domenica 30 marzo 2025

Antologie: "Dopo la lirica"

 

Dopo la lirica (sottotitolo: Poeti italiani 1960-2000), è il titolo di un’antologia poetica curata da Enrico Testa e pubblicata dall’editore Einaudi di Torino nel 2005. In questo volume di 436 pagine, vengono selezionati versi di 43 poeti in lingua italiana o dialettale (ci sono anche poesie in latino). Si comincia con Vittorio Sereni e si finisce con Antonella Anedda. Per i poeti più anziani, e soprattutto per coloro che nacquero tra il secondo ed il terzo decennio del Novecento, non vengono considerate le raccolte giovanili; il motivo è spiegato dal curatore nell’Introduzione all’antologia, che occupa le prime 33 pagine del libro; anche nello scritto che è presente sul piatto posteriore dello stesso (che riporto di seguito), seppure brevemente, viene chiarito il perché di codeste esclusioni:

 

La vera frattura nella poesia italiana del Novecento avviene negli anni Sessanta. Per questo Enrico Testa fa partire la sua antologia con Gli strumenti umani di Sereni e il Congedo del viaggiatore cerimonioso si Caproni, entrambi del 1965. Da allora non sarà più come prima. Pur nella grande varietà delle esperienze individuali che arrivano quasi fino ai giorni nostri, ci sono alcuni punti di rilievo che tengono insieme un’intera stagione poetica. E sono l’ingresso e la stabilizzazione di un linguaggio fortemente parlato; la perdita di centralità del soggetto poetante; il rapporto con le grandi questioni del pensiero, e in particolare con il nichilismo nelle sue varie espressioni; la presenza di motivi e strutture antropologiche: scomparsi che ritornano, visioni arcaiche dell’essere, animismo della natura, oggetti e realtà che guardano e interrogano.

Quella di Enrico Testa è un’antologia basata su una forte interpretazione storico-critica, che disegna un nuovo panorama degli ultimi cinquant’anni di poesia italiana.


 Ovviamente, per motivi opposti, ad essere penalizzati sono anche i poeti delle generazioni più giovani, dei quali vengono considerate soltanto le prime raccolte. Ma, a parte questi discorsi, per forza di cose nell’antologia si notano delle assenze anche importanti. Infatti qui non figurano i versi di poeti d’indubbio talento e portatori di innovazioni fondamentali che rientrano pienamente nel periodo temporale che viene analizzato (potrei citare i soli nomi di Bartolo Cattafi e Claudio Damiani); ciò nonostante, il lavoro del curatore va senz’altro elogiato, poiché si presenta come un’accurata opera antologica, molto utile a chi volesse approfondire lo studio della migliore poesia italiana del secondo Novecento. Ottime sono anche le presentazioni dei poeti che anticipano la selezione dei loro versi, e la Nota bibliografica posta alla conclusione del volume, che permette, a chi lo voglia, di conoscere e reperire gran parte delle opere in versi dei poeti ivi compresi. A proposito di quest’ultimi, chiudo il post con l’elenco dei loro nomi.

 

 


DOPO LA LIRICA

POETI ITALIANI 1960-2000

 

Vittorio Sereni, Giorgio Caproni, Mario Luzi, Attilio Bertolucci, Franco Fortini, Andrea Zanzotto, Paolo Volponi, Luciano Erba, Giorgio Orelli, Edoardo Cacciatore, Giovanni Giudici, Angelo Maria Ripellino, Elio Pagliarani, Edoardo Sanguineti, Antonio Porta, Amelia Rosselli, Giovanni Raboni, Franco Loi, Raffaello Baldini, Dario Bellezza, Maurizio Cucchi, Cesare Viviani, Giuseppe Conte, Gianfranco Ciabatti, Patrizia Cavalli, Milo De Angelis, Roberto Carifi, Alda Merini, Cosimo Ortesta, Franco Scataglini, Gianni D’Elia, Patrizia Valduga, Tiziano Rossi, Valerio Magrelli, Ferruccio Benzoni, Michele Ranchetti, Eugenio De Signoribus, Michele Sovente, Gabriele Frasca, Fabio Pusterla, Antonella Anedda.

