Il primo ricordo che ho del calcio - avevo quattro anni - è una bandiera improvvisata dell'Italia, disegnata su un foglio di carta da mio zio, appiccicata con lo scotch ad un bastoncino di legno. Lo zio me la regalò e mi disse di andare fuori (mi trovavo in casa dei nonni) e di sventolare quella piccola bandiera con gioia e fierezza, perché la Nazionale Italiana di Calcio aveva battuto la Germania Ovest ai Mondiali, e gli rimaneva soltanto la gara finale col Brasile per vincere il torneo più prestigioso del mondo; era il 1970. Negli anni successivi il calcio trovò sempre più spazio nei miei interessi ed anche nei miei giochi coi compagni d'allora: iniziai ad acquistare le figurine della Panini di Modena, e il relativo album; ebbi in regalo più palloni che non sempre erano idonei alle partite di calcio, ma sempre e comunque finivano per essere presi a calci; con gli amici cominciai ad organizzare "partitelle" in campi improvvisati o sul selciato dei cortili più spaziosi che riuscivamo ad individuare nei dintorni delle nostre abitazioni; con grande sorpresa e soddisfazione, la sera di una vigilia di Natale mi fu regalato un biliardino, e così il calcio entrò anche in casa mia (ma in realtà vi era già entrato, perché tramite la Tv, insieme a mio padre già seguivo le trasmissioni calcistiche più famose di allora: 90° minuto e La Domenica Sportiva). Poi, per un periodo durato circa tre anni, mi allontanai dal calcio, come se ne avessi fatto indigestione. Durante l'adolescenza tornai a seguire lo sport più popolare d'Italia, ed esultai insieme ai miei genitori la sera dell'undici luglio 1982, quando la Nazionale Italiana si impose ai Mondiali disputati in Spagna. A quei tempi ancora mi succedeva di giocare a pallone, quasi esclusivamente a scuola, nelle ore di educazione fisica, quando un certo maestro di ginnastica ci consegnava un pallone dicendoci: «Prendete, e andate a farvi una partitella in cortile»; la maggior parte di noi, allora studenti liceali, acconsentivano all'invito, e cominciava così una divertente pausa di circa un'ora, in cui si provava a tornare bambini e a giocare con un entusiasmo puerile, già quasi dimenticato. Poi gli anni trascorsero velocemente, ed io seguii il calcio a fasi alterne; tutt'ora lo seguo, ma in modo decisamente moderato. Parlando di poesia, credo che se si può individuare in questo sport, va cercata nel versante ludico, del puro divertimento; tutto ciò lo trovo come al solito negli anni dell'infanzia, quando il tifo - almeno per me - era qualcosa di esclusivamente gioioso: non c'era alcun odio per gli avversari; i calciatori con le loro maglie colorate così come le società calcistiche, facevano parte di un gioco meraviglioso, e pur avendo particolarmente a cuore una solo team, ricordo che mi piaceva tutto dello sport chiamato "calcio".
IL CALCIO IN 10 POESIE DI 10 POETI ITALIANI DEL XX SECOLO
ALLEGORIA DEL CALCIO
di Vittorio Emanuele Bravetta (1889-1965)
Volubile globo, sospinto,
respinto, conteso a gran furia
da catapulte viventi,
tu, gonfio di folli entusiasmi,
rifiuti, sprezzante, se puoi
le braccia protese a divieto
e, sfrombolando, trasvoli
finché nella rete agognata
t'impigli e la chiami fortuna.
Strana vicenda, la tua,
di prigioniero felice
e ti saluta la folla
con alti clamori, impazzita:
sarebbe questa la Vita?
(da "Il sole dorme", Rebellato, Cittadella Veneta 1962, p. 68)
GIOCO DEL CALCIO
di Nicola Ghiglione (1915-1990)
ad un portiere
Hai più sentito nella presa
di un pallone il senso oscuro
della vita la vittoria che
geme sul salterio di un
prato che fu verde? Allora
era provincia.
Ora sei ricco più di quanto d'oro
non ti riversa la palla sulla traversa
e il cuore degli ultras è rischio
di rovina, l'esplosione che uccide.
[da "Finestre. Poesie edite e inedite (1939-1968)", De Ferrari, Genova 1991, p. 249]
DOPO UNA PARTITA DI CALCIO
di Carlo Martini (1908-1978)
Tutto fu vano. Affranti i giocatori
lasciano il campo a capo chino e lenti:
era, questa, partita decisiva.
Il gonfalone, come vinta vela,
s'affloscia a terra.
Già cala la sera
sullo stadio arruffato di giornali
con i rapidi «eroi» della domenica.
Un freddo vento questa ormai inutile
carta mulina in sconsolati vortici.
Qualcuno piange. Qualcuno che fu
per tutta l'ora un urlo di passione
nello stadio incendiato dall'amore.
È la speranza che, finita in nulla,
posa cenere al cuore ammutolito.
