelle
e con vele di nubi, variando
colloqui d’ombre e immagini di luce...

E in aria pende a l’infinito un’eco
di mar che rompa a un’invisibil riva,
o nella valle o dietro il monte.
                                           Ed ora
è questa la tua vita, o madre mia.

(Da "Sonetti e Poemi", Società Editrice Ligure-Apuana, Empoli 1910)





PREGHIERA ALLA MADRE
di Umberto Saba (1883-1957)

Madre che ho fatto
soffrire
(cantava un merlo alla finestra, il giorno
abbassava, sì acuta era la pena
che morte a entrambi io m’invocavo)
                                                     madre
ieri in tomba obliata, oggi rinata
presenza,
che dal fondo dilaga quasi vena
d’acqua, cui dura forza reprimeva,
e una mano le toglie abile o incauta
l’impedimento;
presaga gioia io sento
il tuo ritorno, madre mia che ho fatto,
come un buon figlio amoroso, soffrire.

Pacificata in me ripeti antichi
moniti vani. E il tuo soggiorno un verde
giardino io penso, ove con te riprendere
può a conversare l’anima fanciulla,
inebbriarsi del tuo mesto viso,
sì che l’ali vi perda come al lume
una farfalla. È un sogno,
un mesto sogno; ed io lo so. Ma giungere
vorrei dove sei giunta, entrare dove
tu sei entrata
                    - ho tanta
gioia e tanta stanchezza! -
                                      farmi, o madre,
come una macchia dalla terra nata,
che in sé la terra riassorbe ed annulla.

(Da "Tre composizioni", Treves-Treccani-Tumminelli, Milano-Roma 1933)





16 SETTEMBRE 1943
di Leonardo Sinisgalli (1908-1981)

Mia madre diceva 16 settembre,
poco prima di morire sulla mezzanotte,
che una pulce la pungeva sulla schiena
una pulce pesante come un cavallo.
Una zampa oscura la premeva sul letto.
Mia madre doveva sudare per resistere,
e spirare bocconi, senza aver trovato la forza
di dire una preghiera.

Sono tornati i fiori sulla loggia,
più nessuno li ha innaffiati.
Hanno rimesso i ferri ai puledri
e i giorni si sono consumati.
La brutta bestia miagola ancora
tra le crepe della vecchia casa.

Una sera del mese di agosto
noi stavamo sul terrazzo
a guardare in cielo l’immenso vespaio.
Il vento di agosto che distoglie la pula
dal grano e dà l’ebbrezza ai trebbiatori
incappucciati sulle aie,
e fa splendere le pale sulla paglia,
schiariva ai nostri occhi la speranza
di una pace sudata. Mio padre
si addormentò sulla sedia
al soffio di quell’aria serena.
Mia madre parlò a me che fumavo:
«L’acqua torbida» disse «scorre avanti
all’acqua sincera, il fiume
trascina la verità».

Nasce ogni sera dalle crepe dei muri
il canto della bestia che non si è addomesticata.
Gufo o donnola, civetta o faina,
mezzo mammifero, mezzo uccello,
stermina le galline, lacera le lenzuola nelle casse.
Non è gatto, non è gallo, è demone
che si nasconde nei solai,
che vuole il fumo la penombra i calcinacci,
e ha ribrezzo delle foglie;
animale legato alle pieghe dei panni,
all’odore dei morti.

Mio padre siede a mattutino
sulla pietra del focolare.
La gente va e viene con le bottiglie
nascoste negli scialli a cercare aceto
per combattere l’afta.
Le donne parlano dei porci
alle vicine, dei porci puliti come cani
e allevati sotto i letti.
Epidemie di buoi di pecore di galline.
Sono i segni della fine?
Li enumerano le donne
che si sono sedute sulle fascine
attorno al fuoco a commemorare mia madre.

(Da "I nuovi Campi Elisi", Mondadori, Milano 1947)





LA MADRE
di Giuseppe Ungaretti (1888-1970)

E il cuore quando d’un ultimo battito
Avrà fatto cadere il muro d’ombra,
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua di fronte all’Eterno,
Come già ti vedevo
Quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
E avrai negli occhi un rapido sospiro.

(Da "Sentimento del Tempo", Vallecchi, Firenze 1933)





QUELLA NOTTE...
di Diego Valeri (1887-1976)

Quella notte, sperduto per l'aria,
su l'immensa città sconosciuta,
c'era un povero pensiero che errava,
che cercava, che cercava il mio cuore;
ma non sapeva dove,
non sapeva dove...

C'era un grido di donna, affiochito,
soffocato dal pianto, smarrito;
un tuo grido - il tuo ultimo, mamma -
che chiamava, chiamava il mio nome...
Ma io non l'ho sentito,
io non l'ho sentito.

(Da "Umana", Taddei, Ferrara 1916)





GRIDO ALLA MADRE
di Giorgio Vigolo (1894-1983)

Madre, mia madre
dove sei nel lontano?
dove ti sei perduta dopo la morte,
che più non mi mandi la tua immagine,
e deserti sono i miei sogni,
ma meno della mia vita?
Io sto quaggiù lo vedi in quale pericolo:
strani mostri mi fanno le cacce,
girano intorno intorno alla poca rupe.

 Madre, se esisti ancora
in qualche punto dell'universo
nata alla bontà indivisa
da cui ti staccasti nel nascere,
fammi sentire
diminuita la mia solitudine,
schiariscimi gli occhi,
che io giunga a rivederti
nell'alto del tuo sereno,

 e smetta di scorgere
al tuo posto le ambigue
larve che ti nascondono
al figlio.


(Da "La luce ricorda", Mondadori, Milano 1967)



Giovanni Segantini, "L'angelo della vita"
(da https://commons.wikimedia.org/wiki/File%3AEngel_des_Lebens_1894.jpg)

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