domenica 23 marzo 2025

Poeti dimenticati: Alessandro Varaldo

 Nacque a Ventimiglia nel 1876 e morì a Roma nel 1953. Giornalista, critico, commediografo e poeta, fu collaboratore del Corriere Mercantile, della Gazzetta del Popolo e del Messaggero. In gioventù frequentò un cenacolo genovese di poeti come Alessandro Giribaldi e Mario Malfettani, che avevano quale obiettivo, trasportare in Italia la corrente simbolista nata alcuni anni prima in Francia; da tali esperimenti il Varaldo si allontanò ben presto, passando ad una lirica più meditativa e romantica. Intorno ai trent'anni abbandonò la poesia per dedicarsi con discreto successo di pubblico, alla produzione di testi teatrali e romanzeschi.


Alessandro Varaldo



Opere poetiche


"Il 1° libro dei trittici" (con Alessandro Giribaldi e Mario Malfettani), Tip. Gibelli, Bordighera, 1897.

"Marine liguri", Aliprandi, Milano 1898.

"Romanze e notturni", Libreria Editrice Nazionale, Milano 1904.



Presenze in antologie


"Dal simbolismo al déco", a cura di Glauco Viazzi, Einaudi, Torino 1981, pp. 105-110.

"Poeti simbolisti e liberty in Italia", a cura di Glauco Viazzi e Vanni Scheiwiller, volume secondo, Scheiwiller, Milano 1971, p. 127 e 277. 

"Poeti simbolisti e liberty in Italia", a cura di Glauco Viazzi e Vanni Scheiwiller, volume terzo, Scheiwiller, Milano 1972, p. 286, 289, 292 e 295. 



Testi


LA STATUA CORONATA DI ROSE


Ride forse la strada arida al sole

nel giugno, bianca sotto il cielo bianco?

Un pellegrino curva il capo stanco

sotto l'arsura ed à buone parole.


Una Statua sorge fra le aiole

fiorite, bianca sotto il cielo bianco,

e tutto intorno si dilegua un branco

di pecore in pastura umili al sole.


Una statua splendida di dea

da le perfette forme virginali

in un atto pudico: una ghirlanda


di Rose è al capo de la Rosa théa.

Il pellegrino sosta e par su l'ali

secure i metri in alto gesto spanda.


(da "Il 1° libro dei trittici", Tip. Gibelli, Bordighera 1897, p. 37)





NON PI RICORDI. TUTTA LA RIVIERA


                                                                             Ore 18.

Non più ricordi. Tutta la riviera

fantastica ne l'ombra fugge via

col crepuscolo pallido. Una pia

campana suona ne la dolce sera.


È forse il canto de la capinera

questo? O non forse su la nostalgia

scende con questa piana melodia

la pace adesso che col giorno annera


ne l'aere tutta la memoria, tutta

la mia triste memoria? Oh forse vive

qualche parte de l'anima distrutta,


qualche brandello del muto cor ferito

a morte, qualche cosa che sorvive

a la morte e si slancia a l'infinito?


(da "Marine liguri", Aliprandi, Milano 1898, p. 57)





ROMANZA


È un giorno velato che aduna

la nebbia grigiastra sui monti.

Dolci albe rosate, sanguigni tramonti

sul mar di Liguria, serate di luna!


Ma triste ma pallida sei

memoria del mare sognato

dinnanzi al fulgore del giorno velato

che splende sorride sfavilla per Lei.


