Questo post vuole essere un omaggio alla Lombardia,
ovvero alla regione italiana che, da qualche mese a questa parte, ha
maggiormente sofferto e più caramente pagato la presenza del famigerato coronavirus, con un bilancio di vittime
semplicemente spaventoso che, ahimè, va tutt'ora aumentando. Si tratta di dieci
composizioni in versi scritte da dieci poeti nati nel territorio lombardo;
tutte appartengono ad uno spazio temporale che si può identificare all'interno
del secolo XX. Leggendo, si noterà la presenza di autori e di poesie
importanti, ma al di là della notorietà, ciò che ho cercato nei versi dei poeti
che figurano in questo post, sono dei
chiari riferimenti al territorio lombardo: vasto e assai diversificato. Potevo
inserire un numero molto più cospicuo di poeti e poesie, poiché la Lombardia è
sempre stata ed è ricca di poeti e di ottima poesia, ma, come al solito, ho
preferito restringere la scelta a soli dieci testi. In ultimo, ho inserito lo
splendido e nello stesso tempo struggente frammento de I promessi Sposi -
ovvero del romanzo più bello e più famoso della storia della letteratura
italiana - in cui viene descritta la figura della donna lombarda che porta in
braccio la figlioletta morta di peste per consegnarla ai monatti. Alessandro
Manzoni, proprio in questo capolavoro, parlò di un altro periodo tremendo per
la Lombardia e in particolare per la città di Milano, lontano nel tempo e nello
stesso tempo vicino, poiché la tragedia dei giorni nostri molto somiglia - pur
nelle differenti modalità - a quella avvenuta tra il 1629 ed il 1631.
SERA DI GORGO
di Umberto
Bellintani (Gorgo di San Benedetto Po 1914 - San Benedetto Po 1999)
Ancora opache
innanzi a questa
sera ed umane.
Ora sono delle
anime viola
le figure
d’intorno al carretto
di chi grida il
bel rosso dell’anguria.
E l’asino è
un’ombra che sogna
e mastica biada.
Là il cielo è un
verde di giada;
una rondine vi si
tuffa,
esce, si perde:
è quasi ora di
accendere lucerne.
(da "Nella
grande pianura", Mondadori, Milano 1998, p. 14)
IL MERA
di Giovanni
Bertacchi (Chiavenna 1869 - ivi 1942)
I monti stanno, e
le foreste assorte
stanno: esso
migra con le sue canzoni,
migra cantando a
ritmi di stagioni,
dai decembri a'
gennai, senz'altra sorte.
Sui ritmi immani
de' perpetui suoni
si cullarono i
secoli; le morte
cose in quel
canto vivono risorte,
muoion le vive
ne' perpetui suoni...
Fiume dei balzi
retici, da' tuoi
poemi io colsi
un'immortal parola...
Là canta un popol
deluso di eroi,
canta nella tua
voce alta, infinita,
dal passato al
futuro! In una sola
voce tu
riconfondi e morte e vita.
(da "Liriche
umane", Libreria Editrice Nazionale, Milano 1903, p. 48)
NOTTURNO
BRIANZUOLO
di Paolo Buzzi (Milano 1874 - ivi 1956)
17 settembre
Punteggiata
d'oro,
la conca,
come il primo
cielo felice ch'io vidi:
quando i silenzi
azzurri
saliscendevano,
quasi su righi di musica,
gl'infinitesimali
sussurri
dei grilli...
Spilli: spilli:
spilli
d'oro: come alla
sagra
della Madonna di
Bévera: dove, al colle,
roventa tutte le
teste raggiate
- alle donne -
il colpo di
cannone
dell'antisvevo
sacro Campanone...
I monti, cari
come le persone
buone,
sognano con
profili d'umani,
la fronte dalla
parte dell'aurora...
E son gli stessi,
ancora,
ch'io voleva
toccar con le mie piccole mani
d'allora...
