domenica 17 maggio 2015

La passeggiata nella poesia italiana decadente e simbolista

La passeggiata, assai spesso, per questi poeti sembra un pretesto per sciorinare una serie di cliché tipicamente decadenti: la tristezza, la malinconia, l'autunno, la caduta delle foglie, i giardini, le fontane, la malattia, la convalescenza e tante altre languidezze che, si direbbe, hanno quasi del morboso. Non di rado i poeti prediligono le passeggiate fatte in due, dove la seconda persona è una donna, e dove la situazione è estremamente mesta e avvilente. Cosa rappresenti simbolicamente la passeggiata sarebbe azzardato affermare. Le situazioni che pocanzi ho accennato fanno però pensare che molti poeti vogliano raccontare un transito, un breve passaggio lungo il corso della vita, che risulta, a mano a mano, sempre più faticoso, colmo di sconfitte, delusioni, amarezze. Il fatto che la passeggiata, sovente, si concluda nelle prime ore della sera, vuole probabilmente significare l'arrivo della vecchiaia, ovvero la fine dei sogni e degli slanci vitali più significativi: il preludio della morte.




PASSEGGIATA MINIMA
di Sandro Baganzani (1889-1950)

Nelle mie mani tengo
la tua rosea manina.
Si cammina nel sole per i solchi
dove è rimasta ancora
qualche margheritina
qualche bocca di drago
qualche papavero rosso.
Tu guardi in su le vigne.
Un mago... sicuro è venuto.
D'uva non ce n'è più.

Parli di tante cose
nel tuo gergo ch'io non comprendo.
Si coglie qualche chicco
di velluto rimasto tra le foglie
rossicce: mi doni
una chiocciola gialla
su un ramo di sambuco.

Ò la malinconia 
di questa giornata
senza suoni
deserta
dopo la festa vendemmiale
come un vano pomeriggio
domenicale.

Cinguettami, bambina,
qualche parola che tu
sola sai. Mi inginocchio
anch'io tra i mentastri:
ti scelgo le galle:
inseguo con te le farfalle.
Sei Cappuccetto tra i gnomi
piccini: i grilli neri
che saltan sui tuoi passi
coi loro tremolanti violini.
Tu mi ricordi i nidi
bambini, della primavera...

ò la malinconia
dei nidi vuoti
che pendono dal frassino
con qualche piuma leggiera.

Ma tu cammini
stringendoti al cuore
con le due mani
delle ramette in fiore.

Rimbomba 
la romba del treno lontano
che va.
Domani, bambina, domani...
.  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .

(Da "Arie paesane", Taddei, Ferrara 1920)





ULTIMA PASSEGGIATA
di Giovanni Chiggiato (1876-1923)

Tutte le foglie della terra, quelle, quelle
che lustravano al sol polite, il nostro
capo fasciando d'ampie zone d'ombra!
La gran giuncata ogni viale ingombra,
e guizzan tra 'l fogliame color d'ostro
chiazze di brina simili a fiammelle.

E il mio passo lentissimo s'affonda
tacito ne la vana mèsse d'oro
che cede e piega e non si frange o stride;
e un van ricordo in mente mi sorride,
quando i tuoi passi e i miei facean canoro
il bosco in sua placidità profonda.

Ma quel ricordo agli alberi del bosco
non dà frondi né fior: drizzando stecchi
aridi ad un caliginoso cielo
gli alberi abbrividiscono di gelo:
quasi non trovo più l'orme dei vecchi
ricordi, i luoghi quasi non conosco.

Fredda è l'ora del vespro: una campana
dondola troppo pigra. Ne la serra
fioriscono le prime violette:
quanto stupor negli occhi ti ristette
quando l'april ci rifiorì la terra!
e quell'ora mi par tanto lontana.

L'ultime rose e i primi crisantemi
contendono nell'orto ch'ella vide
disfiorir lentamente. Ed io son solo
e un poco triste, e ignoro di che duolo,
se d'intatte speranze anche sorride
questo mio cor nei dì d'autunno estremi.

Altra mèsse di foglie, altra e più bella
crescete per le mie gioie future!
v'affido, alberi, l'ultima preghiera.
Quand'ella ed io verremo a primavera,
dire udrò: - vi fur mai due creature
più felici in goder l'ombra novella?


(Dalla rivista «La Riviera Ligure, 32, 1901)





LA PASSEGGIATA
di Gabriele D'Annunzio (1863-1938)

Voi non mi amate ed io non vi amo. Pure
qualche dolcezza è ne la nostra vita
da ieri: una dolcezza indefinita
che vela un poco, sembra, le sventure
nostre e le fa, sembra, quasi lontane.

Ben, ieri, mi sembravano lontane
mentre io parlava, mentre io v'ascoltava,
e il mare in calma a pena a pena ansava,
ed eran quei vapori come lane
di agnelli, sparsi in un benigno cielo.

Mi veniva da voi o da quel cielo
e da quel mare l'umile riposo?
Certo, in un punto, io fui quasi oblioso.
Lane di agnelli, gigli senza stelo,
vaghe bianche apparenze, in cielo, in mare...

Come leggero ai lidi ansava il mare!
Il vostro passo diventò più lento.
Come leggero anche! Ed io era attento
più la ritmo di quel passo o a quell'ansare,
o a le vostre parole, o al mio pensiero?

Parea che io non avessi alcun pensiero.
Non pensava. Sentiva, solamente.
Dite: non foste mai convalescente

in un aprile un po' velato? È vero
che nulla al mondo, nulla è più soave?

Qualche cosa era in me, di quel soave.
Pure, voi non mi amate ed io non vi amo.
Pure, quando vi chiamo, io non vi chiamo
per, nome. E il vostro nome è quel de l'Ave:
nome che pare un balsamo a la bocca!

Quando parlate, io non guardo la bocca
parlare, o al men non troppo guardo. Ascolto;
comprendo, vi rispondo. Il vostro volto
non muta se la mia mano vi tocca.
La vostra mano è quella che non dona.

Nulla di voi, nulla di voi si dona.
Però, nulla io vi chiedo, nulla attendo
se bene, debolmente sorridendo
come chi langue e pur non s'abbandona...
Oh, no! Voi eravate, ieri, stanca.

Voi eravate ieri molto stanca,
oh tanto che vi caddero di mano
i fiori. Non è vero che di mano
vi caddero le rose, tanto stanca
eravate? Così vi vedo ancóra.

E fate che così vi veda ancóra,
un'altra volta, un'altra volta sola.
Forse... Oh no. Sorridete. È una parola

vana questa che io dico. Voi, signora,
siete per me come un giardino chiuso.

Siete per me come un giardino chiuso,
dove nessuno è penetrato mai.
Di profondi invisibili rosai
giunge tale un divino odore effuso
che atterra ogni desìo di chi l'aspira.

Non ad altro la nostra anima aspira
che a una tristezza riposata, eguale.
Conosco il vostro portentoso male;
e il dolore ch'è in voi forse m'attira
più de la vostra bocca e dei capelli

vostri, dei grandi medusèi capelli
bruni come foglie morte
ma vivi e fien come l'angui attorte
de la Górgone, io temo, se ribelli,
e pieni del terribile mistero.

Me non avvolgerà tanto mistero.
Dicono che nel folto de le chiome
voi abbiate una ciocca rossa come
una fiamma: nel folto chiusa. È vero?
Io la penso, e la veggo fiammeggiare.

La veggo stramente fiammeggiare
come un segno fatale. – O passione
arsa a quel fuoco! – Tutte le corone

de la terra non possono oscurare
quel segno unico. Voi siete l'Eccelsa.

Voi che passate, voi siete l'Eccelsa.
E passate così, per vie terrene!
Chi osa? Chi vi prende? Chi vi tiene?
Siete come una spada senza l'elsa,
pura e lucente, e non brandita mai...

Oh, dove sono giunto! Perché mai
vi dico queste cose? Perdonate
chi sogna. Perdonate, perdonate.
Il tramonto è una fiamma, e i marinai
cantano da le navi, e odora il mare.