(da "Romanze e notturni", Libreria Editrice Nazionale, Milano 1904, p. 38)

domenica 16 marzo 2025

"Canti di Castelvecchio" di Giovanni Pascoli

 

Sfogliando i Canti di Castelvecchio, ovvero una delle raccolte poetiche più famose e più riuscite di Giovanni Pascoli (San Mauro di Romagna 1855 - Bologna 1912), è facile scoprire che queste pagine contengono un numero non indifferente di poesie che studiammo (e forse imparammo a memoria) sui banchi di scuola. Insieme a Myricae, ovvero alla raccolta d’esordio del poeta emiliano, i Canti rappresentano il punto più alto della lirica pascoliana. Non tutti, in verità, la pensano in tal modo: critici famosi del passato e del presente, ritengono che questa opera sia da considerare un sottoprodotto di Myricae. Ci sono, però, altrettanti critici e, penso, un grandissimo numero di lettori, che reputano i Canti, se non la migliore raccolta del Pascoli, allo stesso livello delle Myricae. Uno di questi è Mario Pazzaglia (1925-2017), curatore di una vecchia antologia scolastica di cui ho parlato in un recente post, dalla quale ho estratto un frammento, che a mio avviso ben spiega il contenuto di questo libro e, sinteticamente, coglie gli aspetti più significativi della migliore poesia di Giovanni Pascoli.

 

La «situazione» tipica della poesia pascoliana è quella del poeta solitario, immerse nella campagna vasta e silenziosa e inteso non a confessare il proprio io, ma ad esprimere i palpiti arcani, le rivelazioni delle cose e l’ombra che le prolunga in una distanza indefinita, le illuminazioni che gli giungono dall’ignoto; oppure quella del poeta sperduto nell’immensità degli spazi cosmici, con un senso sgomento di vertigine davanti all’essenza indecifrabile dell’universo. Il paesaggio, comunque, è sempre il protagonista della lirica pascoliana. L’anima del poeta sembra calata nelle cose, intenta a coglierne il sorriso e la lacrima, la vita arcana, anche se, in realtà, è essa a proiettare nel paesaggio la sua perplessità smarrita, il senso d’una continua presenza della morte nella vita, il suo sentimento dolente ma anche la sua ansia dell’ignoto.¹

 

Canti di Castelvecchio uscì, per la prima volta, nel 1903, presso l’editore Zanichelli di Bologna; seguirono altre edizioni accresciute, fino alla settima ed ultima, curata dalla sorella del poeta: Maria Pascoli, che fu pubblicata postuma, nel 1914. Queste notizie le ho attinte dall’edizione critica da me posseduta, la cui quarta edizione uscì nel 1993 presso la Rizzoli di Milano; qui, nell’ottima introduzione di Giuseppe Nava, è possibile scoprire quali furono i poeti che Pascoli tenne maggiormente presenti per la genesi della sua opera poetica (Omero, Leopardi, Manzoni, Longfellow, Hugo, Shelley, Poe e altri ancora). Da questo volume ho trascritto tre fra le poesie più conosciute e belle dei Canti, con cui chiudo questo post.

 

 

NOTE

1)     Da “Antologia della letteratura italiana”, Zanichelli, Bologna, p. 771.

 

 


 

 

NOTTE D’INVERNO

 

Il Tempo chiamò dalla torre

lontana... Che strepito! E` un treno

là, se non è il fiume che corre.

 

O notte! Né prima io l'udiva,

lo strepito rapido, il pieno

fragore di treno che arriva;

 

sì, quando la voce straniera,

di bronzo, me chiese; sì, quando

mi venne a trovare ov'io era,

   squillando squillando

   nell'oscurità.

 

Il treno s'appressa... Già sento

la querula tromba che geme,

là, se non è l'urlo del vento.

 

E il vento rintrona rimbomba,

rimbomba rintrona, ed insieme

risuona una querula tromba.

 

E un'altra, ed un'altra. - Non essa

m'annunzia che giunge? - io domando.

- Quest'altra! - Ed il treno s'appressa

   tremando tremando

   nell'oscurità.

 

Sei tu che ritorni. Tra poco

ritorni, tu, piccola dama,

sul mostro dagli occhi di fuoco.

 

Hai freddo? paura? C'è un tetto,

c'è un cuore, c'è il cuore che t'ama

qui! Riameremo. T'aspetto.

