venerdì 8 luglio 2016

La campagna in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

Per chi desidera trascorrere una vacanza in completo relax, c'è la campagna, che permette, a chi voglia visitarla da ospite, una meravigliosa pace, un'alimentazione sana e appetitosa, la presenza di animali e piante in gran quantità ecc. I versi dei dieci poeti che ho selezionato spesso indicano la campagna come "rifugio" dalla confusione cittadina (e quante città sono circondate da zone di campagna!); molti si soffermano su alcuni paesaggi, oppure su determinati oggetti, piante, animali o varia e semplice umanità. Ne scaturisce un mondo che invita alla distensione, una realtà fuori dalla realtà i cui tempi sono estremamente lenti ma altamente produttivi. Praticamente ci si trova davanti al ritorno di un lontano passato, quando l'Italia era prevalentemente un paese agricolo, e poteva dirsi, è vero, molto più povero economicamente, ma molto più ricco interiormente.  




CAMPAGNA
di Sandro Baganzani (1889-1950)

Fuggire stamattina
la polvere dei «camions» fragorosi
che dà una mano di bianco
agli alberi stremenziti
dei giardinetti pubblici
per seguire un fresco viottolo erboso
odoroso di sambuchi amarognoli
spruzzato di gocciole rosse
(la villanella che conduce le oche
a pascolare
si è punto il piede nudo?)
La gioia delle fattorie
pitturate di rosa e di celestino
con il maiale che grufola nel cortile
e le pezze del bucato sbandieranti
per la festa delle prime cicale!
Sotto l'oleandro il cane
sbadiglia alle mosche.
La vecchia vigila la teglia
per la sua gente alla campagna.
Dolcezza di avemarie
d'un viandante cieco
nel pulviscolo d'oro!...
Gli alberi cantano
ronzano vibrano frullano:
chioccolio di merli:
ticchettio di picchi spaccalegna:
pigolio di implumi:
le api si ubbriacano nei calici
rosa, nei calici bianchi
fino all'ultima stilla.
Quando suona l'Angelus
il viandante cieco si segna
per la gioia di vivere.

(Da "Arie paesane", Taddei, Ferrara 1920)





CAMPAGNA
di Giulio Gianelli (1879-1914)

Non più con poco sole aria maligna,
non più la via tumultuosa e stretta,
ma l'alto, d'onde la città soggetta
apparisce una grande orma sanguigna;

ma il mio libero cielo e la mia vigna
che al sole i succolenti acini affretta,
dove ogni zolla sempre un germe aspetta
che subito fiorisce e non traligna!

Tornare a'i cieli eterni e della terra
a'i frutti eterni, nuda erger la testa
a l'aquilone purificatore.

E, riscattato d'ogni intima guerra,
sorgere a l'alba ad offerire, in festa
alla natura e a Dio tutto il mio cuore.

(Da "Mentre l'esilio dura", Streglio, Veraria Reale-Torino 1904)





IN CAMPAGNA
di Corrado Govoni (1884-1965)

Per le fessure della finestretta
s’inserisce una luce scialba scialba.
Il campanile di Saletta
è il primo a suonare l’alba.

Le faraone ed i galli
schiammazzano dentro il pollaio.
Nitriscon nella corte dei cavalli.
Il vento scuote l’uscio del granaio.

Le rondini non ànno ancor parlato
nei loro nidi sopra il forno...
Rabbrividiscono i pioppi del prato.
Chissà se sarà un bel giorno!

La scopa or su e giù per la scala
fruscia ed ora in cucina;
e, al pian terreno, il merlo nella sala
canta indomenicando la mattina.

(Da "Fuochi d'artifizio", Gianguzza Lajosa, Palermo 1905)





CAMPAGNA
di Arturo Onofri (1885-1928)

  Sul pendìo verdolino, aggraziato di margheritine, il bifolco affiena il carro da buoi con la forcina d'acciaio che brilla al sole, ingigantita dai lampi, come una pala d'argento sull'erba ancora tutt'intrisa d'alba.

(Da "Orchestrine", Libreria della Diana, Napoli 1917)





LA MIA CAMPAGNA
di Guglielmo Petroni (1911-1993)

O casa di campagna
riluttante nel tuo fondo scendo
al tuo disagio ed al tuo pane duro.

Nelle tue notti l'alte luci accendo
delle cortesi stelle dell'estate
e senza sonno alla finestra attendo
al grillo, che tagliente fischia, amico
e vibra come vibrano le stelle
e come l'alte punte dei cipressi.
Un lume solo nel tuo mondo mostri
alto, lontano e desolato;
richiamo delle case in fondo ai monti
opache, spente, quasi sommerse nella terra.

Nel mezzo della stanza
il letto mio biancheggia
semplice, di legno indecorato,
dentro la stanza spenta.

[Da "Poesie (1928-1978)", Guanda, Milano 1978]





PÀNICO
di Luigi Pirandello (1867-1936)

Pe ’l remoto viale di campagna,
tra fitte macchie, in sul cader del giorno:
io solo. È tal silenzio tutto intorno
che a un ragno sentirei tesser la ragna.