Voi vedete: non è lo stesso mare
di ieri. Voi vedete: è un altro cielo.
Lane di agnelli, gigli senza stelo,
vaghe bianche apparenze, in cielo, in mare:
queste cose rispondon meglio a noi,

meglio a le nostre anime stanche. Noi
saremo paghi di qualche dolcezza
mite, noi cercheremo una tristezza
riposata ed eguale. Ed abbia i suoi
cieli velati Aprile, come ieri,

i suoi mari quieti, come ieri;
sì che possiamo noi recar lungh'essi
i lidi, o sotto gli alberi, sommessi
colloqui e sogni e taciti pensieri,
– o voi dal dolce nome che io non chiamo! –

perché voi non mi amate ed io non vi amo.

(Da "Poema paradisiaco", Treves, Milano 1893)





PASSEGGIATA VESPERTINA
di Diego Garoglio (1866-1933)

1.

Andava, andava assai lento e silente
il fiume verso l'invisibil foce;
io camminava con la chiusa mente
sognando, e come il fiume, senza voce.

Sparso di pratoline era il virente
argine molle e già fiorìa precoce
qualche pianta sul ciglio, e la semente
del grano verdeggiava... Assai veloce

io camminava per fuggir me stesso,
senza quasi saper dove né quando,
verso una meta ignota a l'orizzonte,

gli occhi al suolo, a una casa, ad un cipresso.
Mi volsi: il dì morìa trascolorando
le nubi, il fiume, il vaporoso monte.


2.

Il sol moriva sopra la pineta
lontano, e trattenerlo avrei voluto
un istante, un istante (oh! di poeta
risibil sogno!) e il disco era caduto

irrevocabilmente... Un'ora lieta
io volea richiamar, volea dal muto
abisso del passato una segreta
parola rivocar Tutto perduto

per sempre! Volsi per la via romita
i passi a la città... La schiera brulla
dei gattici e dei platani fuggìa,

allungandosi come ombra infinita
de l'anima fuggente indarno: sulla
terra gravava la malinconia.

(Da "Sovra il bel fiume d'Arno", Zanichelli, Bologna 1913)





SORPRESI DALLA SERA
di Giulio Gianelli (1879-1914)

Stringiti a me, non abbia il tuo cuore neppure un sussulto.
Rabbrividisci? è nulla, o quasi; un remoto singulto
di rivo sotto gli archi di gelo; o che al gelo un virgulto
s'infranse. Torniamo, ora: che importa se il dì ci abbandoni?
Torniamo con passi fratelli: i tuoi passi son buoni,
non isfioran la terra, non hanno che docili suoni:
non li temono i fiori, l'erbetta li ama, li vuole.. O Maria,
che parole da bimbo ti dico! ma abbrevian la via.
Guarda: il sole adescato dai monti, con tatti leggeri
raccoglie i veli ed esula: restano ciechi i sentieri.
Parla anche tu, sorella. Che pensi?... Ah quella campana
in estasì di pianto! (un'anima che s'allontana).
È bene... ascoltare. Che angoscia nel rotto lamento!
Vuole, forse, col grido raggiungere nel firmamento
l'anima fuggitiva... o, forse, ella piange, ella suona
per dir che la terra saluta, ricorda, perdona.
Ma non pianger tu pure, non piangere, ora; verranno
le lacrime nostre, o sorella, col tempo; e saranno
le benvenute, sai? sicuro: le gemme de l'anno.
Torniamo che fa buio; già stridono porte e cancelli
chiudendosi a la notte: torniamo con passi fratelli:
giova ascoltar le funebri squille, pensare agli avelli.

(Da "Intimi vangeli", Streglio, Torino 1908)





BIANCA PASSEGGIATRICE
di Cosimo Giorgieri Contri (1870-1943)

I.

Autunno spegne li ultimi rossori:
i viali che seppero la state
taciono ora tra lor siepi sfrondate
cui già Settembre vendemiò di fiori.

La terra un odor vago esala. Pare
come un odore di disfacimento:
anche esala un vapore umido e lento
che dilegua e ritoma. Il piano è un mare.

Mar senza rive, senza flutti; oblìo.
Nuvole or sì or no passan lontano
sul mare irremeabile del piano
e il lor passaggio è come un lento addio.

Nereggian pini tra 'l pallor delli orti,
soli. Nel mar del piano qualche punta
par testimoni un'isola defunta,
i morti alberi di vascelli morti.

Mai non vedemmo desolazione
più soave e più triste. Una infinita
quietudine senza ombra di vita
sta sulle cose e in calma le compone:

una stanchezza tacita corrose
questa fine d'Autunno, in terra e in cielo:
il piano è un mare, il cielo è un velo. E velo
e mar copron di sé tutte le cose.


II.

Mai non vedemmo così calmo il giorno
scender sui neri culmini delli orti;
sembra un vel che si adagii; un vel di morti
sogni che Autunno ne diffonda intorno.

Or chi sei tu? Per questi orti, tra bussi
cupi procedi. Anche sei morta. Torni
tu dalla solitudine di giorni
antichi, e con la man tremula bussi

ecco alle porte del mio cuor. Le porte
del mio cuore si aprono. Sorella
di dolore, che vuoi? Chi mi favella
così, con voce che velò la Morte?

Povera cara Giovinezza! Io
già ti vidi in questi orti, or non è grande
tempo: e cingevi allor di tue ghirlande
l'Erme del luogo e i sogni del cuor mio.

Or le ghirlande di quel tempo sono
vizze. Tu movi in bianca veste ancora
ma verso un'urna mortuale. È l'ora
questa per te de l'ultimo abbandono.


III.

Ed ella cerca la sua tomba muta
in qualche solitudine remota
del parco: e sia quella sua tomba ignota
a tutti, nella gran selva perduta.

Sia la sua tomba sotto i vecchi pini
che videro la bianca adolescente
ebra di qualche suo sogno innocente
ivi sostare a' ceruli mattini;

che videro la donna omai già schiva,
omai disciolta d'ogni illusione,
ghirlandar l'Erme d'aride corone
come una mortuale ara votiva.

Ed ella dorma in quello che compose
sonno al suo sogno la pineta nera:
e non oda cantar di primavera
nidi sui rami: e rifiorir le rose

ella non veda. Ella è stanca di tante
imagini di bene e di promessa
ella che camminò sempre lungh'essa
un'onda triste a piagge aride errante.

Ella che seppe tutto il pianto umano
e ne raccolse con tacita calma
l'amarissimo flutto entro la palma,
come in un'urna, della bianca mano.

Altro non pensa ella, altro non chiede,
che dormire alla gran selva custode:
ove nessun romore ode: e non ode
che crosciar pine omai sotto il suo piede;

ove anche il Giorno è come un passeggero
tacito che non osa indugiare,
e la Notte e profonda come un mare
d'ombra: un mar d'ombra sopra un cimitero.

(Da "Primavere del desiderio e dell'oblio", Lattes, Torino 1903)





PASSEGGIATA DELL'ANIMA CONVALESCENTE
di Corrado Govoni (1884-1965)

Anima mia, guarda che bel sole!
Non vuoi che andiamo a prendere un po' d'aria
nella nostra Certosa solitaria?
Vedrai che sono nate le viole.

Ma guarda, anima mia, come i sassi
si son tutti coperti di verdura!
Si direbbe che quasi hanno paura
di fare male ai tuoi piccoli passi.

Anima mia, quale trasparenza
divina ha la tua carne! che languore!
così tutta velata dal pallore,
il vestito de la convalescenza.

Tu sembri materiata d'una cera
pia di gigli e monde tuberose
che illumina col suo olio di rose
il cuore interna lampada leggera.

Le tue mani che sian state avvezze
a innaffiare i fior pallidi dei sogni
nella serra del sonno che in lor ogni
gesto sono aspersori di carezze?

O tenera sorella, amica mia,
come mi sembri diversa e mutata!
mi dài l'idea d'uscire ordinata
dentro il convento della malattia!

Com'è soave e languido il tuo viso!
Com'è bella la tua bocca imbiancata
con tra i labri la rosa estenuata
del suo malinconico sorriso!

Anima mia, sorella convertita,
dammi ancora le tue bianche mani
ch'io le intrecci a le mie e che le sgrani
come un dolce rosario di dita!

