martedì 21 giugno 2016

La solitudine in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

Se nell'Ottocento il malessere causato dalla solitudine trovava conforto in dolci malinconie, nel Novecento l'essere umano solo prova soltanto spiacevoli sensazioni e non riesce a percepire vie di fuga, consolazioni o giustificazioni tali da alleviare il proprio dolore. Un grande poeta quale fu Salvatore Quasimodo riuscì, in soli tre versi, ad esprimere perfettamente la condizione esistenziale dell'uomo moderno, affetto da una solitudine cronica causata dal tipo di società in cui è costretto a vivere, dominata dal capitalismo: Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera. E che dire del primo secolo del secondo millennio? Ai posteri l'ardua sentenza.




SOLITUDINE
di Attilio Bertolucci (1911-2000)

Io sono solo
Il fiume è grande e canta
Chi c’è di là?
Pesto gramigne bruciacchiate.

Tutte le ore sono uguali
Per chi cammina
Senza perché
Presso l’acqua che canta.

Non una barca
Solca i flutti grigi
Che come giganti placati
Passano davanti ai miei occhi
Cantando.

Nessuno.

(Da "Sirio", Minardi, Parma 1929)





MEDITAZIONE
di Gustavo Botta (1880-1948)

Ahi!, cieca solitudine terrena!
Ciascun vi è solo con il suo dolore
sempiterno ed alcuna gioia effimera.
Anche il poeta: armonioso spirito
che, sperso tra le genti mute, parla
e in questa cupa notte accende stelle.

(Da "Alcuni scritti", Ariel, Milano 1952)





CONDIZIONE
di Giorgio Caproni (1912-1990)

Un uomo solo,
chiuso nella sua stanza.
Con tutte le sue ragioni
tutti i suoi torti.
Solo in una stanza vuota,
A parlare. Ai morti.

(Da "Poesie 1932-1986", Garzanti, Milano 1989)





SOLITUDINE
di Alfonso Gatto (1909-1976)

Sogno di fioca riva: cielo sorto
dal trapelato amore dell'estreme
solitudini chiuse in uno smorto
lume tranquillo. Ed il silenzio teme

di muover foglie, in alito persuaso
nel declivio già molle del profondo.
Ora s'adagia nell'oblio, nel caso
d'una felicità remota, il mondo.

Dimenticato mi rivela il vento:
addormentato sul mio corpo stretto,
penetro in rami di freschezza il lento
approssimarsi rigido del petto.

Tutta la terra è nel presagio attento
del mio silenzio, in un idillio puro:
sogno di morte estatica, convento
di selve trattenute lungo il muro.

(Da "Poesie 1929-1941", Mondadori, Milano 1961)





ASPETTI DELLA SOLITUDINE
di Aleardo Kutufà d'Atene (?-?)

Persiane chiuse
vicoletti morti,
chiostri deserti
giardini addormentati,
pianoforti
strimpellati
da mani di fanciulle
malate di clorosi,
mattini inerti,
meriggi silenziosi;
nel tempo d'estate
pallide tende alzate
su le facciate infrante;
qualche raro passante;
sui palagi e su le chiese
zone accese
di luce di vario colore,
zone violacee d'ombra,
vapore
saliente
che il dileguar de l'ore
sposta lentamente.
Languore
provinciale
dell'aria dolente,
quiete domenicale
delle vie silenziose!
Quanta dolce mestizia
esalano le cose!
Spiar l'ombre dell'ore
su le meridiane,
ascoltar le maliose
elegie delle campane,
veder salire in cielo
nuvole lontane
e vederle vanire
tra amori di silenzio!
Sentirsi
come in esilio,
nel lentissimo giorno!
Guardarsi d'intorno
per essere più solo.
E sentirsi nel duolo
perire
di languore
rimpiangendo l'amore,
la giovinezza, la fede,
tutto ciò che fu invano
e che la vita
ha distrutto.

(Dall'antologia "L'Adunata della poesia", Editoriale Italiana Contemporanea, Arezzo 1929)





 L'UOMO COL CANE
di Francesco Pastonchi (1874-1953)