 

Già il treno rallenta, trabalza,

sta... Mia giovinezza, t'attendo!

Già l'ultimo squillo s'inalza

   gemendo gemendo

   nell'oscurità...

  

È il Tempo lassù dalla torre

mi grida ch'è giorno. Risento

la tromba e la romba che corre.

 

Il giorno è coperto di brume.

Quel flebile suono è del vento,

quel labile tuono è del fiume.

 

il fiume ed è il vento, so bene,

che vengono vengono, intendo,

così come all'anima viene,

   piangendo piangendo,

   ciò che se ne va.

 

(da “Canti di Castelvecchio”, Zanichelli, Bologna 1993, pp. 109-111)

 

 

 

 

LA MIA SERA

 

Il giorno fu pieno di lampi;

ma ora verranno le stelle,

le tacite stelle. Nei campi

c'è un breve gre gre di ranelle.

Le tremule foglie dei pioppi

trascorre una gioia leggiera.

Nel giorno, che lampi! che scoppi!

        Che pace, la sera!

 

Si devono aprire le stelle

nel cielo sì tenero e vivo.

Là, presso le allegre ranelle,

singhiozza monotono un rivo.

Di tutto quel cupo tumulto,

di tutta quell'aspra bufera,

non resta che un dolce singulto

        nell'umida sera.

 

È, quella infinita tempesta,

finita in un rivo canoro.

Dei fulmini fragili restano

cirri di porpora e d'oro.

O stanco dolore, riposa!

La nube nel giorno più nera

fu quella che vedo più rosa

        nell'ultima sera.

 

Che voli di rondini intorno!

che gridi nell'aria serena!

La fame del povero giorno

prolunga la garrula cena.

La parte, sì piccola, i nidi

nel giorno non l'ebbero intera.

Né io... e che voli, che gridi,

        mia limpida sera!

 

Don... Don... E mi dicono, Dormi!

mi cantano, Dormi! sussurrano,

Dormi! bisbigliano, Dormi!

là, voci di tenebra azzurra...

Mi sembrano canti di culla,

che fanno ch'io torni com'era...

sentivo mia madre... poi nulla...

        sul far della sera.

 

(da "Canti di Castelvecchio", Rizzoli, Milano 1993, pp. 287-289)

 

 

 

 

LE RANE

 

Ho visto inondata di rosso

la terra dal fior di trifoglio;

ho visto nel soffice fosso

le siepi di pruno in rigoglio;

e i pioppi a mezz'aria man mano

distendere un penero verde

lunghesso la via che si perde

lontano.

 

Qual è questa via senza fine

che all'alba è sì tremula d'ali?

chi chiamano le canapine

coi lunghi lor gemiti uguali?

Tra i rami giallicci del moro

chi squilla il suo tinnulo invito?

chi svolge dal cielo i gomitoli

d'oro?

 

Io sento gracchiare le rane

dai borri dell'acque piovane

nell'umida serenità.

E fanno nel lume sereno

lo strepere nero d'un treno

che va...

 

Un sufolo suona, un gorgoglio

soave, solingo, senz'eco.

Tra campi di rosso trifoglio,

tra campi di giallo fiengreco,

mi trovo; mi trovo in un piano

che albeggia, tra il verde, di chiese;

mi trovo nel dolce paese

lontano.

 

Per l'aria, mi giungono voci

con una sonorità stanca.

Da siepi, lunghe ombre di croci

si stendono su la via bianca.

Notando nel cielo di rosa

mi arriva un ronzìo di campane,

che dice: Ritorna! Rimane!

Riposa!

 

E sento nel lume sereno

lo strepere nero del treno

che non s'allontana, e che va

cercando, cercando mai sempre

ciò che non è mai, ciò che sempre

sarà...

