domenica 31 maggio 2026

"Appuntamento (1946-1967)" di Albino Pierro

 Nel 1967, l'editore Laterza, pubblicò una cospicua scelta antologica della produzione poetica in lingua italiana di Albino Pierro (Tursi 1916 - Roma 1995), poeta conosciuto e stimato soprattutto per le sue opere in versi dialettali. In questo volume, che s'intitola Appuntamento (1946-1967), è possibile fare la conoscenza di un buon poeta italiano, non inferiore ai più conosciuti contemporanei. La selezione qui presente, percorre tutta la fase temporale in cui Pierro si dedicò alla scrittura di versi in lingua italiana, partendo da Liriche (1946) e giungendo ad Agavi e sassi (1960); nell'ultima parte del libro si trovano anche alcune Poesie inedite scritte tra il 1960 ed il 1967. Leggendo questi versi, si percepisce come Pierro possa essere inserito nelle correnti e nelle scuole antiermetiche, sviluppatesi nell'immediato secondo dopoguerra del Novecento; alcune liriche ricordano da vicino certa poesia neorealista, e, volendo fare dei nomi di poeti che gli somigliano, si potrebbero citare i corregionali Rocco Scotellaro e Giulio Stolfi, così come il lombardo Umberto Bellintani; c'è poi, in comune col friulano David Maria Turoldo, una sentita e schietta religiosità, così come la consapevolezza amara di vivere in una società spietata, del tutto estranea ai buoni sentimenti che scaturiscono dai cari ricordi e dagli affetti; minori elementi comuni sono identificabili con un altro celebre conterraneo di Pierro: Leonardo Sinisgalli.

Chiudo riportando tre poesie italiane di Albino Pierro, tratte da questo libro che è divenuto per me assai prezioso, poiché grazie ad esso, finalmente, ho scoperto un poeta d'indubbio valore, che merita di essere ricordato maggiormente. I versi sono preceduti da un elenco delle opere poetiche in lingua italiana dello scrittore tursitano. 

 

 

Opere poetiche

 

"Liriche", Palatina, Roma 1946.

"Nuove Liriche", Danesi in via Margutta, Roma 1949

"Mia madre passava", Fratelli Palombi, Roma 1956

"Il transito del vento", Dell'Arco, Roma 1957

"Poesie", Roma, 1958

"Il mio villaggio", Cappelli, Bologna 1959

"Agavi e Sassi", Dell'Arco, Roma 1960

"Appuntamento (1946-1967)", Editori Laterza, Bari 1967.

 



 

Testi

 


A SERA

 

Neri tetti,

cielo diafano:

sillabe prime della dolce sera.

 

All'orizzonte,

qua e là i villaggi come a scatti erompono

dalle tenebre:

bianche luminarie.

 

Un cipresso laggiù sembra un gigante

misterioso ch'è prossimo al cammino

disperato fra gli astri.

 

E un brivido mi assale

al ricordo di te che sei lontana.

 

(da "Appuntamento", Laterza, Bari 1967, p. 27)

 

 

 

 

OGGI

 

Non si ha più il tempo di pensare

a ciò che fu nostro:

lacrime sogni speranze

ansie dolori gioie,

non sono più la magìa

non sono più la poesia.

 

C'è una sola ebbrezza che ci possiede:

l'ebbrezza del fare,

che rifugge dalle scorie ingombranti;

è come se brandissimo un'ascia

per fare giustizia dei trucioli

destinati al tribunale del fuoco.

 

Questo mondo,

non è che una pista di lancio:

occorre attraversarlo in fretta

con occhi bene aperti,

e senza un tremito nelle ciglia,

questo mondo:

la saetta si scarica decisa

nel punto giusto da colpire.

 

Corpi, solo corpi, sempre corpi,

ecco la nuova magìa;

avere, sempre avere e accumulare,

o soltanto avere senza accumulare,

questa la poesia.

 

Non si ha più il tempo di volgersi al cielo stellato:

son cose queste da monaci di clausura,

da carrettieri che cantano e guardano in alto

per non cadere nel sonno.

Via, tutte queste cianfrusaglie da perdigiorno,

da malati gravi di ospedale:

la vita è moto,

è un tirar dritto alla meta,

palla di moschetto.

 

L'uomo

non sa più volgersi intorno

alla ricerca di un palpito di vita nascosta;

passa, cieco, e va oltre,

mentre gli occhi tristi di una bambina

che si stringe a una bambola

fra le cupe rovine della sua casa,

lo seguono, e lo vedono sparire,

come un personaggio vestito di ferro

d'una favola dimenticata.

 

(da "Appuntamento", Laterza, Bari 1967, pp. 63-64)

 

 

 

 

IL CONTADINO E LA MORTE

 

Un contadino del mio paese

bussò una sera alla mia porta;

voleva che gli spiegassi

il mistero della morte.

E ci sedemmo al fuoco,

ma prima d'incominciare

udimmo che il vento fischiava.

 

«Ditemi, signorino,

dove vanno le anime dei morti?

Può esserci un luogo così grande?»

e i suoi occhi erano assorti.

 

Non risposi.

Guardavo la fiamma che scoppiettava;

pensavo all'infinito dolore

e al nostro piccolo cuore.

 

(da "Appuntamento", Laterza, Bari 1967, p. 116)

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