(da "Il canto
quotidiano", La Prora, Milano 1933, p. 273)
 |
Milano, Basilica di Sant'Ambrogio |
AUTUNNO A MILANO
di Luciano Erba
(Milano 1922 - ivi 2010)
Anche in città
fanno fuochi di stoppie
oltre barriera
dove arrivano i merci.
In un cortile
hai sentore di
terra e di radici
ti attristi col
naso a mezz'aria
sul tuo inutile
fiuto d'indiano.
(da "Poesie
1951-2001", Mondadori, Milano 2002, p. 34)
PRIMAVERA
LOMBARDA
di Renzo Modesti
(Como 1920 - Milano 1993)
A Arturo Tosi
Terra
settentrionale, grigio sporco
d'una infanzia
infangata, gli zoccoli
dei cavalli ti
hanno marcata, ora
potrai
instellarti o inarenare.
(da "E
quando canterò", Edizioni dell'Esame, Milano 1950, p. 49)
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Bergamo, Cappella Colleoni |
PIAZZA DI SAN
FRANCESCO IN LODI
di Ada Negri
(Lodi 1870 - Milano 1945)
Se de la patria
il giovanile e fresco
disio sale al mio
cor come un incenso,
tutta bianca nel
sole io ti ripenso,
piazza di San Francesco.
Cresce fra le tue
pietre, o solitaria,
tranquilla l'erba
come in cimitero.
— Sole e
silenzio. — Un passo — un tremar nero
d'ali, fendenti l'aria.
Ed eran quel
silenzio e quella pace
che in te bevevo
a sorsi larghi e puri;
e il bacio amavo
su' tuoi vecchi muri
de l'edera tenace.
L'antico tempio,
presso l'ospedale,
svolgea sue linee
semplici e divine.
Per due bifori in
alto, snelle e fine,
rideva il ciel d'opale,
L'antico tempio
avea canti e colori
d'una soavità che
ancor mi trema
dentro. —
speranze, o poesia suprema
de gli anni miei migliori!...
Gravi note de
l'organo, salenti
a gli archi de le
volte longobarde,
su l'alte mura
tremolar di tarde
stelle e fluir di venti!...
Come uu suggello
mistico al pensiero
da voi mi venne —
e forse ho sempre amate
per voi le grigie
case abbandonate
ove
dorme il mistero,
i muschi densi a
piè de l'erme, i queti
cortili pieni di sole
e di verde,
i portici de i
chiostri ove si perde
l'anima de i poeti;
i tristi luoghi
ruinanti in pace
ove sol parla il
soffio de le cose,
de i sogni morti
e de le morte rose,
e tutto il resto tace.
(da
"Maternità", Treves, Milano 1922, pp. 243-246)
STRADA DEL GARDA
di Antonia Pozzi
(Milano 1912 - ivi 1938)
Qui, dove i massi
franano
nel lago vivo che
al vento
fa rumore di mare
e in alto a
scrosci gli ulivi
chiari
rispondono,
giungeva la
strada di Roma,
portava il più
dolce
di quei poeti
con le sue tenere
tristezze
a questo sole.
Di qui su
l'arsura del Baldo
s'avviarono i
soldati,
vestirono di
fuoco i monti,
di sangue e
d'anime.
Ora la nuova
strada di Roma
guarda a quelle
anime,
rompe la roccia:
listata di bianco
e di nero
pianta oleandri e
cipressi
a guardia delle
pietre vinte,
che crescano –
per quando
noi saremo morti
–
ed ogni riva ne
saluti le cime.
E su ogni riva si
dica:
– quella è la
strada che porta
pace e forza da
Roma
verso i monti –
25 settembre 1933
(da
"Parole", Mondadori, Milano 1998, p. 243)
CAMPANA DI
LOMBARDIA
di Clemente Rebora
(Milano 1885 - Stresa 1957)
Campana di
Lombardia,
Voce tua, voce
mia,
Voce voce che va
via
E non dài
malinconia.
