domenica 15 marzo 2026

Il Settecento nella poesia italiana decadente e simbolista

 Non è raro trovare, nei versi dei poeti decadenti e simbolisti italiani, dei chiari rimandi al XVIII secolo; in particolare si nota una sorta di nostalgia per il modo di vestire, la musica e l’ostentata galanteria che era d’uopo riscontrare in determinati ambienti altamente aristocratici. I nostri poeti, influenzati evidentemente dall’arte francese che spopolò nel Settecento, infarciscono i loro versi di personaggi tipici, balli alla moda e atmosfere che in seguito non si sono più presentate agli occhi di coloro che rimanevano incantati da un mondo favoloso, destinato però a cadere definitivamente a seguito della Rivoluzione Francese (che determinò con un po’ di anticipo anche la fine di quel secolo inconfondibile). Ecco allora una serie di poesie che parlano di cicisbei, re, principi, dame incipriale, parrucconi, sale da ballo e luoghi particolarmente eccentrici e sfarzosi. Qui ci si sofferma soltanto sul lato esteriore, della pura e semplice immagine, trascurando il contesto, che vedeva una casta decisamente egoista e spietata, vivere lussuosamente alle spalle di un popolo sempre più povero e disperato. Ma per i nostri poeti quello che conta è rievocare un mondo che somiglia a quello delle favole, in cui si muovono solamente dei personaggi affascinanti, che vivono in palazzi immensi, che ascoltano musiche accattivanti e amoreggiano al ritmo di balli lenti: insomma tutto il repertorio dei dannunziani “tempi che non sono più”.  

 

 

Poesie sull’argomento

 

Corrado Govoni: "Oro e violetto" in "Le fiale" (1903).

Corrado Govoni: "Sala da ballo" in "Gli aborti" (1907).

Giuseppe Lipparini: "Minuetto" e "Gavotta" in "Le foglie dell'alloro. Poesie (1898-1913)" (1916).

Gian Pietro Lucini: "Leziosa pastorella incipriata" in "Il Libro delle Figurazioni Ideali" (1894).

Gian Pietro Lucini: "Sade" in "Le antitesi e le perversità" (1971).

Enzo Marcellusi: "È probabile! Io fui un re settecentesco" in "Il giardino dei supplizi" (1909).

Nicola Marchese: "Minuetto" in "Le Liriche" (1911).

Fausto Maria Martini: "Dittico alla Goya" in "Panem nostrum" (1907).

Aldo Palazzeschi: "A palazzo Oro Ror" in "Lanterna" (1907).

Enrico Panzacchi: "Incantesimo vano" in "Poesie" (1908).

Fausto Valsecchi: "Calen di Morte" in "Noi e il mondo", febbraio 1914.

Remigio Zena: "Citera" in "Le Pellegrine" (1894).

 

 

 

 

LEZIOSA PASTORELLA INCIPRIATA

di Gian Pietro Lucini

 

Leziosa pastorella incipriata

ch'ama Watteau effigiare alle portiere,

sta la Signora mia nel mio pensiere,

Sorride ella benigna e la dorata

esca dispensa dalle lusinghiere

mani ed invita, col gesto, l'alata

famiglia al cibo: or, candide e leggere,

accorron le colombe alla chiamata.

 

Tale, alle vostre grazie compiacenti,

colombe dello Ingegno, i Madrigali

volano arditi e ghiotti e, in torneamenti,

flabelli alti sul capo vi fan d'ali;

e Voi così l'udite audaci e intenti

a cantarvi l'omaggi trionfali.

 

(da "Il Libro delle Figurazioni Ideali", Galli di Chiesa e Guindani, Milano 1894, p. 105)

 

 

 

 

CITERA

di Remigio Zena

 

Dimmi tu, Venere: quando

Son discese a queste rive

Le galanti comitive

 

Che partirono, invocando

Te regina, te divina,

Sulla nave pellegrina,

 

Un mattin di primavera,

Imbarcate da Watteau

Fra le ariette e fra i rondò,

 

Alla volta di Citera?

 

Ben rammento: sui pennoni

Orifiamme e banderuole

Sventolanti in faccia al sole;

 

Rose e mammole a festoni,

Un giardin d'aerea flora

Verso poppa e verso prora;

 

E dei zeffiri al sospiro

Pronta l'ala gloriosa,

Ala immensa, immensa rosa

 

Sovra l'acque di zaffiro.

 

Ben rammento: variopinte

Brigatelle audaci e liete,

Cui rideva sulle sete

 

La letizia delle tinte,

La gioconda varietà

Di farsetti e falbalà;

 

Pastorelli, pastorelle

Della scena e della rima,

Emigranti ad altro clima

 

Senza aver mai visto agnelle.

 

(Rosalinde, Cidalise

Nel capriccio sol costanti,

Nemorini e tutti quanti,

 

Qual capriccio vi conquise?

Qual promessa di chimera

V'ha imbarcato per Citera?

 

Bimbe e bimbi, ancora alunni

Dell'amor, vi dico questo:

Come presto, come presto

 

Qui galoppano gli autunni!)

 

Chiedo a te, Venere: quando

Son discese alle tue rive

Le galanti comitive,

 

Salutarono esultando

Questi monti aridi ed irti,

Senza rose e senza mirti?

 

Qui le danze inghirlandate

Hai tu visto e i dolci idilli?

Hai udito d'Amarilli

 

Barcarole e serenate?

 

Non a te, che sulle calve

Roccie stai, perfido spettro,

Fra i rottami del tuo scettro,

 

Non a te dicono salve

I nepoti qui rimasti

Dei pirati iconoclasti,

 

E non qui nel tuo squallore

Vengon l'anime defunte,

Che da te furon congiunte

 

Nel dittongo dell'amore.

 

Cerigo.

 

(da "Tutte le poesie", Cappelli, Bologna 1974, pp. 221-223)

 

 

Antoine Watteau, "The Italian Commedians"
(da questa pagina Web)


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