domenica 15 marzo 2020

I mondi nella poesia italiana decadente e simbolista


Possono essere mondi reali o irreali, terreni o ultraterreni, vicini o lontani, tristi o felici, inquietanti o tranquillizzanti; possono essere nati dai sogni, dalle fantasie personali, dalle fiabe, dalle leggende o da una realtà volontariamente modificata dal poeta. I protagonisti che vi si incontrano, maschili o femminili che siano, si dimostrano altamente affascinanti, profondamente misteriosi, immensamente enigmatici. Certamente questi mondi racchiudono simboli a volte occulti: sta al lettore quindi, la capacità di individuarli (in qualche caso l'impresa è ardua) e di analizzarli. Gli autori di queste poesie appartengono alle più varie correnti, scuole o tendenze nate tra la fine dell'Ottocento e il primo ventennio del Novecento. Il tema è più che mai ampio e coinvolgente, a confermare la mia tesi sarà sufficiente leggere alcune della serie di poesie che di seguito elenco.



Poesie dell'argomento

Mario Adobati: "I desolati" e "L'offerta" in "I cipressi e le sorgenti" (1919).
Vittoria Aganoor: "Mai!" e "Leggendo Maeterlinck" in "Leggenda eterna" (1900).
Diego Angeli: "La madonna della neve" in «Il Marzocco», ottobre 1897.
Avancinio Avancini: "Pastello" in "Dai nostri poeti viventi" (1903).
Alfredo Baccelli: "Della morte all'ampie foci" in "Poesie" (1929).
Sandro Baganzani: "Buoni morti" in "Senzanome" (1924).
Pier Luigi Baratono: "I santi di ghiaccio" in "Sparvieri" (1900).
Ugo Betti: "I palazzi di smeraldo" in "Il Re pensieroso" (1922).
Gustavo Botta: "Vignetta" in "Alcuni scritti" (1952).
Paolo Buzzi: "Arcobaleni" in "Aeroplani" (1909).
Paolo Buzzi: "Mallarmé" in "Poema dei quarant'anni" (1922).
Giovanni Camerana: "Tempeste" e "Sotto i placidi monti che tu sai" in "Poesie" (1968).
Dino Campana: "La speranza" in "Canti Orfici" (1914).
Giovanni Cavicchioli: "Le trombe de la notte ingemmano" e "Arabeschi" in "Palazzi incantati" (1916).
Girolamo Comi: "Dagli orizzonti ignoti" in "Lampadario" (1912).
Italo Dalmatico: "A i mali de la mia vita passata" e "La coscienza" in "Juvenilia" (1903).
Gabriele D'Annunzio: "Vas spirituale" in "L'Isotteo. La Chimera" (1890).
Adolfo De Bosis: "Anima errante" in "Amori ac Silentio e Le rime sparse" (1914).
Federico De Maria: "Gl'Invisibili" in "Voci" (1903).
Federico De Maria: "Magia" in "La Leggenda della Vita" (1909).
Arturo Foa: "Inverni di provincia" in "Le vie dell'anima" (1912).
Luisa Giaconi: "Nei muti campi del sogno" in "Tebaide" (1912).
Cosimo Giorgieri Contri: "Il tennis" in "Il convegno dei cipressi" (1894).
Cosimo Giorgieri Contri: "Libertà" in «Nuova Antologia», settembre 1907.
Corrado Govoni: "Delizie sconosciute" in "Le Fiale" (1903).
Corrado Govoni: "Io penso ai numerosi beghinaggi" in "Armonia in grigio et in silenzio" (1903).
Corrado Govoni "Ver" in "Gli aborti" (1907).
Corrado Govoni: "La colonia del pianto" in "Poesie elettriche" (1911).
Arturo Graf: "Superi" e "Inferi" in "Medusa" (1990).
Arturo Graf: "La caccia disperata" in "Le Danaidi" (1905).
Tito Marrone: "Corinna" in "Liriche" (1904).
Tito Marrone: "Dove andrò" in «La Vita Letteraria», dicembre 1905.
Marino Moretti: "Ascensore" in "Poesie di tutti i giorni" (1911).
Arturo Onofri: "La fola" in "Poemi tragici" (1908).
Angiolo Orvieto: "Invito" in "La Sposa Mistica. Il Velo di Maya" (1898).
Giovanni Pascoli: "Il miracolo" in "Myricae" (1900).
Luca Pignato: "Laus Mortis" in "Persèfone" (1913).
Francesco Scaglione: "Le città sommerse" in "Litanie" (1911).
Emanuele Sella: "Un'Altra Vita" in "Rudimentum" (1911).
Agostino John Sinadinò: "Ôpora" in "Melodie" (1900).
Domenico Tumiati: "La Grande Acqua" e "Signora de le Nevi" in "Musica antica per chitarra" (1897).
Domenico Tumiati: "L'infinito" in "Liriche" (1937).
Aurelio Ugolini: "Dittico" in "Viburna" (1905).
Remigio Zena: "Quosque?" in "Le Pellegrine" (1894).
Remigio Zena: "Domino azzurro" in "Olympia" (1905).