Io non so che
cosa sia,
Se tacendo o
risonando
Vien fiducia
verso l’alto
Di guarir
l’intimo pianto,
Se nel petto è
melodia
Che domanda e che
risponde,
Se in pannocchie
di armonia
Risplendendo si
trasfonde
Cuore a cuore,
voce a voce –
Voce, voce che
vai via
e non dài
malinconia.
(da "Le
poesie", Garzanti, Milano 1994, p. 148)
 |
Facciata della Certosa di Pavia |
IL METEOROLOGO
NON CAPISCE
di Alberico Sala
(Vailate 1923 - ivi 1991)
Il meteorologo
non capisce
i covoni che
volano, i pioppi
spezzati come
fiammiferi,
le automobili del
week-end
disperse
sull'autostrada;
ed io il tuo
nuovo errore,
nella città
corrotta.
Il vento percuote
gli specchi
d'acqua fra
l'erba delle rive,
la luna le
percorre, s'affaccia
e s'eclissa, e
sei tu, amore,
sulla strada
sotto il ponte,
nei fari delle
auto ti vedo,
e poi sparisci.
Tu taci e non sai
che potrebbe
essere questa
l'ultima luna
insieme.
Ragiono, più
vecchio, anche per te:
chiamo i cari
morti ad aiutarmi,
ch'io sappia cosa
decidere, per noi.
Il conto precisa:
mio padre
dieci anni fa,
ancora notte,
s'affacciava
all'altro mondo
e tutto è chiaro,
la pianura
contorta dalla
furia,
i tuoni che
rompono il motore,
i lampi, la
pioggia nell'orto
che grandina
albicocche, lacera i fiori;
ed il dolore, lo
spavento in piena.
Pavia, Vailate 5 luglio 1965
(da "Senza
malizie", Rebellato, Padova 1967, p. 91-92)
INVERNO A LUINO
di Vittorio
Sereni (Luino 1913 - Milano 1983)
Ti distendi e
respiri nei colori.
Nel golfo
irrequieto,
nei cumuli di
carbone irti al sole
sfavilla e
s’abbandona
l’estremità del
borgo.
Colgo il tuo
cuore
se nell’alto
silenzio mi commuove
un bisbiglio di
gente per le strade.
Morto in tramonti
nebbiosi d’altri cieli
sopravvivo alle
tue sere celesti,
ai radi battelli
del tardi
di luminarie
fioriti.
Quando pieghi al
sonno
e dài suoni di
zoccoli e canzoni
e m’attardo
smarrito ai tuoi bivi
m’accendi nel
buio d’una piazza
una luce di
calma, una vetrina.
Fuggirò quando il
vento
investirà le tue
rive;
sa la gente del
porto quant’è vana
la difesa dei
limpidi giorni.
Di notte il paese
è frugato dai fari,
lo borda
un’insonnia di fuochi
vaganti nella
campagna,
un fioco tumulto
di lontane
locomotive verso
la frontiera.
(da
"Frontiera. Diario d'Algeria", Guanda, Parma 2013, pp. 128-132)
 |
Piatto anteriore del volume: Alessandro Manzoni, "I promessi Sposi", Signorelli, Roma 1980 |
Scendeva dalla
soglia d'uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui
aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva
una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un
languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel
sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non
davan lacrime, ma portavan segno d'averne sparse tante; c'era in quel dolore un
non so che di pacato e di profondo, che attestava un'anima tutta consapevole e
presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la
indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento
ormai stracco e ammortito ne' cuori. Portava essa in collo una bambina di forse
nov'anni, morta; ma tutta ben accomodata, co' capelli divisi sulla fronte, con
un vestito bianchissimo, come se quelle mani l'avessero adornata per una festa
promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma
sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse
stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una
parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull'omero della
madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la
somiglianza de' volti non n'avesse fatto fede, l'avrebbe detto chiaramente
quello de' due ch'esprimeva ancora un sentimento.
(da "I
promessi Sposi" di Alessandro Manzoni, Signorelli, Roma 1980, pp. 880-881)