Non è raro trovare, nei versi dei poeti decadenti e simbolisti italiani, dei chiari rimandi al XVIII secolo; in particolare si nota una sorta di nostalgia per il modo di vestire, la musica e l’ostentata galanteria che era d’uopo riscontrare in determinati ambienti altamente aristocratici. I nostri poeti, influenzati evidentemente dall’arte francese che spopolò nel Settecento, infarciscono i loro versi di personaggi tipici, balli alla moda e atmosfere che in seguito non si sono più presentate agli occhi di coloro che rimanevano incantati da un mondo favoloso, destinato però a cadere definitivamente a seguito della Rivoluzione Francese (che determinò con un po’ di anticipo anche la fine di quel secolo inconfondibile). Ecco allora una serie di poesie che parlano di cicisbei, re, principi, dame incipriale, parrucconi, sale da ballo e luoghi particolarmente eccentrici e sfarzosi. Qui ci si sofferma soltanto sul lato esteriore, della pura e semplice immagine, trascurando il contesto, che vedeva una casta decisamente egoista e spietata, vivere lussuosamente alle spalle di un popolo sempre più povero e disperato. Ma per i nostri poeti quello che conta è rievocare un mondo che somiglia a quello delle favole, in cui si muovono solamente dei personaggi affascinanti, che vivono in palazzi immensi, che ascoltano musiche accattivanti e amoreggiano al ritmo di balli lenti: insomma tutto il repertorio dei dannunziani “tempi che non sono più”.
Poesie sull’argomento
Corrado Govoni:
"Oro e violetto" in "Le fiale" (1903).
Corrado Govoni:
"Sala da ballo" in "Gli aborti" (1907).
Giuseppe Lipparini:
"Minuetto" e "Gavotta" in "Le foglie dell'alloro.
Poesie (1898-1913)" (1916).
Gian Pietro Lucini:
"Leziosa pastorella incipriata" in "Il Libro delle Figurazioni
Ideali" (1894).
Gian Pietro Lucini:
"Sade" in "Le antitesi e le perversità" (1971).
Enzo Marcellusi:
"È probabile! Io fui un re settecentesco" in "Il giardino dei
supplizi" (1909).
Nicola Marchese:
"Minuetto" in "Le Liriche" (1911).
Fausto Maria Martini:
"Dittico alla Goya" in "Panem nostrum" (1907).
Aldo Palazzeschi:
"A palazzo Oro Ror" in "Lanterna" (1907).
Enrico Panzacchi:
"Incantesimo vano" in "Poesie" (1908).
Fausto Valsecchi:
"Calen di Morte" in "Noi e il mondo", febbraio 1914.
Remigio Zena: "Citera" in "Le Pellegrine" (1894).
LEZIOSA PASTORELLA
INCIPRIATA
di Gian Pietro Lucini
Leziosa pastorella
incipriata
ch'ama Watteau
effigiare alle portiere,
sta la Signora mia
nel mio pensiere,
Sorride ella benigna
e la dorata
esca dispensa dalle
lusinghiere
mani ed invita, col
gesto, l'alata
famiglia al cibo: or,
candide e leggere,
accorron le colombe
alla chiamata.
Tale, alle vostre
grazie compiacenti,
colombe dello
Ingegno, i Madrigali
volano arditi e
ghiotti e, in torneamenti,
flabelli alti sul
capo vi fan d'ali;
e Voi così l'udite
audaci e intenti
a cantarvi l'omaggi
trionfali.
(da "Il Libro delle Figurazioni Ideali", Galli di Chiesa e Guindani, Milano 1894, p. 105)
CITERA
di Remigio Zena
Dimmi tu, Venere:
quando
Son discese a queste
rive
Le galanti comitive
Che partirono,
invocando
Te regina, te divina,
Sulla nave
pellegrina,
Un mattin di
primavera,
Imbarcate da Watteau
Fra le ariette e fra
i rondò,
Alla volta di Citera?
Ben rammento: sui
pennoni
Orifiamme e
banderuole
Sventolanti in faccia
al sole;
Rose e mammole a
festoni,
Un giardin d'aerea
flora
Verso poppa e verso
prora;
E dei zeffiri al
sospiro
Pronta l'ala gloriosa,
Ala immensa, immensa
rosa
Sovra l'acque di
zaffiro.
Ben rammento:
variopinte
Brigatelle audaci e
liete,
Cui rideva sulle sete
La letizia delle
tinte,
La gioconda varietà
Di farsetti e
falbalà;
Pastorelli,
pastorelle
Della scena e della
rima,
Emigranti ad altro
clima
Senza aver mai visto
agnelle.
(Rosalinde, Cidalise
Nel capriccio sol
costanti,
Nemorini e tutti
quanti,
Qual capriccio vi
conquise?
Qual promessa di
chimera
V'ha imbarcato per
Citera?
Bimbe e bimbi, ancora
alunni
Dell'amor, vi dico
questo:
Come presto, come
presto
Qui galoppano gli
autunni!)
Chiedo a te, Venere:
quando
Son discese alle tue
rive
Le galanti comitive,
Salutarono esultando
Questi monti aridi ed
irti,
Senza rose e senza
mirti?
Qui le danze
inghirlandate
Hai tu visto e i
dolci idilli?
Hai udito d'Amarilli
Barcarole e serenate?
Non a te, che sulle
calve
Roccie stai, perfido
spettro,
Fra i rottami del tuo
scettro,
Non a te dicono salve
I nepoti qui rimasti
Dei pirati
iconoclasti,
E non qui nel tuo
squallore
Vengon l'anime
defunte,
Che da te furon
congiunte
Nel dittongo
dell'amore.
Cerigo.
(da "Tutte le
poesie", Cappelli, Bologna 1974, pp. 221-223)

Antoine Watteau, "The Italian Commedians"
(da questa pagina Web)
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