Testi


LE TROMBE DELLA NOTTE INGEMMANO
di Giovanni Cavicchioli

   Le trombe de la notte ingemmano
i romantici fuochi del crepuscolo
alluminati sui velari degli orizzonti sconfinati.
Le arpe gemono e le colombe
su le tombe
calaron stanche.
Oltre il bosco su la riva del mare
melanconici cavalieri vestiti a lutto
attorneati a una tavola di pietra come a un'agape fraterna,
quali dormono
e quali, mordendo voraci pesche e poma,
scrutano lentamente
antichissime pergamene;...
e l'infaticabile mare sussurra
e ansa come sospeso
che in lui sta sommerso
il cuor de la notte.
E pallide e smagrite fanciulle
con il volto macero di pianto
e i lugubri occhi sbarrati
là verso, ove il sole moriva
e tuttora del suo sangue
rosseggiano l'acque,
si cullano in una tarlata canoa
e abbrividiscono al freddo serotino
nei loro veli gialli...

   Una verde mestizia è soffusa
su l'invisibile volto romantico,
e le trombe crepuscolari
oh come malinconiche e fioche!

   Solo in un lontano giardino
un fanciullo malato,
seduto a l'orlo d'una fontana,
si lagna sul flauto
ma le taciturne acque sorgive
già occhiute di stelle
tosto assiderano
l'esili note piangenti...

   E le trombe notturne
si tacciono;
e i trombettieri
discendono in fondo al mare ...

     Azzurro.

(da "Palazzi incantati")




LE CITTÀ SOMMERSE
di Francesco Scaglione

Affondano nei mari alti azzurri tranquilli
come grandi meduse le città rovesciate,
e seguono, calando, il filo degli abissi
quasi sotto gli abissi respirate
dal respiro del mondo;
le acque, muraglie di vetro,
rotolano - specchiandolo -
il quieto naufragio luminoso.

Città trasognate come belve affacciate
a deserti colmi di luce e di silenzio,
città inginocchiate su le vette,
candidi anacoreti del mondo,
città aggrappate disperatamente agli abissi;
languide tuniche obliate
negli atri verdissimi de la terra
da leggendarie gigantesse,
città scagliate come rupi,
o emerse come una paziente
vegetazione di muraglie,
città, fiori di pietra curvati nei cieli,
il mondo che muore, gravato di voi, vi sommerge
oggi nei mari alti ed azzurri.

Oh rossi tramonti, incendio di tramonti
raffica di tramonti
su le morte città, su le città bianche silenziose
grandi petriere incantate!
o crosci di fiamme su le vetrate,
enormi polipi di sangue
aggrappati a le mura
come in una carneficina,
o flagellanti pei rossi tentacoli
le piazze, i minareti deserti
erti come scogliere
su la bianca spuma de le città morte!...
perché, tramonto, ridi il tuo riso di sangue
su le morte città
e le illudi di efimera vita?
poi quando cadi, anche tu
stanco naufrago del cielo
tra i lividi rottami de le nubi,
con te trascini negli abissi dei cieli
le morte città,
e le città ti seguono come creature
afferrate ne le capigliature
rosse da le tue rosse mani,
poi fumano ne la notte
come roghi spenti!

No, no, città senza tramonti,
città senza soli, città senza stelle...
voi siete cieche,
o vuote città sognanti
un lungo sogno di pietra, di sabbie di deserti,
siete le carovane pietrificate
nei deserti de la terra,
le vagabonde de la terra
accovacciate su la vostra tomba
coi vostri bianchi cenci
a cogliere, saliente per le vene di granito,
il pianto del mondo!

(da "Le litanie")


Jheronimus Bosch, "Trittico del Giardino delle Delizie"
(da questa pagina Web)



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