domenica 6 settembre 2026

La poesia di Arturo Onofri

 Fin da quando cominciai ad approfondire la conoscenza personale della poesia di Arturo Onofri (Roma, 15 settembre 1885 - ivi, 25 dicembre 1928), mi resi ben conto della sua straordinaria prolificità; e questa constatazione è ancor più valida se si pensa al fatto che il poeta romano morì a soli quarantatré anni. Straordinari sono anche gli sviluppi della sua poetica, che può essere divisa in tre o quattro fasi. Le prime due fasi a mio avviso andrebbero individuate nel periodo che va dal 1907 - anno della raccolta d'esordio intitolata semplicemente Liriche - al 1909, ovvero all'anno di uscita dei Canti delle oasi (in mezzo, datata 1908, c'è Poemi tragici, la seconda raccolta di versi onofriana). La prima fase vede un Onofri nient'affatto originale, che s'ispira quasi esclusivamente ai tre vati della poesia italiana di fine Ottocento e d'inizio Novecento: Carducci, Pascoli e D'Annunzio. A partire dalla seconda raccolta e, con esiti senz'altro più riusciti, dalla terza, lo scrittore capitolino s'inserisce con caratteristiche del tutto personali e ben marcate, nella corrente crepuscolare; ma le sue poesie non mostrano somiglianze con poeti del gruppo che si erano già affermati, come Corazzini, Gozzano e Govoni: si nota piuttosto una evidente simpatia per i poeti d'oltralpe, e in particolare per Francis Jammes; da questo punto di vista, la poesia di Onofri appartenete a questo specifico spazio temporale, si potrebbe accostare a quella di Fausto Maria Martini, e in particolar modo alle Poesie provinciali. Come a voler raggruppare e ricapitolare questo suo periodo poetico, Onofri nel 1914 fece pubblicare un secondo volume intitolato Liriche, che contiene gran parte dei versi delle sue prime tre raccolte, con modifiche anche profonde sia dei titoli che delle composizioni poetiche.

La nascita, nel 1912, della rivista Lirica (fondata e diretta dallo stesso Onofri), segna una svolta nella poesia del Nostro: da questo punto, si assiste ad un cambiamento di rotta piuttosto brusco, atto a promuovere una poesia "nuova", che ha vedute internazionali (specificatamente Francia e Germania), e che molto si avvicina ad un'altra celebre rivista di quel medesimo periodo: La Voce. Da qui in avanti Onofri cominciò a entrare in sintonia col cosiddetto frammentismo, con conseguente pratica esclusiva del "frammento" prosastico o poetico, quasi sempre breve eppure capace di sprigionare e trasmettere un'intensità fuori dal comune; ne fanno testimonianza le raccolte Orchestrine (1917) e Arioso (1921): la prima è composta da soli frammenti in prosa, mentre la seconda include anche delle poesie vere e proprie. 

Ed eccoci alla terza e più rilevante fase della poesia di Onofri: il cosiddetto Ciclo della Terrestrità del sole. Preceduto da un altro libro di prose: Le trombe d'argento (1924) che in parte ne anticipa le tematiche, tale ciclo è inaugurato dalla raccolta che è inclusa nel titolo, uscita nel 1927, e prosegue con Vincere il drago!, dell'anno successivo; a questi seguirono altri volumi - tutti postumi - che secondo la volontà dell'autore sarebbero andati a completare un progetto ambizioso e monumentale: Simili a melodie rapprese in mondo (1929), Zolla ritorna cosmo (1930), Suoni del Gral (1932), Aprirsi fiore (1935). Per quanto concerne questa fondamentale fase poetica di Onofri, è indispensabile menzionare anche il suo saggio teorico Nuovo Rinascimento come Arte dell'Io, pubblicato in quello stesso periodo, dove il poeta dichiara la sua volontà di liberarsi da qualsiasi vincolo relativo alla cultura letteraria del suo tempo, per abbracciare un modo decisamente innovativo di fare poesia, caratterizzato da una struttura poematica, che ha come temi esclusivi quelli della rinascita e della rigenerazione del cosmo, dove tutti gli esseri viventi - uomini, animali e vegetali - vengono a far parte di un unico e perpetuo divenire, in cui si manifesta una volontà divina non del tutto chiarita, ma certamente vicina alla fede cristiana. Poesia filosofica e religiosa quindi (potrebbe essere definita teosofica), strettamente collegata alle teorie del filosofo austriaco Rudolf Steiner (1861-1925), fautore della «antroposofia», che pone l'essere umano quale cardine del divenire cosmico. C'è da ricordare infine che la figura del poeta romano fu fondamentale per molti scrittori giovani e di talento, come Girolamo Comi, Luigi Fallacara e Giorgio Vigolo, i quali ne seguirono le orme con nuovi, ottimi risultati; nel contempo Onofri è considerato l'anticipatore della scuola poetica soprannominata "ermetismo", e ciò risulta piuttosto evidente se si vanno a leggere le prime raccolte di Alfonso Gatto, Mario Luzi, Alessandro Parronchi e Piero Bigongairi, ovvero di alcuni tra i poeti "ermetici". 

