mercoledì 15 giugno 2016

La solitudine in 10 poesie di 10 poeti italiani del XIX secolo

La solitudine, rispetto alla misantropia, è un sentimento più dolente; se il misantropo va alla ricerca della solitudine perché infastidito dall'umanità, il solo o solitario si ritrova in tale condizione senza volerlo: perché respinto, per qualche motivo, da tutti, oppure perché incapace di trovare almeno una persona che possa soddisfare le sue esigenze, con cui possa trovare un minimo di accordo e di complicità. Da qui nasce il dolore dell'uomo e della donna che si sentono soli, ma questo tormento a volte si stempera in dolce malinconia o in compiaciuto vittimismo. Ecco allora dieci poesie di dieci poeti italiani, scritte e pubblicate durante il XIX secolo (fa eccezione quella del Camerana, che comunque porta la data del 1885), in cui vengono esternati questi sentimenti di sofferenza; a volte essi sono autobiografici, a volte no, ma comunque ritengo che tutti quelli riportati di seguito siano dei versi di buon valore, degni di essere letti e riletti da anime sensibili, come certo saranno tutte quelle che si soffermeranno su questo post.




SOLITUDINE
di Bruna (pseud. di Laura Clementina Maiocchi, 1866-1945)

Ho pianto molto; ora una pace blanda,
quasi mortale, scende sul mio core.
Parmi di camminare in una landa
vasta, silenzïosa, senza un fiore.

Ma dove, dove, vado? che mai spero
così sola e dolente ne l'intenso
silenzio? Nulla so del gran mistero
che mi circonda, ed altro più non penso.

Il mio pensiero, ch'è dolore, tace;
pietoso tace perchè molto ho pianto:
io vo, come dormendo, in questa pace.
Ed è il mio core un ermo campo santo.

(Da "In solitudine", Cappelli, Rocca S. Casciano, 1898)





LA NERA SOLITUDINE
di Giovanni Camerana (1845-1905)

La nera solitudine alla nera
solitudine;- il sogno alto al profondo
pensier;- la sera che è triste, alla sera
che piange; - al mondo infranto, il bieco mondo.

(Da "Versi", Streglio, Torino 1907)





LA BUONA VOCE
di Gabriele D'Annunzio (1863-1938)

Sei solo. D'altro più non ti sovviene.
E d'altro più non ti sovvenga mai!
Sul tuo cuore fluisca l'oblìo lene.

Ti sien dolci questi umili sentieri.
Ancóra qualche rosa è ne' rosai.
Sarà domani quel che non fu ieri.

Domani prenderà novo coraggio
e nova forza l'anima che teme.
A la prima rugiada, al primo raggio
non s'alza l'erba che il tuo piede preme?

(Da "Poema paradisiaco", Treves, Milano 1893)





LA VITA SOLITARIA
di Giacomo Leopardi (1798-1837)