 

(da "Canti di Castelvecchio”, Rizzoli, Milano 1993, pp.365-373)

 

domenica 9 marzo 2025

La poesia di Libero De Libero

 Lessi per la prima volta alcuni versi di Libero De Libero (Fondi 1903 - Roma 1981) grazie ad un paio di antologie della poesia italiana del XX secolo che, circa trent'anni fa, era facile trovare negli scaffali delle librerie romane. Più complicato fu per me rintracciare almeno una delle raccolte del poeta ciociaro nelle stesse librerie (comprese le più rifornite). Soltanto nel 2011, l'editore Bulzoni di Roma ha pubblicato un volume che contiene l'intera opera poetica di De Libero. 

Un po' tutti i critici più autorevoli inseriscono lo scrittore laziale nel ristretto ambito dell'ermetismo "meridionale", insieme a poeti come Alfonso Gatto, Leonardo Sinisgalli e, soprattutto, Salvatore Quasimodo. Proprio Quasimodo e in parte Ungaretti, furono determinanti nella prima fase poetica di De Libero, che è anche la più importante. Ecco, a tal proposito, cosa scrisse il critico Gianni Pozzi nel famoso saggio La poesia italiana del Novecento:


  La poesia di Libero De Libero tenta di recuperare al linguaggio ermetico, ormai ridotto ad inerte rappresentazione lirico-letteraria, ad una libera ma esteriore combinazione sensibile d'immagini, la forza d'invenzione che i primi ermetici vi avevano cercato quando avevano frantumato con arbitraria risolutezza tutte le giunture sintattiche e grammaticali della lingua costituita per poter procedere più speditamente alla costruzione di un universo poetico originale.

  Certo, di fronte alle ambizioni estreme del Quasimodo di Erato e Apollion, questa poesia ha già perso di slancio e pathos cosmico. Tuttavia è ancora riconoscibile l'intenzione rigorosamente poematica che da Solstizio alle Odi a Proverbi, sovraintende alle continue costruzioni di analogie, relazioni, identità tra psiche e natura.

  Se la psiche, in una sequenza ininterrotta di metamorfosi, diventa natura e il paesaggio si scioglie continuamente in sentimento, non è soltanto perché nel clima di totalità lirica e di immediatezza sensibile dell'epigonismo raffinato del Novecento i confini tra esterno ed interno sono infranti; ma anche perché qui riescono ancora ingenuamente a sopravvivere i termini di una interpretazione naturalistica e cosmica dell'universo, che era poi quella del primo ermetismo, da Ungaretti a Quasimodo¹.


Lo stesso Pozzi si dimostra decisamente più severo, commentando la seconda fase poetica di De Libero:


[...] Sollecitata da una ispirazione ormai fuori stagione, la poesia di De Libero non raggiunge la maturità e il distacco della vera poesia. La struttura e l'intenzione poematica che potevano salvarla dalla esterna immediatezza sensistica e lirica non hanno più nemmeno lo slancio e l'abbandono al mistero della parola che giustificava, nel primo Quasimodo, la gratuità dello sforzo linguistico, la tensione orfica del canto².


La conclusione del critico ha toni nettamente negativi:


  Affidandosi ad una poetica in cui defluivano verso una ormai stanca estenuazione soprannaturale del linguaggio le premesse pstsimboliste di Ungaretti, la poesia di De Libero, ridotta a coltivare l'orticello dei residui analogici e cosmici della «parola», ritenta pateticamente in ritardo una strada che, con Quasimodo, aveva ormai concluso il suo ciclo inventivo³. 


Personalmente non sono d'accordo con quest'ultima conclusione di Pozzi, poiché leggendo i versi di De Libero appartenenti al periodo che va dall'immediato dopoguerra all'ultima raccolta pubblicata, pur riconoscendo che non possono essere equiparati a quelli antecedenti - che quindi rappresentano il miglior periodo del poeta laziale - ho trovato un cospicuo numero di liriche per nulla scadenti, anzi, ve ne sono diverse molto belle. Chiudo riportando quattro poesie di De Libero, tratte dal volume che le comprende tutte: le prime tre appartengono agli anni compresi tra il 1930 ed il 1956; l'ultima invece faceva parte della raccolta Di brace in brace, in cui il poeta radunò i versi scritti e pubblicati tra il 1956 ed il 1970. 


