venerdì 15 dicembre 2017

"La necessità di morire" di Cesare Giulio Viola

In questi giorni si è commemorato in Roma il poeta decadente Sergio Corazzini.
Domenico Oliva - compiendo un atto di riparazione postuma alla trascuranza di cui aveva purtroppo circondato i volumetti non venali che il giovane scrittore gli aveva inviato - ha tenuto d'innanzi ad un uditorio folto di poeti e di artisti una conferenza, dalla quale è balzata degnamente la figura del cantore morto ventenne, rapito a pochi fratelli di sogno e d'ideale, non ancora baciato da quel raggio di gloria, che si vuol oggi far credere fosse già spuntato su l'orizzonte di sua vita.
Non mai creatura umana amò l'umiltà del silenzio come questo solitario adolescente; benché con pochi giovani, in un cenacolo ormai disperso da una intempestiva raffica di morte, gli fui fratello nella buona e mala fortuna, e lo seguii con trepidanza tormentosa durante il suo male indomabile e lo vidi spegnersi e vegliai con pochi intimi, in una triste notte di giugno dello scorso anno, la sua spoglia mortale, sono stato profondamente turbato d'innanzi all'onda di ammirazione che comincia a crescere intorno al povero poeta sentimentale, al desolato poeta che amava, teneramente, come un fanciullo, gli angeli dipinti sulle vetrate delle cattedrali, la desolata malinconia delle canzonette napoletane, la serena pace dei chiostri solinghi, dove l'anima sua pareva potesse conciliarsi col desiderio d'oblio e di solitudine.
Io lo conobbi, or è due anni, quando entrai a far parte della redazione di Cronache latine, rivista ultra-decadente e rivoluzionaria, per un poemetto che non vide mai la luce, poiché l'effemeride tra il dileggio e l'ironia della terza sala d'Argano, la più mirabile fucina di maldicenza letteraria d'Italia, morì al terzo numero, uccisa da un sonetto wagneriano di Donatel Zarlatti, che sin d'allora rivelava quelle tendenze che l'han condotto qualche mese fa al manicomio.
Morì la rivista, ma i collaboratori che avevano preferito, piuttosto che dare alle stampe un terzo numero, concedersi in barba agli abbonati un pranzo luculliano innaffiato di Champagne, con relativa scarozzata notturna per i quartieri più silenziosi della vecchia Roma, i collaboratori serbarono immutati tra di loro i vincoli di amicizia e di fraternità!
Si era un gruppo di giovani, armati di entusiasmo e di ironia, irriverenti verso i vecchi, convintissimi di possedere un grande valore e di essere destinati a un grande avvenire, (i superstiti non sono per nulla cambiati) disdegnosi del facile plauso, se non altro persone di ottimo gusto che stimarono più colui che sa ideare una bella lirica di chi commerciando in generi diversi possa aspirare al non commendevole titolo di Re dei Latticini.
Sergio Corazzini pareva il più mite fra di noi; era indubbiamente il più buono, ma anche il più ironico. Chi ebbe agio di avvicinarlo, ricorderà i suoi implacabili motti di spirito, il suo riso canzonatore che non dispiaceva perché non si velava mai d'alcuna nube di malvagità, ma che si manteneva, sul suo labro, specie negli ultimi tempi persistente e immutabile.
Impiegato presso una compagnia d'Assicurazioni, egli passava i suoi lunghi giorni, chiuso in una piccola stanza cieca di finestra, perennemente illuminata da una lampada a luce elettrica, ed era riuscito a introdurre, come scrivano, un suo intimo amico - letterato egentissimus, - in compagnia del quale cercava di rendere a se stesso meno gravi e tormentose le ore d'ufficio.
La sera, immancabilmente, ci si trovava da Argano, donde in folta comitiva si partiva per lunghe passeggiate, peregrinando per le località più strane e deserte di Roma: i dintorni del Foro, S. Saba, l'isola di S. Bartolomeo. Di domenica Sergio diveniva irreperibile; non c'era caso che lo si potesse indurre ad assistere ad una conferenza o ad un concerto: era il suo giorno di libertà completa ed egli, come un rosignolo che si fosse liberato dalla prigionia della gabbia, aveva bisogno irresistibile di luce, di sole, d'aria.
Si recava al Castello di Costantino o a qualche trattoria di campagna solo, quando gli amici non volevano accompagnarlo, e lì si abbandonava a godersi la sua domenica, come uno scolare, sino a che la sera non l'avesse nuovamente condotto alla Città terribile, dove in strisce esigue di turchino il cielo sorride ai poeti e ai sognatori.
Il suo ultimo libro credo sia nato da questi ritorni, e da questa nostalgia profonda d'azzurro.
Imberbe, pallidissimo perché già da qualche tempo il suo gracile organismo era minato dal male che poi lo condusse alla morte, accurato nell'eleganza del vestire, egli impersonava perfettamente i caratteri della sua poesia d'eccezione; nel suo sguardo, nella sua voce, nei suoi atteggiamenti si riconosceva il povero poeta sentimentale, colui che aveva sentito turbarsi dal profondo dell'anima la sua vena schietta e ingenua e trasformarsi il suo riso di fanciullo meravigliato in un triste sorriso di morente.
Scomparve con la fine dell'autunno dal cerchio degli amici: gli rimanemmo fedeli pochissimi, quelli che non fecero soggiacere il sentimento di amicizia e di fraternità al timore del contagio.
Un inverno dolorosissimo scorse sulla vita del poeta: egli celò ai fratelli e ai genitori le sue sofferenze, quanto più gli fu possibile; tentò di illudere la sua povera mamma non accusando che in parole larvate tutta la desolazione della sua giovinezza soccombente; la sua anima parve divenire più fanciulla, si riconciliò con la serenità perfetta: la morte gli sorrise come una sorella attesa.
Tre cerei altissimi in una stanza nuda, una piccola veilleuse, compagna e consolatrice delle lunghe notti di tormento, uno scaffale ricco di libri rilegati elegantemente, e sul letto, colmo di gigli, il cadavere del Poeta, ravvolto in un lenzuolo bianco.
Quattro amici, nel silenzio della casa, vegliarono il feretro: Antonello Caprino, Gino Calza, Alberto Tarchiani ed io: quattro ignoti fratelli d'un fratello ignoto, cui è stato necessario morire, perché la gloria che tributano gli uomini comuni, si accorgesse del suo canto e del suo pianto!

                                                                                                                                                            C. G. Viola


(da «Tribuna Pugliese, 20 giugno 1908»)

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