L'opera poetica di Onofri, per molti anni è stata trascurata o addirittura dimenticata; per fortuna, da un po' di anni a questa parte si è avuta una rivalutazione della stessa, con ripubblicazioni della quasi totalità dei versi dello scrittore capitolino, compresi alcuni inediti che contribuiscono in modo ancor più esauriente a valorizzare uno dei migliori poeti italiani del XX secolo. Per questi contributi essenziali al recupero e alla riscoperta di Onofri, vanno ringraziati molti studiosi che si sono attivati in tal senso; tra di essi ricordo i nomi di Marco Albertazzi, Magda Vigilante, Anna Dolfi, Corrado Donati, Michele Beraldo, Mauro Ruggiero, Massimo Maggiari e Luigi De Vendittis. Chiudo, come sempre, coi titoli delle raccolte poetiche di Onofri, seguito da tre testi dello stesso (due in versi e uno in prosa).





Opere poetiche


"Liriche", Ed. di «Vita Letteraria», Roma 1907.

"Poemi tragici", Società Editrice Laziale, Roma 1908.

"Canti delle oasi", Tip. Tuscolana, Frascati 1909.

"Liriche", Ricciardi, Napoli 1914.

"Orchestrine", Libreria della Diana, Napoli 1917.

"Arioso", Casa d'Arte Bragaglia, Roma 1921.

"Le trombe d'argento", Carabba, Lanciano 1924.

"Terrestrità del sole", Vallecchi, Firenze 1927.

"Vincere il drago!", Ribet, Torino 1928.

"Simili a melodie rapprese in mondo", Al Tempo della Fortuna, Roma 1929.

"Zolla ritorna cosmo", Buratti, Torino 1930.

"Suoni del Gral", Al Tempo della Fortuna, Roma 1932.

"Aprirsi fiore", Gambino, Torino 1935.

"Poesie edite e inedite 1900-1914", Longo, Ravenna 1982.

"Poesie e prose inedite (1920-1923)", Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1989.

"Quaderno di Positano", Via del vento, Pistoia 1999.




Testi


TORNANDO ALLA CASA DI CAMPAGNA


O mia piccola casa di provincia,

dove memorie semplici ma care

si ravvivano intorno al focolare

per colui che ritorna e ricomincia


un interrotto sogno di dolcezza, -

o mia piccola casa, io ti ritrovo

come una volta in questo aprile novo

cui sempreverde il rosmarino olezza.


Son nidi ancora sotto le tue gronde,

e nell’orto i tuoi mandorli fioriti.

E, s’io lo chiami, ancora con nitriti

di gioia il mio polledro mi risponde.


E tutto è sempre qui come una volta,

qnand’io fanciullo uscivo lietamente

a fischiare ai ramarri e a coglier mente;

e tu sei tutta candida e raccolta.


Pur sento ormai che lontano mi fugge

l’anima sospirosa; ohimè, tu sei

sempre la stessa, ma nei sogni miei

naviga una sirena che mi strugge.


(da "Canti delle oasi", Edizione dell'autore, Roma 1909, pp. 77-78) 





UNA NASCITA


  C'era una volta un giardino pieno di fiori. E questi fiori, aprendosi ai raggi del sole, cantavano per la gran gioia, e sonavano dolcemente ognuno una musica sua. E bevendo la luce del cielo, le corolle intonavano la luce stessa del cielo, sì che non solo gli uccelli non si sentivano più sebbene cinguettassero tutti a distesa, ma perfino il sole e le stelle stavano zitti per non turbare quelle melodie celestiali sulla terra.

  Lungo i raggi lucenti del sole scendevano pianamente gli angioli fino a terra, e librandosi sulle grandi ali d'oro si fermavano delicatamente sui fiori, origliando la sublime armonia.

  Tutto il giardino non era che un solo concerto, un'orchestra sola, e i fiori s'aprivano così perdutamente innamorati che i profumi per la gran voluttà galleggiavano nell'aria densi come sapori, le corolle erano cupole di canti in un tremolìo d'organi sommessi, i colori raccontavano i segreti del passato, e la terra sfavillava tra l'erba come gli occhi amati delle donne.

  In quel giardino miracoloso nacque un bambino, e a questo bambino i fiori confidarono il loro segreto: «Se noi non sperassimo che la nostra musica diventi un giorno i canti meravigliosi che tu canterai agli uomini per condurli ad amare il creato, noi non moduleremmo mai questa musica estasiante che deve diventare parole nella tua anima».

Così nacque sulla terra un poeta, uno che lega i cuori al cielo, e fa stupire gli uomini della bellezza del mondo.


(da "Arioso", Casa d'Arte Bragaglia, Roma 1921, pp. 95-96)





SPALANCA LA PORTA DEL SOLE!


Spalanca la Porta del Sole!

ch’io veda nel buio il tuo viso

d’arcangelo, e dal paradiso

dilùviami le tue parole

       notturne di fiori

       e d’astri sonori.


Cancellami il grido del giorno:

del povero giorno mortale,

per prendermi sulle tua ale

che ignoran le vie del ritorno

       quaggiù, dove muore

       perfino l’amore.


No! dammi l’amore per tutti

questi esseri tuoi, nella vita,

cui dài la tua forza infinita

come albero ch’ama i suoi frutti,

       tacendo, e li sazia

       di succo e di grazia.


Ti cerco; ma un languido zelo

è il mio, se ti cerco soltanto

nell’ardua beltà del tuo manto

di gloria, o re degli angeli in cielo.

       Sei anche il fratello

       di me poverello.


(da "Terrestrità del sole", Vallecchi, Firenze 1927, pp. 108-109)


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