Libero De Libero



FRAMMENTO


Per un'estate continua

la mia ombra ricordo

avida dell'ombra tua.

A lente fiamme

portava il nostro amore

la cicala.

Su te un cielo d'occhi,

insidiosa favola.

Andava in polvere il sole

a fare nubi.


(da "Le poesie", Bulzoni, Roma 2011, p. 275)





MORTO MARE


Ascolto alberi marciare

lontano in preda alla collina

e nell'arena è prigioniero il mare,

morto mare di settembre.

In secco splendore

sabbia e luce si accoppiano,

nel cielo le nubi

imitano il morto mare

e la memoria è di sale.

Qualcuno nel bosco canta,

e me ne andrò nel bosco

a cercare chi canta il morto mare.


(da "Le poesie", Bulzoni, Roma 2011, p. 258)





TU ERI AMORE


Guarda chi sono

nel letto iroso d'insonnia.

Ero il giorno infinito allora,

e l'estate e il campo di luna,

ero l'ulivo d'agosto

quando nella voce pativa la voce.

Alla siepe dormente

tu eri amore.


(da "Le poesie", Bulzoni, Roma 2011, p. 244)





A LUME SPENTO


Non puoi contare i miei capelli,

mi carezzi il viso e tagli non vedi

né segni di cupa forbice e credi

che a schivare il tempo io continui

con salti nel vuoto e lunghi raggiri.

Al tuo piacere non voglio togliere

il caro inganno di parlarmi al buio,

e non dormire prima che sia giorno.


(da "Le poesie", Bulzoni, Roma 2011, p. 106)



NOTE

1) Da: Gianni Pozzi, La poesia italiana del Novecento: Da Gozzano agli Ermetici, Einaudi, Torino 1989, p. 281.

2) Ibidem, p. 285.

3) Ibidem, p. 285.

domenica 2 marzo 2025

L'infanzia in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

 Il bambino non conosce malizia, né falsità e malevolenza: quando parla, dice ciò che sente; se sorride è perché la gioia è dentro di lui. Il bambino ha occhi limpidi, e se ti guarda con insistenza lo fa soltanto per curiosità; quando ascolta la tua voce, cerca solamente di comprendere bene cosa gli stai dicendo. Il bambino vive in una terra che non è uguale alla tua: è qualcosa di simile ad un paradiso terrestre, dove non esiste il male e tanto meno l'odio. Ma l'infanzia non dura tutta la vita, e il bambino è destinato a diventare un adolescente, quindi un ragazzo e infine un uomo. I suoi occhi e la sua anima cambieranno velocemente, e da adulto perderà tutta la purezza e tutta l'innocenza che gli apparteneva. Pure, gli rimarranno i ricordi di quel periodo favoloso e irripetibile che viene chiamato fanciullezza; penserà spesso a quei giorni meravigliosi, che gli appariranno sempre più lontani. Si chiederà, quando giungerà quasi alla fine della sua esistenza, se valga la pena vivere tanti anni inutilmente, visto che le straordinarie sensazioni provate nell'età infantile sono qualcosa d'irripetibile. 



L'INFANZIA IN 10 POESIE DI 10 POETI ITALIANI DEL XX SECOLO




FANCIULLEZZA

di Guido Cavani (1897-1967)


Io ricordo i giorni malandati,

i giorni ammalati

dietro grossi crepuscoli d'argento;

l'aria era pesa

d'umidità;


ed io avevo un sentore autunnale

d'erba nei panni

e croste di mota nei ginocchi,

avevo fatto i balocchi

con l'anima dei compagni.


Era d'oro il mio capo di bambino,

come la luna

lavata dalla pioggia,

che passava fra i boschi delle nubi.


Mia Madre chiamava dentro il buio

della casa ed io sazio

rispondevo al suo povero strazio

con gli echi.