Guarda, sorella, come sono puro
anch'io: tu potresti accarezzarmi
i capelli, la fronte, anche baciarmi,
senza destare un desiderio impuro.

No, non rimproverarmi: anima. Taci!
Baciamoci: ché non potrà arrossire
l'angiol tuo custode nel sentire
le caste litanie dei nostri baci.

Le tue labbra fatte per pregare
sono le siepi tenere di rose
dove i baci, con le zampine rosee
come colombe vengono a tubare.

Come regine povere ch'esiglia
il voto della rinunziazione
le tue pupille portan le corone
a lutto delle loro lunghe ciglia.

Oh come, sposa mia, sei leggera!
e il tuo corpo diafano e lontano!
Ho l'impressione di condur per mano
l'anima ignuda della primavera.

Ecco, o sorella mia, vedi! vedi!
la Certosa de la malinconia!
Vedi, sorella, quale frenesia
di viole azzurrognole è ai tuoi piedi!

In ginocchio, per la comunione
della tua lingua, anima mia, mi getto;
nella mia bocca spasimante aspetto
l'ostia rossa della passione.

Anima mia, convalescente amore,
alla nostra carezza hai visto un bianco?
Il tuo custode angiol che ti sta a fianco
ha coperto con l'ali il suo rossore.

(Da "Gli aborti", Taddei, Ferrara 1907)





UN'ALTRA RISORTA
di Guido Gozzano (1883-1916)

Solo, errando così come chi erra
senza meta, un po' triste, a passi stanchi,
udivo un passo frettoloso ai fianchi;
poi l'ombra apparve, e la conobbi in terra...
Tremante a guisa d'uom ch'aspetta guerra,
mi volsi e vidi i suoi capelli: bianchi.

Ma fu l'incontro mesto, e non amaro.
Proseguimmo tra l'oro delle acace
del Valentino, camminando a paro.
Ella parlava, tenera, loquace,
del passato, di sé, della sua pace,
del futuro, di me, del giorno chiaro

«Che bel Novembre! È come una menzogna
primaverile! E lei, compagno inerte,
se ne va solo per le vie deserte,
col trasognato viso di chi sogna...
Fare bisogna. Vivere bisogna
la bella vita dalle mille offerte.»

«Le mille offerte... Oh! vana fantasia!
Solo in disparte dalla molta gente,
ritrovo i sogni e le mie fedi spente,
solo in disparte l'anima s'oblìa...
Vivo in campagna, con una prozia,
la madre inferma ed uno zio demente.

Sono felice. La mia vita è tanto
pari al mio sogno: il sogno che non varia:
vivere in una villa solitaria,
senza passato più, senza rimpianto:
appartenersi, meditare... Canto
l'esilio e la rinuncia volontaria.»

«Ah! lasci la rinuncia che non dico
lasci l'esilio a me, lasci l'oblìo
a me che rassegnata già m'avvio
prigioniera del Tempo, del nemico...
Dove Lei sale c'è la luce, amico!
Dov'io scendo c'è l'ombra, amico mio!...»

Ed era lei che mi parlava, quella
che risorgeva dal passato eterno
sulle tiepide soglie dell'inverno?...
La quarantina la faceva bella,
diversamente bella: una sorella
buona, dall'occhio tenero materno.

Tacevo, preso dalla grazia immensa
di quel profilo forte che m'adesca;
tra il cupo argento della chioma densa
ella appariva giovenile e fresca
come una deità settecentesca...
«Amico neghittoso, a che mai pensa?»

«Penso al Petrarca che raggiunto fu
per via, da Laura, com'io son la Lei...»
Sorrise, rise discoprendo i bei
denti... «Che Laura in fior di gioventù!...
Irriverente!... Pensi invece ai miei
capelli grigi... Non mi tingo più.»

(Da "I collqui", Treves, Milano 1911)





PASSEGGIATA D’AUTUNNO
di Arturo Graf (1848-1913)

All’entrar del novembre, e pria che il mite
Cielo turbino i venti e l’aer fosco.
Oh dolce cosa passeggiar nel bosco
Sovra un tappeto di foglie appassite!

Oh come dolce e come triste! È l’ora
Che stanco il sol tra nugoli s’adagia:
Arde scenato il ciel; lume di bragia
L’inviluppo de’ rami apre e strafora.

Non bisbiglia sommesso uccello in frasca.
Non vento freme, non acqua gorgoglia:
Di tratto in tratto una pallida foglia
Si spicca lenta dal suo ramo e casca.

Tu vai soletto, pur verso occidente,
Lontan da luoghi frequentati o colti,
E crepitar sotto i tuoi passi ascolti
La fragil trama delle foglie spente.

Soletto vai nella quïete muta,
Smemorato del mondo e di sue arti;
Ed ecco un sogno, un breve sogno parti
(Già muore il dì) la vita c’hai vissuta.

Com’è lontana, lontana, lontana,
La giovinezza amorosa e gentile!
Rose di maggio, viole d’aprile...
Un canto, un riso, una favola vana!

E già son presso (dilagano l’ombre)
Della vecchiezza i dì torbidi e brevi...
Squallor del verno, caligini e nevi!
Ore di tedio velate ed ingombre!

Tu vai soletto. A che pensi? Non sai.
In fondo al core una musica antica
Ti par d’udire e una voce che dica:
Il giorno è volto e non torna più mai.

Altri corranno le rose novelle...
Tu vai soletto pel bosco deserto,
E guardi su, nel crepuscolo incerto,
Come tremando s’accendon le stelle.

(Da "Morgana", Treves, Milano 1901)





PASSEGGIATA AUTUNNALE
di Pietro Mastri (1868-1932)

Io vo lentamente sotto la pioggia 
di foglie morte, per questo viale. 
Oh rigidi olmi nel cielo autunnale, 
fra un vel di nebbia! Oh lugubre pioggia! 

Ed or crepitanti e come contorte 
da fuoco, or tacite come vane ombre, 
le foglie cadono, cadono... Ingombre 
son tutte le cose di questa morte. 

Oh! tutto n'è ingombro. La roggia chiazza 
adombra il terreno, gli argini, i muri, 
i vuoti sedili: cumuli oscuri 
qua e là si elevano, lustri di guazza. 

Eppure io ben vedo, fra un polverìo 
denso, com'è quando turbina il vento, 
qualcuno a un suo rude lavoro intento: 
spazzare, ammucchiare con gran fruscìo. 

E vedo passare carri ricolmi 
di queste piccole morte...«Che vale? 
Oh! senza posa, ma placida, eguale, 
cade la pioggia dall'alto degli olmi. 

Da tutti, da tutti gli alberi cade 
vicino e lontano la triste pioggia, 
senza posa, senza posa: la roggia 
chiazza si allarga, dilaga ed invade... 

Io vo lentamente. Sotto il mio piede, 
ecco, via via qualche foglia percossa 
manda un lieve scricchiolìo come d'ossa 
fragili, e infranta di subito cede. 

Ecco: una foglia mi sfiora la mano, 
cadendo; un'altra mi passa rasente 
agli occhi sì ratta, che più son lente 
le ciglia a schermirsi; un'altra pian piano 

mi scende sull'òmero e alle mie vesti 
s'appiglia.... Ebbene: copritemi tutto, 
copritemi, o foglie, del vostro lutto, 
sì che il mio corpo gravato ne resti. 

Anch'io vo' giacere sul nudo suolo, 
che vide le nostre fuggevoli orme; 
tornare alla terra, cumulo informe, 
su cui gli uccelletti fermino il volo. 

Non io vi sentii con l'anima (oh Aprile!) 
dall'esili gemme schiudervi al sole, 
tenere come le prime parole 
ch'escano incerte da labbro infantile? 

Non io vi mirai quando agili e pronte 
ad ogni aura, le verdi esultanze 
vostre, ampiamente, con tremole danze 
d'ombre, stormivano sulla mia fronte? 

Ed ora è la morte... E sia! Cadete, 
cadete, o foglie, vicino e lontano. 
Sì, tutto è caduco, sì, tutto è vano, 
come noi siamo e come voi siete. 