Come si tien così sospesa tanta
vita di foglie? Il cuore anch'io mi sento
sospeso, oppresso da strano sgomento;
stupito or questa guato or quella pianta.

L'anima quasi al limitar dei sensi
scende ansiosa, ma alcun lieve moto
non coglie, alcun rumore, e come un vuoto
mi s'apre dentro. Penetra fra i densi

rami del sol l'ultimo raggio intanto
e accende in alto lumi d'oro strani
nella macchia dei bigi ippocastani
che un tempio sembra ed opera d'incanto.

Di questa intimità con la natura
solitaria, del tutto inconsueta,
l'anima mia divien tanto inquieta,
quanto sarebbe forse per paura.

De' suoi sacri silenzii ancor non degno
dunque son io. Ma di notturne brine
tanto mi bagnerò che, puro alfine,
ella accoglier mi possa in questo regno.

(Da "Zampogna", Alighieri, Roma 1901) 





IN CAMPAGNA
di Agostino Richelmy (1900-1991)

Giugno adagio procede profumato
dai tigli, effusamente;
né mi disturba di scontrare a lato
i lasciti del fieno sul passaggio
delle carra di maggio.

Penetrare si può nella callaia
e trovare sul margine del prato
un anarchico fiore incoltivato;
là sta la vigna con filari in gaia
schiera guerresca a infiorescenze ritte
sui palmiti, tra breve con migliaia
d'acini penzolanti.

Intanto al campo appaiono già fitte
le spighe e l'orfane goccette rosse
dei papaveri, e sparsi azzurreggianti,
i fiordalisi teneri tra il grano.

Vanno grondoni al pascolo le grosse
mucche tranquille, e un vecchio mandriano
si sdraia all'ombre nuove
del noce or ora roseo di foglie.

Un uccelletto incomincia a cantare
in pace. Mi fa lieto e mi commuove
d'esser ben «lungi dal subdolo mare»
che sempre rumoreggia all'orizzonte.

(Da "La lettrice di Isasca", Garzanti, Milano 1986)





MONOLOGO AL MARGINE DI UN CAMPO
di Roberto Roversi (1923-2012)

Meglio dar fuoco al cumulo di fieno
che l’acqua gonfia e il sole non asciuga.
Lo stendo, lo raduno: nebbia, caldo
ci cadono all’estate
come giovani amanti.
Molto galante è il sole nell’amore.
La mia schiena si squama poi s’incurva.
Ricordo il gelo dell’89.
L’Ersilia è morta. Le fragole maturano
mentre vespe affondano nei fiori.
Non le raccolgo, lasciale appassire;
chi mangia più le dolci
fragole primaticce,
così stupide, soffici?
decrepiti, affondiamo nella terra,
stringiamo i lombrichi con le dita.
Sono stanco di stendere, adunare,
guardare in alto al gelo e all’acqua intento.
Fugge il sole? non lo chiamerò;
marcisce l’erba? anch’io cadrò
così, fra pochi mesi.
Un mare di pena è la mia carne.
Le fragole anneriscono sul campo,
gli anni frustano le spalle,
sporchi uccelli volano i ricordi.
Ombra di un’ala sopra l’acqua scende
adagio questa voce
nel pomeriggio fantastico.

(Da "La raccolta del fieno", Einaudi, Torino 1960)




CAMPAGNA
di Rocco Scotellaro (1923-1953)

Passeggiano i cieli sulla terra e
le nostre curve ombre
una nube lontano ci trascina.
Allora la morte è vicina
il vento tuona giù per le vallate
il pastore sente le annate
precipitare nel tramonto
e il belato rotondo nelle frasche.

(Da "È fatto giorno", Mondadori, Milano 1954)





MI RICORDERÒ DI QUESTO AUTUNNO
di Leonardo Sinisgalli (1908-1981)

Mi ricorderò di questo autunno
Splendido e fuggitivo dalla luce migrante,
Curva al vento sul dorso delle canne.
La piena dei canali è salita alla cintura
E mi ci sono immerso disseccato dalla siccità.
Quando sarò con gli amici nelle notti di città
Farò la storia di questi giorni di ventura,
Di mio padre che a pestar l'uva
S'era fatto i piedi rossi,
Di mia madre timorosa
Che porta un uovo caldo nella mano
Ed è più felice d'una sposa.
Mio padre parlava di quel ciliegio
Piantato il giorno delle nozze, mi diceva,
Quest'anno non ha avuto fioritura,
E sognava di farne il letto nuziale a me primogenito.
Il vento di tramontana apriva il cielo
Al quarto di luna. La luna coi corni
Rosei, appena spuntati, di una vitella!
Domani si potrà seminare, diceva mio padre.
Sul palmo aperto della mano guardavo
I solchi chiari contro il fuoco, io sentivo
Scoppiare il seme nel suo cuore,
Io vedevo nei suoi occhi fiammeggiare
La conca spigata.

(Da "Vidi le muse", Mondadori, Milano 1943)



Giovanni Fattori, "Riposo in Maremma"


2 commenti:

  1. Le tue selezioni sono sempre preziose, queste sono particolarmente evocative!
    Un caro saluto. Sara

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