(da "Poesie", Rebellato, Padova 1968, p. 17)





INFANZIA

di Ferdinando Cogni (1919-2007)


Ecco forse qual è la differenza

fra la vita di adesso e quella invece

che avevo da bambino. Allora tutto

mi appariva creato per l'eterno.

Ora su tutto vedo trasalire

un'ombra che m'attesta della fine.


(da "Motivi", All'Insegna del Pesce d'Oro, Milano 1957, p. 10)





LA FANCIULLEZZA

di Giuseppe Cosmi (1913-1937)


Molti già fummo amici;

ora non più.

Lungo le foci, nei tramonti,

nudi trasparimmo:

piccole costole palesi

i nostri petti,

gioco di luci

il battito del cuore.

Tingeva i rami

il rosato della sera

in cui nidificava il nostro gioco.

La caduta ci rapiva

un grido, leggeri

uccelli in fuga.

A fior d'erba

pasturammo coll'alba

le rugiade, lungo le prode

ombrose ove fiorivano

le nostre mani

come pallidi gigli.

Il tempo era senza misura:

finché, riottosi, al giogo

d'una triste sorte avvinti

cercammo ad occhi sbarrati

la fuga delle ore.

Celammo entro le brevi

vesti ricche di strappi

la nuda felicità

delle folli corse

premiate di cadute.

Ci crollarono le spiche

dell'estate sulle strette spalle

e ci punsero il collo

d'un vivo desiderio.


      11 Gennaio 1934-XII


(da "Liriche", Amazon Italia Logistica, Torrazza Piemonte 2023, pp. 26-27)





UN PO' DI FANCIULLEZZA PER TUTTI

di Luciano Folgore (Omero Vecchi, 1888-1966)


Un orso di stoffa bianca

con un lungo nastro di seta,

e un bimbo vestito di velluto rosso

che strascina il suo giuocattolo

sui marciapiedi dell'inverno dolce.


Tutti gli occhi guardano,

tutte le età dei passanti

si sporgono su questa

indifferenza dorata di bimbo,

che cammina

seguito da un piccolo tesoro di pezza.

       E nell'aria

fili di malinconia

per l'infanzia perduta

da molti anni

nei minuti più densi,

nelle spirali concentriche del pensiero

desideroso d'un vertice

che non esiste.


Ma perché tanta tristezza?

E le nostre carrozze?

e le nostre donne belle?

e i fiori le piste le giostre

gli amori tra i sogni e i crepuscoli?

Bambole,

divertimenti,

giuocattoli.

Niente altro che questo.


Dunque avanti ancora,

per sempre,

con l'indifferenza dorata

del bimbo vestito di rosso,

che si trascina l'orso di pezza

per i lunghi marciapiedi della vita.


(da "Città veloce", La Voce, Roma 1919, pp. 70-71)





INFANZIA

di Alfonso Gatto (1909-1976)


Il bambino sorpreso alla finestra

della sera tranquilla, odorava

la leggerezza tepida dei fiori

sollevati nell’aria celeste.

Inquietamente raccoglieva il volto

in un silenzio scolorito

e calmo la sua vergogna ridonava

all’impalpabile sera

assiepata dall’erbe e dai tetti.

Sognava: nella piazzetta antica

la chiesa era un piccolo chiosco

con la bandierina allegra:

alla cupola di maiolica

s’illuminavano gli scarabei

sulle lastre d’acqua verdina.

Il silenzio dell’umido erboso

acquetava le scale,

i balconcini coi tralci, le stive

dei fondaci colmi di frutta.

Così s’accendeva il fanale,

a poco a poco aggregato dall’acque,

sulla laguna invernale.

Affondavano le case

in lontananze distrutte,

sgretolate senza rumore:

trasaliva il bambino invecchiato

intirizzito all’ombrello.


Andava a trovare i suoi morti

rinchiusi in armadi sconnessi:

traboccava allegra pioggia

sul piccolo porto di legno,

ed una gioia strana

lo flagellava col vento

in un presagio del mare.