(Da "L'arcobaleno", Zanichelli, Bologna 1900)





PASSEGGIATA
di Nicola Moscardelli (1894-1943)

Odore di chiuso diverso dinanzi a ogni porta cadaveri putrefatti nascosti - agonie di fiori artificiali di bellezze svanite emigrate in cartoline da un soldo - tango di mosche frenetiche su resti di frutta marcite. Ma fuori puttane sveltissime si acciuffano con occhi di bistro vertiginosi - Gigli di mani tese per afferrare fantasmi d'uomini vivi - oceano di flutti nei vasti bicchieri d'assenzio paura di morir troppo giovine in queste ondate d'autunno -

(Da "Abbeveratoio", Libreria della Voce, Firenze 1915)





LA PASSEGGIATA
di Angiolo Orvieto (1869-1967)

Grandi betulle intorno: altre levate
al cielo, altre abbattute e stese in croci
ampie sui prati: un mormorio di voci
lieve, lontano, ed un gran sol d'estate.

Scendea rimasto inconsciamente solo,
lungi da' miei compagni, in un profondo
oblio, che mi tenea fuori dal mondo,
scevro d'ogni letizia e d'ogni duolo.

Sull'anima piovea, lungo il viaggio,
tutto il fraterno incanto delle cose,
e le linfe fluiano armoniose
coll'onde del mio sangue, al mio passaggio.

Oh San Francesco!... e l'occhio mio, vagando
in giù, vedea pei colli digradanti
sparire e riapparir di quando in quando
i miei compagni che correano avanti.

Ed ecco, o miei compagni, un repentino
amor di voi nel mio petto s'accende;
un'angoscia fraterna mi sorprende,
pensando a voi, compagni del cammino.

S'aprono i vostri cuori, ed ogni piaga
nuova ed antica a me più non si cela;
ogni gioia secreta si rivela,
ogni mestizia ed ogni speme vaga.

Ond'io mi sento, o uomini, congiunto
a tutti voi con vincolo fraterno,
e sulla fronte mia sento l'eterno
soffio che passa e dilegua in un punto.

(Da "La sposa mistica. Il velo di Maya", Treves, Milano 1898)





LUNGO IL FIUME
di Arturo Onofri (1885-1928)

Vuoi che andiamo nel sole, lungo il fiume?
Oggi sento una dolce rinascenza;
sfoglio la vita come un bel volume.
Ma illanguidisce, la convalescenza.

Non vedi come lene è la corrente?
Credo che nulla meglio persuada
del fiume che s'avvia perennemente
nel languore di sogno che lo istrada.

Guarda: il suo corso è oggi più gagliardo,
ché già la neve, ai monti, un po' s'è sciolta...
Sostiamo alquanto! Ogni giorno lo guardo;
ma ogni giorno mi par la prima volta.

Viaggia calmo come il nostro amore:
si muta sempre e non si muta mai.
L'amor mio ti viaggia tutto il cuore,
e tu lo sai... ma pure non lo sai.

Vieni, usciamo nel sole. Io mi sostengo
al tuo braccio sottile, e tu col piede,
passo per passo, togli via le pietre,
ch'io non fatichi troppo. E ti trattengo,

se ti sia per mancare l'equilibrio.
E andiamo tutti e due, deboli e soli,
nella placidità di cui m'inebrio,
sotto un cielo che pullula di voli.

Ogni poco mi volgo per vedere
quanto cammino abbiamo già percorso.
Son felice! Mi sembra sorso a sorso
bere il sogno di mille primavere.

Guarda, laggiù, quel labile tesoro!
un diluvio invisibile nell'aria:
pioggia di sole, quasi leggendaria;
ma sull'acque diventa pioggia d'oro.

Quanto è soave la convalescenza!
Io vedo l'aria come in fiocchi azzurri...
Non credi tu che mi consumi gli occhi
questa diffusa e chiara trasparenza?

Andiamo! Nelle molli erbe rinate
i piedi non si stancano d'andare.
Io penso che il paese delle fate
sia men bello: ha troppe cose rare.

Invece tutto è qui semplice e giova:
il cielo ilare, i voli, il nostro amore;
e l'acqua che viaggia, e l'erba nova,
e l'ozio solatio d'un pescatore...

(Da "Canti delle oasi", Tip. Tuscolana, Roma 1909)





È TARDI
di Nino Oxilia (1889-1917)

È tardi. È molto tardi. È bene che si vada.
Vieni, dammi la mano;
rifacciamo la strada.
La tua casa è lontano.
Perché taci e ti guardi
la punta delle dita?
Piccola tu, mia vita,
vieni, fa tardi.
Le nubi si sono raccolte
tutte su Monte Mario
chiudendo l’ali grigie.
Tu piangi e non sai perché piangi.
S’accendono i lumi;
tu vorresti dirmi qualcosa
e mi accarezzi le mani
e i tuoi occhi luccicano
tra le lacrime. –
Vieni, dammi la mano;
è bene che rincasiamo.
Non dirmi nulla: io so bene
perché tu piangi.
Andiamo, mia piccola, vieni. –
Tu piangi perché fa sera.

(Da "Gli orti", Alfieri & Lacroix, Milano 1918)





LA PASSEGGIATA (PARLA UNO SCAPOLO POCO INTRAPRENDENTE)
di Luigi Siciliani (1881-1936)

Sempre e ancora aduggiato,
e spasimante di vederne tante,
e di non possederne neppure una!
Guarda le popolane
dalle carni ripiene e l'andatura
salda, senza cappello,
a due a due,
che ridon forte
facendo mostra della dentatura
sana;
le piccole borghesi con quegli occhi
pieni di desideri insoddisfatti,
davanti alle vetrine
dei gioiellieri.
Belle guance rosate
in quei visi sfilati
di signorina,
in quelle guance piene di signora!
Guarda le aristocratiche, più snelle
dei giunchi e delle canne,
con quel corpo così vestito bene,
che pare un ritmo d'onde.
Le passeggere!
E quest'altra che fugge via, al trotto
della pariglia saura,
e ti lascia l'immagine precisa
della bellezza!
e quell'altra che corre più fugace
nella tozza automobile laccata,
e ti lascia l'immagine indistinta
della bellezza!
Ha gli occhi azzurri?
È bruna? è bionda?
Chi lo sa? Sembra bella ed è sparita.
Disperazione!
Tu hai per consolarti
là! quella meretrice che t'ammicca
famelica e malsana.

(Da "Poesie per ridere", Quintieri, Milano 1909)





ULTIMA PASSEGGIATA
di Alberto Sormani (1866-1893)

Mi è dolce e triste, prima di partire,
prima di andare lontano,
in una giornata così desolatamente malinconica,
di ripassare a passo lento e pensieroso
i luoghi del dolore immenso, i luoghi dei ricordi
infinitamente angosciosi.

Piante dell'Orrido, come siete alte
e tristi!
Come slanciate in alto verso il cielo
la vostra noia mortale,
la vostra grave disperazione,
la vostra irreparabile sventura! -
Avete freddo già?
Sentite il freddo della morte?
Sentite già la neve
che vi grava e vi irrigidisce?
Perché perché tanto dolore,
perché una così triste desolazione?
Avete l'anima?
Avete un cuore
che sente e che patisce nel profondo?

L'autunno ch'ella cominciava a morire
io pensavo che il vostro dolore fosse per lei,
pensavo che fosse una disperazione in voi
a vedere la vostra povera regina
che si incamminava malinconica e pallida
verso la morte.
Ora lei non c'è più. Ella è nelle regioni oscure
e non può più venire insieme a me. Io vengo solo,
io sono solo, io sono forte, io sono anche
malinconicamente felice, -
e voi piangete ancora,
voi vi addolorate e vi disperate sempre egualmente...
Oh, natura, così grande come sei,
forse tu non ti curi di nulla che ci tocchi, noi.
Eppure io, eppure lei
abbiamo ben lungamente sognato
di vivere con te, di palpitare
con l'anima tua divina ed immortale,
di confonderci alle tue gioie ed ai tuoi dolori,
agli odii, agli amori, ai furori tuoi. -
Non avevi l'anima forse?
Non ci ascoltavi tu?
Non ci seguivi tu col tuo pensiero profondo e sterminato,
come un Dio, come una madre,
come una sorella onnipotente
dell'anima nostra?

