domenica 22 luglio 2018

L'infanzia in due frammenti in prosa e una poesia


Se ripenso alla mia infanzia, spesso provo sensazioni così emozionanti che mi vien da piangere. È come se, in quel favoloso e irripetibile periodo, io abbia vissuto in un'altra realtà; era, il mio, un mondo di favola, dove tutto appare più bello, più colorato e più emozionante. Quegli anni, ormai lontanissimi, mi sembrano semplicemente meravigliosi, al di là di ciò che erano veramente (furono definiti "gli anni di piombo", perché in Italia e non solo, alcuni gruppi di terroristi portarono a compimento una serie di azioni violente, che lasciarono sul campo parecchie vittime). Mi succede di pensare a certi momenti che ho vissuto: dei lampi della mia lontana esistenza che ora, a ricordarli, sembrano appartenere ad un universo a sé stante, inverosimile, fantastico. Nascono, questi miei ricordi, da frammenti di tempo, minuti o secondi che si sono impressi nella mia memoria per non andarsene più; ora, sono diventati come le apparizioni della Madonna per i credenti: dei veri e propri sogni ad occhi aperti. Così, quando con la mente rivado a pescare qualcosa di quel mio mitico periodo, mi sembra che allora, la mia vita così come quella di tutti coloro che erano vivi in quegli anni, fosse più che mai felice e spensierata; la vedo, insomma, come un'età dell'oro. Naturalmente, mi rendo ben conto che questa non è la verità, e che le mie sensazioni erano tali perché stavo vivendo il periodo più bello della mia vita. Con il passare degli anni, mi sono accorto che, gradualmente, ho perduto quel modo unico di vedere le cose che appartiene solamente all'infante; crescendo, sempre più dai miei occhi sono caduti quel veli che coprivano la vera e dura realtà delle cose. A proposito di ciò, voglio qui inserire due frammenti tratti da altrettanti libri, in cui a mio parere viene precisato in modo eccelso, quel concetto di "infanzia mitica" che, con parole meno forbite ho voluto esprimere in queste poche righe. Il primo frammento appartiene a Feria d'agosto di Cesare Pavese, e si trova nel sottocapitolo intitolato: Del mito, del simbolo e d'altro.

Nessun bambino ha coscienza di vivere in un mondo mitico. Ciò s’accompagna all’altro noto fatto che nessun bambino sa nulla del “paradiso infantile” a cui a suo tempo l’uomo s’accorgerà d’esser vissuto. La ragione è che negli anni mitici il bambino ha assai di meglio fare che dare un nome al suo stato. Gli tocca vivere questo stato e conoscere il mondo. Ora, da bambini il mondo s’impara a conoscerlo non – come parrebbe – con immediato e originario contatto alle cose, ma attraverso i segni di queste: parole, vignette, racconti. Se si risale un qualunque momento di commozione estatica davanti a qualcosa del mondo, si trova che ci commoviamo perché ci siamo già commossi; e ci siamo già commossi perché un giorno qualcosa ci apparve trasfigurato, staccato dal resto, per una parola, una favola, una fantasia che vi si riferiva e lo conteneva. Al bambino questo segno si fa simbolo, perché naturalmente a quel tempo la fantasia gli giunge come realtà, come conoscenza oggettiva e non come invenzione (Che l'infanzia sia poetica è soltanto una fantasia dell'età matura). Ma questo simbolo, nella sua assolutezza, solleva alla sua atmosfera la cosa significata, che col tempo diviene nostra forma immaginativa assoluta. Tale la mitopeia infantile, e in essa si conferma che le cose si scoprono, si battezzano, soltanto attraverso i ricordi che se ne hanno. Poiché, rigorosamente, non esiste un «veder le cose la prima volta»: quella che conta è sempre una seconda.

Ora, volendo meditare su questo scritto di Pavese, trovo che, particolarmente nella prima parte, abbia pienamente centrato il bersaglio; l'inconsapevolezza della propria felicità è palese nel bambino, preoccupato soltanto di vivere quel tempo seguendo i suoi istinti, senza pensieri esistenziali che non appartengono a quell'età. Infatti, io mi ricordo che ebbi, per la prima volta, una vaga sensazione della mia felicità, quando avevo già compiuto dodici anni: ero quindi quasi al limite dell'infanzia. Verissimo anche il concetto relativo alla fantasia infantile, che fa divenire le cose, le persone e tutto ciò che ci capita sotto gli occhi, qualcosa di stupendamente bello (e anche di irreale).
Ecco, come secondo frammento, la parte iniziale de Il fanciullino di Giovanni Pascoli.

È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello. Il quale tintinnio segreto noi non udiamo distinto nell'età giovanile forse così come nella più matura, perché in quella occupati a litigare e perorare la causa della nostra vita, meno badiamo a quell'angolo d'anima d'onde esso risuona. E anche, egli, l'invisibile fanciullo, si perita vicino al giovane più che accanto all'uomo fatto e al vecchio, ché più dissimile a sé vede quello che questi. Il giovane in vero di rado e fuggevolmente si trattiene col fanciullo; ché ne sdegna la conversazione, come chi si vergogni d'un passato ancor troppo recente. Ma l'uomo riposato ama parlare con lui e udirne il chiacchiericcio e rispondergli a tono e grave; e l'armonia di quelle voci è assai dolce ad ascoltare, come d'un usignuolo che gorgheggi presso un ruscello che mormora.

Quindi, il Pascoli afferma che il bambino (o fanciullino che dir si voglia) rimane in noi anche dopo la fine dell'infanzia, ma, se durante la giovinezza sembra quasi assente perché viene rinnegato con una certa vergogna, a mano a mano che gli anni passano, tende a rifarsi vivo e diventa sempre più fondamentale per l'uomo maturo, che lo ama e lo ricorda dolcemente. Personalmente, devo dire che non ho mai rinnegato la mia infanzia, neppure in età giovanile, ma l'ho rimpianta fin dall'adolescenza, perché già la percepivo quale periodo indiscutibilmente migliore della mia vita. Oggi, come ho già detto, adoro la mia infanzia come fosse un Dio.
Termino questa mia dissertazione con una poesia di Tito Marrone intitolata Un fanciullo; fa parte della raccolta Liriche, pubblicata dall'editore Artero di Roma nel 1904. In questi ventiquattro versi il poeta racconta una storia che potrebbe essere un sogno, o un fantasioso, ipotetico mondo che immagina possa esistere dopo la morte; è, alla fine, un desiderio di ritornare indietro nel tempo e rivivere l'età infantile.



UN FANCIULLO

Tu che mi guidi per mano
lungo le gelide vie,
senza parlarmi, straniero,
dove mi porti? Io ti seguo

docile: sono un fanciullo
docile. Oh, portami al sole!
Io non so stare nell'ombra
senza la mamma vicina.

Quando, la notte, dormivo,
io non temevo di niente;
c'era con me la mia mamma
c'era nell'ombra la luce.

Ora, non so perché faccia
questo infinito viaggio;
sono stanchissimo: cade
sopra il mio petto la testa.

Sembrami che di lontano
vengano voci infantili.
Per ch'io sorrida, mi porti
verso i piacevoli giochi?

Vedo lontani fanciulli.
Sono i miei piccoli amici?...
C'è la mia mamma con loro?...
Sono contento. Sorrido.



Nessun commento:

Posta un commento