La mattutina pioggia, allor che l'ale
Battendo esulta nella chiusa stanza
La gallinella, ed al balcon s'affaccia
L'abitator de' campi, e il Sol che nasce
I suoi tremuli rai fra le cadenti
Stille saetta, alla capanna mia
Dolcemente picchiando, mi risveglia;
E sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo
Degli augelli susurro, e l'aura fresca,
E le ridenti piagge benedico:
Poiché voi, cittadine infauste mura,
Vidi e conobbi assai, là dove segue
Odio al dolor compagno; e doloroso
Io vivo, e tal morrò, deh tosto! Alcuna
Benché scarsa pietà pur mi dimostra
Natura in questi lochi, un giorno oh quanto
Verso me più cortese! E tu pur volgi
Dai miseri lo sguardo; e tu, sdegnando
Le sciagure e gli affanni, alla reina
Felicità servi, o natura. In cielo,
In terra amico agl'infelici alcuno
  E rifugio non resta altro che il ferro.
Talor m'assido in solitaria parte,
Sovra un rialto, al margine d'un lago
Di taciturne piante incoronato.
Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,
La sua tranquilla imago il Sol dipinge,
Ed erba o foglia non si crolla al vento,
E non onda incresparsi, e non cicala
Strider, né batter penna augello in ramo,
Né farfalla ronzar, né voce o moto
Da presso né da lunge odi né vedi.
Tien quelle rive altissima quiete;
Ond'io quasi me stesso e il mondo obblio
Sedendo immoto; e già mi par che sciolte
Giaccian le membra mie, né spirto o senso
Più le commova, e lor quiete antica
  Co' silenzi del loco si confonda.
Amore, amore, assai lungi volasti
Dal petto mio, che fu sì caldo un giorno,
Anzi rovente. Con sua fredda mano
Lo strinse la sciaura, e in ghiaccio è volto
Nel fior degli anni. Mi sovvien del tempo
Che mi scendesti in seno. Era quel dolce
E irrevocabil tempo, allor che s'apre
Al guardo giovanil questa infelice
Scena del mondo, e gli sorride in vista
Di paradiso. Al garzoncello il core
Di vergine speranza e di desio
Balza nel petto; e già s'accinge all'opra
Di questa vita come a danza o gioco
Il misero mortal. Ma non sì tosto,
Amor, di te m'accorsi, e il viver mio
Fortuna avea già rotto, ed a questi occhi
Non altro convenia che il pianger sempre.
Pur se talvolta per le piagge apriche,
Su la tacita aurora o quando al sole
Brillano i tetti e i poggi e le campagne,
Scontro di vaga donzelletta il viso;
O qualor nella placida quiete
D'estiva notte, il vagabondo passo
Di rincontro alle ville soffermando,
L'erma terra contemplo, e di fanciulla
Che all'opre di sua man la notte aggiunge
Odo sonar nelle romite stanze
L'arguto canto; a palpitar si move
Questo mio cor di sasso: ahi, ma ritorna
Tosto al ferreo sopor; ch'è fatto estrano
  Ogni moto soave al petto mio.
O cara luna, al cui tranquillo raggio
Danzan le lepri nelle selve; e duolsi
Alla mattina il cacciator, che trova
L'orme intricate e false, e dai covili
Error vario lo svia; salve, o benigna
Delle notti reina. Infesto scende
Il raggio tuo fra macchie e balze o dentro
A deserti edifici, in su l'acciaro
Del pallido ladron ch'a teso orecchio
Il fragor delle rote e de' cavalli
Da lungi osserva o il calpestio de' piedi
Su la tacita via; poscia improvviso
Col suon dell'armi e con la rauca voce
E col funereo ceffo il core agghiaccia
Al passegger, cui semivivo e nudo
Lascia in breve tra' sassi. Infesto occorre
Per le contrade cittadine il bianco
Tuo lume al drudo vil, che degli alberghi
Va radendo le mura e la secreta
Ombra seguendo, e resta, e si spaura
Delle ardenti lucerne e degli aperti
Balconi. Infesto alle malvage menti,
A me sempre benigno il tuo cospetto
Sarà per queste piagge, ove non altro
Che lieti colli e spaziosi campi
M'apri alla vista. Ed ancor io soleva,
Bench'innocente io fossi, il tuo vezzoso
Raggio accusar negli abitati lochi,
Quand'ei m'offriva al guardo umano, e quando
Scopriva umani aspetti al guardo mio.
Or sempre loderollo, o ch'io ti miri
Veleggiar tra le nubi, o che serena
Dominatrice dell'etereo campo,
Questa flebil riguardi umana sede.
Me spesso rivedrai solingo e muto
Errar pe' boschi e per le verdi rive,
O seder sovra l'erbe, assai contento
Se core e lena a sospirar m'avanza.

(Da "Canti", Le Monnier, Firenze 1860)





NEBBIE
di Ada Negri (1870-1944)

Soffro. — Lontan lontano
Le nebbie sonnolente
Salgono dal tacente
              Piano.

Alto gracchiando, i corvi,
Fidati all'ali nere,
Traversan le brughiere
              Torvi.

Dell'aere ai morsi crudi
Gli addolorati tronchi
Offron, pregando, i bronchi
              Nudi.

Come ho freddo! Son sola;
Pel grigio ciel sospinto
Un gemito d'estinto
              Vola;

E mi ripete: Vieni,
È buia la vallata.
O triste, o disamata.
              Vieni!...

(Da "Fatalità", Treves, Milano 1892)





AL FUOCO
di Giovanni Pascoli (1855-1912)

Dorme il vecchio avanti i ciocchi.
Sogna un nuvolo di bimbi,
che cinguetta. Il ceppo al foco
            russa roco.


Dorme anch’esso. A tutti i nocchi
sogna grappoli e corimbi.
Rosei pendono nell’aria
            solitaria.

Bianchi i bimbi tra il fogliame,
su su, a quel roseo sorriso
vanno. Il ceppo occhi di brace
            apre, e tace.

Ecco pendulo lo sciame
dal grande albero improvviso,
su su. Il vecchio nel cor teme,
            guarda e geme.

Ogni bimbo al suo fiore alza
la mano e... scivola e va.
Sbarra il ceppo la pupilla:
            crocchia e brilla.

E il vegliardo, al crocchiar, balza
nella rotta oscurità.
Gira lento gli occhi. Solo!
            solo! solo!

(Da "Myricae", Giusti, Livorno 1894)





ISOLAMENTO
di Giovanni Prati (1815-1884)

Amo il fiore se, germina soletto,
Più che se adorna di mill'altri il suolo;
Amo il ruscello, che per picciol letto
Passa ne'campi, e l'uccellin che il volo

Muta per poche fronde, e fuor del petto,
Versa cantando qualche antico duolo;
Ed amo l'astro che nell'aer schietto
Senz'altra compagnia brilla nel polo.

Amo la nuvoletta, che si tinge
d'una languida porpora, e non posa
Per l'ignoto desio che la sospinge;

Mi prende amor d'ogni isolata cosa,
Perché l'anima mia vi si dipinge
Isolata in eterno e dolorosa.