Fu quella l'ultima passeggiata
prima di morire.
Io l'accompagnavo. Ella si sentiva stanca,
si appoggiava soavemente al mio braccio,
e mi guardava negli occhi profondamente, angosciosamente,
come ferita a morte.
Che cosa potevo farle io? Quale conforto,
quale parola dolce le potevo dire?
Cercavo di mostrarmi sorridente,
e riuscivo almeno a non piangere.
Pensate, pensate, o povere piante,
i suoi occhi dicevano che non voleva morire,
ch'era così giovane ancora e così bella,
che voleva vivere ancora,
per me, per me,
per amare sempre me, -
che non voleva morire, -
che doveva morire, e non voleva!
Che cosa potevo farle io?
Tutta la povera natura desolata intorno
pronunciava la immensa sventura: -
Anche lei, anche lei
doveva morire!

Guardò senza parlare
il largo sedile formato dalla roccia
dove avevamo letto insieme
un tragico romanzo di Dostoevskij.
Rabbrividii pensando a quella lettura.
Mentre io leggevo, ella mi seguiva
cogli occhi cupi e fiammeggianti:
la lettura metteva terrore
fino in fondo all'anima.
Siamo passati insieme di qui. Ella sorrise
a vedere l'antico torniché di legno, disfatto dal tempo,
dove avevamo giuocato tante volte
da ragazzi.
Ella sorrise
perché la sua bontà e la sua soavità
erano infinite.
Io la feci passare per prima, e le feci un grande inchino
per farla sorridere ancora.
Ma ella non sorrise più.
Sembrava che entrasse nel regno della morte.
Il suo passo era più incerto ancora,
come esitante, in un mondo nuovo in cui il corpo contava poco.
Scendeva sempre tacendo
per le roccie tagliate a gradini:
guardava le acque piangenti, come sorelle,
le piante spogliate, come sorelle,
le foglie morte in terra, come sorelle morte.
Non pianse, come inaridita.
Appoggiò la sua guancia così dolcemente scarna e patita
sulla mia spalla,
e mi disse, guardando il dolore e la morte che la circondavano: - Alberto, io vado.
Alberto! ho pochi giorni da vivere ancora. -
Diceva questo, e non trovava neppure lagrime da piangere.
Non avendo altro, mi dava dei baci,
molti baci silenziosi sulla mia spalla
e giù, vicino al cuore, -
cosa tremenda - baci invece di lagrime. -
La sua miseria era infinita; -
ma era eguale quella della natura:
sembrava una sola anima di morte e di dolore, -
sembrava che finissero insieme
i giorni ultimi.
Era come una musica fatale.
Mi sembrava ch'ella cantasse cantasse
d'un canto straziato senza voce e senza moto,
ed ogni cosa la seguisse
nel canto, nel pianto mesto e soffocato,
il cielo torbido, le piante spogliate,
le acque, le foglie morte.
Ora, vedendovi ancora,
o cose tristi, come quel giorno,
cerco ancora di lei,
e vorrei ancora sentire il suo viso dolente
ad appoggiarsi sulla mia spalla.
Perché non la trovo? Perché sono solo? E perché voi,
o piante, siete sempre eguali?
Perché piangete ancora e vi disperate
ora che la regina della morte e del dolore
non viene più a piangere tra voi?
E voi acque, perché vi lamentate ancora
come quando vi ascoltava lei?
E voi, o foglie, perché vi distendete in terra
così dolorosamente,
perché vi posate morte sui bacini di acqua morta,
se lei non vi deve vedere e compatire mai più?

Ah dunque tutto è una commedia eterna,
una illusione amara,
un vano simulacro di un'anima che non c'è?
Autunno santo, o mio amore triste,
sei una chimera anche tu?

(Dalla rivista «Cronaca d'Arte», 1892)





UMBRAE MYSTERIUM
di Giovanni Tecchio (1872-?)

Languiva ancor ne l'occidente il giorno 
con una luce che facea stupore. 
Parea quasi funereo l'autunnale 
vespro e ci guardavam spesso d'in torno 
come presi da un senso di timore. 
Quello pareva un vespero fatale: 
triste moriva, triste assai quel giorno. 

Ne l'aria c'era non so che lamento. 
Nel silenzio solenne di quell'ora 
sognava forse l'Anima ammalata. 
Tristi cadean le foglie gialle al vento. 
Ritorna a quel ricordo umiliata 
l'Anima ed a quell'erme rive ancora. 
Ne l'aria c'era non so che lamento. 

Andavam soli, senza meta, errando 
per il parco. Tacevan le fontane 
che, in quel silenzio antico, armoniose 
facean tra il verde un dì murmure blando. 
Pur narrava una Venere lontane 
storie d'amore liete e dolorose, 
che andavan lungi per il parco errando. 

Giungemmo ad un castello antico, immenso. 
Per l'alta scala tutta quanta bianca 
incominciammo taciti a salire. 
Incombeva il silenzio cupo e intenso. 
Ansare ella s'udìa: forse era stanca, 
poi che sentii 'l suo braccio illanguidire. 
D'avanti a noi s'ergea il castello immenso. 

Ella era stanca. Per la scala, muti, 
sostammo allora. Era già morto il giorno; 
era triste, assai triste quella sera 
in quei luoghi lontani e sconosciuti. 
Deserto il parco si stendea d'in torno 
tutto ne l'ombra misteriosa e nera. 
E discendemmo per la scala, muti. 

(Da "Mysterium", Galli di Chiesa e Guindani, Milano 1894)


Giovanni Boldini, "Passeggiata nel parco a Napoli"

venerdì 1 maggio 2015

Il viandante nella poesia italiana simbolista e decadente

Il viandante ha a che vedere con la libertà e, nello stesso tempo, con la ricerca di qualcosa. Questo qualcosa varia a seconda dei casi: Dio, la felicità, il senso della vita ecc. Spesso succede che il protagonista delle poesie sottostanti rimanga deluso dalla sua ricerca, e si penta persino di averla iniziata. Altro simbolo che può essere identificato è quello della solitudine: il viandante, tranne rari casi, è solitario per scelta e, malgrado tale stato non gli comporti dei vantaggi, si percepisce una sua certa fierezza. In molti casi il viaggio che ogni viandante compie, le strade che attraversa, altro non sono che la vita, da tutti affrontata in solitudine, armati di speranze e curiosità che via via vengono meno, fino al momento della morte. Nella poesia di Rubino, il Viandante magro è la morte stessa, descritta in modo sinistro e grottesco, nell'atto di sghignazzare alle spalle dei poveri viventi, destinati prima o poi ad incontrarla.



RONDÒ
di Giuseppe Altomonte (1889-1905)

Io sono un viandante: vado e canto
e canto e vado, solitario, per le
deserte valli, sotto un verde ammanto
di foglie verdi, lacrimanti perle.

E pur non vivo: io sono come un morto
tuffato ne la vita: io questa sento
e pur non vivo ancora: io non ho porto
e me trascina, qual festuca, il vento.

Io non vado: qual possa mi conduce
fra cielo e terra, via, fra terra e cielo?
Ed io son cieco! E a torno tanta luce
sento, vi sia, che a me nasconde un velo!

(Da "Canzoniere minuscolo", Garofalo, Bitonto 1905)





PICCOLI VIANDANTI
di Antonio Beltramelli (1879-1930)

Oggi ho incontrato tre bimbi (oggi è il quinto giorno di gennaio e questa campagna è tetra come una landa) tre bimbi che si tenevano per mano e andavano per una strada interminata. Si sono soffermati quando mi hanno scorto (mi giungevano appena al ginocchio); ma non uno fra essi ha pronunciata parola; mi hanno seguito tacitamente, affrettando il loro piccolo passo su le mie grandi orme.
La neve uguagliava tutte le cose nel freddo dominio invernale.
Giunto alla mia soglia remota, fra gli alberi bianchi, mi sono soffermato volgendomi. I tre bimbi erano a pochi passi da me.
- Che volete piccini?
Si sono guardati senza sorridere. Stavano fra le nevi come gli ultimi virgulti di un ceppo morituro. Poi il più piccolo ha teso di sotto le vesti un moncherino sanguinante e le misere creature, socallate le palpebre, hanno pianto in silenzio.