Ogni sera, quando rincaso,
lo incontro. È un signore
molto lindo,
in perpetuo lutto,
solo, con un cane
color tamarindo sbiadito.
Ha un viso distrutto,
indefinibile, sliso,
vuotato di sguardo,
con un immoto sorriso,
come domandasse scusa
all'aria
d'ingombrarla con la sua persona,
delusa.
Non fosse così persuaso
di essere nulla,
si direbbe ch'è un servitore
di riguardo
che meni ai quieti divaghi
il cane della vecchia padrona.
Ma lui non è che il suo cane.
Non è nemmeno più stanco:
questa vita bella
non può fargli più male.
È il cane che lo fa camminare,
lo tira con la cordicella,
un poco di fianco,
dall'orlo del marciapiede,
come si tira da riva
una zattera lungo un canale.
Lui non guarda, non vede:
vive come niente viva
al di là del suo cane
color tamarindo sbiadito.
Gli occhi non c'è caso che li alzi:
passi lieve una fanciulla
bellissima in un nimbo d'odore,
o passi fragoroso un traino,
sempre li tiene bassi:
come uno che appena s'appaghi
a le briciole del convito.
Per lui non c'è più cose nuove.
Curvo, come sotto uno zaino,
muove le sue gambe flosce:
i suoi piedi paiono scalzi
come i piedi dei morti
che non fanno rumore.
Ho chiesto a tutti i vicini:
nessuno lo conosce.
Certo è di un altro quartiere,
e vien qui a passeggiare
questa via solitaria
tutta villette e giardini
pieni di uccelli.
C'è tanto riposo
dalla città furibonda,
e il cane ha tanti cancelli
da odorare.
Vorrei fermarlo, e non oso.
Un giorno, che mi son mosso
risoluto a sapere
chi fosse, è svanito
(ma dove? ma dove?).
Vorrei parlargli, e non posso.
Ho terrore che sia...
ho terrore che mi risponda
con la voce mia.

(Da "I versetti", Mondadori, Milano 1931)





LAVORARE STANCA
di Cesare Pavese (1908-1950)

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest'uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.

                     Ci sono d'estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest'uomo, che giunge
per un viale d'inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c'è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita.

Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s'incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c'è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest'uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.

 (Da "Lavorare stanca", Einaudi, Torino 1943)





SOLITUDINI
di Salvatore Quasimodo (1901-1968)

Una sera nebbia, vento,
mi pensai solo: io e il buio.

Né donne, e quella
che sola poteva donarmi
senza prendere che altro silenzio,
era già senza viso
come ogni cosa ch'è morta
e non si può ricomporre.

Lontana la casa, ogni casa
che ha lumi di veglia
e spole che picchiano all’alba
quadrelli di rozzi tinelli.

Da allora
ascolto canzoni di ultima volta.
Qualcuno è tornato, è partito distratto
lasciandomi occhi di bimbi stranieri,
alberi morti su prode di strade
che non m’è dato d’amare.

(Da "Acque e terre", Ediz. di «Solaria», Firenze 1930)


  


LAOCOONTE
di Giorgio Vigolo (1894-1983)

La peggio solitudine dipende
da un amore smodato di sé.
Sei così solo perché dentro sempre
un amico geloso hai che non vuole
vicino altro compagno,
ma esserti, lui solo, il solo amico,
ed è questa metà non divisibile
che in mille divieti ci lega.

La sua furente gelosia ci addensa
una nuvola intorno
di paure, di ambasce
appena un'altra compagnia ci attira.
Subito lui si sente
tradito, come serpe
ci stringe intorno al collo la sua spira.

(Da "I fantasmi di pietra", Mondadori, Milano 1977)





AMARA SOLITUDINE
di Giuseppe Villaroel (1889-1968)

Amara solitudine, la vita
trascorre inutilmente. E questa folla
mi trascina per le vecchie strade.
Così sospinge a galla il mare un naufrago.
Anche tu sei scomparso, amore. E il tempo
cancellò la tua bocca e il tuo sorriso.
Arido cuore senza pace. E pure,
se dal giardino della villa antica,
ove sostammo nelle notti estive
smemorati dai baci e dalle lacrime,
si leva il vento e porta la tua voce
tra le foglie e i ricami della luna,
il sangue mi si scioglie; e il canto fermo
dei grilli a valle e il sonno dei cipressi
oh, come tristi tornano al pensiero!
Nebbia che scende lenta alle pianure
quando arriva l'autunno e il sole è spento.


(Da "Quasi vento d'aprile", Mondadori, Milano 1956)




Edvard Munch, "Despair"

4 commenti:

  1. Sono una piu'bella dell'altra. Credo si debbano udire leggerdole ad alta voce.

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    1. Credo anch'io, purché siano lette in modo adeguato.

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  2. Io ho tenuto letture pubbliche in diverse occasioni, ma diversi anni fa.

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    1. Bene, chi ha recitato poesie in pubblico, anche se in tempi non recenti, sa quanto sia importante saper interpretare le parole di un determinato poeta. Devo dire che, in questo campo, l'Italia ha avuto ed ha interpreti veramente bravi; per citarne solo alcuni ricordo Vittorio Gassman, Arnoldo Foà, Nando Gazzolo, Carmelo Bene, Anna Proclemer, Giorgio Albertazzi, Vittorio Sermonti e Pamela Villoresi.

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