(Da "Memorie e lacrime", Marietti, Torino 1844)





IL TRENO HA FISCHIATO...
di Giacinto Ricci Signorini (1861-1893)

Il treno ha fischiato: fremendo
Sotto l'ampia sonora tettoia
S'arresta; di un balzo discendo,
E mi canta nel cuore la gioia.

Veloce mi volgo all'uscita,
Guardo: dietro i cancelli lucenti
Mi aspetti con ansia infinita,
E mi accenni dagli occhi ridenti.

Così m'era dolce l'arrivo
Nel passato: nessuno ora viene
Che mi attenda all'uscita giulivo,
Che mi baci e mi dica: Stai bene?

Cammino tra il chiasso a rilento,
Ma non odo il tuo riso giocondo:
Ho voglia di pianger: mi sento
Tanto solo e perduto nel mondo.

(Da "Thanatos", Società coop. per l'arte tipografica, Cesena 1892)





OH PICCOLO UCCELLO DAGLI OCCHI NERI...
di Igino Ugo Tarchetti (1839-1869)

Oh piccolo uccello dagli occhi neri; tu vai accarezzando colle ali le onde dell’Oceano, e canti lietamente la tua canzone nella solitudine. Entrambi siamo soli ed abbandonati in questo deserto; una profonda quiete domina sulla natura, ma questo silenzio non influisce sul mio cuore. Esso batte assai forte, o piccolo uccello dagli occhi neri.

Io vengo quivi a versare le mie lagrime , e a nascondere agli uomini il rossore della mia debolezza. - Amare senza essere amato, - desideri inesauditi - sogni vani e impotenti, e giovinezza senza speranze. Io canto i fiori recisi dalla mia primavera, e tu canti lietamente la tua canzone, o piccolo uccello dagli occhi neri.

Vorrei che una barca sul mare, e la mia fanciulla tra le braccia, e un ultimo addio alla mia terra natale. Forse, ed allora mi sembrerebbe meno desolata la vita. Ma ohimè! nessun conforto io posso attendermi dagli uomini, se i miei lamenti non valgono pure ad interrompere la tua canzone, o piccolo uccello dagli occhi neri.

Sí canta lietamente, o piccolo uccello, uccello felice delle montagne. Io vorrei teco dividere il mio destino. Vorrei io pure avere le ali, per vivere lontano dalla terra, e la tua incostanza per non amare, e la brevità della tua vita per piangere di meno. Ma addio, tu mi hai fatto sentire la tua canzone sopra la riva del mare, e una grande tempesta hai suscitata nel mio cuore, o piccolo uccello dagli occhi neri.

(Da "Disjecta", Zanichelli, Bologna 1879)





SPLEEN
di Remigio Zena (pseud. di Gaspare Invrea, 1850-1917)

Vibra, o sol della poesia,
Vibra un raggio d'armonia
Sulla negra anima mia.

Della noia tra le lotte
La caligine m'inghiotte
D'un'opaca mezzanotte.

Nel chiarore vacillante
Della lampa agonizzante
Son qui solo brancolante

E alla Musa mia sorella
Chiedo invan la strofa bella,
Ma la Musa si ribella,

Non discende a darmi aiuto,
La sua man sdegna il lïuto,
E il suo labbro resta muto.

Altra musica non sento
Che la musica del vento
In risposta al mio lamento.

Privi che l'ultimo sbadiglio
Mandi il lume, in questo esiglio
Entra tu, sole vermiglio.

Vibra un raggio d'armonia,
Santo sol della poesia,
Sulla negra anima mia.


(Da "Poesie grigie", Tip. del r. I. de' sordo-muti, Genova 1880)



William-Adolphe Bouguereau, "Seule au monde"

4 commenti:

  1. A leggere Leopardi sembrerebbe che il vero misantropo non è colui che si isola dal mondo, ma chi invece vive tra gli uomini. Infatti così scriveva:"Chi pratica poco cogli uomini, difficilmente è misantropo. I veri misantropi non si trovano nella solitudine, si trovano nel mondo. Lodan quella, sí bene; ma vivono in questo. E se un che sia tale si ritira dal mondo, perde la misantropia nella solitudine".

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    1. Pensiero originale e forse veritiero. Forse, chi ha in dispregio l'umanità, non è detto che viva lontano da essa. Tutt'altra cosa è invece colui che ama la solitudine ma non per questo odia l'umanità. Grazie per aver ricordato questo interessante concetto leopardiano.

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  2. Apprezzo molto la dimensione della solitudine": il verso di D'Annunzio sui rosai e'impagabile.

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    1. Sì, molte poesie della raccolta da cui è tratta la poesia di D'Annunzio: "Poema paradisiaco", posseggono versi indimenticabili. In tempi molto brevi pubblicherò un altro post sulla solitudine, relativo però alla poesia italiana novecentesca.

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