(Da "I Canti di Faunus", Perrella, Napoli 1908) 





IL VIANDANTE SOLITARIO
di Dionisio Buraggi (?-?)

Oltre quei monti, oltre la selva bruna,
vidi un chiarore pallido, lontano....
Ma d'alba no; di moriente luna.

Ora il bordone sotto la mia mano
tremava; un velo cupo di stanchezza
mi scendeva sul viso. Eppure ancora
volli stradare, contro ogni tristezza;
per non morire prima dell'aurora.

Guardai lontano, oltre una fosca altura;
e la speranza mi sorrise ancora....
Non alba, no; ma lampi di calura!

Null'altro amato aveva che quell'aurora,
finta dal desiderio, divinata
dal sogno; e, avvinto all'ultima speranza,
fissai quella gran terra abbandonata,
protesa nella buia lontananza.

Era silenzio sepolcrale intorno:
larve di luce, pallide, lontane,
mi promisero ancora il grande giorno....
Non era l'alba; erano stelle vane.

(Da "Vigilia", Ricciardi, Napoli 1912)





L'ETERNO VIANDANTE
di Enrico Cavacchioli (1885-1964)

...ed Egli cammina, e va, e va, più non torna,
       e non parla, e non ride, e non
grida. Qual pensiero la sua vecchiezza distorna?
       Ed egli cammina e va:
un feretro sembra il corpo velato d'incanto
       nel sogno ch'è lugubre, con
l'ultima tenerezza d'un ultimo scoppio di pianto.

Deserti e deserti, passò come il core suo vuoto,
       freddo d'angoscia, né sa
per quale cammino il suo desiderio di moto
       fermare un momento, e non
si vuole smarrire nel vento che rugge, nel sole,
       nella livida Eternità
che rese sconvolto il sòno delle sue parole.

Qual carro, passando, non mai l'invitò nel cammino,
       tra l'afa, la neve, la piova?
Così. Non rispose. Andò contro il proprio destino,
       immemore del focolare,
col gesto epilettico d'un povero pazzo canuto
       che cerca, che cerca e non trova.
E quale cavallo, furente del passo perduto

non l'incontrò per la strada sonante di schiocchi?
       Passava, Egli, senza guardare,
tremando di morte su gli istancabili ginocchi,
       cercava la strada nòva
al piede livido e scarno; pensava e passava
       dimentico del verberare
esausto nel grigio cammino di ferro e di lava.

...ed Egli cammina, e va, e va. Più non torna!
       Non più si accorgerà se
albeggi, se annotti: la nebbia del sonno lo attornia
       col vento che porta il suo spirito
per mille salite, per mille discese di monti
       e piani, veduti ne
la malinconia di mille sognati orizzonti...

(Da "L'incubo velato", Edizioni di «Poesia», Milano 1906)





ODE ALL'IGNOTO VIANDANTE
di Sergio Corazzini (1886-1907)

I

Ben ch’io t’oda passare
vicino alla mia soglia
e pensi che tu voglia
battere e domandare,

non tormento a più viva
fiamma la mia lucerna
— cui, nella notte eterna
guardo come a una riva —

e non se, a poco a poco,
cresca la lontananza,
vedovo di speranza,
ormai, te folle invoco,

ché le tue mani sono
colme di doni: porti
ai dolenti conforti,
ai felici perdono.

Hai pianto e un poco vuoi
di quel pianto godere,
qualche lagrima bere,
ancora, con i tuoi.

Donare e perdonare!
Contener nell’immenso
cuore grani d’incenso
pe’ ’l più lontano altare.

Dire al nemico: Sei,
tu, mio padre, mio figlio:
dormi sul mio giaciglio,
che io sul tuo dormirei.

E questo, senza pena
dire e senza tristezza;
sfarsi alla tenerezza
come al mare la rena.

Ma, forse, tu non hai
nessuno e, pure, torni,
così, per pochi giorni,
per un’ora, e non sai

tu, non sai che la povera
piccola casa accoglie
cader di nuove foglie,
fiorir di rose nuove

e che più nulla, più
nulla! del tuo rimane
se, triste come un cane
randagio, vaghi tu

imaginando i nidi
più folti e più canori,
tanto, che ora ne muori
di dolcezza e sorridi.

Ma l’ombra non lo vede
quel tuo sorriso: vela
piccola che s’incela,
sembra, nella sua fede,

e non è che una cosa
trepida, tutta sola,
che, per te, forse, vola,
ma per gli altri non osa,

ma per gli altri non pare
che una vela, una vela
piccola che s’incela
a l’estremo del mare.


II

Viandante, ancor io
risi alla mia speranza,
vissi la lontananza
per vivere d’oblio,

come te, come tutti
gli uomini. Un giorno volli
cantare ne’ più folli
canti i miei folli lutti,

parlare al sole come
al mio cuore e, talvolta,
ove l’ombra più folta
fosse, chiamarmi a nome

e dirmi: «Creatura
vergine, non udire
più. Apprendi, ora, a morire
nella tua sepoltura.

Accendi un lume, un solo.
Medita la tua nuova
vita. A te sia la prova
d’una morte o d’un volo.

Ma non tentare, mai.
Confida, anche, ma senza
elegger la semenza:
dopo non piangerai.

Canzoni assai soavi
canta, se vuoi cantare.
Canzoni marinare
dai ponti delle navi,

canzoni di parole
semplici, a pena nate,
che, ancora, dall’estate
odorano di sole.

Così vivrai, né cura
ti terrà del passante,
ignaro viandante
di una via peritura,

se tu l’oda cantare
o piangere alla soglia
e imagini che voglia
battere e domandare».

(Da "Piccolo libro inutile", Tipografia operaia romana, Roma 1906)





IL VIANDANTE
di Ugo Ghiron (1876-1952)

Quello che soffri è vano,
vano ogni tuo gioire...
Ben tu lo sai, ma invano,
uom che singhiozzi e ridi,
il cammino a ingannar del tuo morire.

[Da "Poesie (1908-1930)", Sandron, Milano 1932]





I DUE VIANDANTI
di Cosimo Giorgieri Contri (1870-1943)

PRIMO VIANDANTE

Duon dì, giovane Sire!


SECONDO VIANDANTE

Viandante, buon giorno!


PRIMO VIANDANTE

Io mi chiamo Ritorno.


SECONDO VIANDANTE

Io mi chiamo Avvenire.
Come canti giulivo!


PRIMO VIANDANTE

Come il tuo canto invita!


SECONDO VIANDANTE

Muovo incontro alla vita!


PRIMO VIANDANTE

Io dalla vita arrivo!


SECONDO VIANDANTE

Profumeranno a mille
sul mio sentier le rose:
avran per me le spose
lampi nelle pupille.


PRIMO VIANDANTE

Profumarono a mille
sul mio sentier le rose:
ebber per me le spose
lampi nelle pupille.


SECONDO VIANDANTE

Sul mio capo la Fama
intesserà suoi veli:
non odi tu? Pei cicli
la Fantasia mi chiama.


PRIMO VIANDANTE

Sul mio capo la Fama
tessè suoi rosei veli;
chiamò, se più non chiama
me Fantasia pei cieli.

Addio, Speranza!


SECONDO VIANDANTE

         Addio,
Ricordo!


PRIMO VIANDANTE (richiamandolo)

       Ascolta ancora...
Quando il ciel che scolora
ti insegnerà l'oblìo,
quando il tuo roseo giorno
premeranno ombre oscure:
quando sarai tu pure
il viator Ritorno,

oh! a chi parte non dire
che son le donne infide,
non dir che il Sogno uccide,
tra le sue folli spire:

Non dir che l'Arte ai cuori
rado sorride: e il mondo
come uno stagno immondo
è di gracidatori:

lascia ch'ei, lieto, al pio
miraggio muova, e canti;
partenti e ritornanti
cantin la vita...
                  Addio!

(Da "Primavere del Desiderio e dell'Oblio", Lattes, Torino 1903)





IL VIANDANTE
di Giuseppe Lipparini (1877-1951)

Io vengo da un paese lontano;
la speranza sola è la mia guida;
ed ho traversato il monte e il piano
sempre con quella compagnia fida.