(da "Poesie", Mursia, Milano 1961, p. 137)
TARDELLI
di Roberto Mussapi
Le ombre dei pipistrelli abbacinati
dai fari, in alto, qui nel cristallo della luce
verde la rete perforata,
come se un gelo più grande di ogni grido
protraesse il già stato, fissandolo per sempre
mentre l'occhio guardava oltre le carni
in un punto preciso, sulla terra:
senza contatto, come senza erano
i corpi trapassati da quello sguardo:
mentre le forze nel fango hanno incontrato
il destino, e il dettato riempie l'esatta forma:
e una solitudine strana
oltre le prime barriere, oltre le gradinate
si perdeva negli occhi mentre l'esecuzione
feroce traboccava negli altri
e una ragione antica feriva i ginocchi,
piegati sull'erba elettrica, in ginocchio
sulla terra, il giorno e la sera resterà verde
non pioverà, e non ci saranno bambini sulle
tribune, le loro bocche, i loro occhi facili
al pianto prosciugati dal sole in una gola,
mentre il tempo acquatico non attendeva il fischietto
non attendeva il ritorno, immobile nel grido nel
deserto verde nel mistero degli occhi in quella
linea oltre i corpi, come se dalla ferita
della fronte gli occhi
riverberassero nel mare e in un grande
silenzio il sangue si tuffasse
nella luce, mentre il grumo dell'anima
ringhiava, "Non ho parlato con voi e con
nessuno, qualcosa ho dato", e la mente
già lacerata nel grido, lontano, come in un
tabernacolo
della battaglia trovasse
oltre gli spalti, la propria pace.
11 luglio 1982
(da "Poesie", I Quaderni del Battello Ebbro", Porretta Terme 1993, pp. 54-55)
ALLO STADIO ANDAVAMO PRESTO
di Giovanni Raboni (1932-2004)
Allo stadio andavamo presto,
non volevamo perdere
la partita prima della partita.
In campo, uguali da confonderli
a dei giocatori veri, i ragazzi
delle squadre chiamate primavera.
Guardarli era una pura meraviglia.
Forse perché correvano sul prato
con furibonda leggerezza
come se fosse, quello che facevano,
davvero un gioco – o forse
perché l’altra cosa, la vera,
doveva ancora cominciare,
era ancora tutto davanti a noi
con le sue ombre sanguinose,
con il suo cupo carico di gloria.
(da "Tutte le poesie 1919-2004", Einaudi, Torino 2024, parte seconda, p. 141)
FOOTBALL
di Vito Riviello (1933-2009)
Quante volte all’imbrunire
abbiamo creduto che la rondine
fosse il gol temibile in zona Cesarini,
la freccia scagliata dall’asso
in dribbling appassionato,
sogna ed avanza, avanza
e sogna il portiere in aria,
poi lascia partire un tiro
dalla criniera dell’erba
ch’è il volo di ritorno in Africa.
(da "Tutte le poesie", La Sapienza, Roma 2019, p. 177)
STORIA DI UN PALLONE
di Gianni Rodari (1920-1980)
Caduto nel fossato,
un anziano pallone
narrava al vicinato
(la rana, il gamberone)
le sue passate gesta,
quando, ad ogni partita
era il re della festa,
tra una folla impazzita.
- Migliaia d'occhi umani
guardavano me solo!
E quanti battimani,
che grida, ad ogni volo!
Elastico balzavo
Da un giocatore all'altro,
sfuggivo anche al più bravo,
ingannavo il più scaltro.
Correvo per il campo
(che sia, voi lo sapete...)
rapido come il lampo
guizzavo nella rete:
allora nello stadio
scoppiava il finimondo.
Io riprendevo subito
L'allegro girotondo...
- Capisco, eri un campione, -
fece un ranocchio, - ma,
scusa l'indiscrezione,
come finisti qua?
Strappato, il poveretto,
ai suoi sogni di gloria,
rimase un po' interdetto,
poi… narrò un'altra storia:
- La vita ogni domenica
ben dura mi rendevano:
ventidue giocatori
a calci mi prendevano...
(da "Filastrocche per tutto l'anno", Einaudi, Torino 2011, pp. 130-131)
POSSO IGNORARE IL GIOCATORE DI CALCIO...
di Roberto Roversi (1923-2012)
Posso ignorare il giocatore di calcio come lui
ignora me – e la sua maglia o palla
che sibila sull’archetto del violino da porta a porta.
È ilare il silenzio quando il sole cade ruotando
sullo stadio delle giovani iene e disperde farfalle
farfalle bianche fra le gambe dei soldati assiepati.
Il silenzio percuote gli occhi di uno di questi che vuole le cose
grida, la voce impaziente non promette niente di buono
il giocatore di calcio con la palla al piede scatta
la clessidra stabilisce la fine della partita
tu solo, demone, tu solo specchio dell’inerme vulcano
approfitti del tramonto per chiudere il combattimento
inseguito da voci di trombe lunghe e bandiere.
Il libro della memoria aspetta la sua ora. Ma è
già compiuto, dicono.
(da "La partita di calcio", Pironti, Napoli 2001, p. 26)
GOAL
di Umberto Saba (Umberto Poli, 1883-1957)
Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l'induce
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
La folla – unita ebrezza – par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
Presso la rete inviolata il portiere
– l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasto sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch’io son parte.
(da "Tutte le poesie", Mondadori, Milano 1988, p. 444)
DOMENICA SPORTIVA
di Vittorio Sereni (1913-1983)
Il verde è sommerso in neroazzurri.
Ma le zebre venute di Piemonte
sormontano riscosse a un hallalì
squillato dietro barriere di folla.
Ne fanno un reame bianconero.
La passione fiorisce fazzoletti
di colore sui petti delle donne.
Giro di meriggio canoro,
ti spezza un trillo estremo.
A porte chiuse sei silenzio d’echi
nella pioggia che tutto cancella.
(da "Frontiera. Diario d'Algeria", Guanda, Parma 2013, pp. 24-26)
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| da "Almanacco illustrato del calcio 1983", Edizioni Panini, Modena 1982, p. 398 |

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