sabato 30 dicembre 2017

Poeti dimenticati: Ugo Ghiron

Nacque a Roma nel 1876 e ivi morì nel 1952. Dopo il ginnasio si trasferì con la famiglia a Pisa e qui conseguì la laurea in lettere. Sempre nella città toscana cominciò a frequentare circoli letterari e a pubblicare i suoi scritti sui giornali locali; in seguito collaborò a riviste prestigiose come "Nuova Antologia", "La Riviera Ligure" e "Vita letteraria". Nel frattempo Ghiron dava alle stampe i suoi primi volumi di poesie, che attrassero l'attenzione di critici e letterati come Guido Mazzoni, Giovanni Marradi e Eugenio Donadoni. Col passare degli anni lo scrittore romano pubblicò anche poesie dedicate all'infanzia, racconti, traduzioni ed un romanzo.
La sua poesia, che rientra nell'ambito del classicismo, si rifà alla poetica pascoliana; in particolare, si nota un'attenzione all'umanità sofferente.




Opere poetiche

"Vita", Bemporad, Firenze 1908.
"Le rime della notte", Bemporad, Firenze 1913.
"Le vespe e gli eroi", Zanichelli, Bologna 1916.
"Le visioni di Atropos", Sandron, Milano 1919.
"Gli aquilotti e le rondini", Sandron, Palermo 1922.
"Tristezze", Simoncini, Pisa 1925.
"Poesie 1908-1930", Sandron, Palermo 1932.
"I canti di Dmitri il vagabondo e altre poesie", Studio Ed. Moderno, Catania 1937.





Presenze in antologie

"Antologia della lirica italiana", a cura di Angelo Ottolini, R. Caddeo & C., Milano 1923 (pp. 371-376).
"Le più belle pagine dei poeti d'oggi", 2° edizione, a cura di Olindo Giacobbe, Carabba, Lanciano 1928 (vol. III, pp. 122-127).
"L'Adunata della poesia", 2° edizione, a cura di Arnolfo Santelli, Editoriale Italiana Contemporanea, Arezzo 1929 (pp. CCLXXXXVIII-CCC).




Testi


UOMINI

Lo attese al varco, e, come belva, al collo
lo tenne forte: disperatamente
ansando, lo guardò l'uomo: impotente
poi sussultò, poi vacillò, diè un crollo.

Contro la luna l'orma d'uno stollo
ultima dileguar vide il morente:
non vide, udì vanir sì del fuggente
via pei campi la pésta... E sorse collo

squallido raggio, e, d'atre nubi ingombra,
l'alba mirò dai taciturni cieli,
atomo oscuro, il pallido insepolto:

laggiù, con gli sbarrati occhi ancor vòlto
come a inseguire un'ombra, che si celi
esterrefatta e rapida nell'ombra.

(da «La Riviera Ligure», giugno 1907)




DICE IL MALATO DI CUORE...

Io ti porto nel petto, o mia condanna.
Mi gridi ogni minuto: - Io son con te;
non ti lascio; non chiedermi mercé.
La voce son di chi muto ti danna. -

Io ti porto nel petto, o mia condanna.

Anche mi gridi: - non badarmi! Inganna
l'ora. Men triste a chi l'inganna ell'è.
Lo so che senti la tua morte in me;
lo so che per me tremi come canna

(sempre t'odo nel petto, o mia condanna)

lieve al vento; ch'io son l'ombra che appanna
il tuo sereno; ch'io son lei che ha in sé,
lei che ti grida il tuo destino, che
le lunghe notti vigile ti affanna

(oh di mia vita giovine condanna!);

ma non badarmi! l'ora lenta inganna.
Io tacerò, vedrai, senza perché,
d'un tratto, forse... Tacerò con te,
io tua lunga funèrea ninnananna. -

Non t'avessi nel petto, o mia condanna!


(da "Le rime della notte", 1913)

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