Ho varcato fiumi larghi e chiari,
corso ho il mare su piccole navi;
mi hanno insidiato i flutti amari,
trovato ho scampo in porti soavi.

Da le sabbie immani del deserto
levai prodigi di pietra al cielo:
mostrò la montagna il fianco aperto
perch'io le togliessi ogni velo:

perché il gran mistero delle età
chiuso nel buio dell'infinito,
risorgesse da l'eternità
davanti a questo mio sguardo ardito.

Animai la pietra ed il metallo,
rapii alla folgore il suo valore,
scrutai le stelle con un cristallo,
e al cielo volgerò nuove prore.

Chi sono? Io vengo d'assai lontano;
ho scritto negli occhi il mio destino,
la Speranza mi tiene per mano.
Io solo, ascolta, io sol son divino.

(Da "Le foglie dell'alloro", Zanichelli, Bologna 1916)





VIANDANTI
di Guido Marta (1882-?)

Ogni cosa cammina.

io ben vedo il cammino
faticoso dei monti,
che sfilano a passo greve
su tutti gli orizzonti —
pellegrini vestiti di turchino
con la loro bisaccia di neve.

E vedo ancora il mare,
che a gran passi d' azzurro
tocca i mondi cantando —
viatore secolare — 
e reca in man come farfalle
le vele rosse e gialle.

Vedo le strade bianche
che camminano per inconitrarsi,
che s'incontrano per fuggire,
che si parlano sottovoce
e lasciano, per segno
del loro incontro, una croce.

E vedo sulla nitida parete
il cammino immutabile del tempo
nel dondolar dell' orologio a pendolo:
e il cammino del cuculo barbogio,
che s'affaccia ogni tanto alla sua tana
per dirci che la morte,
ad ogni ora, si fa meno lontana.

...Ma l'ombra del cuore, che va
pari passo con me, per il mondo,
fratelli, non posso vedere,
ma solo sentir nel profondo:
e mi sembra il nottambulo
ohe ci accompagna ogni notte
per la solita via,
quello che sappiamo all'ascolto,
disperandoci solo
di non conoscerne il volto.

(Da "La neve in giardino", Il Giornale dell'Isola Letteraria, Catania 1922)





IL VIANDANTE
di Nicola Moscardelli (1894-1943)

Un uomo va:
solo solo solo.
Nessuno gli parla,
nessuno lo guarda:
cammina cammina cammina.
Ogni tanto lascia cadere
qualche cosa
che non si vede
che non si conosce:
solo solo solo.
Una volta guardava le stelle
ora guarda il mare
lontano lontano lontano.
Una volta guardò una fanciulla
una volta, una volta sola!
e seguitò a camminare
a camminare a camminare.

Caduta l'ultima illusione
raggiungerà
il possibile porto della Felicità
chiomato di cipressi.

(Da "La Veglia", Unione Arti Grafiche, L'Aquila 1913)





IL VIANDANTE MAGRO
di Antonio Rubino (1880-1964)

Grigie nel violaceo mattino
traggon le nubi ad una ridda folle:
per l'erta solitaria del colle
s'affretta un singolare pellegrino.

Porta una cappa di candido lino,
e incontro a lui su rei càlami estolle
tasso barbasso le fetenti ampolle:
funghi immondi gl'infiorano il cammino.

Or sì or no l'accidia d'un vento
con un trito gridìo di spiriti egri
garrisce tra gli stecchi un suo lamento,

e il peplo balla tentenna e svolazza,
scoprendo l'ossa degli stinchi allegri
e l'atroce mascella cbe sghignazza.

(Da "Versi e disegni", Selga, Milano 1911)





UN VIANDANTE
di Diego Valeri (1887-1976)

Tutto il mio giorno, fratello, ho camminato.
La sera è presso: sono stanco, e non posso
più proseguire... Mi siedo in riva al fosso:
buona è la terra al corpo affaticato.

Tutto il mio giorno per le strade sperdute
nella pianura, pei sentieri dei monti,
verso l'abbraccio dei più vasti orizzonti,
verso un sorriso di stelle sconosciute.

Folle era il sogno, e bugiardo l'invito,
e stolta l'ansia, l'ansia d'andare vana...
Poter tornare alla casa lontana!..
O mio fratello, perché son partito?

(Da "Crisalide", Taddei, Ferrara 1919)





SERENATA ALL'ALTRO VIANDANTE
di Mario Venditti (1889-1964)

Io vado solo: in vece a te s'allaccia
colei che a vespro t'era ignota ancora
(stella fissa o cadente? passiflora
o aconito?). E per ciò mi ridi in faccia.

Hai troppa fretta: tu non sai né meno
se in fondo a questa via splenda lo stemma
d'una reggia, o si mascheri il dilemma
d'una navaja intrisa di veleno.

Aspetta, per deridermi, che possa
il sole trasformare il tuo cammino
di vagabondo in orma del destino
e il labbro ignoto in una rosa rossa.

Ed, anche allora, chiediti se io sia
degno soltanto del tuo scherno, o pure
se delle due dissimili venture
non sia più dolce della tua la mia:

la mia che — solo — sa non separarmi
dal mio Amore; e mi dona il privilegio
supremo che nessuno il sacrilegio
commetta, amando, di rassomigliarmi.

(Da "Il cuore al trapezio", Taddei, Ferrara 1921)



Caspar David Friedrich, "Wanderer above the sea of fog"

giovedì 30 aprile 2015

Gli animali in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo (IV)

L'ALLODOLA E LA LUNA
di Vittorio Bodini (1914-1970)

L'allodola e la luna sole nel cielo:
lei sorta appena e il passero spaurito
dal pino nero e i silenziosi spari
dei finti cacciatori in mezzo al grano nascente.
Nessuno l'attendeva. Nessuno attende.
Volava di traverso con tutto il cielo in gola.
Sotto di lei crollavano i papaveri,
un'ombra cancellava coi grossi pollici
il dolce vino e il viola del tramonto.

In una stanza in fondo, la memoria,
lasciata ai suoi più torbidi solitari,
di te non s'informava, fine d'un grande giorno:
giorno da meditare
davanti a una finestra, col silenzio alle spalle.

(Da "Tutte le poesie", BESA Editrice, Lecce 1997)





LA COCCINELLA
di Giuseppe Gerini (1895-?)

Il nostro oliveto, il nostro vigneto
d'aprile!
Palpito d'argento
tenerezza di verde
a specchio del cielo, pupilla serena.
Un prato riposa tra loro
lieto di sue margherite.
Coglie coglie la sorellina
alla bambola
corone di sposa.
O grembiulino rosa
o nimbo di riccioli d'oro
come tutta fai gioia!
Sulla trama della tua mano,
carezza che al sole traluce,
la coccinella conduce
strade d'incertezza.
La segui - azzurra innocenza degli occhi! -
l'esorti: «Mariola, mariola
prendi il libro, va' a scuola».
Lassù, dal vertice aereo dell'indice,
un fievole fievole brivido d'ale:
è sparita.
Dove? Sparita.
Così come tu, sorellina, sparisti,
per entro quel palpito dell'uliveto
oltre quel tenero verde,
là dove tutto si perde.
Dei tuoi riccioli tanti
alla mamma rimase una ciocca
spasimo della sua bocca,
e un grembiulino rosa
per i suoi lunghi pianti.

(Da "Termini. Collezione di poesia", Fiume 1938)





AL PIPISTRELLO
di Marino Marin (1860-1951)

O pipistrello, che nei vespri grigi
d'estate solitario esci, com'esco
anch'io, che vai su e giù, prendendo il fresco,
come anch'io vado, al canto delle strigi:

m'odi, fratello in Dio: - Se san Francesco
fosse uso offrirti all'imbrunir, quand'era
intorno a lui tutto estasi e preghiera,
le briciole cadute dal suo desco,

non so, ma questo io so: che, se la schiera
posta a vegliar la pergola infernale
ebbe da te lo stampo alle grandi ale
che spazian vaste su la bolgia nera,

non sei perciò men buono e non fai male
all'insettuccio, nel funereo volo,
più che non gliene faccia l'usignolo,
ch'empie di sé l'effusa pace astrale.