(da "Tutte le poesie", Mondadori, Milano 2005, pp. 14-15)





FANCIULLEZZA NOSTRA E DELLE COSE

di Mario Luzi (1914-2005)


Smarrivamo la traccia dei destini

né profondi volti degli uomini sconosciuti,

il frutto delle stagioni

nel soffio che dà vani colori

ai capelli delle mamme, ai fiori;

la forza d'ignote passioni

nelle voci come fonti

inaridite, la morte

vicina alle palpebre assopite.


Vibrano leggere lune nelle notti straniere

e l'azzurra profondità dei venti sussurra

un'immensa maternità

pel tutto che è vivo, è distrutto.


Oh tanta fanciullezza è nelle cose

dolorose, tanta bramosia d'una mamma forte

che in seno come un caldo latte

d'amore sprema per ognuno la morte.

Dai borghi oscuri alle porte

le mogli guardano i dolci ritorni serali

nei pendii delle vigne autunnali e un giorno

un corpo pallido

affondar nella terra il seno inadorno.


(da "Poesie ritrovate", Garzanti, Milano 2003, p. 65)





INFANZIA

di Tito Marrone (Sebastiano Amedeo Marrone, 1882-1967)


Mi dono l'infanzia. La vivo

come non era, velata

fra tele di ragno, più ferme

dei vincoli d'una prigione.

Sento un arcobaleno

dal cielo alla terra. Chi canta?

Mia madre s'indora

nel sole che nasce.


Eternità della mia vita vera,

fiammante dentro mondi

sereni, ti raggiungo.

Ora, io vivo l'infanzia.


(da "Esilio della mia vita", Edizioni «Pagine Nuove», Roma 1950, p. 145)





INFANZIA

di Arturo Onofri (1885-1928)


Intreccio d'ombre e di rami

tutta una cosa col cielo!

Tre cornacchie che hanno il nido in un pino

strillano d'allegria per così poco.

C'è un sospiro d'aria appena,

una dolce calma di sole calato,

e nel cielo liscio una stella

che ammicca a un barchetto dorato.

Ecco la navicella

che scivola a fil di cielo

portando nell'aria serena

i sogni dei bambini

che intanto stanno a cena.

Che odore d'infanzia e di favole!

Misteri che sveglia la notte

venuta a sedersi sul mucchio di breccia...

Un calabrone in ritardo

traversa il viale come una freccia

e fila via pel cancello

verso i lumi che nascono là nel paesello

tra le campane allibite di paura

per non svegliar le civette

nei cipressi affacciati alle mura.

Zitti! La notte s'è sdraiata sul prato...

Con un dito nella boccuccia di rosa

mio figlio s'è addormentato.


(da "Orchestrine. Arioso", Neri Pozza, Venezia 1959, p. 105)





INFANZIA

di Sergio Ortolani (1896-1949)


Sei tu. Dall’ombra ancora a me ti attiro,

sfioro le trecce, gli occhi avidi, grandi.

Tu ti raccogli stretta al mio sospiro;

lagrimi, perché baci io ti domandi.


E ribeviamo in noi le acute voci

dell’infanzia, le risa della veglia,

le preci, i pianti timidi e precoci,

i primi canti al cuor che si risveglia.


Così amore ci avvolge e ci raddorme;

ma quando affranto io risalisco il giorno,

mi rubo in fretta alle tue dure forme,

e ti prego l’addio, non il ritorno.


Roma 1924-Napoli 1941


(da "Poesie 1914-1948", Mondadori, Milano 1957, p. 155)





INFANZIA

di Antonia Pozzi (1912-1938)


Il mare

alle finestre

cadeva.

Onde verdi infrante

tinnivano sui vetri.

Era antica

la casa.

A piedi scalzi

tu correvi gli scogli:

ti tuffavi

per rubare le vongole gettate

dai pescatori.

A mezzogiorno

dal balcone del palazzo

una campana chiamava a riva

la tua gioia assolata

di bambino.


3 marzo 1935


(da "Parole", Garzanti, Milano 1998, p. 236)



Seymour Joseph Guy, "Who Is It?"
(da questa pagina web)