Eppur solingo vai radendo il suolo,
come un reietto; onde, se un uom fu tanto
pio ch'abbia un dì potuto amarti - oh il Santo! -
quell'uom non poteva esser che lui solo:

quel ch'ebbe nella dolce anima il canto
degli uccelletti... Gli uccelletti buoni
le stavano ad udir, ché i suoi sermoni
sapean d'acetosella e d'amaranto.

Dagli alberi scendean, dai cornicioni
a udire il Santo dalle guance cave...
Tu li guardavi, pendulo da un trave,
tra i ragnateli, cupo, e i calabroni.

Tenevi su quel pio, ch'ebbe la chiave
di tutti i cuori, poverel d'Assisi
senza dubbio anche tu gli occhietti fisi,
sebbene in uggia al vago stuol soave.

Fissavi gli occhi tuoi senza sorrisi
nei suoi, che due finestre spalancate
eran da Dio sui campi e le borgate
ad esaltar Gesù: due paradisi.

Stavi, quand'eran lunghe le giornate,
l'ali afflosciate a un trave: eri il reietto...
Solo nei gialli occasi, erto sul petto,
le aprivi al vento come vele issate.

Forse pregavi: - Deh fratel diletto,
perché non mi vuoi tu, dappoi che anch'io
sono una creatura del buon Dio,
con gli altri cari uccelli al tuo banchetto? -

- Ciò che mi chiedi - avrà risposto il pio -
volentieri farei, se tu non fossi
tal che le cingallegre e i pettirossi
n'avrebber gran corruccio, o fratel mio.

Ma queste membranucce, che tu indossi,
te le ha pur fatte Iddio. Dunque t'accosta:
siimi tu commensal, mentre, a lor posta,
pìano essi tra le frasche in riva ai fossi.

C'è un'animuccia buona, in te riposta,
che vuolsi amare: un'animuccia ch'amo.
Fammiti innanzi: non temere. Abbiamo
anche per te, se hai fame, un po' di crosta.

Se così fosse, fosti allor men gramo
ch'or tu non sia, sotto la volta immensa;
ché un uomo a te pensò, come Dio pensa
al verme in terra e all'augellin sul ramo.

Ora egli siede alla celeste mensa
con frate Egidio e fra' Ginepro; e invano
tu attendi un altro santo, un francescano,
che t'apra il cuor, che t'apra la dispensa.

Forse egli vede dal suo ciel lontano
che vai sovente a ricercarlo in chiesa,
ma più non può salvarti, e gliene pesa,
dalla granata del suo sagrestano...

Talor mi sento anch'io sfiorar la tesa
del cappello... Sei tu: t'avventi sciocco:
io penso a un piccol nero Libicocco
appena uscito dalla pece accesa.

Passi, ed io scatto, trasalendo al tocco
delle tue fredde ali ventanti, in piedi:
- Scatti! Perché? - tu sembri dir - Non vedi?
Chiedo la tua pietà ma non la scrocco. -

Lo so, lo vedo: dalle fosche sedi,
no, tu non vieni, ma il Signor t'ha fatto
tuttavia tal che, se mi tocchi, io scatto,
senza volerlo, trasalendo, in piedi.

No, tu non vieni dal penace anfratto,
ma rechi in te la nemesi fatale:
tu pur mi sei fratello in Dio, tal quale
m'è l'usignol, ma... schivo il tuo contatto.

(Da "Sprazzi di luce", Scarpa e Gambaro, Adria 1930)





IL PIANTO DEI GRILLI
di Marino Moretti (1885-1979)

Su la campagna è scesa l'azzurra sera e in cielo
la luna esce da un velo di nuvolette, accesa.
Tutto tace, soltanto s'ode a tratti nel vento
un'eco di lamento, una voce di pianto.

E come, come insiste sotto la dolce luna
quella voce importuna che è sempre tanto triste;
quell'eco solitaria che viene di lontano
e confina il suo vano accento ai soffi d'aria.

Non sono forse i grilli che ripetono in coro,
cantilenando, i loro malinconici strilli?
e non cercano invano nel campo che fu loro,
ed oggi è spoglio, i loro nidietti fra il grano?

(Da "Tutte le poesie", Mondadori, Milano 1966)





FRAMMENTO DELLA MARTORA
di Giorgio Orelli (1921-2013)

...
A quest'ora la martora chi sa
dove fugge con la sua gola d'arancia.
Tra i lampi forse s'arrampica, sta
col muso aguzzo in giù sul pino e spia,
mentre riscoppia la fucileria.

(Da "L'ora del tempo", Mondadori, Milano 1962)





LA VASCA DELLE ANGUILLE
di Aldo Palazzeschi (1885-1974)

La vasca è assai grande
e l'acqua v'è fonda quattr'uomini almeno.
Si dice: «vi sono le anguille».
Sta intorno nel giorno la gente a pescare alla canna.
«Son grosse le anguille,
più grosse d'un bimbo fasciato» si dice.
Sta intorno nel giorno la gente a pescare alla canna.
«Son buone le anguille,
più buone del pane e del miele» si dice.
Sta intorno nel giorno la gente a pescare alla canna.

(Da "Poesie", Preda, Milano 1930)





VIVI CON ME, NON ANDARTENE...
di Michele Pierri (1899-1989)

Vivi con me, non andartene, dice
con l'occhio obliquo la gazza. È Chico
e va beccando a sé il legaccio d'una
mia scarpa. Ho l'anima ammalata, apre
l'uscio a visioni chiare,
troppo chiare, la vecchiaia. Insiste
il becco più sù al malleolo, gioco
e guerra. La pena meglio del niente,
ho ancora da tentare
un'ultima viltà se m'incoraggio
a bere e poi patteggio
le cose che speravo.

(Da "Chico ed io", Lacaita, Manduria 1984)





IL LUPO
di Domenico Rea (1921-1994)

Il lupo minacciò dall'infanzia
da questi monti a mantello
sulla valle di Nofi.

Minacciò mia madre
che andava portando figli
nella borsa a fisarmonica.
E una volta balzò dalla valigia
al posto del neonato.

Tutte le donne gridarono
e i mandriani estrassero i coltelli.

La puerpera solo disse parole
di dolce lamento al lupo,
che piegò la fronte
e inalberò la coda della pace.

(Da "Nubi", Società editrice napoletana, Napoli 1976)





MORTE DELL'AQUILA
di Cesarina Rossi (1887-1962)

Quando l'aquila oltrepassa
I nevai immacolati
Altro etere essa cerca
Per le ali dispiegate
Ed un sole più vicino
In un cielo di cristallo
Per accendere la vampa
Dei suoi occhi foschi e tristi.

Poi si leva a respirare
Un torrente di scintille.
Sempre più, sempre più alto
Gonfia il volo calmo e fiero
Sale verso l'uragano
Dove il lampo la trascina.

Ma la folgore d'un guizzo
Stronca, spezza le sue ali.
Con un lugubre lamento
Essa turbina in balia
Della tromba e dell'incendio
E fissandolo, sublime
Muore in turbini di fuoco.

O felice chi in un volo
Di gloriosa ribellione
Nell'orgoglio della forza
E l'ebbrezza del sognare
Come l'aquila soccombe
Mentre un fulmine balena.

(Da "Piccolo anello d'oro", Interlinea, Novara 2002)





LA LEPRE
di Aurelio Ugolini (1875-1907)

Pur ora, é ver, fra opache selve intatte
trasalivi anche allo sfrascar d'un vepre;
ma di paura il cuor più non ti batte,
                        pavida lepre.

Ora, lontana dal natio coviglio,
sembri adagiarti alfin paga e tranquilla:
dal fesso labbro al suolo il tuo vermiglio
                        sangue zampilla.

Ricordi tu le trepide speranze,
l'ombre che amiche t'adducea la bruna
sera e le tue vertiginose danze
                        sotto la luna?

O, impaziente, aneli forse ancora
l'acciar dei tesi tendini e i silvani
triboli dove ti frugò l'odora
                        forza dei cani?

Folle cui tarda, dietro la fugace
orma d'un sogno, racquetare il forte
desio che l'urge e l'affatica: è pace
                        sol nella morte.

(Da "Viburna", «La Vita Letteraria», Roma 1908)